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Riflessioni e proposte per la scelta di una felicità sulla terra e nel cielo

Don Novello Pederzini


Presentazione

La VOGLIA di Paradiso è l'intenso desiderio di felicità che è comune a ogni uomo.

Tutti la cercano e lottano per conquistarla: l'importan­te è imboccare la strada giusta.

Don Novello, con questo nuovo libro, vuole additarci questa strada. Ma non ci conduce per i percorsi impervi della Filosofia o della Teologia, bensì per i sentieri della semplicità che si adatta a tutte le perso­ne di buona volontà.

Egli si comporta come il bravo medico che non ci insegna la sua scienza - pur vasta e profonda - ma ce la consegna in ricette accessibili e semplificate.

Il libro ha tutte le caratteristiche dei libri precedenti, già molto diffusi e anche tradotti in altre lingue.

Il Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo di Bologna, ha scritto che «Don Novello ha il dono di un'evangeliz­zazione autentica, limpida e sostanziale; presentata con stile agile e moderno, e quindi accessibile e gradito».

E il suo autorevole giudizio si aggiunge a quello di molti studiosi e di impegnati operatori pastorali.

Basta sfogliare queste pagine per avere l'immediata impressione di trovarsi su una comoda autostrada che porta speditamente alla meta.

Per arrivare a questo risultato, Don Novello ha per­corso un lungo cammino di ricerca personale e di impegno pastorale per diffondere le grandi verità della fede e della vita.

Ha incominciato col fondamentale tema dell'atto di fede, dedicandovi la tesi di laurea per il dottorato in Teologia, e lo ha continuato approfondendo e divul­gando gli importanti temi del dolore, dell'amore, del­la gratitudine, dell'ordine personale, e dei vari Sacra­menti della Chiesa.

I libri di Don Novello, pubblicati in un formato ele­gante e tascabile, si leggono d'un fiato, per quell'in­confondibile stile che sa rendere comprensibili gli ar­gomenti di non facile penetrazione.

Questo libro ha il sapore di un punto di arrivo e di una visione conclusiva di un percorso spirituale e pastora­le, perché la VOGLIA di Paradiso è il normale traguar­do di un cammino sorretto dalla fede, e, soprattutto, dall'amore per la Verità, la Bellezza e la Bontà. È una VOGLIA che non si improvvisa, ma che si matura col tempo, attraverso i normali canali dell'impegno, dello studio, della preghiera e del contatto vivo con le realtà di ogni giorno.

Don Novello ha camminato per questa via insegnando la Verità e la Bellezza, e quando è riuscito a compren­derle e a viverle con intensità, non ha potuto più resi­stere alla VOGLIA di comunicarcele, tanto è grande il suo desiderio di partecipare anche a noi il bene che ha nel cuore.

Grazie, Don Novello, per averci insegnato questo cammino di autorealizzazione, di letizia e di eternità.

P. VINCENZO BENETOLLO O. P. Direttore delle Edizioni Studio Domenicano

Prefazione

Nelle parole di Gesù «oggi sarai con me in Paradiso», vedo riassunto il contenuto più essenziale e affasci­nante del Vangelo.

Sono le parole rivolte al "ladrone" che si pente e si af­fida al Crocifisso. Gesù, morente, gli dice: «sei perdo­nato, sei salvato, sei chiamato a gioire eternamente con me in Paradiso».

Queste divine parole ci assicurano che non solo il Pa­radiso esiste, ma che è aperto a tutti, anche ai malfat­tori, purché si pentano e credano all'amore misericor­dioso del Salvatore.

Ho scelto di scrivere sul Paradiso, perché il tema mi sembra la conclusione naturale di altri temi affidati al­la riflessione degli amici in questi anni "giubilari".

Ho dato il titolo VOGLIA DI PARADISO perché lo scopo del libro non è solo quello di illustrare la natura del Paradiso, ma soprattutto quello di suscitare interesse e impegno per meritarlo e per raggiungerlo.

Il libro non ha pretese di originalità e di novità. Al­l'inizio del nuovo millennio intende essere un mes­saggio di gioia e di speranza. Soprattutto vuole aiuta­re a valorizzare il dono della vita e del tempo, nel­l'attesa di quell'eterno Paradiso, che sarà la nostra definitiva e felice dimora.

DON NOVELLO PEDERZINI Capodanno 2001.


 

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava... Ma l'altro lo rimproverava... Poi aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, OGGI SARAI CON ME IN PARADISO!" Lc 23, 39-43

Quando Napoleone, a S. Elena, sentì avvicinarsi la fi­ne dei suoi giorni, chiese al Papa Pio VII, che lui ave­va tenuto prigioniero e bistrattato, un Sacerdote che lo disponesse al grande passaggio.

In quell'occasione, gli fu chiesto: "ma come, tu, il grande Napoleone, senti la necessità di un prete?". E Napoleone di rimando: "solo un incosciente si ac­cinge a varcare la soglia del mistero senza riconciliar­si con Dio: IL BUON LADRONE INSEGNA!".



1.

VOGLIA DI PARADISO

La vita è una crescita verso la solitudine. Alla fine, resti solo, resti sola. Allora la tua anima non colloquia che con Dio, con tanta VOGLIA di immergerti soltanto in Lui! G. Lentini

 

Gli uomini non pensano al cielo e si illudono di essere felici. Sono come pesci che guizzano nel piccolo vaso, e sono felici perché non sanno che lo sarebbero di più se potessero guizzare nel vasto mare. Se lo sapessero, avrebbero tanta VOGLIA di tuffarsi in esso! S. Giovanni Maria Vianney

 

Voglia di Paradiso

Due curiosi episodi per introdurre il tema. Sono due episodi veri, anche se curiosi; e mi sembra­no particolarmente efficaci per introdurre il tema del Paradiso.

1. Un Parroco, un giorno, dopo aver ampiamente illustrato le bellezze del Paradiso e descritti i mezzi per raggiungerlo, volle fare una verifica sull'interesse suscitato, e domandò: «chi di voi desidera andare in Paradiso?».

Tutti alzarono la mano, ad eccezione di un vecchietto, proprio in prima fila.

Il Parroco, sorpreso, volle fare un altro riscontro, e domandò: «e chi di voi vuole andare all'Inferno?», Nessuno alzò la mano, vecchietto compreso.

Allora gli si avvicinò e, con delicatezza, gli chiese: «ma lei dove vuole andare? In Paradiso, no; all'Infer­no, neppure!...».

E il vecchietto prontamente rispose: «il Paradiso sarà bello, ma non ci voglio andare, perché sto proprio bene qui!».

 

2. Un frate Cappuccino, confessore del Granduca di Toscana, assistendolo in punto di morte, continuava a dirgli: «Altezza, che bella cosa andare in Paradiso! Com'è fortunato lei che sta per raggiungere il Cielo!». Al che, l'illustre infermo, con disarmante lucidità, ri­spose: «caro Padre, perché non ci va lei in Paradiso? Io sto tanto bene a Palazzo Pitti!».

 

Il tema del Paradiso

Introdurre un tema impegnativo come quello del Pa­radiso con due aneddoti che si direbbero congeniali più alla letteratura popolare che alla Teologia, sem­brerebbe irriverente e poco costruttivo, ma non è così, perché ci danno la chiara sensazione della diffi­coltà del tema.

Il vecchietto e il Granduca, pur così diversi per men­talità e condizione sociale, di fronte alla prospettiva dei Paradiso, non hanno una reazione positiva, e non mostrano di esserne particolarmente affasci­nati. Concordano nel dire:

• meglio la terra che il cielo!

• meglio un piccolo paradiso quaggiù, che un impalpabile e indefinibile Paradiso lassù!

• meglio fare della vita un paradiso terrestre, che rifugiarsi nella speranza di un Paradiso celeste...

Ed è questa la reazione della quasi totalità degli uomini e delle donne di questo mondo: una reazione assurda, se si tiene conto che il tema del Paradiso è il più essenziale, il più urgente, e il più affascinante.

Un tema essenziale, urgente, affascinante

Proprio per questa diffusa mentalità, si impone l'ob­bligo di parlare del Paradiso: del Paradiso vero (con la P maiuscola), che non deve essere confuso con i tanti paradisi (con la p minuscola) terreni ritenuti tali. Il tema del Paradiso è:

• essenziale, perché il Paradiso è:

- lo scopo per il quale siamo stati creati, e quindi

- il fine della vita,

- il traguardo del cammino terreno,

- il premio alla fatica del vivere,

- il conforto alle sofferenze,

- la piena e definitiva felicità alla quale aspiriamo;

• urgente, cioè tale da essere annunciato senza indugi e senza paure perché troppe sono le per­sone che vivono angosciate e demotivate per il fatto che non essendo attratte dalla prospettiva di un futuro felice, si rifugiano in paradisi artifi­ciali e deludenti;

• affascinante, perché annunciare il Paradiso significa:

- dare fiducia,

- infondere speranza,

- comunicare ottimismo,

- dare senso e valore a ogni cosa, anche la più piccola e insignificante,

- fare della vita la serena attesa di un futuro appagante e felice,

- instillare la certezza che il meglio per noi è riposto nelle realtà che ci attendono, e non in quelle che appartengono al passato.

 

Un tema disatteso da sempre e dai più

Incredibile, ma vero!

Il tema che dovrebbe maggiormente infiammare gli uomini provati da tante sofferenze e fatiche è quello meno considerato e quindi più disatteso.

E non solo da ora!

Basta ricordare ciò che dice l'Autore dell'Imitazione di Cristo: «Il mondo promette beni fugaci e di poco conto, eppure le persone lo servono con grande avi­dità. Io prometto il Bene sommo e imperituro, ma i loro cuori languono nel torpore.

Per un lieve guadagno sono disposte a correre in lungo e in largo, ma per la vita eterna stentano a muo­vere un passo.

Ahimé! per il Bene che non perisce, per il valore che supera ogni stima, per il più alto degli onori, per la gloria che non conosce termine sono pigri ad affrontare fatiche anche lievi e di poco conto».

Ma perché tanta indifferenza e resistenza?

Perché tanta superficialità nel valutare ciò che vera­mente giova al bene presente e futuro, anche da parte di chi è dotato di intelligenza e di saggezza umana? Vedremo il perché, e cercheremo di capire.

Voglia o nostalgia di Paradiso?

I due termini sembrano uguali, ma in realtà non lo sono. La nostalgia è il richiamo struggente di un bene passa­to, del quale si continua a sentire un grande desiderio. La voglia è l'attrattiva verso una cosa che affascina, ma che è ancora futura e lontana, forse irraggiungibile. Nell'incertezza della scelta, ho preferito il secondo termine perché lo reputo più rispondente allo sco­po del presente libro, che si prefigge di animare le menti e i cuori a desiderare il Paradiso e a raggiun­gerlo come il Bene supremo.

Oso dire che nella parola VOGLIA vedo concentrata la mia grande e sincera passione di essere utile ai fratelli nella scelta di ciò che li può rendere felici nella vita presente e in quella futura.

Dunque: voglia di Paradiso! Non solo desiderio vago e superficiale, ma aspirazione intensa, tensione mirata, orientamento determinato verso un Bene che non ha l'eguale.

«Oggi sarai con me in Paradiso!»

È interessante quanto scrive uno dei massimi filosofi dell'antichità: Platone.

Nel Convito fa dire a Socrate: «o mio caro amico: ciò che rende preziosa la vita è lo splendore dell'eterna Bellezza: come sarebbe bello il destino di un mortale se gli fosse dato di contemplare il Bello nella sua purezza e semplicità; di vedere la forma divina, faccia a faccia, nella sua unica splendente bellezza».

È incredibile come un filosofo sia giunto a questa in­tuizione con la sola sua intelligenza e senza uno spe­ciale intervento soprannaturale! È riuscito a intuire che la sola felicità completa per l'uomo è quella di poter contemplare Dio con i propri occhi.

Ciò che Platone è riuscito a immaginare si è attuato per la prima volta non in un filosofo, né in un teolo­go, ma in un comune mortale, anzi in un malvivente pentito, che, dopo tanti errori, ha avuto la fortuna (o meglio: la grazia) di essere crocifisso con Gesù: il così detto "buon ladrone".

Sulla croce, tra gli spasimi dell'agonia, egli fu folgo­rato da una luce sovrumana, e, sentendosi pentito, eb­be la forza di rivolgere a Gesù queste parole: «ricor­dati di me quando sarai nel tuo regno».

E Gesù immediatamente gli rispose: «oggi sarai con me in Paradiso».

Egli non sapeva, e non poteva sapere, che il Paradiso è "contemplare Dio faccia a faccia", ma aveva capito che il sacrificio di quell'illustre Innocente non poteva che aprire le porte a un regno di felicità sovrumana.

E così, quella che per Platone poteva sembrare un'i­potesi irreale, anche se allettante, Gesù, il Figlio in­carnato di Dio, l'ha resa possibile per tutti: basta cre­dere in Lui!

Egli ci ha detto: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna».

Quale annuncio più importante, più nobilitante, più affascinante di questo?

Quale dono più prestigioso di un Figlio divino offerto all'uomo per assicurargli, oltre la morte, una vita eter­namente felice?

È la fede a introdurci in Paradiso

Quando siamo stati battezzati, il Sacerdote ci ha ac­colto con questa domanda:

- che cosa chiedi alla Chiesa di Dio? E i genitori e i padrini risposero:

- la fede!

E ancora il sacerdote:

- e la fede che cosa ti dona? E i genitori e i padrini:

- la vita eterna!

La fede, come vedremo, è adesione a Dio che si rive­la in Cristo. È un riporre la propria fiducia e la propria speranza in Lui che ci promette un'eter­nità felice.

La nostra patria è il cielo

Scrive l'apostolo Paolo: «la nostra patria invece è nei cieli, e di là aspettiamo come salvatore il Signore Ge­sù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose».

Se la nostra patria è il cielo, la vita terrena è dunque un cammino e un'attesa di ciò che sarà e di Colui che verrà.

Colui che deve venire è il Signore Gesù, che verrà due volte:

• al momento della morte, per condurre con sé l'anima nostra, come fece col ladrone pentito;

• alla fine dei tempi, quando il divino Progetto sarà definitivamente completato, ed Egli inter­verrà per ridare vita al corpo e per ricomporre ciascuno nel suo essere completo.

Alla sua seconda venuta, la storia finirà e noi passe­remo a una condizione eterna, che sarà di felicità per chi ha scelto la salvezza, e di infelicità per chi l'a­vrà rifiutata.

 

Siamo stranieri e pellegrini

Dice Gesù: Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo.

E S. Paolo ai Corinzi: «finché abitiamo nel corpo sia­mo in esilio lontani dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione... preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore».

E ai Filippesi parla del: «... desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo».?

Siamo dunque stranieri e pellegrini.

• stranieri sono coloro che si sentono estranei ovunque e con chiunque, e quindi non si sento­no a loro agio, anche se abitano in luoghi comu­nemente chiamati "paradisi".

• pellegrini sono coloro che non sono mai "in pianta stabile"; che, nel loro cammino, non si arrestano mai per dire: qui mi fermo perché mi trovo in casa mia.

Noi, essendo stranieri e pellegrini, siamo insoddisfat­ti e infelici, e quindi in perenne agitazione. Avvertiamo che la felicità definitiva e completa alla quale aspiriamo non è raggiungibile sulla terra, anche se ci illudiamo di poterla raggiungere. Avvertiamo così un forte desiderio di raggiungere qualcosa e qualcuno che ci possano realmente e defi­nitivamente saziare.

Sentiamo un'innata e irresistibile VOGLIA di Para­diso!

Voglia di Paradiso: due laici si confidano

1. Giorgio La Pira all'amico Amintore Fanfani: «la città che cerchiamo è un'altra!».

«Da tempo ogni giorno, e quasi ogni ora, chiedo al Si­gnore di chiudere la mia parentesi di vita terrena.

È una voglia immensa che mi dà ogni giorno la forza di attendere e di operare.

Questa voglia di purificazione e di liberazione cresce ogni giorno e diviene speranza che quando il Signore l'avrà maturata, essa sboccerà come un fiore. Allora tutti i problemi avranno la loro soluzione. Perché alla fine, caro Amintore, la città che cerchia­mo non è né Firenze e neanche Roma o Arezzo: è un'altra!

È quella che ci accoglierà per sempre, e ci farà per sempre a Dio uniti, e in Dio felici».

2. Renzo Buricchi all'amico Marcello Pierucci: «mai risveglio era stato così dolce!».

«Aprii gli occhi, ed estasiato, contemplai la Città celeste.

La luce mi avvolse come manto di morbida seta. L'abbraccio dell'amore di Dio mi donò l'infinita tene­rezza... Un'ombra passò su di me, portando il ricordo del sogno della notte. Ritrovai, in quel sogno, le appa­renti gioie e i sostanziali dolori: l'infanzia, l'adole­scenza, la maturità, il decadimento... l'ansia di com­prendere ciò che non poteva essere compreso... gli incontri... i distacchi... i dubbi... le speranze che non riescono a divenire certezze... e il continuo inganno che quella fosse la vita!



2.

ATTESA, TIMORE, RIFIUTO

L'essenziale è vivere la vita con stupore. Quanta magia c'è attorno a noi, e noi... non ce ne accorgiamo! L. Buscaglia

 

«Qui non gemit ut peregrinus, non gaudebit ut civis, quia desiderium non est in illo».

Chi non soffre come pellegrino sulla terra, non godrà come cittadino in Paradiso, perché gli manca la VOGLIA di poterlo raggiungere. S. Agostino
 

Attesa, timore, rifiuto: i risultati di un'inchiesta personale

Ho distribuito un questionario a 200 persone diverse per età, cultura, professione e pratica religiosa, pre­gandole di rispondere ad alcune semplici domande sul tema del Paradiso.

Sono rimasto nell'ambito cattolico, perché un'inchie­sta fra appartenenti ad altre religioni sarebbe stata complessa e avrebbe creato confusione.

Nel questionario, quattro domande:

l. tu credi nell'esistenza di un Paradiso ultraterreno?

2. dove pensi che esso sia collocato?

3. secondo te, in che cosa può consistere la felicità del Paradiso?

4. tu hai davvero un sincero desiderio di entrarvi? Senti una reale "VOGLIA di Paradiso"?

Ho lasciato a ciascuno libertà di dire, volendo, solo il nome e di esprimere con spontaneità il proprio pen­siero.

Per l'intento che mi sono proposto in questo libro, ho chiesto di privilegiare il 4° punto, relativo alla "VOGLIA di Paradiso"; e le risposte hanno avuto questi quattro orientamenti:

• il Paradiso è la mia ragione di vita: non vedo l'ora di raggiungerlo;

• ho più paura che voglia di Paradiso;

• il Paradiso non mi affascina;

• non ne sento il bisogno.

 

«Il Paradiso è la mia ragione di vita: non vedo l'ora di raggiungerlo»

MICHELE, 48 anni, insegnante, sposato: «sono entusia­sta del mio destino finale. Siccome in Paradiso godrò della visione beatifica, saranno appagate le mie ten­denze al Vero e al Bene: potrò così assumere la mia propria e definitiva natura. Sarò quindi totalmente me stesso: sarò un uomo vero, proprio e completo: sarò quindi totalmente felice».

MARISA, 39 anni, casalinga, sposata: «la mia più gran­de sofferenza è quella di non poter vedere Dio sulla terra. Ma sono convinta che è proprio questa sofferen­za che mi garantisce il possesso del Bene futuro! Non vedo l'ora, anche se amo immensamente la mia casa e la mia famiglia».

Lucia, 60 anni, suora: «ogni volta che leggo gli scritti di qualche mistico, mi sento assalita da un grande de­siderio di morire, per immergermi nell'Oceano dell'a­more misericordioso del Padre. Più vado avanti, e più sento che nulla mi affascina come quel momento nel quale mi tufferò in Lui, come una goccia nel mare».

STEFANO, 28 anni, biologo, celibe: «più conosco la natura e la sua incredibile meraviglia, e più si acuisce in me il desiderio di conoscere il misterioso Autore del mondo, e di raggiungerlo, per godere per sempre con Lui e di Lui. Non so immaginarlo, ma sento che deve essere meraviglioso!».

FILIPPO, 80 anni, ex dirigente industriale, vedovo: «ormai sono vecchio e mi sento mancare la terra sotto i piedi. Ma sono consolato dalla certezza dell'incontro con Colui che ho sempre cercato di amare. Penso di giungere, in Lui, a una pace piena, dopo tante lotte, angustie, pericoli e colpe!».

VERONICA, 50 anni, suora di clausura: «a 20 anni mi donai senza riserve a Cristo e vivo da 30 anni con impegno il mio matrimonio con Lui. Non vedo l'ora di vederlo, di abbracciarlo, di stringerlo a me, in un amplesso senza fine».

ALESSANDRO, 23 anni, da 18 in carrozzella: «sono un disabile, e non posso muovermi senza il sostegno di qualcuno. Non posso fare progetti e nutrire speranze per il futuro. Ma sono sereno, anzi felice, perché so di essere predestinato a un avvenire di giorni felici nella casa dove il Padre mi attende. Sì, io ho tanta voglia di Paradiso!».

TINO, 74 anni, sacerdote: «vivo felice nell'attesa del momento nel quale il Signore mi dirà: "entra nel gau­dio del tuo Signore". Penso che quello sarà l'inizio della mia vera esistenza, dell'attività più intensa e vertiginosa della mia intelligenza e della mia volontà. Esse si dilateranno sempre più nella voragine lumino­sa e infuocata dell'eternità beata... E sarò totalmente felice! Non vedo l'ora!».

CLAUDIO, 40 anni, sposato, medico: «desidero giunge­re al Paradiso come un cieco desidera il momento nel quale potrà finalmente vedere la luce. Tutte le espe­rienze acuiscono in me il desiderio dell'incontro con Dio, ma specialmente quelle belle, come gli affetti familiari, le gioie dell'amore e dell'amicizia. Sento che queste cose belle sono come assaggi e briciole che, da un lato fanno presagire la qualità del cibo, ma dall'altro non fanno che acuire la fame. Guai se non ci fosse la sicurezza di possedere un giorno la pienez­za di quanto si è appena pregustato!».

GIORGIO, 36 anni, insegnante di filosofia: «penso al Paradiso come all'eterna visione di Dio. Il pensarci è un'esigenza di tutto il mio essere. Sono convinto di essere parte di quel Progetto d'amore che, solo, può darmi forza nel difficile cammino della vita. Vivo nel­l'attesa felice di quel giorno, nel quale potrò final­mente saziarmi di Lui!».

 

«Ho più timore che desiderio»

ANNA, 30 anni, sposata, impiegata: «il Paradiso, più che attrarmi mi fa paura. È una cosa troppo gigante­sca per la mia povera persona! Chi sono io per poter aspirare a un posto così grande, con una così cospicua comunità di eletti?».

AUGUSTO, 32 anni, celibe, filosofo: «non prendo mai in considerazione il pensiero del Paradiso perché esso è per me associato al fatto della morte, che mi terro­rizza oltre misura. Come posso desiderare un Paradiso che è oltre questa soglia detestabile?».

CATERINA, 70 anni, sposata, 4 figli e 9 nipoti: «un tempo parlavo con entusiasmo del Paradiso e mi sem­brava la cosa migliore. Ora, più avanzano gli anni e più mi fa paura, perché non mi sembra tale da appa­gare e superare i teneri affetti che mi saranno tolti».

FABIO, 20 anni, studente: «come posso pensare a un Paradiso felice, quando, per ottenerlo, occorre perdere tutte le cose belle che ci fanno così felici in questa terra? Mi fa paura un Paradiso così lontano, così misterioso, così vago, così difficile da raggiungere!».

LUIGI, 40 anni, commercialista, sposato: «ho sempre allontanato la promessa del Paradiso perché esso, così come ce lo descrivono, è irraggiungibile per chiunque conduca una normale vita sulla terra. Mi terrorizza l'idea di un Dio, infinitamente giusto, che ci giudi­cherà severamente e deciderà per noi. Chi sarà nelle condizioni di meritare un Paradiso, aperto solo ai giu­sti e ai perfetti?».

LUCIO, 50 anni, celibe, avvocato: «ho paura di certe ricette facili, escogitate per confortare chi soffre e si interroga sulla sorte di chi ci è stato sottratto con la morte. Io ho paura di queste risposte facili... e incon­sistenti!».

DOMENICO, 61 anni, divorziato, chirurgo: «il Paradiso è una risposta ai problemi della vita e della morte in un contesto religioso. Mi fa paura questa "invenzio­ne" del Paradiso! Mi fanno paura queste risposte che non hanno valore scientifico e peccano di presunzione e divengono fonte di infelicità e di illusioni. La scien­za è più onesta della Religione, perché si limita a dire solo ciò che entra nelle sue possibilità di verifica e di esperienza, senza pretendere di entrare nel mondo del mistero e quindi dell'assurdo».

 

«Non mi affascina più di tanto»

PATRIZIA, 28 anni, sposata, infermiera: «il pensiero del Paradiso non mi affascina più di tanto: è troppo vago e lontano. Sento il bisogno di stimoli più immediati e vici­ni che sostengano la mia fede, purtroppo, illanguidita». LEONARDO, 56 anni, sposato, operaio: «il lavoro e la fatica, che mi hanno accompagnato da quando ero ragazzo, mi hanno fatto venire la voglia di un paradi­so, confesso, più in questa terra, che in un altro mondo. La promessa di un premio futuro non mi attira molto, anche se non lo nego; ma vorrei vederlo e assa­porarlo ora, e quaggiù».

MARGHERITA, 24 anni, nubile, studentessa: «la mia tendenza al Paradiso è tenue e blanda perché mi manca la convinzione che Dio è una Persona concre­ta, e quindi mi comporto verso di Lui come verso un'idea astratta, o un semplice oggetto di conoscenza, o peggio, un enigma che stimola molto superficial­mente la mia curiosità».

TERESA, 45 anni, suora: «debbo confessare che non penso molto al Paradiso perché non riesco a raffigu­rarmelo. E anche perché temo di non meritarlo. Cerco di vivere il presente e non mi preoccupo dell'avveni­re... per non esserne delusa. Potrà sembrare strana questa mia posizione, ma, anche se sono una suora, sono molto concreta, e il Paradiso è una realtà ben po­co concreta...».

GAETANO, 73 anni, coniugato, ex impiegato: «ho sem­pre creduto nel Paradiso, ma più invecchio e più av­verto che non mi affascina più come mi affascinava da bambino. Troppo lontano e troppo misterioso! Sono diventato molto diffidente e scettico, anche nei con­fronti del Paradiso!».

VINCENZO, 23 anni, religioso, studente di Teologia: «è innegabile che il Paradiso non è più motivo di fascino come un tempo. Lo potrebbe ridiventare se si presen­tasse la contemplazione futura non come una realtà finale e distaccata, ma come la continuazione e l'am­plificazione dell'agire e del godere umano presente in questa vita terrena».

PIERO, 55 anni, sposato, industriale: «la ragione prin­cipale che mi rende indifferente il pensiero del Paradiso è che mi sento sempre più coinvolto nel sen­sismo corrente. L'amore di questo secolo uccide in me, e in tanti miei conoscenti, l'amore del secolo ven­turo. Davanti al Paradiso, sono combattuto fra due atteggiamenti: o ignorarlo o disprezzarlo. Sono dispiaciuto di questo mio atteggiamento, ma, purtrop­po, non so uscirne. Certo, sarei molto più felice se avessi ancora la fede di un tempo!».

«Non ne avverto il bisogno»

ANTONIO, 44 anni, sposato, medico: «confesso che non avverto affatto il bisogno di un Paradiso che appagherà le mie aspirazioni terrene. Non vedo nulla oltre il limite di questa vita. Per me e per molti dei miei pazienti il paradiso è raggiungere una buona salute: il vero paradi­so è star bene, adesso! Dopo si vedrà!».

LUCA, 65 anni, vedovo, insegnante: «non sento voglia di vedere Dio, dopo la mia morte, perché non ho la minima idea di come sia. L'idea di un Paradiso futuro non mi stimola affatto e non mi rende migliore: chissà perché! L'ho sempre considerato un elemento decora­tivo, senza conseguenze efficaci per il dinamismo della mia vita personale e della vita degli altri».

RITA, 21 anni, nubile, studentessa: «quand'ero picco­la, mi esaltavo all'idea del Paradiso come luogo bello, fiorito, felice, in compagnia di angioletti festanti e di santi giulivi impegnati nel dispensare grazie e favori. Ora non più: queste favolette infantili non hanno più presa nel mio spirito perché ho compreso che debbo impegnarmi personalmente a costruirmi il paradiso che ho in mente».

GIORGIO, 50 anni, sposato, giornalista: «non sento il bisogno di un Paradiso eterno e ultraterreno. Il paradi­so è su questa terra, e io lo gusto nel momento nel quale creo qualcosa di interessante e di appagante. Anziché rifugiarmi nella speranza di una felicità incerta e lontana, cerco di assaporare gli attimi felici che riesco a realizzare momento per momento».

SIRIO, 46 anni, sposato, operaio: «mi hanno detto che il Paradiso è uno spettacolo che ci farà vedere Dio e tutte le sue imprese. Io mi domando: "se sarà uno spettacolo, sarà come un film interminabile che, a lungo andare, diventerà monotono e insopportabile". Non riesco proprio a capire come si potrà gioire vi­vendo una vita inattiva portata avanti in un "dolce far niente", privo di interessi nuovi e affascinanti».

MARCELLO, 58 anni, sposato, operatore pastorale: «rilevo con dolore che la tensione escatologica, e, in particolare l'attesa del Paradiso, manca in modo im­pressionante in gran parte della spiritualità contempo­ranea, troppo impegnata a valorizzare i beni terreni a scapito di quelli eterni, e a instaurare un umanesimo cosmico, quasi che il mondo fosse la nostra definitiva patria, anziché la nostra terra d'esilio. Faccio sempre più fatica a pensare e a proporre questo Paradiso che ani sembra troppo lontano per la mentalità degli uomi­ni di oggi».

VERONICA, 42 anni, architetto, divorziata: «sono una donna amante del bello. Amo l'armonia, la musica, l'arte. Amo però tutto ciò che è concreto, che posso toccare, toccare con le mie mani. Amo l'amore, l'a­more fatto di sensazioni forti e di brividi immediati. Non so quindi pensare a un Paradiso lontano e sfuma­to, che si perde nel nulla».

Dunque:

due opposti sostanziali atteggiamenti

Questi dati dunque rivelano due opposti atteggiamen­ti, che possiamo così riassumere:

• per alcuni il Paradiso è tutto: non possono concepire la vita senza la certezza che, alla fine, li attende un mondo di felicità. Si sentirebbero orfani se non sapessero che al termine dell'esi­stenza terrena c'è un Padre dolce e giusto che li aspetta.

Hanno quindi tanta VOGLIA di Paradiso: non vedono l'ora di raggiungerlo!

• per altri il Paradiso è una realtà lontana, evanescente, irraggiungibile che, o non è fatta per loro, o è tanto alta da non sentirsene degni. Per questi, il Paradiso resta solo un'utopia o una invenzione inutile, e, quindi, preferiscono un paradiso terreno, anche se piccolo e di breve durata, a un Paradiso celeste indefinibile e vago. Cerchiamo ora una risposta a tanti timori e a tanti rifiuti.



3.

PERCHÉ TANTA FATICA AD ACCETTARE IL PARADISO?

Ogni curiosità ha avuto termine dopo Gesù. Ogni ricerca deve cessare dopo di Lui.

Dobbiamo solo avere fede e non cercare altro. Tertulliano

 

L'occhio del mondo non vede più lontano della vita.

L'occhio del credente vede fino in fondo all'eternità. Pascal

 

Perché tanta fatica ad accettare il Paradiso? C'è dunque voglia di Paradiso?

Evidentemente non troppa, almeno sul piano numerico. Si direbbe che sono più quelli che ne hanno poca VOGLIA, di quelli che ne hanno molta.

La maggior parte delle persone:

- non ne parla,

- non si impegna a conoscerlo,

- non si preoccupa di raggiungerlo.

Queste persone sono troppo radicate nella loro mate­rialità e troppo prese dai loro problemi immediati per dar valore a realtà future, che non hanno immediata incidenza sulla vita quotidiana!

Per molti, anche credenti, il Paradiso

• è un'invenzione per allietare gli scontenti,

• è un comodo rifugio per consolare i sofferenti,

• è un'efficace barriera per frenare le rivendica­zioni dei poveri,

• è un'allettante risposta alle richieste di una mag­giore giustizia sociale.

C'è dunque sì VOGLIA di Paradiso, ma di un para­diso terreno, immediato, palpabile, costruito con mani d'uomo e più adatto alle necessità e ai gusti per­sonali.

 

Perché tanta fatica ad accettare il Paradiso?

Dice S. Tommaso d'Aquino: «converti autem ad beati­tudinem ultimam, homini quidem est difficile propter duo: quia est supra naturam, et quia habet impedimen­tum ex corruptione corporis et infectione peccati». Parafrasando e adattando al tempo presente, possiamo tradurre: lo slancio verso il Paradiso è sempre stato difficile, ma lo è in particolare ora, per due motivi:

• perché la felicità eterna è una realtà ultraterre­na, e

• perché l'uomo, corrotto dal peccato e dalle cat­tive abitudini, oggi più di ieri fa una grande fati­ca a elevarsi fino alle cose spirituali e future.

Nel mondo di oggi, diminuendo la fede e la contem­plazione, è subentrato un senso di indifferenza e di ripulsa nei confronti delle cose celesti.

Un tempo si contemplava di più e, ovviamente, si pensava di più al Paradiso, che è il termine ultimo di ogni contemplazione.

Oggi, per tanta gente, le prospettive celesti si sono abbassate perché alla contemplazione si è purtroppo sostituito un diffuso sistema di attivismo e di mate­rialismo, che è un forte ostacolo nell'ascendere verso realtà future e trascendenti.

Vediamo nel dettaglio le difficoltà soggettive e ogget­tive di questo fenomeno.

 

1. Le difficoltà soggettive

Sono le difficoltà che nascono da situazioni perso­nali che normalmente hanno origine:

• dalle attuali condizioni di vita e di costume,

• dall'orientamento del pensiero moderno,

• da alcune correnti di spiritualità del nostro tempo.

A) LE ATTUALI CONDIZIONI DI VITA E DI COSTUME

La vita moderna, col suo massacrante attivismo, ci distrae dalle realtà trascendenti e veramente importan­ti; e ci porta a vedere solo ciò che le cose offrono al loro esterno.

Il crescente benessere porta a pensare sempre più alla terra e sempre meno al cielo.

Il progresso e la tecnica portano l'uomo a considera­re il mondo come fine a se stesso e già ricco di tali meraviglie e risorse da non aver bisogno di aspirare a cose diverse e superiori.

L’uomo di oggi si chiede:

• perché credere nei miracoli ormai passati di moda?

• perché pensare al soprannaturale?

• perché rifugiarsi in un Paradiso senza consisten­za e senza scopo?

• perché attendere un amore futuro, quando di amori facili e immediati ce ne sono tanti sulla terra?

• perché attendere un bene eterno, correndo il pericolo di trascurare l'attimo felice presente, che è la sola realtà di cui ci è dato il possesso?

• perché rischiare di non godere dei beni terreni concreti, per attendere a beni futuri avvolti nel mistero?

In una parola: L’uomo moderno preferisce lasciarsi travolgere dalle facili attrattive dei sensi, anziché la­sciarsi trascinare dalle impalpabili delizie dello spirito.

 

B) L'ORIENTAMENTO DEL PENSIERO MODERNO

Il pensiero moderno ha tanti nomi e tanti orientamenti diversi e affini. Si chiamano:

- scientismo,

- tecnicismo,

- problematicismo,

- neopositivismo,

- materialismo storico,

- esistenzialismo...

sono tanti e con diversi contenuti, ma hanno un de­nominatore comune che li unisce nella negazione e nell'allontanamento dal trascendente e dal divino.

Essi sostanzialmente affermano che:

• Dio non esiste, o se esiste, è ben lontano dal preoccuparsi degli uomini e delle loro vicende presenti e future;

• la persona umana sulla terra non ha senso e non ha scopo: la sua vita è un cammino senza interessi e senza precisa destinazione;

• ciò che compie non ha alcun significato e nes­sun valore per il futuro;

• al termine della vita nessuno lo attenderà, e tanto meno ci sarà chi vorrà riconoscere e ricompensare ciò che ha fatto di bene sulla terra.

C) ALCUNE CORRENTI DI SPIRITUALITA’ DEL NOSTRO TEMPO

La spiritualità moderna, più concreta che teorica, in alcune sue correnti sembra contribuire a rallentare, anch'essa, lo slancio verso la Patria celeste.

Vi sono movimenti nella Chiesa che, pur annunciando il Paradiso, privilegiano l'attivismo caritativo e so­ciale a danno della preghiera e della riflessione mistica. Alcuni credenti sono divenuti dei "marxisti bianchi" che minimizzano, e a volte ironizzano, su talune scelte di vita contemplativa (come la clausura), prefe­rendo Marta a Maria.

Questi cristiani affermano che la contemplazione e l'attesa del Paradiso sono una conseguenza della mentalità medievale: occorre allontanare questa ere­dità del passato per una maggiore fedeltà al messag­gio evangelico.

Gli autentici discepoli di Cristo - essi dicono - devono essere più pratici che teorici; più impegnati a costruire un mondo migliore che a sognarne uno più lontano e distaccato.

E di conseguenza devono fare meno discorsi sul Paradiso e dedicarsi a rendere più accogliente e vivibile la terra.

 

2. Difficoltà oggettive

Sono le difficoltà che nascono dall'oggetto, cioè dal­la nozione stessa dei Paradiso e dal modo col quale esso viene normalmente presentato.

Il Paradiso cristiano è poco desiderato o addirittura rifiutato perché:

a) è considerato uno stato passivo e monotono, una specie di rifugio dove vige un forzato riposo, e non il luogo di una felicità attiva e dinamica.

Si dice: che noia sarà vedere sempre quel Volto, sem­pre quelle cose, sempre quelle persone, senza mai possibilità di cambiare! E che tristezza dover contem­plare quelle facce così poco simpatiche e gioiose che popolano le nostre chiese!

b) è un godimento individuale, riservato al singolo e non partecipato agli altri.

Non è accettabile un Paradiso dove il godimento è soggettivo, personale e individuale, da parte di un mondo così infatuato di socialità!

Non è possibile pensare sempre e solo alla "salvezza dell'anima mia", come se al mondo non ci fosse che "il mio insuperabile io"! Siamo tanti e non possiamo non godere insieme: gli uni con gli altri, gli uni per gli altri!

c) è una gioia troppo intellettualistica perché è capa­ce di appagare il solo intelletto e non tutto l'uomo.

Si dice: il pensiero classico, platonico e neoplatoni­co, considerava la verità come esistente al di fuori e al di sopra del mondo dei sensi, e quindi considerava il Paradiso come una pura visione dell'assoluta Verità e Bellezza. E così è anche per il pensiero cristiano.

Ma per noi, calati nella realtà sensibile, è tanto dif­ficile desiderare e amare le realtà astratte!

È difficile concepire un'eternità vissuta solo per conoscere e per guardare Dio! È impensabile un Paradiso presentato come appagamento di una sola facoltà, quella conoscitiva; e non di tutta la persona!

d) è una beatitudine soprannaturale, e quindi una realtà priva di rigore scientifico e di dimostrazione razionale: è più una favola consolatoria che un dato oggettivo e sicuro

Si dice: come può essere accettato un mondo futu­ro che non lascia possibilità di verifica?

Come può essere creduto un Paradiso dal quale nes­suno ha mai fatto ritorno per confermarci la verità di quanto crediamo?

Come può essere creduto un Dio che fa tante promes­se ma che non appare mai per svelarci totalmente il suo e il nostro mistero?

e) è un bene legato all'evento-morte, e quindi tale da non poter suscitare desiderio e attesa.

Si dice: la morte

- è un evento innaturale, devastante, assurdo,

- è la distruzione della persona,

- è l'umiliazione dell'uomo,

- è la separazione forzata dagli affetti più teneri... e allora:

come può attrarre un Paradiso lontano, quando per potervi entrare dobbiamo uscire dalla nostra casa e lasciare tutto ciò che è caro?

Vi è la diffusa convinzione che nessun Paradiso celeste, invisibile e astratto, potrà mai compensare il distacco da ciò che forzatamente dovremo lasciare in questo mondo, nel quale dobbiamo spesso piangere sì, ma tutto sommato, riusciamo a piangere... anche volentieri!

Per tutti questi motivi...

... il Paradiso è un Bene difficile da comprendere, da illustrare e da amare.

È tanto difficile che è possibile raggiungerlo solo at­traverso la fede.

Non c'è altra strada; non ci sono altri argomenti con­vincenti. E quindi:

• per fede, possiamo accettare l'esistenza e la natura del Paradiso;

• con la fede possiamo

- accoglierlo,

- amarlo,

- desiderarlo, come l'oggetto supremo delle nostre aspirazioni; come la sola luce che può illuminare e dare significato alla nostra tribolata esistenza terrena.



4.

MA È POSSIBILE CONOSCERE IL PARADISO?

Il tuo desiderio sia quello di vedere Dio;

il tuo timore sia quello di perderlo.

Il tuo dolore sia quello di non possederlo;

la tua gioia sia in ciò che ti può condurre a Lui. S. Teresa d'Avila

 

O Dio mio, vita mia, mio unico desiderio!

Che cosa cerco io nei cieli?

Che cosa desidero sulla terra?

Il Dio del mio cuore,

che sarà il mio possesso per l'eternità. L. Bloy

 

Ma è possibile conoscere il Paradiso?

Il Paradiso è un'esigenza generale

Non c'è popolo al mondo che non abbia avvertito o non avverta l'esigenza di una vita interminabile e feli­ce oltre la morte.

Lo attestano antichi inni e codici sacri, voci di eroi e di sapienti, riti e sacrifici, a volte infantili e primitivi, a volte più originali ed elevati.

È stato detto giustamente che «è più facile trovare popoli senza città o casa o scuole o leggi o scrittura, che trovare un popolo senza il suo paradiso».

L'esigenza di un Paradiso felice, alla fine della vita presente, nasce dall'istintivo desiderio

- di felicità,

- di perfezione,

- di giustizia,

- di immortalità.

È un desiderio insopprimibile, perché radicato nel profondo del cuore; e nessuno è riuscito o riuscirà a sradicarlo, anche nelle condizioni di vita migliore. Naturalmente, in ogni civiltà e tempo, si sono cercate spiegazioni e risposte, ma quante opinioni diverse e fantasiose! Quante credenze stravaganti! Quante teo­rie prive di fondamento razionale!

Per cui viene ovvia la domanda:

Ma è possibile conoscere il Paradiso?

Sì, è possibile! Ma non certamente col solo lume della ragione e della logica umana!

Trattandosi di un mistero soprannaturale, il Paradiso lo conosce solo Dio; e lo possono in parte conoscere coloro ai quali Egli vuole rivelarlo. È possibile quindi conoscerlo solo accettando la divina Rivelazione.

C'è infatti una sostanziale differenza fra le Religioni naturali e la Religione cristiana:

• le Religioni naturali contengono quelle cono­scenze che nascono dalle ricerche delle persone umane (noi diremmo dal basso) che tentano di conoscere Dio e il suo mistero;

• la Religione cristiana nasce come adesione alla Rivelazione che viene direttamente da Dio (dal­l'alto), e svela cose che inutilmente gli esseri umani cercano di scoprire con le loro sole forze naturali.

Potremmo dire che gli uomini, da soli, possono giun­gere alle porte del Mistero, ma solo aderendo alla Verità rivelata riescono a entrare nel Mistero stesso. Dio si è incaricato personalmente di svelarci il mi­stero dell'altra vita, attraverso una serie di interventi che hanno avuto il loro momento culminante nell'in­vio di Gesù Cristo.

Queste opere e rivelazioni divine sono fedelmente documentate dalla Bibbia, che contiene ben 400 rife­rimenti al Paradiso.

Il privilegio di poter "vedere" prima del tempo

L'intervento di Dio ci dispensa da ricerche faticose, e ci solleva dalle difficoltà e dai rischi che esse com­portano.

La ricerca umana procede per sentieri oscuri, senza mai giungere a certezze e sicurezze definitive.

Le sue conclusioni sono

- incerte,

- insicure,

- relative.

Quale uomo può annunciare con autorità, e con infal­libile certezza, le realtà che appartengono a un mondo lontano, oscuro e indefinibile?

I dati della Rivelazione invece sono

- sicuri,

- completi,

- illuminanti,

- pacificanti.

Soltanto Dio può rivelarci Verità note solo a Lui; e so­lo Lui, con la sua Autorità, può garantirci che esse so­no infallibilmente vere!

È sempre incerto, insicuro e relativo ciò che nasce dall'uomo! Ma è sicuramente certo, luminoso e as­soluto ciò che proviene da Dio!

E credere a ciò che Dio rivela è già come vedere Dio prima del tempo, cioè prima di poterlo contempla­re in Paradiso!

Dice S. Leonardo da Porto Maurizio: «l'anima sem­plice di un uomo credente e pio scopre la verità me­glio di tutti i sapienti del mondo». Ed è vero: non sco­pre tutto e del tutto, ma giunge a intuire cose supe­riori all'umana comprensione.

 

Solo attraverso la fede si può conoscere e accettare il Paradiso

Non resta che affidarsi alla fede e lasciarsi condurre da essa. Altre strade non ci sono!

La conoscenza e la voglia del Paradiso sono quindi solo questione di fede!

Afferma P. Vincenzo Benetollo: «con la fede Dio pe­netra nell'intelligenza umana e vi lascia un seme di conoscenza superiore. La fede non umilia la ragione, ma la esalta, perché la rende partecipe di una cono­scenza soprannaturale, superiore a ogni sapere umano, anticipando la visione di Dio».,

L'essere umano senza la fede rimane prigioniero del suo universo, cioè delle cose materiali, dei suoi senti­menti, dei peccati, dei dolori, delle gioie, del tempo e di tutti i limiti che gli impone la natura.

Solo la fede può abbattere questi muri e liberare le persone da questi limiti, perché con essa si aderisce a Dio, che rivela il senso della vita presente e dischiude le porte della vita eterna.

Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «la fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica che è il fine del nostro pellegrinag­gio terreno».

Allora vedremo «faccia a faccia», «così come Egli è».

La fede, quindi, è già l'inizio della vita eterna: «fin d'ora contempliamo come in uno specchio, quasi fos­sero già presenti, le realtà meravigliose che ci rivelano le promesse e che, per la fede, attendiamo di godere».

La fede

La fede è adesione alla rivelazione non per l'evidenza della verità rivelata, ma per l'autorità di Colui che la rivela.

Il solo motivo per cui si accoglie la Rivelazione è l'Autorità di Dio. Questa Autorità è la massima in assoluto perché Dio è l'unico che non può né ingan­narsi né ingannare.

Chi aderisce a Dio nella fede è assolutamente certo di non incorrere in alcun errore, anche minimo, per­ché con la fede si raggiunge quella certezza che nessuna scienza sperimentale può donare.

Dice ancora il Catechismo: «la fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, le verità della fede posso­no sembrare oscure, ma la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale».

La fede soprannaturale dunque:

- non è un'idea o un oggetto più o meno vago;

- non è un'opinione che ci facciamo leggendo il giornale o ascoltando le esperienze degli amici;

- non è un convincimento personale e interiore più o meno stabile e verificabile;

- non è il risultato di un qualunque esperimento scientifico, perché gli esperimenti della scienza propongono verità naturali e, quindi, non asso­lute e definitive.

La fede soprannaturale è un dono che viene dal­l'alto, perché solo dall'alto può provenire ciò che su­pera le forze umane.

Nessuna forza esterna può produrre la fede!

Essa è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa.

Perché si possa credere, è quindi necessaria la Gra­zia, che previene e soccorre, apre gli occhi della men­te e muove il cuore, infondendo la dolcezza nel con­sentire e nel credere alla verità.

Intelligenza, volontà e grazia

La fede è un atto umano e divino insieme.

Nasce dalla chiamata divina e dalla risposta umana. Per rispondere, la persona è sostenuta dalla Grazia, ma deve collaborare con la sua intelligenza e con la sua volontà.

Con l'intelligenza, vede l'opportunità di credere, ma è la volontà che interviene a comandare l'adesione a una Verità che resta oscura, anche se assolutamente certa.

La fede è quindi

• un atto dell'intelligenza,

• comandato dalla volontà,

• sollecitato e sostenuto dalla Grazia, che pre­viene e accompagna.

Questa risposta divina-umana è adesione a Dio nel segno della libertà e dell'amore.

Nasce dalla fiducia che sostiene un'obbedienza data senza pretesa

- di vedere,

- di toccare,

- di verificare una verità che, per ora, resta invisibile e oscura.

 

La libertà di credere o di non credere

Durante la sua vita terrena Gesù ha dato testimonian­za alla Verità, ma non l'ha mai imposta.

Ora invita l'uomo alla fede e alla comunione con sé e con il Padre, ma non lo obbliga in nessun modo. Nella sua vita terrena Gesù ha reso testimonianza alla Verità, senza mai obbligare gli ascoltatori ad accettare per costrizione il suo messaggio.?

Dice ancora P. Vincenzo Benetollo: «Dio chiede, ma non impone di fidarsi di Lui, e quindi di offrirgli "l'obbedienza della fede".

Con la Rivelazione, Dio:

- mostra agli uomini il loro ultimo fine: questa è la Fede;

- si propone come un Bene raggiungibile: questa è la Speranza;

- suggerisce il modo per raggiungerlo: questa è la Carità.

Chi non vuole accettare la Fede, lo fa perché non vuole dipendere da Dio, e, ovviamente, perché si fida più di se stesso che di Lui! ».

L'ateismo è una fede in negativo

L'ateismo è anch'esso una fede, ma in senso negativo, perché è la fede nel nulla: è adesione a tante schia­vitù che affliggono le persone:

- il denaro,

- il potere,

- le apparenze,

- il piacere,

- la noia,

- l'assurdo,

- la morte.

Scrive J. Guitton, a proposito della sua conversione: «si trattava di scegliere fra il nulla (che è assurdo) e il mistero. Sartre scelse il nulla, e io preferii il mistero. Ho avuto d'improvviso la coscienza intensa di questo mistero e della libertà. Sentii il combattimento tra la fede e l'incredulità. Fu il momento più solenne della mia vita, perché salvandomi dall'assurdità, salvavo la libertà, che esiste quando ci si subordina al mistero. Dio non prende la nostra libertà: è esattamen­te il contrario!

Allargando la vita umana all'infinito, Dio dona la sola libertà vera: l'altra è una verità bugiarda! ».

 

Fede e Paradiso

Il Paradiso è uno dei dogmi fondamentali e centra­li della nostra fede.

È l'esaltante chiamata della persona umana alla co­munione eterna con Dio, attraverso la visione della sua essenza.

Nulla vi può essere di più importante, di più affa­scinante, di più confortante!

L'apostolo Paolo ne è così fortemente colpito da esclamare: «quelle cose che occhio non vide, né orec­chio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano».

Ma volendo illustrare i contenuti di questa incredibile realtà, l'apostolo è costretto ad affermare che non a tutti è dato di capire, ma solo a chi ha determinati requisiti.

E afferma: solo la persona pneumatica, e non la per­sona psichica, può comprendere quel Paradiso che egli è giunto a intravedere.

Dio, prima che all'intelligenza, si rivela al cuore.

Ed è attraverso l'amore, che la persona è portata a cercarlo.

Ed è per questo che l'intelletto può essere condotto al sapere sconfinato della fede solo se diretto da una volontà già orientata, anzi innamorata del Bene da raggiungere.

Si può dunque concludere

• «che la Fede è una luce suprema,

- che manifesta verità supreme,

- che richiede un amore supremo,

- per condurre alla felicità suprema».

Questa felicità suprema, raggiunta con la fede e con l'amore, è il Paradiso.

E solo attraverso la fede e l'amore lo si può cono­scere e conquistare!

Francesco d'Assisi: il Santo che giunse in Paradiso cantando

Si legge che S. Francesco d'Assisi, giunto alla fine della sua vita, pregò i suoi frati che gli leggessero "il Cantico del sole" [di Frate Sole]. E mentre essi can­tavano, egli si unì a loro con la sua debolissima voce, aggiungendovi il versetto che esalta Sorella Morte. Appressandosi poi l'ora estrema, con insolito vigore, si mise a cantare il Salmo 141, e quando giunse alle ul­time parole «strappa dal carcere l'anima mia, perché mi attendono i giusti», Sorella Morte gli spense la voce. Francesco morì quindi cantando, felice di raggiungere quella meta che era stata l'anelito di tutta la sua vita. Era vissuto, infatti, con tanta VOGLIA di Paradiso!

Questo racconto che

• per gli atei è una follia,

• per i benpensanti una stranezza,

• per i peccatori un mistero, descrive i sentimenti propri di una qualsiasi persona che, dopo aver lasciato inutili riserve e discussioni, si abbandona con fiducia e con amore fra le braccia del Padre, trasformando la morte nel momento... più atte­so e felice!

Perché questa è la morte per l'uomo di fede: l'ingresso felice nella patria tanto attesa!



5.

TANTI NOMI, TANTI SIMBOLI

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra...

Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme...

Ecco la dimora di Dio con gli uomini...

Egli... tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno... Apocalisse 21, 1-4

 

Nella casa del Padre mio vi sono molti posti... Io vado a prepararvi un posto;

quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me,

perché siate anche voi dove sono io. Giovanni 14, 1-3
 

Tanti nomi, tanti simboli

La beatitudine finale e definitiva, che è il massimo dono del Padre, viene descritta nella Bibbia con di­verse espressioni e parole. Le principali sono:

- Paradiso,

- Cielo,

- Regno dei Cieli,

- Gerusalemme nuova,

- Casa del Padre,

- Vita eterna.

Cerchiamo di coglierne il significato, incominciando dal termine più comunemente usato che è il Paradiso.

Paradiso

Con la traduzione detta "dei Settanta", entrò nella Bibbia il termine paradeisos, che viene dal persiano pardés e significa giardino.

Nelle religioni del Medio Oriente il termine paradiso era usato per esprimere lo stato felice degli dèi che si pensava vivessero, come gli uomini potenti della ter­ra, in palazzi sontuosi, circondati da giardini bagnati da acque copiose e da alberi lussureggianti, fra cui l'albero della vita.

La Bibbia si adegua alla mentalità dell'epoca e usa queste immagini per descrivere la felicità alla quale il Creatore ha destinato la creatura da Lui preferita, che è la creatura umana.

Nella Rivelazione il termine Paradiso è usato per in­dicare:

• il primo delizioso luogo della dimora divina dove «Dio passeggiava alla brezza del giorno» fra alberi lussureggianti che sono citati come simbolo di vita e di fecondità»;

• l'abitazione ideale della prima coppia umana, in una felicità sconfinata che richiama le carat­teristiche dell'età aurea descritta dall'antichità classica;

• una felicità perduta, a causa del peccato ori­ginale che segna tutte le generazioni lasciando nel cuore umano una profonda e insopprimibile nostalgia;

• un Bene ricuperato in Cristo Gesù Redentore e Salvatore di tutti gli esseri umani.

Questo bene, che nel linguaggio e nel contenuto ri­chiama beni terreni deliziosi e grandemente appetibi­li, sulla bocca di Gesù assume invece un carattere di felicità eterna e soprannaturale: «oggi sarai con me in Paradiso».

Il Paradiso diventa quindi per i credenti l'obiettivo primario della loro vita, segnata certamente dalla strug­gente nostalgia per il paradiso perduto, ma sostenuta dalla speranza di raggiungere il Paradiso futuro.

 

Cielo

Il termine cielo nella Bibbia indica due cose:

1. la volta celeste che si distende sulla terra, e quindi la sede delle nuvole e delle stelle. Questa volta celeste costituisce, con la terra, l'intera creazione;

2. la dimora di Dio; lo spazio riservato a Lui, il suo Santuario, il suo trono.

Se il cielo è la dimora di Dio,

• il cielo si apre quando Dio si rivolge agli uomi­ni, e quando gli uomini vi debbono entrare;

• dal cielo Cristo è venuto sulla terra; e dal cielo verrà di nuovo nel mondo per giudicarlo e tra­sformarlo;

• dal cielo Dio manda il suo Spirito; e dal cielo di­scendono gli Angeli per portare gli ordini divini. Questa concezione ha sempre creato, e continua a creare, non pochi malintesi, perché quando la scien­za ha allargato i confini della terra e, sotto e sopra, "ha sfrattato" Dio perché non l'ha trovato, l'uomo si è posto la domanda:

- ma dov'è Dio?

- dov'è la sua effettiva dimora?

- dov'è il suo Paradiso?

È nota l'affermazione del primo astronauta russo: «sono salito molto in alto, ho cercato in tutti i modi di trovare la sede di Dio, ma non ho trovato proprio nul­la! Dio in cielo non c'è, perché se ci fosse, in qualche modo l'avrei incontrato! Come sono ingenui coloro che ci credono!».

Dio e il Paradiso sono proprio in cielo?

Gli uomini hanno sempre pensato al cielo come alla dimora stabile di Dio; lo hanno cioè immaginato come dimorante in un luogo alto, sovrastante la terra e tanto distante da dover fare molta fatica per poterlo raggiungere.

Hanno cioè localizzato le sfere celesti come un domi­cilio stabile, circoscritto, lontano e riservato a Dio e ai suoi eletti.

Ma è proprio così?

Per rispondere a questa domanda occorre sapere che Dio è qualitativamente distinto da ogni altro essere vivente e da ogni altra cosa.

Ora, stando così le cose, è assolutamente impossibile riuscire a trovarlo con quegli strumenti e con quegli esperimenti che sono propri delle cose e delle espe­rienze umane.

Se Dio è diverso, come è possibile che sia oggetto di ricerche scientifiche, e come è possibile che venga collocato in spazi e territori che hanno dimensioni geografiche, storiche e ambientali?

Dio quindi:

• non è legato a un determinato spazio;

• non è localizzato oltre le nuvole e le stelle, così che, salendo in alto, lo si possa incontrare o non incontrare;

• non si identifica con un pezzo di mondo distin­to da altri pezzi, ma, pur essendo sostanzial­mente distinto da ognuna delle sue creature, è presente:

- in ogni luogo,

- in ogni creatura,

- con ogni creatura,

così come l'anima è tutta presente, anche se distinta, in ogni parte del corpo, anche la meno importante.

Perché, allora, la Bibbia dice che "Dio è in alto", "è nel cielo"?

La Bibbia usa queste espressioni non solo per ade­guarsi alla mentalità comune e al linguaggio corrente, ma anche e soprattutto,

• per esprimere la Maestà di Dio;

• per indicare la sua elevatezza sul mondo;

• per significare che Egli è il Principio creativo e attivo di ogni cosa, mentre la terra, che è in basso, è segno dell'oscuro, del tenebroso, del pesante, del passivo;

• per evidenziare la sua Personalità, che viene a essere potentemente affermata perché protesa verso l'alto, o discendente dall'alto.

La Sacra Scrittura quindi, quando usa le parole cielo o cieli, non intende esprimere giudizi sulla natura o sulla struttura del cosmo, ma semplicemente trasmettere messaggi divini attraverso parole e concetti comuni alla cultura e al linguaggio dell'e­poca in cui fu rivelata e scritta.

Andare in cielo Dio dunque

- non è legato a un luogo,

- non si identifica con una parte del mondo,

- non è in cielo o in terra.

Quando diciamo che Dio è in cielo, intendiamo dire che è un'Entità diversa dalla terra, e che è elevato al di sopra e al di fuori di essa.

Il termine cielo

- diventa così sinonimo di Dio,

- designa la speciale natura di Dio,

- può essere usato al posto di Dio.

L'espressione andare in cielo significa andare a Dio, ma non andare da Lui in un determinato spazio geo­grafìco e circoscritto.

Il cielo è là dove è Dio, e quindi ovunque.

L'affermazione l'uomo va in cielo è quindi indipen­dente

- da qualsiasi concezione,

- da qualsiasi mutazione,

- da qualsiasi progresso delle cose e del mondo.

È un'affermazione che era valida al tempo in cui fu scritta la Bibbia, e resta valida oggi in cui le cono­scenze scientifiche e le cose sono notevolmente cam­biate.

Andare in cielo significa, dunque, anzitutto, andare a Dio, iniziando una nuova forma e un diverso modo di esistere, differente da quello terreno.

Uno stato o un luogo?

Da quanto abbiamo detto, il cielo è anzitutto non un luogo, ma un nuovo modo di esistere.

Ma potrebbe essere anche un luogo?

Sicuramente sì, perché coloro che partecipano delle forme della vita celeste sono legati allo spazio, spe­cie dopo la risurrezione corporale, perché non posso­no essere onnipresenti.

Dice lo Schmaus: «certo l'uomo, giunto alla perfezio­ne celeste, non soggiace più, come l'uomo pellegrino sulla terra, alle leggi del tempo e dello spazio. Tut­tavia resta limitato a un determinato spazio.

La natura di questo vincolo spaziale è difficile da determinare. Si deve comunque dire che agli spiriti dei trapassati viene affidato uno spazio determinato in cui esprimere il proprio modo di vivere. Essi hanno, come gli angeli, un campo limitato di azione. E così si deve ammettere che la comunità dei beati è legata a un luogo di vita comunitaria.

Tuttavia, il Paradiso non può essere fissato in una determinata parte del creato.

Alla questione della localizzazione del Paradiso non può essere data una risposta: con buona pace degli studiosi, i quali sanno che questa localizzazione non appartiene alla sostanza della fede».

Vita eterna

Più importante della sua localizzazione, è la questione della comprensione della natura del cielo.

La Sacra Scrittura quindi descrive il cielo più come una forma perfetta di vita, che come un luogo. Chiama questa nuova forma:

- vita eterna,

- vita divina in Dio,

- salvezza eterna,

- pace infinita,

- gioia e corona di gloria,

- regno di Dio,

- convito di festa,

- banchetto di nozze,

- eredità e comunione con Cristo,

- luce,

- riposo,

- visione di Dio,

- visione beatifica.

«Quando la Bibbia usa espressioni spaziali, le usa a modo di immagini, come quando S. Paolo, parlando della luce inaccessibile in cui Dio abita, la chiama "terzo cielo"».

 

Regno dei Cieli

Giungere al Regno dei cieli significa raggiungere Dio. Ma siccome la persona va a Dio solo quando Dio viene a lei, l'avvento del Regno si realizza quando Dio stesso viene nel cuore umano e lo trasfigura con la sua grazia.

Il Regno dei cieli è dunque la partecipazione alla vita divina, che si attua accogliendo Cristo nella pro­pria esistenza.

La vita futura e la vita presente sono quindi stret­tamente connesse e stanno in questo rapporto:

• la vita presente è la semina; la vita futura è il raccolto,

• la vita presente è il pellegrinaggio; la vita futura è la patria,

• la vita presente è la tenda; la vita futura è la casa,

• nel presente la vita divina è velata, nel futuro invece è pienamente manifestata.

Che cosa resta velato in questa vita?

Rimane nascosta l'infinita ricchezza che già posse­diamo, e che si rivelerà solo nella vita futura.

Dice Giovanni: «quale grande amore ci ha dato il Pa­dre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo real­mente! Noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Il Regno di Dio sulla terra è quindi presente come bene nascosto; nel cielo, sarà presente, come bene pienamente rivelato.

 

Gerusalemme celeste

La vita futura eterna e festosa è detta anche Gerusa­lemme celeste.

Nella Bibbia, Gerusalemme ha tre significati:

• la città geograficamente situata nella Giudea, in Palestina: è la città santa, perché sede del Tempio di Dio, nel quale si custodiva l'Arca dell'Alleanza.

- a Gerusalemme e al Tempio gli ebrei saliva­no ad adorare e a offrire i sacrifici a Jahvé;

- a Gerusalemme Gesù è morto e risorto, ha fondato la Chiesa; ha dato avvio all'espan­sione della fede nel mondo;

• la figura e il simbolo della Chiesa, alla quale, secondo la profezia di Isaia, affluiranno i popoli provenienti da ogni angolo della terra; ­

• la figura del Paradiso, che viene chiamato dall'Apostolo Giovanni Nuova Gerusalemme: «Io, Giovanni, vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il 'Dio-con­loro'. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"».

 

Casa del Padre

La Bibbia afferma anche che ogni persona, morendo, giunge alla Casa del Padre.

Questo sarà il luogo e lo stato dove raggiungerà la sua completa realizzazione.

Finché non sarà arrivata alla casa paterna, la creatura sarà sempre in cammino.

Quando vi sarà giunta, var­cherà la soglia della patria e non sarà più in terra stra­niera.

La vita da emigrante che deve condurre, sarà finita. Qui rimarrà per sempre.

La casa del Padre non sarà una tenda provvisoria per un riposo fugace, una l'abitazione permanente pre­parata per i figli di Dio rimpatriati dopo il lungo viag­gio terreno.

Ci è difficile concepire la vita futura!

Il cielo è un mistero del quale possiamo parlare solo con immagini e paragoni.

Data la nostra condizione, possiamo usare solo affer­mazioni analogiche, cioè tali da esprimere le realtà celesti solamente in parte.

Non dimentichiamo che la vita celeste, che è il perfet­to avvento del Regno di Dio nell'uomo, comporta quella speciale unione con Dio, che si ottiene non so­lo con la ricerca, ma anche e soprattutto con l'amore a Cristo, nello Spirito Santo.



6.

IL PARADISO E’ COMUNIONE CON CRISTO

Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato... prima della creazione del mondo. Giovanni 17, 24

 

Il vincitore sarà vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi Angeli. Apocalisse 3, 5

 

Il Paradiso è comunione con Cristo

«Oggi sarai con me in Paradiso»

Bibbia alla mano, in umile ascolto e rinunciando ad aprioristiche opinioni, sforziamoci di accogliere ciò che Dio ha voluto rivelarci sul Paradiso.

Le parole che più ci colpiscono sono quelle con le quali Gesù illustra l'esistenza e i contenuti fondamen­tali del Paradiso.

Sono le parole proferite sulla croce, poco prima di morire.

Racconta l'evangelista Luca: «Uno dei malfattori ap­pesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Sal­va te stesso e anche noi!".

Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio benché condannato alla stessa pena? Noi giusta­mente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso"».

In poche semplici parole Gesù dice l'essenziale:

l. oggi: cioè subito, senza attendere tempi più o meno lunghi, senza aspettare la fine del mondo e la risurre­zione dei corpi;

2. sarai con me, cioè in mia compagnia, in intima comunione di amicizia e di amore. Sarai dove sarò io: e staremo e godremo insieme;

3. in Paradiso: in un luogo e in uno stato di delizie, dove cesseranno, finalmente, tutte le sofferenze della vita presente.

Ecco dunque la principale rivelazione: in Paradiso saremo in comunione piena e definitiva con Cristo! La promessa fatta al ladrone pentito vale per tutti co­loro che nel Giudizio finale saranno ritenuti degni di entrare in Paradiso.

Gesù dirà "venite benedetti...", e li introdurrà perso­nalmente nel suo Regno.

E nella comunione con Lui avranno gioia piena e felicità senza fine.

Piena comunione con Cristo

Essere con Cristo è la massima perfezione e la massima felicità.

Essere lontani da Lui è la maggiore di tutte le infe­licità.

Dove è Gesù, è il Paradiso; dove Egli manca, è l'in­ferno.

Proprio per questo, il diacono Stefano, mentre moriva sotto i colpi delle pietre, guardava sorridente il cielo, pregustando la gioia di incontrare Gesù.

Nella vita terrena, siamo già uniti a Cristo, ma per­cepiamo solo confusamente questa unione. Inoltre non possiamo vederlo, perché manchiamo dello strumento necessario per vedere il Signore glorifi­cato. Siamo come un cieco che non percepisce i me­ravigliosi colori del bel quadro che ha fra le mani. Quando raggiungeremo il Paradiso, invece, incon­treremo Cristo, che ci svelerà, finalmente, il suo volto.

Lo vedremo

- immediatamente,

- direttamente,

- personalmente,

e subito saremo coscienti della nostra comunione con Lui.

Non ci sembrerà vero di poter vedere e abbraccia­re quel Gesù che è stato l'oggetto di tanti sospiri, di tante preghiere, di tante scelte faticose, di tante rinun­ce, di tanti sacrifici, di tante speranze e anche di tanti dubbi e paure!

E saremo felici di constatare che le molte speranze non erano un'illusione; e che la nostra fiducia nell'in­visibile era stata molto bene riposta!

 

Un incontro che non ci deluderà

L'incontro con Gesù non porterà alcuna delusione, come invece spesso accade fra persone umane.

Egli supererà tutte le attese, perché Egli è diverso da chiunque altro: in Lui, infatti, è tutto l'amore che il Padre ci vuole donare.

La vita del cielo è la partecipazione alla sovranità di Cristo, che è il Signore del cielo e della terra. E se giungeremo a incontrarlo nella sua persona pienamen­te manifestata, sperimenteremo che Cristo ci darà ciò che il nostro cuore ha desiderato per tutta la vita.

Tutto il cammino terreno è stato un viaggio verso questa persona, senza averla mai potuta vedere.

In Paradiso saremo pieni di stupore, quando scoprire­mo che tutte le cose belle erano solo un'ombra, e che l'unica realtà era proprio Lui, e solo Lui!

La morte diverrà amica e sorella, perché sarà il pas­saggio che ci apre alla comunione con Gesù.

Così pensava l'apostolo Paolo, che prigioniero in Ro­ma e in attesa del processo era lieto di scrivere: per me vivere è Cristo, e la morte un guadagno... infatti la cosa migliore è quella di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo.

Colui che sarà degno del Paradiso sperimenterà im­mediatamente ciò che già sapeva, e cioè che Cristo è per noi il pane, la vita, la luce, la verità, la via.

Cristo è il pane

Gesù, per illustrarci la sua piena comunione con noi nella patria celeste, usa la similitudine del pane. Cristo dice di essere il pane, il pane vero, il pane buono.

È il pane che solo può saziare la fame più intima e profonda: la fame del cuore e dello spirito.

La nostra vita è caratterizzata da una continua fame, ma nel tempo presente possiamo vivere solo di desi­derio.

Gesù promette: io vi darò un pane che sazierà la vo­stra fame profonda, come il pane terreno sazia la fame corporale.

E moltiplica i pani, sfamando la folla, come segno di una realtà futura in cui tutti saranno pienamente e definitivamente saziati.

Giunge poi a trasformare il pane terreno nel suo Cor­po e nel suo Sangue per farne il cibo per la fame spirituale dei suoi figli e fratelli.

Ma anche questo pane non sazia perfettamente: solo in Paradiso diverrà Pane vero per appagare total­mente e definitivamente la nostra fame.

Solo in Paradiso potremo sederci a quel gustoso ban­chetto preparato e servito personalmente da Lui.

 

Cristo è la vita

Gesù ha detto inoltre di essere la vita.

Noi amiamo la vita e aneliamo a farla crescere e ad arricchirla.

Desideriamo goderla in pienezza, senza amarezze e delusioni, ma purtroppo il nostro desiderio di godere non è mai pienamente soddisfatto:

- né dai beni materiali,

- né dal successo nella professione e nel lavoro,

- né dall'amore,

- né dalle amicizie,

- né dal danaro,

- né dagli onori,

- né da qualunque bene pur ambito e prestigioso.

La nostra vita è perennemente segnata dall'insoddi­sfazione, dalla tristezza, e spesso dalla depressione.

Non esiste un momento nel quale possiamo dire di essere pienamente felici e quindi totalmente appagati.

Perché?

Perché nessuna persona e nessuna cosa si identificano con quella pienezza di vita e quindi di felicità alla quale aspiriamo.

Gesù dice: solo io vi posso appagare; io e non altri, perché io sono la Vita, la Vita piena e sicura! Ciò che voi chiamate vita è solo un riflesso della Vita che sono io!

La vostra vita è povera e caduca, ma se crederete in me essa diventerà piena e perenne.

Per avere una vita piena, dovete essere uniti a me, come il tralcio deve essere unito alla vite e all'albero, per vivere e fiorire.

Questa vita divina è già presente e operante nella vita terrena, ma sarà pienamente manifestata e possedu­ta in quella futura.

Allora godremo la gioia di sentirci immersi in lui, nostra vera e unica Vita.

 

Cristo è la luce

Alla vita si collega la luce.

Cristo è la luce vera: la luce che allontana le tenebre, che vince l'errore, che smaschera l'ipocrisia, che scaccia il peccato.

La luce rischiara e illumina il mondo, ma ogni luce terrena può scacciare l'oscurità solo temporaneamen­te e parzialmente.

E anche quando è piena e splendente, come nel sole, non può concedere alla persona umana quel fulgore di cui ha bisogno per comprendere se stessa, e per per­correre le vie dello spirito e del cuore.

Per soddisfare queste aspirazioni occorre un sole diverso da quello visibile, c'è bisogno di una luce che faccia conoscere le verità che sono al di fuori e al di sopra della realtà terrena, che è troppo parziale e relativa.

Solo Cristo può dare questa luce!

Solo Lui, che viene dal profondo della vita trinitaria può trasmettere la Verità di Dio, e con autorità divina. Il credente unito a Cristo nella sua vita terrena è già un illuminato da Lui, ma nella vita beata compren­derà pienamente tutta la Verità, immergendosi nella luce essenziale che è Dio, visto a faccia a faccia! In Paradiso si adempirà ciò che Paolo scriveva ai Corinzi: «Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la cono­scenza della gloria divina, che rifulge sul volto di Cristo».

 

Cristo è la verità

Dio, che «abita in una luce inaccessibile», è divenu­to accessibile in Cristo. In lui, quindi, «possiamo vedere il Padre».

Ma durante questo tempo della vita terrena la realtà divina, pur accessibile, continua però a rimanere velata.

Nell'esistenza celeste, invece, l'incontro con Cristo avverrà in modo diretto e senza alcuna sovrapposi­zione.

Noi ci incontreremo con la Verità nella sua gloria e ne saremo dominati. E così la nostra fame di verità sarà pienamente saziata.

Cristo è la via

Cristo, nell'esistenza celeste, sazierà pienamente e definitivamente la nostra fame di pane di vita, di luce e di verità.

Ma c'è di più: l'incontro con lui sarà anche la Via al Padre, che è il termine ultimo del nostro «andare a Dio».

Perché non è solo il Maestro che indica la Via per arrivare al Padre, ma è la stessa Via, che deve essere percorsa per arrivare al Padre di tutti. Gesù lo afferma esplicitamente: «io sono la Via!».

Noi accogliamo il suo invito, accostandoci a lui nella fede.

Ma fin che siamo nella fede non possiamo conoscere pienamente l'essenza di questa Via: la conosceremo completamente in Paradiso, quando ci sarà dato di conoscere che Lui solo è la "porta" d'accesso all'in­timità del Padre.

Ed essendo la Via obbligata al Padre, Egli ha il diritto di disporre liberamente della casa paterna e di introdurvi coloro che gli sono uniti.

In questa casa invita gli amici:

- al banchetto della gioia,

- al convito di festa,

- alla tavola di Dio,

dove Egli stesso siederà a mensa e servirà i commensali.

Al termine del viaggio terreno Egli assicura una meta felice: Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

 

Cristo è il nostro tutto

Il Paradiso, quindi, prima che un luogo o qualcosa di grandioso e di bello, è una Persona: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Verbo Incarnato; e, con lui e per lui, il Padre e lo Spirito Santo.

Scopo della vita, perciò, è solamente Cristo. Giacomo Cusano, il santo palermitano della carità, così illustra la felicità dell'incontro con il Salvatore: «Gesù Cristo è nostro, tutto nostro, e abbracciarlo sarà la somma gioia. Egli è la nostra letizia, la nostra pace, la nostra esaltazione, il nostro gaudio, il nostro deside­rio, il nostro pensiero, la nostra vita, il nostro alimen­to, la nostra forza, la nostra sostanza, la nostra speran­za, la nostra felicità, il nostro Dio, il nostro Tutto».



7.

IL PARADISO È VEDERE DIO COME È

In Paradiso «videbimus, amabimus, gaudebimus, vacabimus»: vedremo, ameremo, godremo, ci riposeremo. Il vedere è la premessa; l'amare è l'essenza; il godere è la conseguenza; il riposare è un'esigenza. Da S. Agostino

 

Saremo inebriati d'amore, saremo immersi, sommersi, perduti in questo oceano d'amore che non ha limiti e non ha confini. S. Elisabetta della Trinità

 

Il Paradiso è vedere Dio com'è

La persona umana, nella sua vita terrena, non può vedere Dio

L'occhio umano non può vedere Dio, perché manca dello strumento adeguato.

La persona non può contemplare il volto del Creato­re, perché Egli la trascende infinitamente.

La mente umana non è in grado di conoscere l'inti­ma natura di Dio, ma attraverso le opere da lui com­piute può soltanto giungere a scoprirne l'esistenza e a intuirne alcune proprietà.

Quando Mosè chiese a Jahvé di poterlo vedere, si sentì rispondere: «tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo».

E quando Filippo domandò a Gesù di mostrargli il Padre, ebbe questa risposta: «chi ha visto me, ha visto il Padre»: parola consolante, ma non tale da appagare il desiderio dell'Apostolo che avrebbe voluto vedere Dio non attraverso la Persona umana di Gesù, ma in modo diretto e immediato.

L'apostolo Paolo, che era stato "rapito al terzo cielo", afferma che Dio «abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere». E le sue parole sono l'eco dell'insegnamento di Gesù, che invitava i discepoli ad accogliere con umiltà la sua parola, fondando la loro adesione non sull'eviden­za delle cose, ma unicamente sulla sua Autorità divi­na, che confermava con i miracoli.

La Chiesa si è ripetutamente espressa su questo argo­mento in vari documenti, e principalmente nei Concili Lateranense V (1215) e Vaticano I (1870), i quali sostanzialmente affermano che Dio non può essere:

• né visto,

• né racchiuso,

• né compreso entro alcun concetto o alcuna for­mulazione,

e che quindi resta per tutti invisibile e irraggiungibile.

 

Quando e come la persona potrà vedere Dio?

L'uomo può vedere Dio solo se Lui glielo concede, dotandolo di un dono soprannaturale, senza del quale non è possibile alcuna visione superiore.

Ed è incredibile sapere che questo dono all'uomo è già stato concesso, perché Dio, nella sua infinita liberalità, per pura sua grazia, gli è venuto incontro, elevandolo a una condizione di vita e di conoscenza che trascende infinitamente quella creaturale.

È il dono della Grazia, che ha due aspetti diversi e complementari:

• nella vita terrena, è elevazione e partecipazione alla stessa vita di Dio, e si chiama "lumen Gratiae" (luce che nasce dalla grazia);

• nella vita futura, è capacità di vedere Dio come Egli è; di contemplarlo nel suo mistero, nella profondità del suo essere, e si chiama "lumen Gloriae" (luce che proviene dallo stato di gloria). Per quanto riguarda la vita futura, l'apostolo Giovanni dice: «sappiamo però che quando Egli si sarà manife­stato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è».

E l'apostolo Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto».

Nell'Apocalisse leggiamo: «i suoi servi lo adoreran­no; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte».

Dunque:

- conosceremo Dio come Lui si conosce;

- lo ameremo come Lui si ama;

- godremo di Lui come Egli gode della sua felicità.

Questa elevazione e partecipazione alla stessa vita di­vina sono ciò che di più alto e affascinante si possa immaginare.

Ciò che è stato definito

La persona umana dunque, elevata e arricchita del dono soprannaturale della Grazia, potrà vedere Dio e contemplarlo in eterno "così come egli è".

Ma in quale modo e con quali limiti?

La Chiesa si è espressa con vari interventi, rivolti a confutare errori e false interpretazioni.

Il Papa Benedetto XII precisa: «i beati... contempla­no l'essenza divina con una visione intuitiva, senza che alcuna creatura si interponga come mezzo e og­getto direttamente contemplato.

L'essenza divina si mostra loro

- senza veli,

- senza oscurità,

- senza ostacoli.

E così le anime dei trapassati, per tale contemplazione e godimento, sono veramente beate, e hanno una vita eterna e un eterno riposo».

Il Concilio di Firenze aggiunge: «i beati vedono lo stesso Dio, uno e trino, quale Egli è».

Il Concilio Vaticano II: «i beati godono della gloria celeste, contemplando chiaramente Dio, uno e trino, quale Egli è».

E Papa Paolo VI: «noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite attorno a Gesù e a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse, nella beatitudine eterna, vedono Dio come Egli è».

La Chiesa dunque «gelosamente custodisce e aperta­mente proclama» la chiamata degli uomini e delle donne a partecipare alla vita di Dio e a entrare nel suo gaudio eterno.

In questa fede troviamo:

• il segno più eloquente dell'amore infinito di Dio, e

• il fondamento insostituibile della dignità umana e del ruolo prestigioso della creatura umana nel Progetto divino della creazione.

 

Chi e che cosa vedono i Beati?

I Concili di Firenze e Vaticano II precisano che «i beati vedranno Dio Uno e Trino, quale Egli è». Scrive S. Francesco di Sales: «il nostro intelletto ve­drà Dio "faccia a faccia", contemplando con uno sguardo di presenza vera e reale la sua essenza divina, e, in essa, tutte le sue infinite bellezze, e quindi

- l'onnipotenza,

- la somma bontà,

- la infinita sapienza,

- la somma giustizia,

- e tutto il rimanente abisso delle perfezioni».

Non sarà la visione di un Dio solitario e muto, ma di un Dio eternamente dinamico, che genera il Figlio, e con il Figlio "spira" lo Spirito Santo, che è l'Amore fatto Persona divina.

Scrive ancora S. Francesco di Sales: «il nostro cuore si inabisserà nell'amore, ammirando la bellezza e la dolcezza dell'Amore che l'Eterno Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, al di sopra di ogni umana comprensione, praticano fra di loro divinamente ed eternamente». Scrive Pio del Corona: «le nostre anime in Paradiso saranno "tante piccole Trinità", perché anche noi conosceremo Dio come Dio conosce se stesso e ame­remo Dio come Dio ama se stesso. Non saremo sem­plici spettatori, ma partecipi della vita trinitaria: col Padre pronunceremo il Verbo; con il Padre e con il Figlio spireremo lo Spirito Santo. Vita beata sarà per noi l'equivalente di vita trinitaria».

Con quale strumento?

Ma con quale strumento o mezzo umano potremo ve­dere Dio?

Evidentemente, con lo strumento creato e donato da lui: il così detto "lumen gloriae".

Esso è l'elevazione soprannaturale dell'intelletto, per il quale le persone diventano capaci di cogliere intuitivamente l'essenza divina. Attraverso questa luce superiore, esse potranno vedere quello che natu­ralmente non potrebbero mai vedere.

Dice il Salmo 36: «alla tua luce vediamo la luce». Con il "lumen gloriae" Dio si impossessa delle facol­tà umane, dando loro la capacità di vedere e di amare con quella conoscenza e con quell'amore con cui Egli conosce e ama se stesso.

Naturalmente questo lumen viene comunicato in ma­niera proporzionata alle possibilità del beato, per­ché se Dio irrompesse su di lui con tutto il suo calore e con tutta la sua luce, egli ne rimarrebbe fulminato e accecato.

Sarebbe come accade ai nostri occhi quando sono in contatto diretto con il sole.

Esclama S. Francesco di Sales: «quale dolcezza, mio Dio, per l'intelletto umano, essere unito per sempre al suo Oggetto sovrano, e non per riceverne solo la rap­presentazione, ma la stessa Presenza; non alcuna immagine o specie, ma l'Essenza stessa della divina Verità e Maestà».

«Totum sed non totaliter»

Il "lumen gloriae" dà la possibilità di conoscere l'es­senza divina come essa è, senza alcun intermediario. Dio ci introduce nei misteri della sua vita profonda, mostrandoci Se stesso.

Eppure, nonostante ciò, Egli non può essere pene­trato pienamente e totalmente da nessun intelletto umano.

Egli resta sempre incomprensibile, perché è infinito nella sua perfezione, sconfinato nel suo oceano del­l'essere.

I beati, per dare un esempio, sono come coloro che ascoltano un pezzo di musica: tutti ascoltano il brano prescelto, ma ognuno lo comprende e lo gode più o meno a seconda del suo orecchio e della sua prepara­zione musicale.

Nella penetrazione dell'infinito e insondabile oceano divino, i diversi gradi di gloria saranno così propor­zionati ai diversi gradi di grazia dei singoli beati.

Il "lumen gloriae" sarà quindi proporzionato al "lumen gratiae".

Il grado di beatitudine eterna dipenderà solo dal grado dell'amore: quell'amore che veramente conta e che non verrà mai meno; quell'amore che fonda il grado di maggiore o minore appartenenza a Dio.

Nel cielo vi sarà una sola nobiltà e una sola gran­dezza: quella dell'amore!

Ed è per questo che Maria, in Paradiso, è al di sopra degli Angeli, anche se il suo intelletto, in quanto esse­re umano, è inferiore a quello angelico!

Saremo tanto più grandi e felici quanto più saremo ricchi di grazia e di amore!

 

Una felicità perfetta, ma non uguale per tutti

Sembra che ci sia contrasto tra una felicità perfetta per tutti, ma non uguale per tutti; ma ciò è solo appa­rente. La contraddizione è risolta in modo originale e simpatico da Paolina, sorella di S. Teresa di Gesù Bambino. Scrive la Santa in Storia di un'anima: «Una volta, quand'ero bambina, mi stupivo che in Cielo il buon Dio non desse uguale gloria a tutti gli eletti, e temevo che non tutti fossero felici.

Allora Paolina, la mia sorella maggiore, mi disse di andare a prendere il grande bicchiere di papà e di metterlo a fianco del mio piccolo ditale; poi mi disse di riempirli d'acqua e infine mi chiese quale dei due fosse più pieno. Le risposi che erano pieni sia l'uno che l'altro e che era impossibile mettere più acqua di quanto ciascuno ne potesse contenere.

Mia sorella mi fece allora capire che in Cielo il buon Dio avrebbe dato agli eletti tanta gloria quanta ne potevano contenere e che in questa maniera l'ultimo di essi non avrebbe avuto nulla da invidiare al primo».

 

La visione beatifica sarà monotona e passiva?

C'è chi si chiede: la vita del Paradiso, che è pura con­templazione, diverrà monotona e quindi noiosa? Risposta: il contemplare il Paradiso non è come assi­stere a uno spettacolo con occhio e cuore distaccato, ma un partecipare con tutta l'anima a un'infinita realtà vivente a noi intimamente legata.

La SS. Trinità ha una vita sommamente dinamica, e i Beati, entrando in contatto con essa, diventano par­tecipi di questa attività, sempre nuova e sempre sor­prendente.

Il Paradiso non è un luogo di riposo e di stasi, una un continuo evolversi

- nella conoscenza,

- nell'amore, e, quindi,

- nel godimento.

D'altra parte, proprio perché Dio è infinito e noi siamo finiti, non ci basterà un'eternità per esaurire la sua infinita potenza, scienza, bontà e perfezione. Il Paradiso è

- l'incontro,

- l'abbraccio,

- il colloquio,

- il banchetto familiare,

- la contemplazione senza fine,

- la perfetta comunione con Dio nostro Padre, che non cesserà di stupirci e di dilettarci della sua bellezza «sempre antica e sempre nuova» (S. Agostino).



8.

IL PARADISO E’ GIOIA PARTECIPATA E CONDIVISA

Il Paradiso è la città di Dio e dell'uomo. Viene dopo la terra, ma viene dalla terra, ed è il frutto del nostro impegno e del nostro amore. C'è un legame tra storia ed eternità; fra l'al di qua e l'al di là; fra la terra e il cielo; fra coloro che sono ancora quaggiù, e coloro che già sono lassù. V. Messori


 

La parola sempre sarà la felicità degli eletti; la parola mai l'infelicità dei reprobi. S. Elisabetta della Trinità
 

Il Paradiso e gioia partecipata e condivisa

Insieme felici

1 Beati del cielo, anche se sono totalmente immersi nella più profonda comunione con Dio, non perde­ranno la loro identità.

Anzi: solo in Dio la raggiungeranno pienamente.

Il mistero della persona non sarà né confuso né scalfi­to in Paradiso, ma sarà felicemente consolidato nel più alto grado.

La Sacra Scrittura dice che ogni Beato riceverà un nome che apparterrà a Lui solo e che non potrà essere scambiato con altri nomi: un nome che nessuno cono­sce all'infuori di chi lo riceve.

Ognuno si realizzerà non solo nella visione beatifica di Dio, ma anche nell'unione con tutti gli altri beati. Un vincolo di comunione, animato dallo Spirito San­to, li abbraccerà e li unirà tutti.

Gesù, per illustrarci questa comunione, ha usato l'im­magine del convito, dove i Beati staranno a mensa con tutti coloro che vi sono già seduti. A questo convito di festa, Egli servirà personalmente i com­mensali, compiendo quei gesti di attenzione e di amore che sono tipici delle famiglie unite e felici.

La gioia di essere tutti felicemente e definitivamente uniti sarà la condizione indispensabile per la beati­tudine completa di tutti i beati.

La comunione terrena

I vincoli di amore, di amicizia e di parentela in cielo verranno purificati e consolidati.

Sulla terra, invece, i legami si stringono generalmen­te fra poche persone.

Nei casi più frequenti le persone vivono in uno stato di continua agitazione e di forte tensione che le espone al duplice rischio

- di chiudersi in se stesse, soggiacendo all'egoi­smo; oppure

- di abbandonarsi a relazioni misere e degradanti.

Ma esistono casi di amicizia più profonda e intensa. La più alta forma di comunione si attua nel matrimo­nio, che è la comunione piena e indissolubile di un uomo e di una donna.

L'amicizia e la comunione matrimoniale, per quanto possano essere profonde, non riescono mai a superare i grandi limiti imposti dal carattere di ciascuno e dalle difficoltà delle diverse personalità.

Permangono quindi, anche fra amici ideali e fra spo­si "perfetti", stati e momenti di incomprensione, di turbamento e anche di solitudine.

La persona terrena non riesce a ottenere quel grado di comunione perfetta e stabile alla quale aspira e che le sarebbe così conveniente.

La comunione nell'amicizia e nell'amore, sulla terra, è una delle più forti aspirazioni, ma, purtroppo, è dif­ficilmente raggiungibile e resta segnata da forti limiti e da frequenti delusioni.

 

La comunione celeste

I limiti e le delusioni non esisteranno in cielo. La comunione fra i Beati sarà libera:

- da ogni egoismo,

- da ogni limite,

- da ogni stanchezza,

- da ogni invidia.

I Beati, purificati ed elevati, saranno creature nuove, dotate di facoltà di conoscere e di amare ben superiori alle possibilità terrene.

Si apriranno l'uno all'altro in modo perfetto, senza annullarsi e senza confondersi.

Pur restando gelosamente se stessi, ognuno circon­derà l'altro di mutuo rispetto e di venerazione, senza invidie e competizioni.

Ciascuno conserverà il suo "io" personale, che è unico e irripetibile, e quindi il suo intimo e impenetra­bile mistero; il mistero dell'uno però non sarà un mistero doloroso per l'altro, ma un mistero di gau­dio illimitato.

Ogni beato, libero da tutti gli egoismi, sarà felice per la perfezione dell'altro, e gioirà della sua stessa gioia, condividendola con amore.

Rivedremo i familiari, i parenti e gli amici

Sarà particolarmente intensa la comunione con le per­sone con le quali abbiamo avuto speciali rapporti di amicizia e di parentela.

Rivedremo

- i genitori,

- lo sposo, la sposa,

- i nonni,

- i figli,

- i parenti,

- i superiori,

- gli amici,

- tutti coloro che abbiamo aiutato, e dai quali siamo stati in molti modi beneficati.

Rivedremo coloro che hanno condiviso con noi le gioie, le sofferenze, le responsabilità e gli impegni della vita.

Quando ci ritroveremo, per iniziare insieme quella co­munione di felicità che non avrà fine, sperimenteremo ciò che fu detto da un antico poeta: «nella morte ci di­vidiamo, ma solo per essere un giorno uniti più intimamente, più divinamente, in pace con Dio, in pace con noi e in pace con tutti».

Questa particolare comunione nella gioia nasce dal fatto che la vita nuova, che ci è data in Cristo, non distrugge la natura, ma la eleva e la sublima.

Saremo dunque tutti nella gioia, e l'intimità che avremo con la più ristretta cerchia dei parenti e degli amici non toglierà nulla alla comunione con tutti gli altri Beati, perché la capacità di amare verrà incre­dibilmente potenziata e dilatata.

Sarà quindi bella, gioiosa e appagante la felicità di ri­trovare i propri cari, così dolorosamente rimpianti dopo i laceranti distacchi di molte separazioni terrene! Sarà finalmente ricomposta quella comunione innatu­ralmente e spesso violentemente infranta dalla cru­deltà della morte.

Nulla ci potrà turbare

La comunione felice fra gli eletti non potrà essere turbata:

• dalla presenza di coloro che in vita non ci furono amici o addirittura ci furono nemici, perché in cielo essi saranno dominati dalla verità e dall'amore, e perciò liberi dai limiti e dalle passioni terrene;

• dal ricordo del passato, perché il male com­messo non sarà motivo di vergogna e di imba­razzo, ma di ringraziamento a Dio, che ha tra­sformato i peccatori in santi;

• dalla stanchezza e dalla sazietà di stare sem­pre insieme, perché da ciascuno fluirà quell'a­more inesauribile che Dio continuerà a riversare nel loro cuore.

Si verificherà così in modo perfetto ciò che dice F. Mayer: «i Beati vivranno senza mai stancarsi nella voluttà di amare e di essere amati, nella felice unione con Dio e nella comunione fra di loro, fondata in Dio, e in una primavera eternamente rifiorente e luminosa».

La comunione fra il cielo e la terra

La comunione che unirà i Beati si estenderà anche ai fratelli che sono ancora pellegrini sulla terra.

I Beati, benché usciti dalla storia, resteranno invisibil­mente uniti con coloro che sono in cammino verso l'eternità.

È il mistero della "Comunione dei Santi".

Siccome essi saranno liberi da ogni egoismo e già possiedono un immenso amore, potranno unirsi ai mortali con un'intimità che supera tutte le possibi­lità terrene.

Il loro amore verso di noi non sarà rivolto al raggiun­gimento di beni terreni e apparenti, ma al consegui­mento di quel vero bene che giova alla loro salvezza eterna.

Essi accompagneranno i viventi con la loro preghiera, e non solo intercederanno per loro, ma cercheranno anche di renderli partecipi della loro ricchezza.

A differenza dei mortali, che vivono gli uni accanto agli altri nell'indifferenza, nella diffidenza e spesso col cuore roso dall'invidia e dall'odio, essi si done­ranno senza riserve e senza calcoli, sinceramente protesi a ottenere il vero bene dei propri cari.

La Chiesa si affida alle preghiere di coloro che sono stati pellegrini sulla terra e che ora sono potenti pres­so Dio.

La Comunione dei Santi unisce così tutti con tutti, in quel Dio d'amore che è tutto in tutti.

«Con gli Angeli e coi Santi cantiamo l'inno della tua gloria»

Nel Prefazio della Messa lodiamo Dio con queste significative parole: «uniti agli Angeli e ai Santi can­tiamo senza fine l'inno della tua gloria».

Sono parole che confermano la certezza che la Co­munità celeste è davvero numerosa e multiforme. Tanto numerosa che Giovanni afferma di aver visto «una moltitudine immensa, che nessuno poteva conta­re, di ogni nazione, razza, popolo e lingua».

Il Paradiso è popolato, anzitutto, dagli Angeli e dai Santi, e prima fra tutti, da Maria, la Madre di Gesù. Maria è detta "Regina del cielo e della terra".

Di lei canta la Chiesa:

«Te beata, o Vergine Maria, esaltata sopra i cori degli Angeli. Tutta la Chiesa ti saluta:

Regina del cielo».

Il titolo di Regina le compete per la sua alta dignità di Madre di Gesù, re e centro dell'universo.

Essa è già gloriosa in Paradiso, anche con il suo corpo glorificato, come Gesù è già glorioso in cielo col suo corpo risorto.

Solo Gesù e Maria sono in Paradiso anche con il cor­po: i Santi invece solo con la loro anima, in attesa di ricuperare il loro corpo dopo che sarà risuscitato. Gli Angeli sono puri spiriti; sono miriadi e distinti nella dignità e nelle funzioni.

Hanno nomi diversi e si suddividono in diversi "cori", che si chiamano: Angeli, Arcangeli, Dominazioni, Troni, Principati, Potestà, Virtù, Cherubini e Serafini.

I Santi sono uomini e donne che hanno avuto un parti­colare ruolo nella "storia della salvezza" e che hanno esercitato le virtù cardinali e teologali in modo emi­nente.

Di alcuni conosciamo il nome, di altri l'appartenenza a gruppi definiti e particolari. Essi sono:

• nell'Antico Testamento: i Patriarchi, i Profeti, i "poveri di Jahvé", e «tutti i giusti che in pace con Dio lasciarono questo mondo».

• nel Nuovo Testamento: Giovanni Battista, Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Gioacchino, An­na, Simeone, il buon ladrone, gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Dottori, i Pontefici, i Vescovi, i Presbiteri, i Diaconi, gli Accoliti, i Lettori, i Religiosi, le Religiose, i Monaci, le Monache, gli Eremiti, i Missionari, e tutti i cri­stiani e le cristiane di qualunque età e condizio­ne, sia che siano stati canonizzati dalla Chiesa, sia che siano entrati in Paradiso nel più comple­to incognito.

Sarà motivo di grande stupore l'incontrare tanti e così illustri amici, e, soprattutto, sarà fonte di indici­bile gaudio il poter condividere quella gioia che essi riverseranno su di noi e sui nostri cari!

Sono toccanti le parole di S. Teresa del Bambin Gesù: «credevo e sentivo che c'era un cielo, e questo cielo era popolato di anime che mi amavano e che ani con­sideravano come loro figlia».

 

In Paradiso vanno anche Ebrei, Musulmani, Buddhisti, Indù... ?

Il Paradiso è per tutti.

Dice Paolo che il Signore Gesù «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità».

E la Chiesa nella Messa ci fa ricordare a Dio i defunti «dei quali Egli solo ha conosciuto la fede».

Tutti: e quindi anche coloro che in vita, senza cono­scere Cristo, hanno seguito una Religione diversa, e si sono comportati secondo la legge naturale e i principi contenuti in questa Religione.

Già nel 1863 Pio IX scriveva: «quelli i quali non cono­scono la nostra Religione, con l'aiuto della luce e della grazia divina, possono conseguire il Paradiso se osser­vano la legge naturale e i suoi precetti, ed essendo disposti a obbedire a Dio, conducono una vita onesta». Questi fratelli si salvano perché Cristo, che è l'unico Salvatore, è morto e risorto anche per Buddha, Confu­cio... e cioè per i fondatori delle varie Religioni che hanno tracciato vie diverse per raggiungere l'unico vero Signore, Creatore dell'universo.

 

Quattro autorevoli testimonianze

S. CIPRIANO, uno dei primi scrittori della Chiesa, ai cristiani perseguitati di Tibari scrive: «che grande e glorioso giorno spunterà per noi, quando il divino giudice con sguardo scrutatore peserà i meriti di ciascuno, manderà i colpevoli nell'inferno, e condannerà i nostri persecutori all'eterno calore della fiamma punitrice, e a noi porgerà il premio della fedeltà e del­la dedizione! Quale gloria, quale piacere quando ti sarà permesso di contemplare Dio, di godere della salvezza e della luce di Cristo, tuo Signore; e di salu­tare Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i patriarchi, gli apostoli, i profeti e i martiri, di rallegrarsi nel regno dei cieli delle delizie dell'immortalità con i giusti e gli amici di Dio, e ricevere ciò che nessun occhio ha mai visto, nessun orecchio ha mai udito, e non è anco­ra penetrato nel cuore di nessun uomo».

S. AMBROGIO, Vescovo di Milano, teologo e scrittore, maestro di S. Agostino: «i celesti attendono i loro amici ancora vivi, li accolgono quando entrano in cielo e fanno loro da scorta. In Paradiso sarà una grande gioia avere uno scambio con uomini così gran­di e veritieri».

S. GIROLAMO, grande cultore e traduttore della Bibbia: «coloro che entreranno nella comunità celeste incontreranno uomini che non hanno mai conosciuto e di cui non hanno mai sentito parlare, ma la cui ami­cizia apporterà loro una felicità assai più intensa di tutte le migliori energie terrene».

S. BERNARDO DI CHIARAVALLE, illustre monaco e scrit­tore illuminato: «quando penso ai santi mi sento arde­re da grandi desideri.

Il primo desiderio è quello di poter godere della loro dolcissima compagnia, diventando concittadino e familiare degli spiriti beati; di potermi trovare insie­me all'assemblea dei Patriarchi, alle schiere dei Profeti, al senato degli Apostoli, agli eserciti dei Martiri, alla comunità dei Confessori, ai cori delle Vergini, alla comunità di tutti i Santi...

Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipia­mo con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono.

Non dobbiamo soltanto desiderare la compagnia dei Santi, ma anche sentire la voglia di possedere la loro felicità, che diventerà anche nostra».

 

«Se mi ami, non piangere!»: un messaggio di gioia per chi sta soffrendo per la morte di una persona cara

«Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo;

se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento

in questi orizzonti senza fine, e in quella luce che tutto investe e penetra, non piangeresti!

Sono ormai assorbito dall'incanto di Dio, dalla sua sconfinata bellezza.

Le cose di un tempo sono così piccole e meschine al confronto!

Mi è rimasto l'affetto per te, una tenerezza che non hai mai conosciuto!

Ci siamo conosciuti e amati nel tempo: ma tutto era allora fugace e limitato!

Ora vivo nella serena speranza e nella gioiosa attesa del tuo arrivo fra noi.

Tu pensami così!

Nelle tue battaglie, pensa a questa meravigliosa casa, dove non esiste la morte e dove ci disseteremo insieme, nel trasporto più puro e più intenso, alla fonte inestinguibile della gioia e dell'amore. Non piangere, se veramente mi ami!».



9.

IL PARADISO E’ APPAGAMENTO, BEATITUDINE E PREMIO

In virtù della luce che ci è data in Cristo noi sappiamo di non essere capitati a caso nell'avventura enigmatica della vita. Noi sappiamo che il nostro vagare sulla terra ha una meta di felicità, che ci ripagherà di ogni disagio e di ogni sofferenza, quale che sia la nostra missione e la nostra collocazione nel mondo. Card. Giacomo Biffi

Non importa sapere quanti sono i giorni che abbiamo da vivere: l'importante è il modo con cui decidiamo di usarli e di viverli. Pascal
 

Il Paradiso è appagamento, beatitudine e premio

La Beatitudine, propria del Paradiso, è il massimo della felicità, perché appaga in modo sommo tutte le aspirazioni dell'uomo e lo fa pienamente felice per tutta l'eternità.

La Beatitudine, in intensità e durata, supera quindi le singole gioie che possono rallegrare per qualche tempo il cuore umano.

Il Paradiso è la beatitudine massima perché soddisfa le naturali aspirazioni della creatura umana che sono:

• il desiderio di conoscere Dio e la sua natura,

• il desiderio di giungere a una piena comunione con gli altri fratelli e le altre sorelle,

• il desiderio di conoscere e possedere l'universo in cui vive.

Agli inizi della creazione la persona umana ha cre­duto di appagare queste aspirazioni da solo, senza o contro Dio. Non ha voluto accettare la sua dipendenza da Lui, e si è ritrovata nel disordine e nello smarri­mento più assoluto.

L'ha ricuperata Cristo non solo riparando il peccato commesso, ma elevandola al di sopra della sua natu­ra, col dono della Grazia (lumen gratiae) e col dono del Paradiso (lumen gloriae).

La persona che aderisce a Cristo si trova così a gode­re di beni soprannaturali che non le erano dovuti. È avvenuto pressappoco quello che capiterebbe a un cieco al quale fossero dati non solo degli occhi sani, ma anche un cannocchiale potente per vedere oltre i limiti del normale potere della vista.

Attraverso il lumen gloriae, ogni persona può giun­gere alla piena comunione con Dio e con i fratelli nella gloria del Paradiso.

La Beatitudine del Paradiso comporta anche un'altra non piccola gioia: quella di poter giungere al posses­so dell'universo creato, superando i limiti e le diffi­coltà di quando era sulla terra.

 

La gioia di possedere il creato

In Paradiso il Beato potrà vedere in Dio tutti i segreti dell'universo.

L'essere umano quaggiù si tormenta nel tentativo di chiarire l'enigma dell'universo, senza mai poterlo sciogliere interamente.

Per quanto si spinga lontano, sia nella conoscenza del macrocosmo che del microcosmo, si trova sempre dinanzi a insuperabili meraviglie. Così è riuscito, ad esempio, a penetrare nell'essenza della materia e del­l'atomo, ma non è ancora in grado di spiegare la natura della materia.

In cielo, invece, ogni persona acquisterà la visione déi più profondi segreti delle cose.

E raggiungerà ciò che il lavoro scientifico dei vari mil­lenni ha sempre inseguito, senza poterlo mai afferrare. Ogni fatica è un piccolo progresso verso la futura contemplazione del mondo, ma la piena luce sarà pos­sibile in Paradiso.

Allora i Beati non avranno più bisogno di studiare faticosamente, ma penetreranno a fondo la creazione nella luce e con gli occhi di Dio.

Col loro sguardo l'abbracceranno nella sua totalità e nella sua profondità, e vedranno le singole cose in connessione col tutto.

Riconosceranno il contributo che ogni singolo ele­mento porta nell'ordine del cosmo, il grado e il posto che vi occupa, e anche il servizio che presta alla bel­lezza del tutto.

Saranno come inebriati nel penetrare i misteri del cosmo e della storia e, contemplandoli in Dio, potranno comprendere che essi sono il frutto gene­roso del suo mistero d'amore.

 

Un nuovo cielo e una nuova terra

La felicità del cielo non sarà un paradiso terrestre dei sensi. Tuttavia sarà presente tutto ciò che serve per la felicità, così che nessuna aspirazione alla gioia rimanga insoddisfatta.

Dopo l'ultimo giorno, Dio affiderà nuovamente all'u­manità la creazione, che intanto Egli avrà trasforma­ta in nuovo cielo e in nuova terra.

Allora l'universo servirà alle persone senza riserve, conferendo quella pienezza e sicurezza che nella loro sto­ria terrena non hanno potuto avere a causa del peccato. Gesù ha dato un'anticipazione della futura creazione quando ha compiuto i suoi miracoli:

- nel placare la tempesta, ha posto quella parte di natura al servizio degli esseri umani,

- nel moltiplicare i pani, ha indotto la natura a saziare gli affamati,

- nel risuscitare Lazzaro ha spinto quel corpo a riprendere la vita,

- nell'Eucaristia trasforma radicalmente il pane e il vino perché possano saziare la fame dello spi­rito, anziché quella del corpo.

La futura creazione, cioè il cielo nuovo e la terra nuo­va si offriranno a tutta l'umanità con tale familiarità, che nessuno si sentirà più estraneo e ogni creatura vivrà in pieno accordo con le altre creature. Ritornerà nel mondo la condizione del Paradiso terrestre, anzi sarà ancora più perfetta.

Tutto sarà restituito

L'intera vita umana è caratterizzata da una separazio­ne forzata e continua da cose e da persone amate. Ogni persona è costretta a perdere tutto ciò che vor­rebbe tenere saldamente stretto nelle sue mani. Questo distacco raggiungerà il suo punto culminante nella morte corporale, che segnerà la fine e il distac­co definitivo da tutto.

Ma l'ultima parola la dirà Dio!

Egli assicura che tutto verrà restituito alle persone in una forma diversa e migliore, perché nulla vada perduto di ciò che appartiene a loro.

Allora si compirà ciò che il poeta inglese Thompson mette sulla bocca di Dio che si rivolge alla persona umana che è sempre fuggita davanti a Lui: «ciò che ti ho tolto un giorno, non te l'ho tolto per farti del male: l'ho preso solo perché tu potessi cercarlo fra le mie braccia. Ciò che nella tua ignoranza fanciullesca crede­vi perduto, io l'ho conservato per te, perché tu lo goda nella patria vera. Levati, afferra la mia mano, e vieni!».

 

Ogni sofferenza cesserà

Nel mondo rinnovato cesseranno la fatica, la soffe­renza, le lacrime, le ansie e i lutti.

Tutto finirà e sarà trasformato in gioia.

Il veggente dell'Apocalisse consola i sofferenti per i giorni della tribolazione, proclamando l'avvento del futuro trionfo, e dice: «essi non avranno più fame né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».

E contemplando la Gerusalemme celeste sente una voce potente che grida: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"».

La Patria futura, il Paradiso promesso ai giusti por­rà così fine e per sempre al lungo ed estenuante cammino terreno contrassegnato da tanta sofferenza e da tanta fatica!

 

Ecco, io vengo per dare a ciascuno secondo le sue opere

Il Paradiso è dono gratuito di Dio, ma è anche premio, ricompensa, coronamento dell'impegno terreno. Sia Gesù che gli Apostoli usano frequentemente il ter­mine "retribuzione" che è l'equivalente di premio o ricompensa, prendendolo dall'Antico Testamento.

1. Nell'Antico Testamento

Dio dice ad Abramo: «Non temere. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande».

Isaia consola gli oppressi, assicurando che il Signore «ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è da­vanti a lui».

I Salmi uniscono gioia e ricompensa: «tua, Signore, è la grazia; secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo».

1 Proverbi: «Colui che veglia sulla tua vita lo sa, egli renderà a ciascuno secondo le sue opere».

La Sapienza: «I giusti vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e l'Altissimo ha cura di loro».

2. Nel Nuovo Testamento

Gesù parla sovente del premio riservato a coloro che si comportano in un modo retto, e soprattutto a coloro che lo seguiranno, anche col sacrificio della vita.

Le sue promesse riguardano la vita futura: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio», «grande è la vostra ricompensa nei cieli»; «Va', vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi»; a coloro che digiunano e pregano sarà riservata una grande ricompensa.

E quando promette un bene terreno, questo bene non lo considera definitivo, ma come caparra e presup­posto per l'eternità: «non accumulatevi tesori sulla terra... accumulatevi invece tesori nel cielo», perché la ricompensa adeguata è solo quella del Paradiso.

Gesù invita a lavorare, a servire e ad amare Dio non per la ricompensa, ma perché Egli è il Sommo Bene al quale tutto è dovuto; ma assicura che questa con­dotta sarà accompagnata da una ricompensa sicu­ra, perché Dio è fedele con coloro che gli obbedisco­no. Il prometterla e il darla è però solo un suo dono, così che, alla fine, ciascuno dovrà dire: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Paolo è fermamente convinto che ciascuno, alla fine, avrà ciò che si è meritato, perché il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere: tribolazione e angosce per chi fa il male; gloria, onore e pace per chiunque fa il bene.

Ed è pure convinto che la conseguenza del premio verrà solo dopo un grande impegno, come quello che mettono coloro che corrono nello stadio.

S. Giovanni ha diversi passi significativi nei quali:

• riporta le parole con le quali Gesù esige dal Pa­dre la ricompensa: «Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te»;»

• scrive al Vescovo di Efeso: «al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel Para­diso di Dio»;

• trasmette il grande annuncio del Signore: «Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere».

Vieni, servo buono e fedele. Venite, benedetti dal Padre mio

Dice S. Agostino che quando Dio ci premierà, non premierà noi, ma premierà i suoi doni, perché è Lui che ci aiuta a compiere il bene con la sua grazia.

Ed è vero, perché tutto proviene da Lui: il volere e la capacità di fare il bene.

Ha voluto fare di noi delle creature libere, e quindi la­sciarci quello spazio personale che ci rende respon­sabili e protagonisti delle scelte che facciamo. Questa verità è chiaramente dimostrata in due passi particolarmente significativi: la parabola dei talenti e il Giudizio che Egli emetterà alla fine:

• il padrone, che al momento di partire ha distri­buito somme diverse ai suoi dipendenti, è molto soddisfatto quando, al ritorno, verifica l'impe­gno di ciascuno ed esclama felice a chi si è seriamente adoperato: bravo! Vieni! Entra nel gaudio del tuo Signore!;

• il divino Giudice, che alla fine dei tempi sie­derà sul trono di gloria per giudicare tutta l'u­manità, pronuncerà un'irrevocabile sentenza di condanna o di vita.

Dirà a coloro che saranno trovati giusti: «Venite, be­nedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo». Quale invito più consolante di questo?

Quale gioia più completa che ricevere da Lui il "bi­glietto d'invito" per la felicità più completa?

Questa felicità del Paradiso si chiama beatitudine e racchiude in sé tutte le gioie di cui siamo capaci e che in queste pagine abbiamo cercato di illustrare.

 

La piena ed eterna alleanza

S. Agostino, nella conclusione della sua opera De civitate Dei, dice tra l'altro: «quanto sarà grande quella felicità in cui non vi sarà nessun male, non mancherà nessun bene, e si benedirà Dio, che sarà tutto in tutti!

Il Salmo afferma: beati coloro che abitano nella tua casa, Signore: essi ti loderanno nei secoli dei secoli. Lassù vi sarà la vera gloria, il vero onore, la vera pa­ce, il giusto premio.

L'oggetto del nostro desiderio sarà Colui che si ve­drà per sempre, si amerà senza fastidio, si loderà senza stanchezza... e sarà il gaudio perfetto».

Il motivo principale del gaudio sarà il possesso di Dio e la partecipazione al suo amore.

La comunione con Lui porterà alla più alta consola­zione, perché raggiungerà il massimo di perfezione e la più completa realizzazione del nostro essere umano.

Dio è l'Amore, e perciò quando l'io umano si incon­tra saldamente con il Tu divino, si incontra con l'Amore stesso.

La felicità della persona umana consisterà quindi nell'essere abbracciata dall'Amore.

Se Dio è l'Amore in Persona, è anche la Felicità in Persona, perché Amore significa Felicità.

Il Paradiso è l'incontro con la Felicità personificata. La vera beatitudine per l'uomo sarà quindi quella di potersi immergere nella felicità di Dio.

Nel Paradiso avverrà l'alleanza piena fra l'io umano e il Tu divino.

Dio avvolgerà il Beato e lo immergerà nel suo amore, ed egli sarà pienamente appagato e felice, perché vivrà dell'eterna Vita e dell'eterno Amore.

Tutto questo si verificherà in quel futuro prossimo o lontano che solo Dio conosce.

Ora viviamo nella "beata speranza" di poter raggiun­gere questo traguardo glorioso che il Padre ha prepa­rato per ciascuno noi.



10.

LA VITA COME ATTESA DEI BENI FUTURI

Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Lettera agli Ebrei 13, 14


 

La vita è come un ponte: lo devi attraversare, ma non pensare di costruirci sopra la tua casa, perché la tua stabile dimora è altrove. Proverbio Cinese
 

La vita come attesa dei beni futuri

Il pensiero del Paradiso ti cambia la vita

La descrizione del Paradiso suscita entusiasmo e stupore. Troppo bello per essere vero!

Ma troppo impegnativo per essere accolto! Impegnativo, perché?

Perché Gesù ha detto: «I1 mio regno non è di questo mondo»; «non accumulatevi tesori sulla terra ma nel cielo»; e l'apostolo Giovanni ci ha assicurato che «que­sta è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna». Queste parole sono sconvolgenti ed esplosive! Se sono vere, tutto cambia, tutto deve cambiare:

• il modo di concepire la vita,

• il modo di valutare le cose,

• il modo di accettare il dolore,

• il modo di giudicare le persone, gli eventi, la storia.

Se sono vere, il Paradiso diviene:

• lo scopo per cui si vive,

• il punto di riferimento finale,

• l'oggetto della "beata speranza", che sorregge i passi e le azioni dell'incerto vagare terreno.

Se esse sono vere, il Paradiso si presenta come l'uni­co e insostituibile faro che illumina ogni cammino umano, l'unico immutabile valore capace di imprezio­sire una qualsiasi esistenza, anche la più umile e la più insignificante.

 

La vita diventa un cammino

Se la Patria vera è il Paradiso, sulla terra siamo solo di passaggio.

La vita terrena è un cammino con una sola destina­zione: l'eternità beata.

Per questo, la virtù della Speranza che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno è detta la virtù

- dell'esilio,

- della strada,

- della tenda.(L'apostolo Paolo dice: «essere sciolto dal corpo per essere con Cristo... sarebbe assai meglio»; «siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal cor­po e abitare presso il Signore».

L'atteggiamento di chi vuole comportarsi da saggio, e soprattutto da cristiano, dovrebbe essere quello di inserirsi pienamente nelle realtà terrene, ma tenen­do lo sguardo e il cuore rivolti alle realtà celesti nelle quali è riposta la vera gioia.

Dovrebbero diventare familiari due verbi-chiave:

• camminare,

• abbandonare.

Sono i verbi che connotano la nostra condizione umana nella quale siamo continuamente sospinti a lasciare la tenda passeggera del corpo, per entrare in quella definitiva del cielo.

Siamo sempre in cammino; sempre nella condizione di non poterci affezionare definitivamente alle perso­ne, ai luoghi, al tempo in cui viviamo, perché siamo costantemente orientati verso la meta che ci attende.

La vita è attesa

Se il nostro stato definitivo non è quello presente, ma quello futuro, nel quale avremo beni inimmaginabili e superiori a ogni aspettativa, la nostra vita dovrebbe essere:

• una trepidante attesa,

• una gioiosa vigilia,

• una felice aspettativa dell'unica e attesissima festa che è l'Eternità, cioè il Paradiso.

I veri cristiani attendono perciò con ansia e gioia, vigilando e pregando.

Attendono, con fiducia, che si realizzi la «beata spe­ranza».

La fiducia è accompagnata dal timore di non riuscire a raggiungere beni tanto ineffabili e trascendenti. L'apostolo Paolo ci invita a considerare il rischio al quale siamo esposti, e a non scoraggiarci di fronte alle difficoltà che incontriamo, perché «il momenta­neo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne».

È attesa sospirata

Ma c'è di più: non dovremmo solo attendere, ma anche

- desiderare,

- bramare,

- sospirare la dissoluzione del nostro corpo mortale, per potervi costruire sopra la dimora definitiva.

L'Apostolo descrive il cristiano come una persona che geme nelle doglie del parto, e che quindi vive in uno stato di sofferenza e di travaglio.

Chi ci fa poi sospirare è lo Spirito Santo che abita in noi, e che per questo è chiamato «caparra della nostra eredità».

Egli ci spinge a sospirare la morte come desiderio intenso del vero e definitivo domicilio nel quale ogni nostra brama sarà appagata.

È attesa ansiosa

La Rivelazione aggiunge un ulteriore verbo: correre incontro; e ci dice che dobbiamo correre incontro alla meta con quell'impazienza che caratterizza l'ur­genza di arrivare presto.

L'apostolo Paolo prende l'esempio del corridore, che corre velocemente, non vedendo l'ora di giungere al traguardo.

E l'apostolo Pietro invita il credente a comportarsi in modo conforme alla condizione di chi attende con im­pazienza la venuta del Signore, che ormai è vicino. Il giorno di questa venuta è detto la "Divina Parusìa", ossia la gloriosa manifestazione del Signore, il quale verrà non solo per incontrarci, ma anche per creare cieli nuovi e terra nuova, nei quali "abiterà la giustizia".

I beni promessi sono meravigliosi ed esaltanti: come non sentire un'incontenibile voglia di affrettarsi a raggiungerli?

 

È l'attesa dell'unico valore che conta

Dal giorno in cui all'orizzonte della nostra esistenza, è apparsa la novità della vita eterna come valore asso­luto, tutto ciò che è contingente e relativo passa al secondo posto, perché diventa un fine secondario, o addirittura un non-valore.

I beni terreni, pur avendo una loro intrinseca impor­tanza, acquistano pregio nella misura in cui con­tengono un riferimento al Bene assoluto e alla vita eterna.

Il vero bene e il vero male non si definiscono in base alla nostra sensibilità, ma perché incidono in senso positivo o negativo per la vita futura.

La disgrazia, per dirla col Manzoni, «non è patire ed essere poveri: la disgrazia è il far del male».

Così, tanto per esemplificare, un dissesto familiare, un insuccesso, una malattia non sono più da conside­rare un vero male: sono un male sì, ma un male "per modo di dire", perché l'unico vero male è la perdita, anche minima, del capitale di vita divina che ogni azione proietta nell'eternità.

L'involucro esterno del nostro corpo, al confronto, è da ritenere di così poca importanza che, secondo l'Imitazione di Cristo, deve essere considerato quasi un nulla.

È questo, del resto, il pensiero di Gesù che nella cele­bre parabola del ricco Epulone contrappone la felicità del povero Lazzaro nell'altra vita all'effimera soddi­sfazione dell'Epulone gaudente che se la spassa sulla terra.

Dice Paolo: «il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non pian­gessero ... quelli che comprano, come se non posse­dessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni ». Dobbiamo abituarci a vedere le creature e le cose in trasparenza e con i contorni sfocati, perché

- il fissare,

- l'assaporare, e

- l'ascoltare,

sono atteggiamenti che devono essere riservati all'unico vero Bene che è Dio eterno!

Un'attesa di breve durata

Tutto ciò che passa e finisce, anche se dura molti anni, rapportato a ciò che non passerà e non finirà mai è da considerarsi breve.

Dice Giovanni Capolutti: «tutto è breve, ma nulla è più breve della vita».

Tutto scorre velocemente, ininterrottamente, silenzio­samente.

Per questo la divina Rivelazione considera la vita:

• un breve momento,

• una tribolazione momentanea,

• un vapore che appare un istante e che poi scompare.

Sul portale d'ingresso del Duomo di Milano è scritto: «tutto quello che piace, è solo per un momento; tutto quello che turba, è solo per un momento; importa solo ciò che è divino ed eterno».

«La vita presente» dice S. Teresa d'Avila, «è una notte cattiva passata in un cattivo albergo».

Se la notte passa in fretta e l'albergo non è definitivo, perché preoccuparci eccessivamente dell'abitazio­ne terrena che è provvisoria, della quale non abbia­mo la proprietà, e che non possiamo cambiare?

Ciò che conta è terminare il viaggio e giungere alla casa sospirata.

Un'attesa piena di gioia

Paolo dice che noi, pur essendo già stati salvati, sia­mo ancora nella speranza, in quella speranza che, per fortuna, non ci potrà deludere.

Nel concetto di speranza è racchiuso anche quello di gioia, perché chi spera, già incomincia a godere di ciò che spera.

Dio, con un atto di infinita bontà, per garantirci che ci darà il Paradiso, ce ne ha dato un pegno, o me­glio, una caparra, che è lo Spirito Santo che è in noi e in noi rimane.

Dice S. Pietro: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' afflitti da varie prove... esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime».

Tutto dunque deve essere permeato di gioia, perché tutto è sorretto e illuminato dalla presenza dello Spiri­to Santo e del Signore risorto.

Tutto: anche il dolore, anche la croce!

Dovremmo vivere nell'atteggiamento di George Cor­tois, che, dalla carrozzella sulla quale vive da anni, senza prospettive di guarigione, non esita a scrivere: «ho costantemente

- la mente rivolta al Paradiso,

- il cuore racchiuso nel Tabernacolo,

- il corpo confitto sulla Croce, ed è per questo che mi sento incredibilmente felice».

Tutti o solo pochi, in Paradiso?

Nessuno può saperlo, perché è un segreto conosciuto solo dal Padre.

Sappiamo però, con certezza, che:

• Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha ria­perto per tutti le porte del Paradiso, chiuse a causa del peccato originale. La sua morte fu una grande festa per i giusti che attendevano con impazienza la sospirata liberazione. Dopo quel­la "discesa agli inferi", si aprirono le porte del cielo.

• Il Paradiso è ora offerto a tutte le persone che, direttamente o indirettamente, anelano alla felicità eterna; ed è assicurato anche a quelle che seguono in buona fede le indicazioni essen­ziali della legge naturale e della Religione a cui appartengono.

• Tutte le persone sono invitate, attese, solleci­tate, ma nessuna vi può essere introdotta con la forza o con la violenza. Vi sono persone che non vogliono entrarvi e che quindi fanno scelte completamente diverse: Dio rispetta il loro rifiuto, anche se conosce le devastanti conse­guenza di certe scelte negative.

• Il Paradiso è dato a coloro che, non solo libe­ramente lo scelgono, ma orientano la loro vita ad attenderlo e a prepararlo.

• Nessuno può entrarvi senza saperlo e gratui­tamente: il Paradiso è dono, ma anche conqui­sta personale sofferta e sudata.

• Il Paradiso non potrà essere dato a coloro che conducono una vita lontana e distaccata, orientata ai soli beni terreni, perché il Paradiso non nascerà dal nulla, ma continuerà e svilup­perà le cose belle e buone che abbiamo voluto, amato e fatto in questa vita.

Dice S. Cipriano: «Come possiamo pretendere di ave­re onori e premi da Dio, se lo incontriamo tanto di mala voglia?».

Dio accoglierà e premierà ogni sua creatura che lo avrà cercato e amato in vita, e lo avrà desiderato in morte.



11.

LA TERRA PUÒ ESSERE IL PARADISO ANTICIPATO

Gli uomini implorano dagli dèi la felicità, e non pensano di avere in mano, essi stessi, gli strumenti per generarla. Democrito


 

Non esiste una strada al cui termine ci attende la felicità.

La felicità è la strada stessa che percorriamo. W. Dyner

 

La terra può essere il Paradiso anticipato

La vita terrena è solo attesa del Paradiso futuro, o può essere già, di per se stessa, un anticipo di Paradiso?

È l'una e l'altra cosa!

• è attesa e preparazione del Paradiso celeste, e, insieme,

• è una piccola goccia di Paradiso, per chi sa accogliere la vita nel modo dovuto.

È, insieme "una valle di lacrime", e un cammino co­stellato di "mille fiori e di mille gioie".

La vita è un grande dono, il massimo dono!

E quando si dice vita non si intendono una vita terre­na e una vita celeste, ma:

- una sola vita,

- l'unica vita, che si svolge in due fasi diverse: la fase terrena e la fase celeste.

La vita è una sola ed è eterna!

Incomincia sulla terra, al momento del concepimento materno, e si protrae oltre la morte, senza cambiare identità. Ed è tutta bella, anche se vissuta in modo diverso, perché è ripiena di quei doni che, al momen­to della morte, non andranno perduti, ma saranno purificati, elevati e resi stabili per sempre.

I magnifici doni che fanno bella la vita

Sono tali e tanti da suscitare sorpresa e stupore: basta saperli scoprire! Basta saperli gustare con intelli­genza, con moderazione, con equilibrio e con amore.

1. A livello naturale sono doni preziosi:

- l'intelligenza,

- la volontà,

- la libertà,

- l'amore,

- l'amicizia,

- la salute,

- la bellezza,

- la casa,

- il lavoro,

- il successo,

- lo splendido mondo che ci circonda, formato da­gli elementi naturali quali il sole, l'aria, il mare, i monti, le piante, gli animali, i fiori...

Tutto è bello e tutto è nostro, creato per noi, perché possiamo goderne a piacimento, nell'ordine voluto dal Creatore.

Chi sa intuire il valore di questi doni può "fare una bella vita", può gustare la gioia di esistere, può go­dere momenti di incredibile felicità.

Nessuna esistenza è tanto povera da non poter offrire qualche possibilità, anche minima, di assaporare atti­mi di Paradiso!

2. A livello soprannaturale sono incommensurabili doni:

- la Grazia, e quindi

- la fede,

- la speranza,

- la carità,

- i Sacramenti,

- la Parola di Dio,

- la guida dei Maestri della fede,

- la comunione con i fratelli,

- la preghiera...

Sono tutti doni che:

• elevano l'uomo,

- lo trasformano,

• gli fanno fare un salto di qualità,

• lo fanno figlio di Dio,

• lo rendono partecipe della vita del Signore risorto,

• lo innalzano a collaboratore nella "nuova crea­zione" con Cristo e nello Spirito Santo.

La certezza e il rischio

Questi doni nella vita terrena sono contrassegnati da una grande certezza e da un forte rischio.

1. La certezza nasce dal fatto che la persona umana, creata da Dio, ha come fine supremo e definitivo il suo Creatore. È stata creata per Lui, e quindi solo Dio può saziare in modo infinito la inestinguibile sete di felicità che è nel suo cuore.

Sono note le parole di S. Agostino: «Signore, ci hai fatti per Te, ed è inquieto il nostro cuore fino a quan­do non riposa in Te».

2. Il rischio proviene dalla condizione umana, segna­ta dal peccato originale e dalle sue conseguenze. Queste conseguenze sono i sette vizi capitali: super­bia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia.

Si tratta di cattive tendenze che espongono la persona alla tentazione, e quindi al rischio di stravolgere il fine delle cose, creando disordine, e quindi infelicità. Ciò che è stato dato per la felicità può tramutarsi in una fonte di insoddisfazione, e fare della vita non un paradiso, ma un inferno anticipato.

Perché tanta infelicità in questo mondo?

L'infelicità del mondo ha la sua radice principale nel peccato che crea disordine.

Il disordine nacque dal peccato originale e continua nei nostri peccati.

È il peccato la fonte della nostra in­felicità.

Il peccato originale è "un mistero propriamente detto" e quindi impenetrabile e incomprensibile, ma lo si può comprendere in parte, sia verificandone gli effetti, sia considerando che esso è stato la causa dell'altro grande mistero, quello dell'Incarnazione del Figlio di Dio.

Il fatto "storico" narrato dalla Bibbia con immagini e simboli può essere interpretato così: Dio crea l'essere umano straordinariamente ricco di doni, ma fa in modo che sia lui ad accettarli o meno in assoluta libertà.

Gli dice: ti do libertà di scelta:

- o me, o le altre creature!

- o il bene, o il male!

- o l'ordine, o il disordine!

- o la felicità, o l'infelicità... Decidi tu.

Ma Adamo ed Eva rifiutarono di aderire al proget­to ideato per loro e i loro discendenti;

e, all'invito divino, con incredibile presunzione, risposero:

- no!

- non accettiamo il tuo piano!

- vogliamo costruirci un nostro progetto di felicità!

- vogliamo essere noi i giudici e i padroni della nostra vita!

- vogliamo anche noi essere Dio, come te.

Ogni persona porta in sé le conseguenze di quel no antico, e sente l'istinto perverso di ribellarsi al proget­to divino.

Vuole sostituirsi a Dio, vuole fare da sé, vuole essere l'artefice del bene e del male.

E vive un profondo conflitto nella tentazione e nella falsa ebbrezza del peccato.

 

La felicità nasce e si sviluppa nell'ordine

La persona è felice solo quando vive nell'ordine fis­sato dal Creatore. Questo ordine si realizza quando segue quelle regole che le sono state date perché rispondenti alle esigenze vere della sua natura umana. Le regole nascono dall'amore di Dio, il quale, crean­do per amore, ben conosce il modo per fare felice la sua creatura.

Dio le dice:

• scegli l'ordine da me voluto, e sarai felice!

• fidati di me e non conoscerai delusioni!

• scegli i comandi che io ti do, e farai della tua vita un Paradiso già in terra.

Non ti illudere e non lasciarti ingannare: ogni altro tentativo di costruire la tua felicità contro o senza quest'ordine, crea inevitabilmente:

- infelicità,

- fastidio,

- amarezza,

- delusione.

La felicità e la pace nascono e si sviluppano solo nel­l'ordine divino.

Sono assai significative le parole di Paolo VI: «l'uo­mo, senza Dio e senza le sue leggi, riesce a vivere, ma non a essere felice».

Ma come riuscire a mettere ordine?

L'ordine, come abbiamo detto, non è innato, perché ogni persona è concepita e nasce col peccato originale e le sue conseguenze.

Va conquistato attraverso un lungo e impegnativo cammino sostenuto da tre insostituibili fattori:

- l'intelligenza,

- la volontà,

- la Grazia.

L'intelligenza giudica ciò che è bene fare e ciò che non si deve fare; ciò che è autentico bene e ciò che è difforme, equivoco, distruttivo e falso.

La volontà traduce nella pratica ciò che l'intelligenza via via indica come utile per realizzare l'ordine desi­derato.

La Grazia previene, aiuta e sostiene l'intelligenza e la volontà che, dopo il peccato originale, sono fragili e incostanti.

L'inclinazione al disordine è talmente forte che, senza un particolare sostegno divino, l'uomo non può compiere il bene totale e quindi realizzare l'ordine perfetto.

L'ordine è quindi realizzabile attraverso l'impegno comune di Dio e della singola persona:

• Dio non soltanto fissa le regole, ma aiuta a osservarle;

• la persona, benché debole e a rischio, diviene artefice e protagonista del proprio bene, della propria realizzazione e quindi della propria felicità.

 

La legge naturale e la legge rivelata

L'ordine perfetto si realizza nell'osservanza della leg­ge naturale e rivelata.

La legge naturale è profondamente radicata nella natura umana, ed è uguale per tutte le persone, senza distinzione di razza, di cultura e di religione.

La legge rivelata perfeziona, specifica e concretizza la legge naturale, che è già scritta nell'intimo di ogni cuore.

La legge rivelata è sostanzialmente racchiusa nei Dieci Comandamenti, i quali, prima che nelle due Tavole del Sinai, furono scritti nel cuore di ogni per­sona, e fanno parte delle sue tendenze naturali.

La felicità

• nasce

- dal rispetto delle regole indicate dai Comanda­menti,

• non può nascere

- dal disprezzo,

- dalla noncuranza,

- dalla disobbedienza a queste leggi sapientemen­te progettate allo scopo di conservare l'ordine. Chi vive nel disordine non potrà mai essere felice!

 

Le Beatitudini

Gesù ha condensato il suo codice morale in alcuni brevi messaggi chiamati Beatitudini, assicurando che coloro che le accoglieranno saranno beati, cioè appa­gati e gratificati.

Chiama beati:

• i poveri in spirito,

• gli afflitti,

• i miti,

• coloro che hanno fame e sete di giustizia,

• i misericordiosi,

• i puri di cuore,

• gli operatori di pace,

• i perseguitati a causa della giustizia, coloro che riceveranno insulti, persecuzioni e calunnie a causa sua.

Assicura loro: il regno dei cieli, la consolazione nel dolore, il possesso della terra, l'appagamento del cuo­re, la misericordia dai propri simili, la visione di Dio, la figliolanza divina, la ricompensa eterna.

A ben pensarci, le Beatitudini non hanno solo lo scopo di dirigere il cuore verso il cielo, ma anche quello di elevare e potenziare tutto ciò che si com­pie sulla terra.

Additando il cielo come meta suprema, Gesù viene a dare un senso diverso alle cose della terra. Illuminando il mondo con la prospettiva e la luce del Paradiso, dà a tutte le situazioni umane un diverso significato e valore: a tutte, anche quelle più doloro­se e apparentemente assurde.

Fa in modo così di tramutare in gioia ciò che, per il normale modo di pensare, è solo motivo di rifiuto e di disprezzo:

- il dolore,

- le persecuzioni,

- le ingiustizie,

- gli insulti,

- le calunnie,

- le povertà di ogni genere.

Tutte le povertà, accettate e vissute nello spirito delle Beatitudini, possono incredibilmente trasfor­marsi in un felice anticipo del Paradiso futuro. Accogliere il Vangelo significa vivere felici, anche nelle condizioni più disagiate e meno accettabili.

La terra è attesa del Paradiso, ma può essere essa stes­sa un piccolo Paradiso.

Basta volerlo!

Basta fare quelle scelte giuste che portano a vivere bene! Basta orientarsi secondo quella "furbizia" evangelica che è garanzia sicura di realizzazione personale!



12.

GIOIA DI VIVERE

La gioia esiste, ed è alla portata di tutti. Ce l'ha regalata dal cielo il Figlio eterno di Dio. Il bambino nato duemila anni fa a Betlemme è l'inizio di una primavera inarrestabile. Card. Giacomo Biffi

 

La gioia risiede nel più intimo dell'anima. La si può possedere in una prigione oscura, come in un palazzo sfavillante. S. Teresa di Lisieux

 

Gioia di vivere

La terra, dunque, è attesa del Paradiso, ma può esse­re essa stessa un piccolo Paradiso.

Basta volerlo!

Basta fare le scelte giuste che portano a vivere bene! Basta orientarsi secondo quel dettato evangelico che si riassume nelle Beatitudini e che è garanzia sicura di realizzazione personale.

Ma come fare, in concreto?

A quali valori ispirare le proprie scelte per avere la gioia, la piena riuscita personale, la voglia di vivere bene... e quindi quella goccia di Paradiso che fa bella la vita e la rende degna di essere vissuta?

Eccoti alcune scelte di vita che si ispirano ai principi fin qui descritti. Te li propongo con quel confidenzia­le tu che è proprio dell'amico che parla con amore al cuore dell'amico.

Mi ispiro anche a diversi pensieri già espressi in alcuni miei precedenti volumetti ai quali ti rimando per ulteriori approfondimenti.

Accogli la vita come dono

Devi convincerti che la vita è un dono, un dono d'a­more offerto da quel Dio che ti ama di un amore eter­no, disinteressato, infinito e personale.

Non sei venuto al mondo per caso e senza un preciso disegno preordinato: fai parte di un piano divino che prevede anche te, come persona indispensabile.

Sì, sei importante e indispensabile!

Non sono importanti solo gli uomini e le donne che arrivano al potere e al successo, ma sei importante anche tu, qualunque sia la tua età, la tua condizione, la tua professione... e nonostante le tue povertà e i tuoi insuccessi.

Nessuno ti ama come ti ama il Signore!

Nessuno pronuncia il tuo nome con l'interesse e il ca­lore con i quali lo pronuncia Lui!

E’ incredibile: c'è un solo vero innamorato di te, ed è il tuo Creatore! Sei la sua vera grande passione... anche se tu non lo sai e non ci pensi mai!

Se riuscirai a scoprire questa Presenza amorevole e tenerissima, gusterai la gioia di esistere, e accoglierai la vita come l'ineguagliabile dono attraverso il quale il Padre vuole comunicarti la sua gioia.

 

Sappi accettare te stesso

Accettati per quello che sei! So benissimo che non sei contento di te: della tua per­sona, della tua statura, della tua immagine, dei tuoi capelli, del tuo carattere... di ciò che sei e di ciò che hai. Conduci una vita agitata e insopportabile. Vivi fra mille pensieri e fantasie irrealizzabili. Sei proprio un'infelice... proprio tu che avresti tanti motivi per essere contento, e anzi entusiasta dei doni che hai ricevuto.

Impara ad accettarti, a calmarti, a distenderti in serenità.

Abbandonati all'Amore che ti conosce, e che ha pre­disposto questa tua realtà personale non senza un deli­cato e amorevole progetto che ha una sua logica, anche se essa sfugge per ora a ogni tua verifica.

Devi convincerti che, agli occhi del tuo Creatore, tu sei una cosa bella, la più bella possibile!

Sei unico, irripetibile, speciale! Sei un vero capola­voro!

Nessun altro è come te, può paragonarsi a te, può so­stituirsi a te.

Tu devi solo dire: io sono io... e basta!

E se questo è vero, non ti resta che accoglierti, amarti, onorarti, e, paradossalmente, abbracciarti con gioia!

Stringi idealmente a te quella realtà preziosa che sei tu, proprio tu!

E solo dopo aver abbracciato te stesso, potrai abbrac­ciare gli altri, donando loro quell'amore che prima hai riversato su dite.

Non invidiare nessuno!

L'invidia, vizio capitale, è fonte di grande infelicità.

Non invidiare la vita di nessun altro, perché essa non è adatta a te.

Il Padre ha preparato per te una vita su misura, ed è questa che tu possiedi: e tu sarai felice nella misura in cui saprai amarla e arricchirla.

Diventa piccolo

Sarai felice se riuscirai a divenire bambino: non nel­la statura, ma nella mente e nel cuore. Lo ha detto Gesù: «se non diventerete come i bambini, non entre­rete nel regno dei cieli».

Sforzati di avere un cuore di bimbo, occhi di bimbo, candore di bimbo, sentimenti di bimbo... e tutto sarà più facile, tutto sarà improntato a spontaneità e a serenità.

Cerca di guardare le cose con occhio limpido, escludendo quella malizia che porta a stravolgere il tuo rapporto con gli altri.

Accetta ogni cosa con quell'animo semplice che ti inclina a vedere

- prima il bene del male,

- prima l'aspetto positivo di quello negativo,

- prima ciò che unisce di ciò che separa e umilia.

Cerca di cogliere nelle persone la retta intenzione, evitando quei giudizi affrettati che portano a vedere in tutti solo il male, l'egoismo e la falsità.

Fai come il bimbo che accetta ogni cosa anche sgra­devole e sa perdonare subito, senza serbare rancore. Nessun adulto ha il cuore buono come quello di un bimbo!

E solo se ti farai piccolo, potrai gustare questi senti­menti di felicità che sono propri di un bimbo contento!

 

Diventa "povero in spirito"

Riuscirai a diventare povero in spirito quando avrai acquisito un diverso modo di rapportarti con il danaro e con i beni materiali.

La povertà evangelica

- è distacco dai beni terreni,

- è libertà nei loro confronti,

- è verità sul loro significato,

- è valutazione saggia del valore della ricchezza.

La povertà promulgata da Gesù è un nuovo stile di vita, un vero dono dello Spirito Santo, una beatitudi­ne che si oppone al vizio capitale dell'avarizia e a tutte le forme di servitù che impediscono alle persone di essere felici.

Sarai davvero povero quando ti sarai liberato da tutte le tue forme di esteriorità e di finzione, e sarai veramente te stesso.

Sarai povero soprattutto quando avrai imparato ad accettare liberamente e serenamente i tuoi limiti e le tue miserie.

Sì, perché anche tu hai le tue povertà, e diventi sereno nel momento e nella misura in cui le sai accettare. Dio è più grande di queste tue povertà; e ciò che conta è che tu ti metta alla sua presenza con umiltà e semplicità, nella consapevolezza che puoi riuscire a fare cose grandi col suo aiuto, e giungere a quella felicità che non nasce dall'avere, ma dall'essere libero e distaccato.

Diventa "puro di cuore"

La purezza del cuore è la beatitudine più difficile da raggiungere, ma è la più feconda e sublime. Riempie il cuore di tale gioia da anticipare, in certo modo, la visione beatifica: "i puri di cuore vedranno Dio".

Sarai "puro di cuore" quando avrai raggiunto il tra­guardo di una fede semplice, umile e non contamina­ta da pregiudizi e riserve continue e puntigliose.

Sarai puro di cuore quando sarai giunto a un pieno equilibrio:

- del tuo corpo,

- dei tuoi sensi,

- della tua fantasia,

- dei tuoi sentimenti,

- della tua sessualità,

- della tua persona.

Sarai puro quando avrai compreso le finalità del sesso, che non è solo genitalità, istinto e piacere fine a se stesso, ma forza vitale che apre al dialogo e all'in­contro personale nell'amore.

Sarai puro quando vivrai l'amore come dono e non come egoismo, nel rispetto del tuo corpo e di quello degli altri, e, soprattutto, quando vivrai l'impegno esaltante di trasmettere la vita.

Sarai puro quando avrai imparato:

- a non separare la sessualità dall'amore,

- a non vivere l'amore a livello di impulso,

- a non confondere l'amore con una qualsiasi attrazione fisica che ti lascia deluso e umiliato.

Se sei sposato, vivi intensamente la tua comunione d'amore, senza lasciarti sedurre dalla tentazione di costruirti una felicità diversa con qualche "innocente" avventura extra-matrimoniale...

Non ti illudere: sarai felice solo nella misura in cui vi­vrai la tua realtà sponsale in pienezza di dedizione e senza alcuna finzione. Sarai felice quando potrai anco­ra guardare negli occhi il tuo consorte o la tua consorte potendogli dire: ti amo come il primo giorno!

Se sei religioso o religiosa, vivi integralmente il tuo "matrimonio" senza cedimenti e senza compromessi. La gioia vera e insostituibile per te è riposta solo nel po­ter dire allo Sposo divino in ogni istante e a qualunque età: "sono tuo, tutto e solo tuo... oggi e per sempre!". Se sei giovane, preparati ad amare dominando, edu­cando, ordinando la tua affettività e la tua sessualità. Sforzati di rinunciare a determinate esperienze che non ti preparano alla vita, ma anzi la distruggono anzitempo.

Non avere fretta! L'amore verrà! La persona giusta verrà! Basta sapere attendere!

Nell'attesa mantieni il tuo cuore puro e la tua mente libera da fantasie disordinate e inquietanti!

Nulla può eguagliare l'incomparabile felicità di un cuore libero e pulito!?

Scopri la gioia della preghiera

Vivrai nella gioia nella misura in cui scoprirai che la fonte dell'autentica gioia è l'amore, nelle due dimensioni: Dio e il prossimo.

Sei stato creato per amare e l'unico scopo della vita è quello di amare: «amerai il Signore, Dio tuo... e il prossimo come te stesso».

Dio quindi, anzitutto, e, dopo di Lui e in Lui, il pros­simo.

Se riuscirai a cercare Dio e a trovarlo, donerai alla tua vita non solo uno scopo per viverla, ma anche un indefinibile contenuto di serenità, di tranquillità e di pace.

Impara a metterti in contatto con Lui attraverso la preghiera.

La preghiera ti è indispensabile come lo è l'acqua per il pesce e l'aria per ogni essere vivente.

La preghiera

• è elevazione,

• è colloquio,

• è respiro,

• è mettere il proprio cuore nel cuore di Dio,

• è ascolto della Parola, che la Bibbia propone, e della voce che sale dal cuore.

Nulla infonde più gioia della preghiera personale, fatta nel raccoglimento della tua camera, dove il Padre ti attende e ti ascolta con amore!

E poi c'è l'Eucaristia: la gioia di una Presenza fisica, di una Persona divina, che non solo si fa tua compa­gnia, ma diviene anche cibo e bevanda per le tue necessità spirituali.

Don Guanella diceva: «l'Eucaristia è il mio Paradi­so in terra!», e, come tanti altri, riusciva a godere di questo Paradiso per ore e ore, senza cercare altri con­forti e sostegni.

Scopri la gioia di amare

L'amore verso Dio si concretizza nell'amore verso i fratelli: «hai visto il fratello: hai visto Dio» ha scritto Tertulliano.

Sei invitato ad amare tutti quelli che la Provviden­za, di attimo in attimo, ti mette vicino, cioè fa tuo prossimo.

Devi amare tutti, e non solo chi è simpatico, utile e gradito.

Gesù non dice: ama il prossimo simpatico e trascura quello antipatico... E nemmeno ti autorizza a fare certe discriminazioni e a giudicare tu chi merita e chi non merita nulla.

Ti dice solo di amare, e di amare quelli che ti fa in­contrare, qualunque sia il loro volto, e quali che siano le loro azioni.

Ti invita a vedere in ogni persona il suo volto e a im­pegnarti ad amarla, come la ama Lui!

Rinuncia a certi tuoi atteggiamenti negativi e pes­simisti.

Non vedere in tutti solo ciò che è male.

Non giudicare nessuno del tutto riprovevole e irrecu­perabile.

Sforzati di essere con tutti buono e cortese.

Infondi in tutti speranza e fiducia, evidenziando quel­le buone qualità che, più o meno, sono presenti in tutti.

Scopri la gioia di essere amico di tutti,

• di essere capace di dimenticare il male subito e di valorizzare il bene ricevuto;

• di essere uomo di conciliazione e di pace;

• di essere una persona che sa dire grazie per ogni favore e cortesia ricevuta.

Essere buoni è meglio che essere ricchi e potenti.

E solo gli uomini buoni pregustano in terra la feli­cità che sarà poi piena ed eterna in Paradiso!

Scopri la gioia di condividere

Ciò che rende tristi le persone è l'egoismo; ciò che le tormenta è la ricerca sfrenata di fare di se stesse il centro di ogni interesse e di ogni cosa.

Ciò che le fa felici è, invece, l'apertura alle altre persone, nel dono di sé e di ciò che si possiede. Come tu stesso puoi constatare, non sei contento quando trattieni tutto avidamente per te, e sei avaro, arido, chiuso nell'adorazione dei tuoi tesori.

La felicità è racchiusa in un verbo: donare. L'infelicità nel verbo: trattenere, che scaturisce da due monosillabi così frequentemente e puntigliosa­mente pronunciati: io, mio.

Tu allenati a compiere gesti nobili di cortesia e di generosità.

Intervieni con piccoli e inaspettati segni di condivi­sione, specie in momenti difficili per persone amiche, e, più ancora, per persone ostili o indifferenti.

Quanta gioia nell'essere

- generosi,

- comprensivi,

- benevoli,

- attenti!

Basta poco! Basta inventare quei piccoli gesti capaci di fare bel­la e gustosa la vita: non solo di chi li riceve, ma, an­che e soprattutto, di chi li compie!

La gioia nella sofferenza

Dice Gandhi: «La sofferenza non è che un aspetto della gioia: l'una e l'altra si susseguono immancabil­mente».

E Chesterton: «La gioia è il grande segreto del cristiano».

Pascal afferma che «nessuno è felice quanto il vero cristiano».

Ed è vero!

Ma il cristiano deve prendere la sua croce e seguire il Maestro.

Il dolore è il fedele compagno di ogni esistenza uma­na: si può ben dire che:

- non c'è gioia senza croce, e

- non c'è pace senza sofferenza!

E anzi le gioie più grandi sono quelle che vengono dopo le lotte più dure, le privazioni più amare, i sacri­fici più eroici.

Il motto di Beethoven: « la gioia è nella sofferenza», può sembrare assurdo, ma non lo è, perché, incredi­bilmente, nella sofferenza e dalla sofferenza scaturi­scono le gioie più vere e più gustose.

Ma quali gioie?

Proviamo a descriverle e a comprenderle, anche se non sono subito evidenti!

Se stai soffrendo, puoi gustare:

• la gioia di sentirti collaboratore attivo di Dio nella realizzazione di un piano di salvezza nel quale tu sei parte attiva e insostituibile;

• la gioia di essere oggetto d'amore da parte di un Padre che ha per te grande rispetto e attenzione;

• la gioia di saperti sostenuto amorevolmente da Lui, per cui nulla ti potrà accadere senza il suo consenso;

• la gioia di sapere che «le sofferenze del momen­to presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi»;

• la gioia di stare pregustando quella felice ed eterna contemplazione che sarà piena e duratura.

I Santi, che hanno compreso tutto questo, sono gli unici portatori di autentica gioia: non esiste un Santo coi segni della delusione e della tristezza!

Essi sono nella gioia perché hanno imparato ad amare la croce, e hanno capito ché essa è il misterio­so e incomprensibile dono che Dio fa ai suoi amici. La strada dell'uomo, come quella di Gesù, è una Via Crucis. Anche quella di Maria, sua Madre.

La devi percorrere anche tu, nelle quattro tappe suc­cessive:

- l'accettazione,

- la rassegnazione,

- l'offerta volontaria,

- l'adesione amorosa.

Quando sarai giunto a soffrire con amore, potrai in­credibilmente assaporare la gioia che nasce proprio dal dolore.

Gesù si è impegnato a intervenire personalmente, pro­mettendo consolazione, sostegno, e quindi gioia: «beati gli afflitti, perché saranno consolati».

È significativa quindi l'affermazione di S. Teresa d'Avila: « Il Paradiso del cielo consiste nei godimenti. Il Paradiso della terra consiste nei patimenti. È però tanto il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto».

 

La gioia ... nella morte

Ma è possibile morire con gioia?

Potrò io, comune mortale, morire cantando, come Francesco d'Assisi?

Sì, potrai morire anche tu "cantando", a due sole con­dizioni:

• che tu ti vada lentamente convincendo che... la morte non esiste;

• che ti metta serenamente nel cammino dell'ac­cettazione e dell'attesa.

Sforzati di ritenere che la morte non è la fine di tutto, non è una sciagura, non è un dramma, ma è semplice­mente

• un passaggio,

• un "mutare stanza",

• un cambiare dimora,

• un passare da un modo di essere a un altro modo più gioioso e glorioso.

Con la morte la vita «non è tolta, ma trasformata; e, mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo».

Non temere la sua venuta, perché quando essa verrà, sarà in buona compagnia; verrà col Signore, che ti si presenterà in veste di Padre, di Amico, di Sposo, e ti accoglierà con atteggiamento di festa.

Ti dirà queste esaltanti parole:

- vieni!

- finalmente!

- entra nel gaudio del tuo Signore!

La morte è il biglietto d'invito alle "nozze del re": tu come commensale importante e atteso, hai già il tuo posto assegnato: come non attendere con gioia questa chiamata regale?

 

Con Maria

Ma c'è un ulteriore motivo di gioia: la presenza di Maria che, invocata durante la vita, renderà il passag­gio più semplice, più accettabile, più sereno.

Se le starai vicino e la pregherai con fiducia durante la vita, ti sarà essa stessa vicina, con la sua presenza tenera e insostituibile.

A quell'appuntamento finale sarà presente lei. Sarà lei ad aprirti quella porta e a presentarti a suo Figlio: proprio lei che è la Mamma dolcissima alla quale lo stesso Gesù ti affidò nel momento del suo ingresso in Paradiso.

Dice il S. Curato d'Ars: «il cuore di Maria è così te­nero che quelli di tutte le madri messe insieme al con­fronto non sono che un pezzo di ghiaccio».

E se tanto grande è l'amore, quell'incontro finale non potrà essere che un abbraccio di gioia e di festa!

 

Un gustoso episodio, per concludere

Questa piacevole storiella racchiude, volendo, tutto ciò che di più essenziale si può dire del Paradiso.

Essa acquista particolare valore perché fu raccontata da Papa Luciani, Giovanni Paolo I.»

Un giorno - racconta il Papa - S. Pietro, stanco per il suo gravoso impegno di "portinaio" del Paradiso, de­cide di concedersi un momento di riposo, ed esce dal Paradiso.

Ma, ahimé, subito si accorge di non avere preso con sé le chiavi (quelle famose chiavi riservate a lui solo!), e così si ritrova chiuso fuori, senza possibilità di rien­trare.

Come fare? Come riuscire a entrare e a introdurre i numerosi eletti che sono in arrivo?

È proprio disperato, e non sa a quale Santo rivolger­si... proprio lui che ha avuto da Cristo il potere di aprire e di chiudere le porte del Paradiso.

Non sapendo cosa fare, si affida alla collaborazione di chi è in arrivo e ha le carte in regola per entrare.

Il primo ad arrivare è un grande personaggio che ha con sé una grossa borsa e tiene in mano un pesante mazzo di chiavi.

S. Pietro gli chiede: possiamo provare se una delle tue chiavi riesce ad aprire?...

Le provano tutte, ma nessuna ci riesce. Nulla da fare: una vera disperazione! Arriva un Prelato dall'aria importante: stesse chiavi, stessi tentativi. Nulla! Nessuna chiave è capace di ottenere il miracolo!

Dopo di lui, tante persone e tutte disponibili, ma nes­suna chiave si rivela idonea allo scopo. E l'attesa si fa sempre più inquietante.

Giunge finalmente una vecchietta curva e tremante. Nessuno la considera o si aspetta da lei qualcosa... Ma S. Pietro non si scoraggia e le domanda: «ma lei non ha portato proprio nulla?».

La vecchietta alza timidamente la mano e mostra il suo unico tesoro: la corona del Rosario con appeso un piccolo Crocifisso.

S. Pietro non esita un istante: prende il Crocifisso, lo infila nella toppa, e la porta... incredibilmente si apre!

La croce del Rosario, e non altre chiavi, ha avuto il potere sovrumano di aprire quella porta ormai chiusa per tutti!

Questo gustoso episodio racchiude tre suggerimenti importanti sul modo di raggiungere il Paradiso.

E cioè che:

l. sono i piccoli e gli umili quelli che, all'arrivo, tro­veranno spalancata la porta del Paradiso;

2. è la croce la strada maestra e sicura che ci porta con certezza alla meta del cielo;

3. è Maria, la mamma amorevole e fedele che, con la sua presenza e con la forza che ci dona nel Rosario, ci guida e ci sostiene nel cammino terreno, assicurando­ci un felice approdo nel porto sicuro.