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Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in
d'uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2,9
La bellezza della vita terrena e del creato non sono che una parte delle
meraviglie di grazia che Dio ha preordinato per gli uomini. Nonostante gli
inganni del mondo ci inducano a credere che la nostra esistenza si svolga e
concluda su questa terra, non possiamo perdere di vista che la vita eterna
nella beatitudine del Paradiso è la meta definitiva e più interessante da conseguire per ognuno di noi.

Chi non sale spesso in Cielo col pensiero mentre è in vita,corre grandemente il pericolo di non salirvi neanche dopo la morte.

(San Filippo Neri)
 

Non è in fondo l'anelito a tutto questo, quel desiderio incessante di
vita che il nostro cuore avverte perennemente? Il pensiero che
qualsiasi errore, qualsiasi sbaglio, peccato, sia superato, vinto da un
amore più forte, invincibile, che ci custodisca al suo interno, che non
permetta la nostra rovina, un amore che si traduca nel perdono, che
ci ridoni quella bellezza perduta e pur tanto desiderata ....
Questo amore c'è, è l'amore del Padre dei Cieli che ha scomodato
persino il Suo Verbo, dal seno della Trinità, per rivelarci con le sue
parole e con il dono della sua stessa vita questa realtà sorprendente. È
proprio per questo che nella vita possiamo fallire in tante cose, ma la
meta finale del Paradiso è l'unico traguardo che bisogna tagliare a
qualsiasi costo, perché fallire questa meta è l'unica vera tragedia della
vita. Dio ha fatto la sua parte: resta in attesa che anche noi facciamo
la nostra.
L'ingresso in Paradiso sarà l'evento che cambierà finalmente e
definitivamente la nostra condizione esistenziale. Sarà finito il tempo
delle prove e dei dolori, il tempo dei combattimenti spirituali contro
le forze del male, verrà meno la possibilità di peccare perché il nostro
essere sarà pienamente appagato e non potrà volgere il suo desiderio
ad altra realtà che non sia l'oceano di amore di Dio. L'amore, ci dice
san Paolo, sarà l'unica realtà che rimarrà: ma una realtà che non dice
solitudine, al contrario, dice pienezza.
Descrivere quello che sarà il mistero della visione beatifica è
un'impresa ardua per chi cammina ancora fra le ombre di questo 

mondo. Tutto qui si percepisce nell'ombra. È la bella intuizione
paolina che il beato Cardinal Newman volle far sua, disponendo che
fosse incisa sulla sua tomba: John Henry Newman - ex umbris et
imaginibus in veritatem. Volle così esprimere a chiunque fosse
passato dalla sua tomba, la chiara consapevolezza che con la sua
morte e il suo ingresso in Cielo, era finalmente passato da questo
mondo di ombre e di immagini al mondo della verità. Questo era
stato il percorso e la grande passione della sua vita, la ricerca della
verità, e questo è il percorso di ogni uomo: andare verso la verità
passando attraverso ombre e immagini, difficoltà, dubbi, dolori di
questa vita, dove tutto appare così contorto e inspiegabile, fatta di
tanti perché e di poche risposte. Ma è solo attraverso questo percorso
che ci sarà dato di arrivare in quel Regno dove le ombre e le immagini
saranno sostituite dalla verità.

Per ora, l'unica descrizione certa che possiamo dare del Paradiso
va nella linea dell'apofaticità. Possiamo infatti sapere per certo solo
quello che non ci sarà più nella realtà della beatitudine.

In questo senso, le immagini più belle e rasserenanti le troviamo
nelle visioni di san Giovanni nel libro dell'Apocalisse.

Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono
vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?».
Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che
sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro
vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello.
Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio
giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà
 la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,13-17).
«Non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). 

Già la completa sparizione di tutte le realtà che ci angosciano e ci
appesantiscono in questa vita, mi pare possa dare una certa idea del
Paradiso. Ma questo è solo un aspetto, e se vogliamo, il più
marginale, perché l'eccellenza del Paradiso sarà Dio, la compagnia
della Vergine Maria, degli angeli e dei santi. Tutte cose di cui non
abbiamo ancora esperienza, e che è inutile cercare di raffigurarsi con
qualche immagine fantasiosa.
San Giovanni Bosco racconta un'esperienza eccezionale che ebbe il
dono di vivere. Un giorno del 1860 ebbe una visione molto
consolante, in cui vide sua madre, deceduta già da qualche tempo,
bella, agile e felice. Questo il dialogo che ne ha riportato:
- Oh madre mia, voi qui? Ma non siete dunque morta?
- Sì, sono morta, ma vivo!
- E ditemi, madre, siete felice?
- Felicissima,figlio mio!
- Ditemi, siete in Paradiso?
- Ora sì, in Paradiso, quantunque sia passata per breve nelle
fiamme purificatrici del Purgatorio!
Don Bosco allora le chiese ancora:
- Che mi dite dei nostri giovani, ve ne sono in Paradiso?
- Sì, tanti - e fece una lista di nomi.
- E ditemi, cosa si gode lassù?
- Tu mi chiedi l'impossibile! - rispose la madre - Perché. ciò che
si gode quassù, non è possibile da spiegare, né si può esprimere.
Ed ecco che la tale visione fu avvolta, e con la madre, da una luce
d'inesplicabile bellezza, come ricorda il santo, che riportò le ultime
parole che sentì della madre:
- Giovanni, ti aspetto, per restare per sempre uniti ...
Tu mi chiedi l'impossibile! È la tipica condizione di incapacità di
descrivere, di parlare, di dire queste cose che non si possono in alcun
modo descrivere.
Pensiamo che ad un grande della teologia e della vita
contemplativa quale fu san Tommaso d'Aquino, successe la stessa

 esperienza di mutismo. Sappiamo infatti come smise di scrivere la

Summa, capolavoro della scienza teologica, dopo una visione avuta
durante la celebrazione dell'Eucaristia a Napoli, il 6 dicembre 1273.
Avendo ricevuto in questa visione, in modo eccezionale, un anticipo
della beatitudine, smise subito di scrivere la Summa che,
improvvisamente, gli sembrava al confronto come paglia.
'Eppure, nonostante l'indicibile, tutto questo una certa chiarezza
alla nostra vita la dona.
Il Paradiso non consisterà così in una vita alternativa a questa,
non si tratta di due vite che si succedono: si tratta invece del pieno
appagamento di tutte le promesse di bene che già in questa vita
abbiamo ricevuto e di cui attendiamo il compimento.
La nostra nascita, il nostro Battesimo, l'Eucaristia, la preghiera, la
vita di fede, di speranza, di carità, la morte cristiana, l'ingresso in
Paradiso: non sono che diversi e successivi momenti della nostra
assimilazione progressiva al Risorto e dunque del sempre crescente
confluire della nostra vita nella vita del Cristo glorificato alla destra
del Padre. Si capisce ulteriormente, meditando su queste realtà, cosa
voglia dunque dire che tutto, proprio il tutto della vita, è per Cristo,
con Cristo e in Cristo: ogni vita, grazie al Signore Gesù Cristo, torna
con Lui al Padre dal quale ebbe origine.
Per sapere cos'è il Paradiso non ci serve dunque una fervida
immaginazione che ci faccia pensare a un mondo soffice sulle nuvole
bianche.
Possiamo sapere cos'è il Paradiso solo se sappiamo chi è Cristo:
Colui che viene dal Padre e torna al Padre, portando con Sé e
rendendo partecipe della Sua gloria l'uomo, redento a prezzo del Suo
Sangue, santificato dall'effusione del Suo Spirito, glorificato in Lui
con quella stessa gloria che il Padre gli ha dato.

 L'unica volta che nei vangeli Gesù pronuncia il termine Paradiso è

nella promessa che fa al buon ladrone, un episodio che abbiamo da
poco considerato. Per il resto, Egli non ne parla mai direttamente, ma
usa il grande tema del Regno dei Cieli (che ricorre ben trenta quattro
volte nei vangeli), o del Regno di Dio (cinquantatre volte).
Dunque, cos'è il Paradiso? Lo capiremo meglio nello snodarsi di
questa meditazione, ovviamente per quanto sarà possibile
comprendere, ma potremmo cominciare a dire che il Paradiso è il
porto di approdo alla beatitudine senza fine a cui la nostra vita anela, 

il luogo della giustizia e della felicità, quella ricompensa dei Cieli che
tante volte Gesù ha promesso ai giusti.

Egli lo descrive chiaramente come un Regno, un luogo in cui si
potrà entrare o non entrare, accedere o esserne cacciati fuori: non è
dunque una semplice sensazione di benessere di un'anima
disincarnata e vagante per l'universo.

So bene che in un clima così vago e dalle stemperate certezze -
come quello che purtroppo aleggia oggi anche fra i cattolici - dire
questa cosa è rischiare di essere fuori moda, perché non si sente più
affermare che il Paradiso sia un luogo preciso, è più prudente non
sbilanciarsi troppo. Ma essere considerato fuori moda per il mondo
non mi pare una motivazione sufficiente per negare quanto ci ha
rivelato Gesù Cristo, il quale invece, sbilanciandosi e con una certa
cognizione di causa, ha definito il Paradiso il Regno preparato fin
dalla fondazione del mondo, la casa del Padre suo in cui vi sono
molti posti.
Dov' è questo Regno?

Il Paradiso è là dov'è Dio, nel più alto dei Cieli», così come
cantano gli angeli la notte di Natale. Anche nelle sue posizioni e nei
suoi atteggiamenti, il vangelo ci mostra che Gesù, quando vuole
rivolgersi al Padre, alza gli occhi in alto, verso il cielo,e insegna
anche agli uomini a pregare dicendo Padre nostro che sei nei Cieli»:

D'altra parte, se volessimo indagare troppo sul luogo, cercando di
sondarne la latitudine e la longitudine, perderemmo ovviamente solo
tempo, perché, se rimane il fatto che il Paradiso è un luogo, è
altrettanto vero che quando il Signore ci parla del Cielo non ci fa
lezioni di astronomia o di toponomastica, ma ci insegna verità utili
alla nostra salvezza. Egli si serve del nostro linguaggio, che nel
riferirsi alle altezze, al firmamento, agli spazi siderali, esprime già
idee di grandiosità, di immensità, di respiro sconfinato fuori dalla
limitatezza umana, di bellezza superiore alle bellezze della terra: tutte
cose valide per farsi un'idea, per quanto allegorica, di cosa sia la
realtà del Paradiso.

 In questo senso, affinché non fissiamo troppo la nostra attenzione

su particolari che possano distoglierei dal vero interesse, san
Giovanni Crisostomo specifica: "Non domandiamoci dov'è il Cielo,
speriamo piuttosto di giungervi.

Proprio perché parlando di Paradiso la cosa che più ci deve
interessare è come arrivarci, la prima considerazione da fare è che la
vita eterna, in questo Regno dei Cieli, è cominciata per ognuno di noi
già adesso, su questa terra. Qui noi possiamo già conoscere e amare
Dio, anche se imperfettamente, con tutti i limiti del male e del
peccato che ben conosciamo, ma questa conoscenza, giunta alla sua
pienezza nell'aldilà, sarà il fine ultimo e il desiderio insuperabile di
ogni vita, anche se ora ne abbiamo una percezione, chi più chi meno,
molto limitata.
"Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino”. Sono le prime
parole che Gesù pronuncia iniziando la sua missione tra gli uomini:
annuncia una prossimità del Regno dei Cieli, ma anche un'esigenza
imprescindibile per accedervi, ovvero la nostra conversione.
In questo suo brevissimo discorso iniziale, potremmo dire
programmatico, che consiste di un solo verbo e di una specificazione,
Gesù sta presentando agli uomini la Volontà del Padre che è volontà
di salvare eternamente la loro vita: il Regno dei Cieli si è fatto vicino,
vi viene aperto. Ma a questa volontà del Padre deve corrispondere la
nostra volontà di essere salvati, la volontà personale di entrare in
questo Regno. Dio ama tutti, ma non violenta nessuno. L'abbiamo
visto bene fin' ora.
L'esigenza della nostra conversione non può essere sostituita
dall'idea della bontà di Dio.
Sì, il Padre è buono, ma il suo amore, proprio perché è vero, è
anche esigente: necessita del riconoscimento profondo della sua
gratuità e conseguentemente del rendersi adatti a un tale dono.
Il Paradiso non ci è dovuto: l'uomo aveva già perso questa
possibilità, scegliendo di emanciparsi, di allontanarsi da Dio. Per 

questo, adesso, è necessario per l'uomo un cammino di conversione e
di ritorno, che vada a sposare questa volontà eterna di Dio della
nostra comunione con Lui.
Gesù ce ne parla, ad esempio, quando usa la similitudine del
vestito adatto alla festa di nozze, requisito indispensabile per poter
accedere a quella festa: narrava di quel re che imbandisce un
banchetto per le nozze del figlio e invita ogni genere di persone, ma
"entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava
l'abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui
senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi:

Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e
stridore di denti" (Mt 22,11-13).
È ovvio che, anche qui, Gesù non sta parlando di protocolli di bon
ton, ma l'abito adatto indica la preparazione adeguata per rendersi
degni dell'invito. Nulla di indegno e di inadatto sporcherà la bellezza
del Paradiso. In esso non ci saranno ingiustizie: ci sarà chi è giusto
che ci sia.
Che ci sia in Cielo una discriminazione fra gli uomini è un altro
indizio offertoci da Gesù; anche questo fatto oggi è fuori moda
affermarlo, ma tale discriminazione mostra la giustizia indefettibile di
Dio.
Non vi è dubbio, infatti, che il Signore chiamando l'uomo ad
entrare nella Sua gloria compie, oltre ad un atto di misericordia,
anche un atto di giustizia. Il tema della giusta ricompensa dell'uomo
attraversa tutta la Scrittura Sacra. E Gesù non smentisce questa
verità.
È uno spettacolo costantemente sotto i nostri occhi il fatto che
molti fra gli uomini non prendano seriamente in considerazione in
questa vita il pensiero dell'eternità, attaccandosi con tutte le loro
forze ai beni di questa terra, vivendo per essi, incuranti di Dio e del
proprio destino eterno.
Basti pensare, ad esempio, ad un'altra parabola, quella dei talenti,
in cui Gesù ci racconta che il padrone di quei servi, ritornando, fa i
conti con loro, e solo a quelli che se lo saranno meritato dirà, come
atto di giustizia: "Bene, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia
del tuo padrone" (Mt 25,21.23). Lo stesso atto di giustizia per cui il
servo malvagio, infingardo e fannullone meriterà invece di essere
"gettato fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti" (Mt
25,30).
Da ciò l'invito alla seria riflessione e alla conseguente conversione.
Quest'ultima - il riflettere, il ritornare a Dio, l'ascolto amoroso e
attento dei suoi insegnamenti - ci apre la porta del Regno dei Cieli. Ci
fa accorgere della sua vicinanza e ci indirizza ad esso. È il primo passo
verso il Paradiso, un passo che dobbiamo compiere adesso, su questa
terra. Il Paradiso bisogna desiderarlo da subito. Questa vita si svolge
all'insegna del desiderio. E tutti possiamo notare che gli uomini si
identificano fortemente nei loro desideri: più un uomo desidera le
attrattive di questa terra e si lega ad esse e più si abbassa e si degrada;
più un uomo cammina su questa terra guardando al Cielo e
desiderando le gioie celesti e più si innalza e si trasfigura.
Il desiderio amplifica dentro di noi la capacità di possesso, e ce ne
rende capaci in un certo senso già da ora, già da questa vita. 

La Via del Paradiso

 

L'evangelista Giovanni, con queste parole, si riferisce certamente
ad un episodio di cui fu testimone oculare, insieme a suo fratello
Giacomo e a Pietro.
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni
suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu
trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue
vesti divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con Lui.

Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi
restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e
una per Elia».
Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse
con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio
mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». All'udire
ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande
timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non
temete». Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù
solo (Mt 17,1-8).
I tre apostoli, gli amici più intimi che Gesù aveva nel gruppo dei
dodici, sono chiamati a vivere un giorno un'esperienza eccezionale.
Sei giorni dopo, si riferisce a sei giorni dopo l'annuncio della croce,
della passione e della morte che Gesù, per la prima volta, aveva dato
loro, un annuncio che li aveva lasciati allibiti e scandalizzati. Gesù ora 

li prende e li porta in disparte, su un monte alto, probabilmente per
far loro capire a che cosa quella croce era orientata.
Lo vedono cambiare d'aspetto: trasfigurarsi vuole dire proprio
questo, cambiare aspetto andando oltre, uscendo dai limiti della
propria figura.
Il linguaggio simbolico, che parte da realtà fisiche, naturali, come
il salire in alto su un monte, ci parla allo stesso tempo di grandi
verità: perché quegli uomini arrivassero ad un rapporto così stretto
con Dio, Gesù dovette prenderli e portarli in alto. Non è solo la
constatazione di un fatto, ma è anche un'allusione al piano spirituale
dell'uomo: sarà necessario che Dio elevi le potenze naturali dell'uomo
perché si possa sopportare e gustare lo splendore di Dio in Cielo, lo
splendore che per pochi minuti quel giorno balenò sul volto del
Cristo.
La descrizione dei poveri discepoli è balbettante: vesti splendenti
come la luce, volto luminoso come il sole ... è chiaro che non hanno
termini per descrivere quello che hanno visto.
E, insieme a Gesù, hanno una visione anticipata della comunione
dei santi: appaiono Mosè, Elia, persone che erano morte secoli prima,
ma che si mostrano ora vive, splendenti anche loro, a discorrere con
Gesù .• Gli apostoli stanno facendo l'esperienza della beatitudine del
Cielo, stanno vedendo Gesù nel suo aspetto glorioso, stanno vedendo
i santi, stanno udendo la voce del Padre.
Questa visione di .Dio e la compagnia di tutti coloro che abbiamo
amato sulla terra creerà una comunione di amore e di intimità
profonda che è rappresentata qui da una nube luminosa nel cui
abbraccio si trovano tutti immersi.
Un'esperienza da cui i discepoli non vorrebbero più tornare
indietro; Pietro, timidamente, lancia la sua proposta: perché non
restiamo qui?
L'apostolo, che è stato appunto uno dei tre testimoni del Tabor,
fonderà la sua concezione dell'aldilà proprio su questa visione.
Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate
vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro
Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua
grandezza. Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre quando dalla
maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Questa voce noi 

l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo
monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti,
alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che
brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del
mattino si levi nei vostri cuori (2Pt 1,16-19).
Va bene affidarsi alla luce della candela finché si è di notte, ma
quando si ha la luce del giorno, la candela non serve più. Pur con
tutto il rispetto per la parola dei profeti, Pietro dice di saper bene
quello che insegna, non più ormai solo per le loro parole, ma per aver
fatto una personale e diretta esperienza della gloria che ci attende nei
Cieli.
La Scrittura, procedendo in questo senso, ci insegna che in Cielo
cadranno tutti i veli che ci separano dalla visione di Dio, e lo vedremo
così come Egli è.

Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non
è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando Egli si sarà
manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come
Egli è (1Gv 3,2).

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma
allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma
allora conoscerò perfettamente come anch'io sono conosciuto (1Cor
13,12).

In questo mondo conosciamo Dio per immagini: gli uomini, la
creazione stessa sono un'immagine del Creatore, ma passerà il tempo
delle immagini e arriverà il tempo della visione chiara; dalla maniera
confusa, oscura, poco luminosa di vedere Dio, offuscata dal peccato,
tipica di questa terra, alla presenza reale nel Cielo insieme con Lui.
Ma dopo la visione gloriosa che Gesù volle concedere ai suoi, tutto
sembra tornare come prima: Gesù si avvicina, li tocca per farli
rialzare e scendere dal monte. Per loro continua ancora il cammino
della vita, ma con una grande differenza rispetto a prima: ora essi
hanno visto e sanno che questa vita non è un vagare senza meta. È un
cammino che invece ha una destinazione precisa: la gloria dei Cieli.
Questo passo evangelico ci mostra ancora come la persona di
Cristo, la sua "umanità divina", sia la chiave, la porta d'accesso alla

gloria dei Cieli. Senza Gesù che li ha presi e portati in alto, questi non
avrebbero visto proprio niente, così come, del resto, senza Gesù
nessun uomo avrebbe goduto di nessuna gloria al termine della sua
vita terrena. È evidente, dunque, che in Paradiso - inteso proprio
come partecipazione alla vita divina e come visione beatifica della
gloria di Dio - si accede passando attraverso Gesù Cristo, che ne è la
Via.
lo vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò
preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con Me, perché siate
anche voi dove sono lo. E del luogo dove lo vado, voi conoscete la
via.

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come
possiamo conoscere la via?».

Gli disse Gesù: «lo sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di Me» (Gv 14,2-6).
Il Paradiso coincide con il Signore Gesù, il nostro Paradiso sarà
partecipazione alla vita gloriosa di Cristo, che ci ha amati e ha dato
Se stesso per noi, perché potessimo essere Suoi per sempre.