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DISCORSO 345

 

TRATTATO DI S. AGOSTINO SUL DISPREZZO DEL MONDO:
TENUTO NEL NATALE DEI MARTIRI DI TUBURBI.

 

Norme per i ricchi. Il sogno del povero.

La solennità dei martiri e il giorno del Signore c'invitano a parlare della scarsa stima che dobbiamo avere della vita presente e della speranza del mondo futuro. Se mi domandi che cosa va tenuto in poco conto, ti dirò che ogni pio e santo martire è giunto fino al disprezzo della vita presente. Se domandi che cosa sperare, ti dirò che oggi il Signore è risorto. Se sei incerto sulla realtà sii fermo nella speranza; se ti spaventa la fatica dell'operare, ti sollevi il pensiero del premio. Nella prima lettura che abbiamo fatto, la Lettera a Timoteo, l'Apostolo, nei precetti che dà a Timoteo, ammonisce anche noi: Ai ricchi di questo mondo - dice - raccomanderai che non siano orgogliosi, che non ripongano la loro speranza sull'incertezza delle ricchezze, ma nel Dio vivente, che tutto ci elargisce con abbondanza perché ne godiamo. Si arricchiscano in opere buone, siano pronti a dare, ad essere generosi. Metteranno così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera. Questa lettura non ci sembri poco adatta alla celebrazione dei beati martiri. Ne è argomento infatti il distacco dal mondo. Quando poi si raccomanda ai ricchi di tesaurizzare un buon capitale per il futuro e raggiungere così la vera vita, si dimostra che questa vita è falsa. Soprattutto i ricchi devono ascoltare questo consiglio. Quando i poveri li vedono, mormorano, si lamentano, li ammirano e invidiano. Vorrebbero essere uguali a loro, si dolgono di non esserlo. E spesso, nelle loro espressioni di ammirazione per i ricchi dicono: " Solo questi, questi solo si può dire che vivano ". I ricchi, per queste parole con le quali vengono adulati da uomini dappoco e cioè che " essi soli si può dire che vivano ", non credano, insuperbiti da queste parole di lusinga, di vivere veramente. Dice l'Apostolo: Ai ricchi di questo mondo raccomanderai che non siano orgogliosi, che non ripongano la loro speranza sull'incertezza delle ricchezze, ma nel Dio vivente, che tutto ci elargisce con abbondanza perché ne godiamo. Siano ricchi, ma in che cosa? In opere buone. Siano pronti a dare con larghezza, perché non perdono quello che dànno. Condividano i loro beni con chi non ne ha. E questo a che cosa approda? Che tesaurizzeranno un buon capitale per il futuro, per avere la vera vita. Non concordino con chi, adulandoli, dice che essi vivono, essi solo vivono. Questa vita è come un sogno. E coteste ricchezze passano come nei sogni. Ascolta il Salmo, o ricco, che invece sei poverissimo: Dormirono il loro sonno, e tutti quanti [i ricchi] non ritrovarono più nulla delle loro ricchezze. Talvolta anche il mendicante accasciato a terra, tremante di freddo, quando è preso dal sonno, sogna tesori. Soprassalta di gioia, si fa superbo, si vergogna di riconoscere suo padre in quell'uomo coperto di cenci. Fino a quando egli non si sveglia è ricco. Mentre dormiva aveva di che godere, falsamente. Quando avrà finito di dormire trova ragioni di cui dolersi, realmente. Ebbene il ricco, quando muore, è simile a quel povero che si sveglia dopo aver sognato tesori. Così avvenne di quel ricco che vestiva di porpora e bisso, di cui la Scrittura non dà il nome e che non merita di essere nominato: egli disprezzava il povero che stava accasciato alla sua porta. Vestiva di porpora e bisso, come attesta il Vangelo, e banchettava splendidamente ogni giorno. Poi morì e fu sepolto. Si svegliò e si trovò tra le fiamme. Dormì dunque il suo sonno e al risveglio, per quanto fosse stato ricco, non si trovò nulla in mano perché con le sue mani non aveva operato nulla di bene.

Esempio del riscatto col barbaro.

Le ricchezze vengono cercate per la vita, non la vita per le ricchezze. Quanti uomini hanno patteggiato col loro nemico perché si prendesse pure tutto ma lasciasse salva la vita! Hanno riscattato la vita al prezzo di tutto quanto possedevano. Se è così preziosa la vita che passa, pensa a quale prezzo bisognerà acquistare quella eterna! Se dài tutte le tue ricchezze al nemico per avere in cambio una vita da mendicante, da' piuttosto qualcosa a Cristo, per vivere, [in cambio], felice. Di fronte a un riscatto così alto per la vita temporale, impara quanto valga l'eterna, che tu trascuri per vivere in sostanza pochi giorni anche se giungessi alla vecchiaia. Pochi infatti sono complessivamente i giorni dell'uomo, dall'infanzia fino alla vecchiaia. Perfino Adamo, anche se morisse appena oggi, avrebbe vissuto pochi giorni perché li ha pur finiti tutti. Tu fai dunque un riscatto per aver pochi giorni pieni di fatiche e di tribolazioni, da vivere in povertà, nelle prove. A che prezzo? Tu sei disposto a non aver più nulla pur di avere te stesso. Vuoi sapere quanto valga la vita eterna? Aggiungi alle cose te stesso. Ecco che il nemico, quello che ti aveva catturato, ti dice: " Se vuoi salva la vita dammi tutto quello che possiedi ". E tu, per aver salva la vita, glielo dài; oggi riscattato, ma domani ancora esposto alla morte; da costui libero, ma col rischio di essere poi trucidato da un altro. Ci ammaestrino i pericoli [del presente], fratelli miei. Perché tanto sprovveduti nonostante le parole di Dio e le esperienze umane? Ecco, hai dato tutto e te ne vai via contento perché sei vivo: anche se povero, bisognoso, spoglio, anche se mendicante. Sei contento tuttavia perché sei vivo e perché la luce della vita è dolce. Ma supponi che ti appaia Cristo e che patteggi anche lui con te, lui che non ti ha fatto prigioniero ma che per te è stato fatto prigioniero; che non ti vuole uccidere ma per te si è degnato di lasciarsi uccidere. E proprio lui, che ha dato la sua vita per te - quale prezzo! - lui che ti ha creato, ti propone: " Fa' un patto con me. Vuoi aver salva la vita? A prezzo di tutto il resto? Se vuoi avere te devi avere me. Devi avere in odio te e amare me, così che, perdendola, trovi la tua vita e non la debba perdere volendo tenerla. In quanto alle tue ricchezze, che vuoi possedere ma che, a riscatto della tua vita presente, sei disposto a dare, ti ho già dato un buon consiglio. Se le ami, cerca di non perderle. Ma lì dove le ami, nel confine temporale, periranno con te. Ecco dunque un consiglio anche riguardo ad esse. Se le ami mandale avanti nel luogo dove tu le raggiungerai dopo; per evitare che, se le ami solo sulla terra, tu le perda da vivo o le abbandoni quando muori. Ecco il consiglio che ti ho dato al riguardo: non ti ho detto di perderle, ma di conservarle. Vuoi accumulare un tesoro? Non ti dico di non farlo, ti dico dove. Considerami come uno che ti consiglia, non uno che ti contrasta. Dove ti dico dunque di accumulare il tesoro? E` stato scritto: Accumulatevi tesori nel cielo dove il ladro non entra, né la tignola o la ruggine consumano."

Un buon consiglio sull'affidamento dei tesori.

Tu mi dirai: " Ma non vedo quello che ripongo nel cielo ". Quello che seppellisci in terra infatti lo vedi. Nascondendo il tesoro sotto terra ti senti sicuro; perché dovresti essere preoccupato di affidarlo a Dio che fece il cielo e la terra? Conserva il tuo tesoro dove credi meglio. Ma se troverai un custode migliore di Cristo affidagli pure la tua ricchezza. " Io lo affido - dici - al mio servo ". Sta bene. Ma quanto meglio sarebbe affidarla al Signore! Il tuo servo può anche rubare e fuggire. E tra tanti mali che capitarono si giunse a desiderare che il servo rubasse e fuggisse anziché guidasse i nemici alla casa del suo padrone. Molti servi divennero all'improvviso ostili ai loro padroni e li consegnarono a tradimento ai nemici con tutte le loro ricchezze. A chi dunque affidare? " Per ora - sostieni - al mio servo affido il mio oro ". E allora sta bene: al tuo servo il tuo oro. E la tua anima a chi l'affidi? " L'anima - dici - l'affido al mio Dio ". Quanto meglio faresti, o uomo, ad affidare anche il tuo oro a Colui a cui affidi l'anima! Forse che egli è fedele nel custodirti l'anima e infedele nel custodirti la ricchezza? Non custodirà per te Colui che salva anche te stesso? Dagli fiducia. Supponiamo che un tuo servo si comporti in modo leale: non ruba. Ma chi ti dice che si comporti in modo da evitare che il tuo tesoro vada perduto? La sua fedeltà è assoluta nel non derubarti. Tu badi alla sua fedeltà e non alla sua dabbenaggine? Ecco: ha riposto, ma non ha nascosto bene il tesoro. Arriva un altro e se lo porta via. Forse che qualcuno può fare ciò a Cristo? Scuoti la tua inerzia. Prendi la buona risoluzione: accumula tesori in cielo. Che dico, scuoti l'inerzia? Come se costasse fatica accumulare tesori in cielo. [Per i tuoi beni] anche se costava fatica, la dovevi pur sostenere; era una cosa da fare, per riporre i beni, che teniamo in gran conto, in un luogo protetto, da cui nessuno potesse portarli via. Invece quando Cristo ti dice: " Accumula tesori in cielo ", non ti dice: " Cerca delle scale, fatti adattare delle ali ". Ti dice semplicemente: " Dammi sulla terra e io custodisco in cielo ". " Sulla terra - dice - dammi. Io sono venuto a esser povero sulla terra, perché tu fossi ricco in cielo ". fa' un prestito che si trasferisce. Se temi chi frodi i tuoi beni e non vuoi perderli, se cerchi chi li porti nel luogo dove anche tu andrai, Cristo è lì, nell'uno e nell'altro caso. Non fa impostura, ti fa invece il trasporto.

Cristo nel povero.

" Ma - tu mi domandi - dove trovo Cristo sulla terra? I dati della mia fede, quanto ho udito in Chiesa e ho imparato e creduto, il mistero che mi è stato insegnato è che Gesù Cristo fu sepolto, che è risorto il terzo giorno, che dopo quaranta giorni è asceso al cielo davanti agli occhi dei suoi discepoli, che sta alla destra del Padre e che alla fine ritornerà. Come posso trovarlo qui? Come posso affidargli la mia ricchezza? ". Non agitarti, ascolta fino in fondo. Ovvero, se hai ascoltato già tutto, allora di' tutto. So che hai imparato questo: che è stato crocefisso, deposto dalla croce, messo nel sepolcro; che è risorto e salito al cielo. Ma tu hai letto anche il fatto di Saulo. Quando perseguitava la Chiesa, superbo, crudele, avido di strage, assetato del sangue dei cristiani, quando infieriva su di loro e li perseguitava portando lettere a Damasco per imprigionare e condurre a tortura chiunque, uomo o donna, che avesse trovato essere seguaci di Cristo, come lo ha interpellato Colui che tu confessi aver sede in cielo? Ricorda che cosa gli ha detto, che tu hai sentito, hai letto: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 6. Paolo non lo vedeva, non lo toccava. Egli tuttavia gridava: Perché mi perseguiti?. Non disse: " Perché perseguiti i miei familiari, i miei servi, i miei santi, anzi, aggiungi pure questo titolo d'onore, i miei fratelli? ". Nessuno di questi appellativi, ma disse: Perché perseguiti me?. Cioè le mie membra. Per esse, che erano calpestate sulla terra, il capo, nel cielo, protestava. Anche a te, se qualcuno ti calpesta un piede, dall'alto del capo la tua lingua protesta e dice: " Mi fai male ". Non dice: " Fai male al mio piede ". E allora perché dubiti a chi dare? Lo stesso [Cristo] che disse a Saulo: Perché mi perseguiti? dice a te: Dammi da mangiare sulla terra. Saulo infuriava sulla terra e la sua persecuzione giungeva a Cristo in cielo. Così anche tu; sii generoso sulla terra, avrai sfamato Cristo in cielo. Di questa difficoltà da cui sei turbato, aveva già parlato in anticipo il Signore. Diceva che sorprenderà anche coloro che si troveranno posti alla sua destra. Quando il Signore dirà: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, essi ribatteranno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato?. E immediatamente avranno questa risposta: Ogni volta che avete fatto qualcosa per uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto per me.

Le ricchezze vere.

Se dunque non vuoi dare, non hai scusa: hai solo motivi di condanna. Riguardo a coteste ricchezze il Signore dice: " Ti ho dato un consiglio molto salutare. [Riconosci che] ti sono care. Dunque spostale in cielo e quando le avrai trasferite le seguirai. Intanto seguile col cuore perché: dove sarà il tuo tesoro lì sarà anche il tuo cuore." Se tu seppellisci in terra il tesoro, in terra seppellisci anche il tuo cuore. E se seppellisci il cuore in terra vergògnati quando ascolti l'invito: In alto i cuori, [e tu rispondi]: Li abbiamo rivolti al Signore. " Ti ho dato - dice il Signore - un consiglio salutare per le tue ricchezze ". Se avrai messo in pratica il mio consiglio, se lo avrai bene ascoltato, se sarai ricco nel modo in cui dice l'Apostolo, cioè tale da non insuperbirti, da non porre la tua speranza nell'incertezza della ricchezza, se sei pronto a dare, a condividere, così da accumulare un capitale buono per il futuro, per conquistare la vera vita, se fai tutto questo, rivolgiti al tuo Dio - dice il Signore - e interpellalo: " Ecco, Signore, ho trasferito in cielo quello che avevo, dando tutto, o tenendo in modo tale quello che posseggo che è come se non lo possedessi, usando del mondo come se non ne usassi appieno. Il regno dei cieli vale questo prezzo? Ecco, se ho fatto così, è questo il suo prezzo? ". E` un prezzo caro. Ma [ciò che acquisti] vale di più. Tale prezzo non corrisponde al suo valore. Perché tu vivrai in eterno. Qui infatti tu daresti tutti i tuoi tesori anche per una vita di pochi giorni. Là invece sarai veramente ricco, non sentirai la mancanza di nulla. Perché tu a questo miri, quando vuoi essere ricco: non vuoi patire bisogni sulla terra e così ammassi sostanze che sono denso fango da cui sei appesantito ed oppresso, e che ti terrà, una volta secco, strettamente impigliato. [Ed anche], per non mancare di nulla, vai cercando, per farti trasportare, molti animali, e vivande copiose per il tuo vitto ed indumenti preziosi per coprirti. Però non credere, per il fatto che possiedi molte cose, di essere ricco tu e povero l'angelo che non le possiede; egli non ha cavallo né carrozza, non mensa con suntuosi apparati né vesti, perché è vestito di luce. Impara, o ricco, quali siano le ricchezze vere. Tu vuoi queste ricchezze terrene per appagare la gola e riempire il ventre. Ma ti fa veramente ricco chi ti fa il dono di non sentire la fame. Non aver fame, questo è non essere bisognosi. Infatti, per quanto tu sia ricco, quando giunge l'ora del pranzo o comunque prima di andare a mensa, quando hai fame, sei nel bisogno. Ma per dirla in breve, a prescindere dai banchetti, sospiri pieno di superbia. E non per appagamento di bisogni, ma per fumo di uffici da ricoprire. Guarda poi che cosa pensi quando vuoi aumentare le tue ricchezze. Osserva se dormi tranquillo quando ti preoccupi che vadano perdute lì dove le hai riposte o quando pensi di aumentare il capitale: se hai la pace. Si potrebbe dire che hai trovato la ricchezza se avessi trovato la pace. E invece quando sei sveglio non fai che pensare ad aumentare il patrimonio; quando dormi sogni i ladri. Di giorno in ansia, di notte nel timore, sempre nel bisogno. Chi invece ti promette il regno dei cieli ti vuole far ricco sul serio. E a che prezzo credi che quelle vere ricchezze, quella vera e beata vita e per di più eterna, si comprino? Credi di poterla avere allo stesso prezzo al quale sei disposto a riscattare questi pochi, miseri e tormentati giorni? Il regno dei cieli dev'essere pagato molto di più perché vale molto di più.

Non basta dare le cose, a Dio bisogna dare se stessi. Esempio delle martiri tuburbitane.

A questo punto mi dirai: " Che cosa farò? Il capitale che avevo l'ho dato ai poveri e di quello che ho ora ne faccio partecipi i bisognosi. Che cosa posso fare di più? ". Ma tu hai ancora qualcosa in più; hai te stesso. Hai te in più. Sei una delle tue cose. Devi aggiungere anche te stesso. Ascolta il consiglio del tuo Signore al ricco: Va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri. A questo punto [poi] non congedò il suo interlocutore. E perché non credesse di perdere la ricchezza che amava, anzitutto lo rassicurò che non perdeva, ma riponeva, dicendogli: E avrai un tesoro in cielo. Ma non basta. Aggiunse: Vieni e seguimi. Ami? Vuoi seguire Colui che ami? Colui che tu vuoi seguire, corse, volò. Per quale via? Per tribolazioni, obbrobri, false accuse, sputi sul viso, schiaffi e battiture, corona di spine, croce, morte. Perché resti inerte? Volevi seguirlo. Eccoti rivelata la via. " Ma chi potrebbe - mi obietti - seguirlo per tale via? ". Vergògnati, uomo con la barba, arrossisci. Delle donne l'hanno seguito, quelle ad esempio di cui oggi celebriamo l'anniversario. Noi celebriamo oggi la solennità delle martiri di Tuburbi. Il Signore nostro, che è il Signore vostro, il Signore di esse, il Signore di tutti, il Redentore della nostra vita, precedendoci nella via stretta e difficile, l'ha resa larga, regale, sicura e ben protetta, in cui piacesse anche alle donne camminare. E tu resti ancora inerte? Non vuoi versare il tuo sangue per così prezioso sangue? Il tuo Signore ti dice: " Per primo ho patito per te. Ricambia quello che hai avuto. Restituisci ciò a cui hai attinto ". Dici di non potere? Lo hanno potuto fanciulli e fanciulle. Lo hanno potuto uomini e donne deboli: riuscirono a farlo uomini ricchi, grandi ricchi, che di fronte alla prova della passione non si lasciarono trattenere dalla loro grande ricchezza, né lusingare dalla dolcezza della vita pensando a quel ricco che, finite le ricchezze, aveva trovato i tormenti. Ed essi non mandarono avanti le loro ricchezze ma piuttosto le precedettero col martirio. Con tanti esempi davanti resti inerte? E tuttavia celebri le feste dei martiri. Oggi è anniversario di martiri. " Andrò [alla festa] ", dici. E forse col miglior vestito. Verifica piuttosto con quale coerenza interiore; ama quello che fai, imita quello che celebri, pratica quello che trovi lodevole. " Ma io - dici - non posso ". [Ricorda:] Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla. " Ma io - ripeti - non riesco ". Tu non temere che la Fonte stessa possa inaridirsi. Dove si sono abbeverate le martiri anche tu lo puoi se ti accosterai pieno di desiderio, se non t'innalzerai come un colle, ma ti abbasserai come una valle, per poter essere riempito.

Il mondo in fiore il mondo malato; Cristo medico.

Questi discorsi non ci risultino duri, fratelli, specie in questi tempi di tante tribolazioni: il mondo fu disprezzato dai martiri quando era nel suo fiore; con grande merito è stato disprezzato quando era fiorente, e lo si ama ora che perisce. Essi trascurarono i suoi fiori e tu abbracci le sue spine. Se sei pigro a uscire di casa, almeno il fatto che la casa sta andando in rovina ti metta paura. Ma avviene che il pagano t'insulti. Ma per che cosa t'insulta? In verità è giunto il tempo in cui il pagano t'insulta perché si adempiono le profezie del tuo Signore. Sarebbe invece più giusto che t'insultasse se non si fossero realizzate le cose che aveva predetto. Egli nega il Dio che tu veneri; tu, sulla base di ciò che ora patisce il mondo, dimostragli che egli ha detto il vero, e senza rattristarti per ciò che è stato predetto, godi delle promesse. Egli venne in un tempo in cui, declinando ormai l'età del mondo, che sembra strutturato per avere una sua fine, ci sarebbe stata quantità di stragi e di rovine, di angustie e disagi. A tuo conforto è venuto Colui che a suo tempo è venuto. E perché non ti perdessi d'animo nelle tribolazioni della vita che passa e muore, ti ha promesso un'altra vita. Prima che il mondo soffrisse di queste afflizioni e sciagure, furono inviati i Profeti. Furono mandati come dei servi a questo grande malato che è il genere umano, che è come un unico uomo infermo, giacente disteso da Oriente ad Occidente. Il medico potente mandò i suoi servi. Ma giunse il momento in cui si verificarono per questo malato tali attacchi del male che egli avrebbe dovuto soffrire molto. Il medico disse: " Questo malato sta per soffrire molto; bisogna che vada io ". Il malato, se è stolto, dirà al medico: " Signore, soffro per il fatto che sei venuto ". " Stolto, non soffri perché sono venuto io, ma sono venuto perché soffrivi ". Riassumo, fratelli. Perché stiamo a dire molte cose? Con rapidità il Signore compirà la sua parola sopra la terra. Viviamo dunque bene e a compenso di una buona vita nostra non speriamo i beni transitori della terra. La felicità terrena è scarsa ricompensa a una vita buona. Vivere bene qui non ha lo stesso valore di ciò che sono i tuoi desideri, e se desideri cose [terrene], non vivi nemmeno bene. Se vuoi mutare vita muta i desideri. Tu serbi fede a Dio e ciò per essere felice in terra. Ma sarebbe questa la ragione di serbar fede a Dio? Così poco vale la tua fede? Così poco la stimi? A tanto poco la riduci? Se hai qualcosa da vendere qui sulla terra e contratti col compratore, tu alzi il prezzo, lui lo abbassa. " Vale tanto ", tu dici, accrescendo il prezzo di quello che vendi. Egli ribatte: " Non vale questo prezzo, ma quest'altro ", e ti offre un prezzo inferiore, volendo comprare a meno. Il Cristo Signore ti corregge. Tu dici a Cristo, al tuo Signore: " Io ti serbo fede e tu dammi beni sulla terra ". Stolto! Quello che vendi non vale così poco. Sei in errore. Non conosci il valore di quello che hai. Tu serbi fede [a Dio] e chiedi in cambio solo beni terreni? La tua fede vale più della terra, non la sai apprezzare. Io che te l'ho data so quanto vale. Vale quanto tutta la terra. Aggiungi alla terra anche il cielo. Vale ancora di più. E che cosa c'è di più che la terra e il cielo? Colui che ha fatto la terra e il cielo. Rivolti al Signore...

 

 

DISCORSO 389

 

TRATTATO SULLA DOMANDA DEL PANE CELESTE,
SUL DOVERE DELL'ELEMOSINA E LA MISERICORDIA.

 

Anche l'anima ha bisogno del suo pane: come cercarlo.

Il Signore mi sollecita attraverso il passo del Vangelo [che è stato letto], a parlarvi del pane celeste che dobbiamo chiedere. E` vero che abbiamo necessità del nostro pane terreno perché apparteniamo alla terra con il nostro corpo, ma se il corpo deve ricevere il suo pane, anche l'anima non deve restare priva del pane suo proprio. Anche la nostra anima in questa vita si trova in stato di bisogno: ha necessità del pane che è suo alimento. Tutti hanno bisogno di pane. Dio solo, perché è lui il Pane, non ha bisogno di pane: è lui il Pane della nostra anima. Lui che non ha bisogno del pane altrui, ma basta a se stesso, nutre anche noi. E` dunque manifesto qual è il Pane celeste, nutrimento della nostra anima.

Seguiamo il consiglio sull'elemosina e ci sarà aperto il cielo.

Noi abbiamo bisogno di consiglio sul modo come giungere a pascerci di quel pane di cui ora raccogliamo poche briciole soltanto, per non perire di fame in questo deserto. Il Signore dice: Chi mangerà di questo pane non avrà più fame, e chi berrà la bevanda che io darò, non avrà sete in eterno. Ci promette nutrimento abbondante e una sazietà che non dà nausea, ma sul modo come giungere a quella pienezza dalla condizione di fame in cui ci troviamo, abbiamo bisogno del consiglio. Vano sarebbe il nostro bussare per avere quel pane se non accogliessimo il consiglio. Esporrò dunque questo consiglio, o meglio lo farò presente alla memoria mia e vostra, poiché l'abbiamo appreso insieme; ma se uno non lo segue dico che non solo bussa invano, ma addirittura non bussa, perché il bussare consiste proprio nel seguire questo consiglio applicandolo in pratica. Non vi dovete immaginare, o miei fratelli, che Dio abbia una vera e propria porta da chiudere duramente in faccia agli uomini, e che ci abbia detto di bussare perché dobbiamo battere alla porta finché a furia di battere ci facciamo udire dal padre di famiglia il quale dal fondo della sua dimora chieda chi mai bussi, chi rechi disturbo, e faccia aprire perché ci venga dato quello che chiediamo, e ce ne andiamo via. Non è così ma è qualcosa di simile. Come bussando presso qualcuno usiamo le mani, così anche per bussare presso il Signore. Si devono usare le mani per bussare, altrimenti non solo si bussa invano, ma neppure si bussa; e non bussando, non si potrà neppure ottenere, non si potrà ricevere. Voi volete sapere come bussare. Voi chiedete ogni giorno, e fate bene a farlo perché è stato detto: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. E` stato precisato che cosa dobbiamo fare: Chiedi, cerca, bussa. Tu chiedi pregando, cerchi bussando, bussi dando l'elemosina. Non smettere di usare le mani.

Diamo un pane che sfama per breve tempo; riceviamo un pane che elimina la fame.

Quanto all'elemosina, l'Apostolo ha dato questi insegnamenti ai fedeli: A questo riguardo vi do un consiglio. E` una cosa vantaggiosa per voi, che già dall'anno scorso siete stati i primi a intraprenderla e anche a desiderarla. E Daniele così disse al re Nabucodonosor: Accogli, o re, il mio consiglio e riscatta i tuoi peccati con l'elemosina. Se accogliamo il consiglio da cui ci viene il comando, o l'ammonimento, di dare parte di quello che possediamo a chi ha bisogno, non andiamo superbi del nostro atto. Se è un consiglio quello che accogliamo, esso giova a noi più che ai poveri che aiutiamo. Chi è disposto ad accogliere il consiglio, intende trarne giovamento, e chi dà il consiglio intende essere di aiuto, e mentre viene in aiuto, giova a colui che riceve il consiglio. Ogni povero riceve l'elemosina in atteggiamento supplice e umile, e ringrazia - la superbia, se non si addice a chi dona, tanto meno si addice a chi riceve -; ma chi dona deve saper bene e ricordare non solo che cosa dà, ma anche che cosa a sua volta riceve. Nel caso che il povero avvertisse della superbia in chi l'aiuta, se potesse prendersi la libertà di parlargli, gli domanderebbe per quali motivi si vanti superbamente: non può vantarsi di quello che gli ha dato perché è solo pane, pane che egli avrebbe riposto in casa senza curarsene, lasciandolo ammuffire e poi imputridire, buttato nella terra: fatto di terra, esso torna alla terra. Quanto alle loro mani - quella del povero stesa a ricevere, l'altra protesa a dare -, il povero gli potrebbe far osservare che sono state fatte tutte e due allo stesso modo: terra la mano che dà, terra quella che riceve, così come è terra quello che viene donato. Il pane che riceve, egli lo mangia per calmare il tormento della fame, e si dice grato del beneficio ricevuto. Ma vuole invitare il ricco superbo a considerare l'insegnamento dato dallo stesso Signore Salvatore nostro: Quello che entra in bocca va a finire allo stomaco e quindi va a finire in una fogna. E anche l'apostolo Paolo dice: Il cibo è fatto per lo stomaco e lo stomaco per il cibo, ma Dio distruggerà l'uno e l'altro. Il pane dunque, come ho detto, è terra che dalla terra va alla terra per sostenere e man mano ricostruire quella terra che è il nostro corpo. Chi dà considera quello che dà, non quello che a sua volta riceverà, ma il povero dovrebbe richiamarlo a considerare che proprio ricevendo il suo aiuto, egli fa a lui un dono più grande della sua elemosina. Se infatti non ci fosse uno che riceve, egli non potrebbe, con un po' di terra data in elemosina, acquistarsi il cielo. E` quindi bene per noi aprire al povero che bussa e fargli dare il pane per placare la sua fame, lenirgliene il tormento. Come oseremmo non prestare ascolto a chi chiede? Potremmo farlo se a nostra volta non dovessimo chiedere rivolgendoci a Colui che ha creato sia noi che il povero. Ora diamo quello che poi chiederemo; esaudendo ora la richiesta del povero, ci prepariamo a essere esauditi a nostra volta. Dobbiamo quindi ringraziare il Signore che ci permette di acquistare una cosa tanto preziosa a così basso prezzo: diamo il pane che si consuma nel tempo e riceviamo quello che dura in eterno, diamo quello che altrimenti dovremmo presto buttar via e riceviamo quello che godremo eternamente, diamo quello che sfama gli uomini e otteniamo di diventare compagni degli angeli; diamo quello che permette all'uomo di non patire per un po' la fame che riprenderà a tormentarlo, e riceviamo quello che ci permette di non patire più fame o sete. Chi si rende conto di quello che riceve in confronto di quello che dà, non esiterà a dare. Il povero, che ci ha condotto a fare tutta questa riflessione, potrebbe infine chiederci se crediamo subisca maggiore danno colui a cui venga rifiutato il pane terreno o colui che, rifiutando, si troverà impedito a giungere a Colui che ha fatto il cielo e la terra. La conclusione è che, accogliendo il consiglio che ci viene dato, noi agiamo nel nostro interesse; propriamente non possiamo neppure dire di dare aiuto al povero perché l'aiuto lo diamo a noi stessi piuttosto che all'altro.

I beni dati ai poveri sono trasferiti in cielo, dove si deve collocare anche il nostro cuore.

Dunque, fratelli miei, pensiamo secondo la verità e attingiamo la sapienza di vita dalla parola del Signore - se ci scostiamo da essa, noi periamo -; noi dobbiamo vivere non a modo nostro, ma seguendo il suo consiglio. Solo così viviamo veramente. Se possediamo dei beni da poter dare ai poveri e non li diamo, li abbandoneremo qui morendo o li perderemo già durante la vita. Quanti perdettero all'improvviso i beni che tenevano nascosti con ogni cura! Basta un assalto di nemici per far perdere ai ricchi i loro tesori; non possono chiedere agli invasori di rispettarli perché li hanno messi da parte per i loro figli. Consideriamo questi casi. Non vogliamo soffermarci sulle persone che ignorano Dio, le quali, perdendo in questa vita i beni cui davano tanta importanza, e non avendo alcuna speranza in un'altra vita, sono tenebre fuori e dentro, essendo spoglia dei loro tesori l'arca e ancor più spogli loro nell'animo. Soffermiamoci invece sulle persone che hanno un po' di fede cristiana: dico un po' di fede perché se avessero una fede robusta e piena non avrebbero trascurato di seguire il consiglio del Signore. Quando costoro dovessero assistere al saccheggio delle loro case o, senza potervi assistere, ne fossero condotti via prigionieri e vedessero al loro allontanarsi appiccato a esse il fuoco, trovandosi così spogli di tutto, si pentirebbero di non aver seguito il consiglio del Signore. Ascoltiamo quale consiglio diede il nostro Signore Gesù Cristo al giovane ricco che gli chiedeva come potesse conseguire la vita eterna. Non gli disse di buttar via quello che possedeva nel senso di buttar via i beni temporali per conseguire quelli eterni. Non glielo disse perché vedeva che amava i suoi beni; gli disse invece di trasferirli dove non avrebbe dovuto perderli. Egli amava i suoi tesori, le sue ricchezze, i suoi possedimenti, tutti i beni che possedeva sulla terra. Li possedeva e li amava sulla terra, e qui anche li avrebbe perduti, perdendo insieme se stesso. Per questo Gesù gli dà il consiglio di trasferirli nel cielo. Possedendo i beni quaggiù li avrebbe perduti, aggiungendo anche alla perdita dei beni la propria perdizione; possedendo invece beni nel cielo, non li avrebbe perduti e lui stesso avrebbe potuto seguirli lassù. Ecco dunque il consiglio di Gesù: Da' ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Non vuole che quel giovane resti privo di beni: in cielo avrebbe goduto con tranquillità dei suoi beni, mentre il possederli sulla terra gli dava angustia. Quindi l'esortazione a fare tale trasferimento non implica la perdita, ma la conservazione dei beni, dei veri beni. Avrai un tesoro in cielo, dice, e aggiunge: Vieni e seguimi. Egli stesso lo condurrà dove è il suo tesoro. Non è dunque una perdita, ma un guadagno il seguire il consiglio. Siano vigilanti gli uomini, sapendo già per esperienza che cosa debbano temere, e facciano in modo di non avere più a temere, trasferendo i loro tesori in cielo. In modo analogo, a proposito del frumento, potrebbe sembrare assurdo seppellire i grani di frumento in terra, dove c'è umidità e il seme imputridisce sì che sembra vada perduto il frutto della fatica. Ma chi è inesperto, opera seguendo il consiglio dell'amico il quale sa che cosa avviene del frumento nella terra. Voi ascoltate il consiglio dell'amico circa il frumento, non quello del Signore circa il vostro cuore; rifiutando di trasferire il vostro cuore su dalla terra, lo fate perdere sepolto nella terra, dove abbiamo invece paura di seppellire i grani di frumento. Il consiglio che il Signore ci dà circa il nostro tesoro riguarda anche il nostro cuore, perché dice: Dov'è il tuo tesoro, là c'è anche il tuo cuore. E` un invito a sollevare al cielo il nostro cuore perché non imputridisca nella terra; è un consiglio di chi ci vuole salvi, non dannati. Se stanno così le cose, hanno ben da pentirsi coloro che non lo seguirono e ora considerano che avrebbero potuto possedere in cielo i beni che hanno perduto sulla terra. Non potrebbero invadere il cielo i nemici che hanno invaso le loro case; è stato ucciso il servo che ne aveva la custodia, ma non potrebbe essere ucciso il Signore nostro Salvatore là dove non può arrivare alcun rapinatore, dove non rode la tignola. Molti arrivano in tal modo a riconoscere che avrebbero dovuto riporre i loro tesori là dove dopo non molto avrebbero potuto raggiungerli loro stessi. Si rammaricano di non aver ascoltato il Signore, di aver disprezzato l'ammonimento del Padre, di aver dovuto subire l'assalto dei nemici. Questa l'esperienza che ha condotto molti a pentirsi. Può essere di ammonimento un fatto che si dice realmente avvenuto. Un tale, non ricco ma largo dei suoi modesti averi per abbondanza di carità, vendette a cento denari un suo possedimento e fece erogare parte della somma ai poveri. Così fu fatto, ma intervenne a quel punto l'antico nemico, il diavolo, con l'intento di farlo pentire della sua buona opera e fargli rovinare con la mormorazione quello che aveva fatto in obbedienza al consiglio: il diavolo mandò un ladro a rubare tutto quello che era rimasto dopo la sottrazione della parte data ai poveri. Si aspettava che uscisse da lui una bestemmia e invece uscì una esclamazione di lode; si aspettava che egli vacillasse nel bene e invece vi si rafforzò. Il nemico voleva che si pentisse, di fatto si pentì, ma si pentì di non aver donato tutto. Aveva infatti perduto - così diceva - quello che non aveva dato ai poveri, perché non lo aveva collocato là dove nessun rapitore ha accesso. Non dobbiamo dunque esitare a seguire un consiglio così buono, se il consiglio è quello che si è detto, di trasferire i nostri beni là dove non li perderemo più. I poveri ai quali diamo aiuto diventano i nostri corrieri che compiono per noi questo trasferimento dalla terra al cielo. Noi diamo al corriere, ed egli trasporta in cielo quello che gli viene dato. Forse qualcuno vorrebbe far osservare che il povero consuma mangiandolo quello che ha ricevuto. Ma rispondiamo che proprio perché non lo tiene per sé, ma lo consuma nutrendosene, egli compie il trasporto di cui parliamo. Non si dimentichi quello che è scritto: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno. Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. E poi: Ogni volta che avete fatto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me. Se non hai rifiutato di dare al mendicante che ti stava davanti, fa' attenzione a chi è pervenuto quello che hai dato: Ogni volta che avete fatto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Cristo riceve l'aiuto che avete dato, lo riceve lui che ci ha fatto dono di fare dono a lui, lo riceve lui che nella nostra fine ci farà dono di se stesso.

Nel giudizio finale valgono le opere buone, fatte o rifiutate a Cristo nel povero.

Confesso che il passo della Scrittura di Dio che ho citato mi ha sempre fortemente colpito. Altre volte ve l'ho richiamato alla memoria per sollecitare la vostra Carità, ed è mio dovere sollecitarla spesso. Vi prego di riflettere a quello che il nostro Signore Gesù Cristo dirà alla fine dei tempi, quando verrà per riunire alla sua presenza tutti i popoli e riunirà gli uomini in due gruppi, ponendo gli uni alla sua destra, gli altri alla sua sinistra. A quelli alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. A quelli alla sua sinistra invece: Andate nel fuoco eterno che è preparato al diavolo e ai suoi angeli. Ci si chiede perché un premio così grande, perché un castigo così tremendo: Ricevete il regno e Andate nel fuoco eterno. I primi ricevono il regno perché: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Gli altri andranno nel fuoco eterno perché: Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare. Cerchiamo di capire. Coloro che riceveranno il regno hanno dato aiuto al povero come buoni fedeli cristiani, seguendo le parole del Signore, e sperando con fiducia nelle sue promesse; essi si comportarono così non ritenendo si addicesse alla loro vita santa restare nella sterilità, limitandosi solo ad astenersi dai vizi, non violando la castità, non abbandonandosi a ubriachezza, non commettendo frode, non facendo cattive azioni. Se non avessero aggiunto gli atti di carità, sarebbero rimasti sterili, osservando soltanto la prima parte del precetto: Sta lontano dal male, e non l'altra parte: e fa' il bene. Anche a quelli a cui dice: Venite, ricevete il regno, non dà come motivazione il fatto che siano vissuti nella castità, lontani da frodi, che non abbiano oppresso il povero né rapinato i beni altrui, non abbiano fatto falso giuramento, bensì dice: perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Questo fatto è dunque riconosciuto molto più importante, se il Signore tace il resto e indica solo questo merito. In modo analogo quando agli altri dice: Andate nel fuoco eterno preparato al diavolo e ai suoi angeli, non presenta tante altre cause della loro condanna che avrebbe potuto addurre perché erano adùlteri, omicidi, ingannatori, sacrileghi, bestemmiatori, infedeli; invece dice solo: Ebbi fame e non mi avete dato da mangiare. Vedo che questo colpisce anche voi e vi fa stupire; è in realtà cosa sorprendente. Cercherò di coglierne per quanto posso il significato e ve lo comunicherò. Sta scritto: Come l'acqua spegne il fuoco che divampa, così l'aiuto dato ai poveri cancella i peccati. E ancora: Riponi l'elemosina nel cuore del povero ed essa stessa pregherà per te il Signore. Abbiamo già citato sopra quest'altro passo: Ascolta, o re, il mio consiglio e riscatta i tuoi peccati con le elemosine. Questi sono alcuni dei molti passi della parola di Dio che dimostrano l'importanza dell'elemosina per estinguere e cancellare i peccati. Sia di quelli che intende condannare sia di quelli che glorificherà, il Signore, come abbiamo udito, valuterà solo le opere buone, perché sarebbe difficile che, pesandoli ed esaminando attentamente le loro azioni, non trovi motivo per condannarli; invece dice: Entrate nel regno poiché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Quindi saranno salvati non perché non abbiano peccato, ma perché hanno riscattato i loro peccati con le opere buone. Gli altri invece che si sentiranno dire: Andate nel fuoco eterno che è preparato al diavolo e ai suoi angeli, posti sotto accusa come colpevoli, saranno pieni di tremore, seppure troppo tardi e, davanti ai propri peccati, non oserebbero dire ingiusta la propria condanna, ingiusta la sentenza pronunciata dal giudice sommamente giusto. La riconoscerebbero senz'altro giusta perché riflettendo avrebbero consapevolezza delle proprie colpe e delle ferite da queste inferte alla loro coscienza. Ad essi si riferisce quello che è scritto nella Sapienza: Le loro iniquità, drizzandosi davanti ad essi li accuseranno. Ma per far loro capire che il motivo della loro condanna non sta nelle altre colpe, come essi pensano, precisa: Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare. Se infatti, allontanandosi da tutte le loro colpe e convertendosi a lui, avessero riscattato con le elemosine i loro peccati, le elemosine stesse ora li renderebbero liberi assolvendoli dall'accusa di pur gravi delitti. E` scritto infatti: Beati quelli che hanno compassione degli altri, perché Dio avrà compassione di loro. Invece risuona per loro la condanna: Andate nel fuoco eterno, perché: Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia.

Si devono riscattare i peccati con l'elemosina.

Desidero raccomandarvi, fratelli cari, di dare ai poveri il pane terreno e di bussare alla porta di quello celeste. Il Signore è il nostro pane: Io sono il pane della vita. Egli non potrà darvi il suo pane se voi non date aiuto a chi è nel bisogno. Avete davanti qualcuno che è nel bisogno, mentre a vostra volta siete nel bisogno davanti a un altro; sono diversi questi due rapporti di bisogno, il primo verso di voi, è bisogno nei confronti di uno che a sua volta è nel bisogno nei confronti di un altro che non ha bisogno di nulla. Fa' da parte tua quello che vorresti sia fatto nei tuoi confronti. Non deve capitare come tra gli amici che sogliono rinfacciarsi reciprocamente i favori fatti - a botta e risposta: Ti ho dato questo. E io quest'altro -. Dio non vuole che noi ricambiamo i suoi doni. Egli non ha bisogno di nessuno; per questo è il vero Signore: Ho detto al Signore: sei tu il mio Dio e non hai bisogno dei miei beni. E appunto perché, essendo il vero Signore, non ha bisogno dei nostri beni, ma vuole che noi facciamo qualcosa verso di lui, si è degnato di aver fame nei suoi poveri: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Signore, quando ti abbiamo visto affamato? Quando avete fatto ciò a uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me. E parimenti agli altri: Quello che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l'avete fatto a me. Per concludere, ascoltino bene gli uomini e valutino nel modo dovuto quale merito sia dar da mangiare a Cristo, quale colpa trascurare Cristo affamato. Anche la penitenza dei peccati che sappiamo rinnova l'uomo facendolo migliore, non giova a nulla se non sarà resa feconda dalle opere di misericordia. La Verità stessa lo testimonia per bocca di Giovanni, che a coloro che gli si avvicinavano diceva: Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere che potete sfuggire il castigo ormai vicino? Fate dunque i frutti che provino la vostra conversione e non mettetevi a dire: Noi siamo discendenti di Abramo. Perché vi assicuro che Dio è capace di far sorgere veri figli di Abramo da queste pietre. La scure è già alla radice degli alberi, pronta a tagliare; ogni albero che non fa frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco. A fare questi frutti richiama la frase precedente: Fate frutti che provino la vostra conversione. Se mancano questi frutti, la penitenza infruttuosa non serve a fare ottenere il perdono dei peccati. E quali frutti si debbano dare lo stesso Giovanni indica nel seguito rispondendo alle interrogazioni: Lo interrogavano le folle chiedendogli che cosa mai dovessero fare, cioè quali frutti egli, con le sue minacce, volesse spingerli a produrre. Ed egli rispondeva: Chi possiede due abiti ne dia uno a chi non ne ha, e lo stesso faccia chi ha dei viveri. E` una risposta chiara, sicura, esplicita. L'altra frase citata: Ogni albero che non fa frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco, ha lo stesso significato delle parole che si sentiranno rivolgere quelli collocati alla sinistra: Andate nel fuoco eterno, poiché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare. Non basta dunque smettere di peccare se si trascura di riparare le colpe del passato. Dice infatti la Scrittura: Figlio, hai peccato? Non farlo più. Ma perché non crediate che questo basti, aggiunge subito: e prega perché le colpe passate ti siano perdonate. Ma anche pregare non gioverà se non vi rendete degni di essere esauditi dando i debiti frutti del pentimento, in modo da non essere tagliati come albero sterile e gettati nel fuoco. Se volete essere esauditi quando pregate per i vostri peccati: Perdonate e sarete perdonati, date e vi sarà dato.

 

 

DISCORSO 107/A

OMELIA SUL VANGELO CHE NARRA DEI DUE FRATELLI

Che cosa rispose il Signore a chi lo aveva interpellato per l'eredità.

Il Signore Gesù Cristo che largisce la carità, condanna la cupidità. Egli infatti vuole sradicare l'albero cattivo e piantare l'albero buono. Dall'amore del mondo non nasce alcun frutto buono; dall'amore di Dio non nasce alcun frutto cattivo. Ecco i due alberi, parlando dei quali il Signore dice: Un albero buono non produce frutti cattivi; un albero cattivo invece produce frutti cattivi. La nostra parola dunque, dal momento che proviene da Dio, è come la scure alla radice d'un albero cattivo. Le stesse parole che sono risonate dal santo Vangelo hanno colpito gli alberi cattivi. Li potano, non li tagliano. Ciò che il tuo Creatore non ha voluto che tu avessi, sappi ch'è cosa la quale non ti giova. Il Signore non vuole che noi abbiamo la cupidigia del mondo. Nessuno dunque dica: "Cerco il mio, non l'altrui". Guardatevi da ogni specie di cupidigia. Se amerai troppo i tuoi beni che possono perire, perderai davvero i tuoi beni che non possono perire. "Io - dici - non voglio né perdere ciò ch'è mio né prendere ciò ch'è di altri". Una simile scusa è segno d'una certa cupidità, non è un vanto della carità. Della carità è stato detto: Non va in cerca dei propri interessi, ma di quelli degli altri. Non cerca i propri vantaggi ma cerca la salvezza dei fratelli. Poiché anche costui che pregò il Signore d'interporsi come arbitro, se avete fatto attenzione, se lo avete capito bene, andava in cerca dei propri interessi, non di quelli altrui. Suo fratello infatti aveva preso per sé tutto il patrimonio e non aveva dato la parte dovuta al fratello. Egli vide il Signore giusto; non poteva trovare un giudice migliore e gli si rivolse perché facesse da giudice e disse: Signore, di' a mio fratello di spartire con te l'eredità. Che cosa c'è di più giusto? "Si prenda la sua parte e mi dia la mia! Né tutto io, né tutto lui, poiché siamo fratelli". E dire che le stesse sostanze che cercavano di spartire le avrebbero possedute sempre intere, se fossero vissuti d'accordo. Tutto ciò che si divide, diminuisce. Se fossero stati concordi nella loro famiglia come lo erano stati durante la vita del loro padre, avrebbero posseduto ciascuno di essi anche l'intero patrimonio. Se per esempio avessero posseduto due case di campagna, sarebbero appartenute entrambe a tutti e due e chi avesse loro domandato di chi fosse ciascuna di esse, avrebbero risposto: "È mia". Se ad uno di loro uno avesse chiesto: "Di chi è quella fattoria?", avrebbe risposto: "È nostra". Ugualmente se uno avesse chiesto di chi fosse l'altra, avrebbe risposto similmente: "È nostra". Se invece ciascuno di loro ne avesse presa una, la proprietà sarebbe diventata più piccola e la risposta sarebbe stata diversa. Allora, se uno avesse chiesto: "Di chi è questa casa di campagna?" il proprietario avrebbe risposto: "È mia". "Di chi è quella?". "Di mio fratello". Non ne hai acquistata una, ma ne hai perduta una, poiché l'hai divisa. Gli pareva dunque d'avere un desiderio giusto poiché cercava la propria parte, non bramava l'altrui; confidando quindi nella giustizia della propria causa, chiamò a fare da arbitro il giudice giusto. Ma che gli rispose il giudice giusto? Dimmi, o uomo, - poiché non ti lasci guidare dallo spirito di Dio ma dall'egoismo umano - chi mi ha costituito mediatore nella divisione dei vostri beni?. Rifiutò ciò che gli era stato chiesto ma diede più di quanto rifiutò di dare. Quel tale gli aveva chiesto una sentenza riguardo alla spartizione dell'eredità; egli invece gli diede il consiglio di non avere la cupidità. "Perché vai in cerca d'una fattoria? Perché vai in cerca della terra? Perché ricerchi la tua parte? Se non avrai la cupidigia, avrai tutto!". Vedete, voi che siete avidi, colui che non aveva la cupidigia, e che ha detto: Siamo come persone che non hanno nulla eppure possiedono tutto. "Tu dunque - dice il Cristo - mi chiedi che tuo fratello ti dia la parte dell'eredità che ti spetta. Io invece vi dico: Guardatevi da ogni specie di cupidigia." Tu credi di guardarti bene dal desiderare i beni altrui. Io invece ti dico: Guardatevi da ogni specie di cupidigia. Ma tu vuoi amare eccessivamente i tuoi beni e per il tuo patrimonio vuoi far cadere il tuo cuore dal cielo e, volendo accumulare tesori sulla terra, cerchi di opprimere l'anima tua: l'anima infatti ha le proprie ricchezze come anche la carne ha le proprie.

Esempio propostoci da Cristo per metterci in guardia da ogni avidità.

Infine ci viene presentato un non so quale ricco per metterci in guardia da ogni avidità. Che significa "da ogni"? Anche dai beni che si dicono tuoi. Ci viene presentato un ricco al quale erano venute in eredità delle terre, cioè aveva in campagna i suoi possedimenti; gli erano venuti abbondanti raccolti; un buon esito infatti si chiama prosperità. Allora si mise a ragionare tra sé, dicendo quel che avete udito durante la lettura del Vangelo: Che cosa farò, dove radunerò i miei raccolti?. Non aveva il posto dove metterli. Erano troppi. Si sentiva alle strette a causa dell'abbondanza, non della mancanza. Quanto era infelice, dal momento ch'era turbato non dalla povertà ma dall'abbondanza! Gli pareva di non aver un locale ove riporre i raccolti per non perdere nulla. E gli sembrò di aver trovato un progetto molto utile. Ho trovato - disse - che cosa fare. Demolirò i vecchi magazzini e ne costruirò altri più spaziosi e li riempirò; allora potrò dire a me stesso: Ora hai molte provviste per molti anni. Riposati, mangia, bevi, datti alla bella vita. Ma Dio gli disse: Stolto, ti pare d'essere saggio perché hai trovato il progetto di abbattere i magazzini poco spaziosi e di costruirne di più grandi? Sei stolto per il fatto che ti sembra d'essere saggio. Perché hai agito così, dicendo a te stesso: "Hai molte provviste per molti anni"? Questa notte ti sarà richiesta la tua vita, dove sono i lunghi anni? Questa notte ti sarà richiesta la tua vita. Di chi saranno le provviste che hai preparate? Non ti turbi forse inutilmente? Accumuli tesori senza sapere per chi li raduni. Non aveva locali ove riporre i raccolti! E dov'erano i poveri? Ciò che la strettezza dei tuoi magazzini non poteva più ricevere, l'avrebbe potuto ricevere uno dei tuoi fratelli, l'avrebbe potuto ricevere il tuo Signore che dice: Quando avete fatto ciò a uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me. Affidi i tuoi raccolti ai magazzini e non li perderai? Li trasferisci in cielo e li perderai? Non hai dove riporli? Fa' l'elemosina e aspetta che ti venga restituita. Tu la riponi nella mano del povero, la riceverai dalla mano del ricco. Ciò che non riesci a mettere in un magazzino, chi te l'ha dato? Colui che te l'ha dato vuol ricevere qualcosa di quel che ti ha dato. È povero e ti chiede l'elemosina Colui che ti ha creato. Se egli ha bisogno dei tuoi beni e te li chiede, dagli qualcosa di ciò che hai. È vero, tu hai dei frutti terreni, ma hai forse la vita eterna? Quanto grande proprietà è essa! Quanto poco costa! Volete sapere quanto costa? È tale possedimento la vita eterna, tale possedimento che quando vi giungerai - o stolto, che fai i tuoi calcoli sulla terra e perderai il cielo! - quando cioè arriverai a tale possesso, non potrai andar via, ma lo possederai anche in perpetuo e senza alcun termine. Tu vedi quanto è grande. Considera adesso quanto costa poco. Vale quanto non entra nei tuoi magazzini, poiché non lo possono ricevere, poiché sono strapieni e perciò ne vuoi costruire di più ampi. Che dire poi? Quanto è il prezzo del possedimento? Supponi che venisse dato ai poveri come a dei facchini. Sai bene infatti e vedi che coloro ai quali tu dài, camminano sulla terra. Ciò che dài loro lo portano in cielo, e quando lo avranno portato in cielo, non riceverai quello che darai, poiché invece dei beni terreni riceverai quelli celesti, invece dei beni mortali quelli immortali, al posto dei beni temporali quelli eterni. Se tu dessi a interesse e invece di tanto argento ricevessi tant'oro, per esempio invece d'una libbra d'argento una libbra d'oro, chi sarebbe più ricco di te? Sapresti trattenerti dalla gioia allorché ti fosse possibile realizzare tanti interessi? Di che specie sarebbe questa operazione finanziaria? Vedi che cosa dài e che cosa riceverai. Dài ciò che quaggiù dovrai abbandonare; riceverai ciò che non potrai perdere mai. Poiché tu dài ciò da cui non dipende la tua vita - ecco perché il Signore, se avete fatto attenzione, nello stesso passo del Vangelo, dice: La vita d'un individuo non dipende dall'abbondanza dei suoi beni - e lo dài per ricevere la possibilità di vivere sempre. Le ricchezze materiali sono l'oro, l'argento, il frumento, il vino e l'olio, i poderi, i possedimenti: queste sono le ricchezze materiali. Lo stesso corpo quanto può averne, quando il ventre è pieno? Vedi che tutte le altre cose sono superflue. Se uno fosse costretto a mangiare tutto ciò che possiede, non sarebbe costretto a spirare?

Chi disprezza le cose terrene possederà come eredità il Creatore.

Guardatevi dunque, fratelli, da ogni specie di cupidigia. Su questa terra si vive con pochissimo ed anche la gloriosa vita eterna s'acquista a pochissimo prezzo. Sembra quasi che Zaccheo l'acquistasse a prezzo più caro? Egli infatti era molto ricco, capo degli esattori delle imposte. Ma quando il Signore entrò nella sua casa, allora vi entrò la salvezza: Io do - disse - la metà dei miei beni ai poveri. A caro prezzo comprò una cosa così preziosa. E dell'altra metà? Se ho rubato a qualcuno, gli restituisco quattro volte quanto gli ho preso. Ecco perché si riserbava l'altra metà, non perché fosse posseduta per brama di denaro, ma per essere restituita come un debito. A caro prezzo comprò egli che aveva grandi ricchezze e ne diede la metà ai poveri. Qualunque cosa egli diede, che cos'è? Quante sono le ricchezze d'un potente qualsiasi? Che cos'è tutta la terra? Cos'è la terra e il mare? Considera il cielo, considera le stelle, considera tutto il creato. Se disprezzerai le cose di poca importanza, possederai come eredità lo stesso Creatore. Ecco che cosa ti dice il tuo Signore: Guardati da ogni specie di cupidigia. Guardati dall'acquistare beni terreni e io ti riempirò. Rispondigli e di': "Di che cosa mi riempirai?". Questo infatti tu cercavi, quando disprezzavi cose poco importanti, cercavi d'essere riempito di cose di maggior importanza. Poiché hai dato qualcosa dei tuoi frutti e hai sentito dire dal tuo Signore: "Sarò io a riempirti", tu dirai: "Egli ha intenzione di riempire la mia casa d'oro e d'argento". "Sarò io a riempirti. Tu cerchi che io riempia la tua casa? Ti riempirò io, se sarai la mia casa". Riconosci e ama Colui che ti ha creato ed egli ti riempirà non di qualche suo bene ma di se stesso. Possederai Dio, sarai pieno di Dio. Questa è la grande ricchezza dell'anima. La ricchezza materiale è superflua, poiché il nostro corpo ha bisogno di poco per mantenersi in vita. La ricchezza spirituale non è superflua. Quanto Dio ti darà, quanto ti concederà di spirito di fede, di carità, di giustizia, di castità, tutto quel che ti darà di se stesso, non può essere superfluo. La tua ricchezza interiore è molto importante. Come si chiama? Si chiama Dio. Amico mio, se tu sei povero, non possiedi dunque nulla, se possiedi Iddio? Amico mio, che sei ricco, possiedi dunque qualcosa se non possiedi Dio?

Chi è avido di denaro è suo schiavo.

Per tornare dunque alle parole del Signore, guardiamoci da ogni specie di cupidigia. "Da ogni specie"? domanderai. "È roba mia". Il Signore però risponderà: "Da ogni specie". Ti è stato forse detto di non possedere la tua roba? Possiedila ma senza cupidigia. Allora sì che la possederai. Se invece ne avrai cupidigia, sarai da essa posseduto, non la possederai. Non amare il denaro, se vuoi possederlo. Poiché possederai il denaro se non l'amerai. Se lo amerai, sarai tu a esser posseduto dal denaro. Non sarai padrone ma schiavo del denaro e, poiché sarai schiavo, lo seguirai dovunque ti trascinerà. Non sei forse schiavo quando sei trascinato dalla brama di possederlo? L'amore per il denaro non ti fa svegliare quando dormi? Se tu fossi schiavo d'un uomo, forse ti lascerebbe dormire. Se tu non avessi il denaro ma ne fossi avido, a causa della brama di esso tu staresti sveglio per averlo. Se tu lo possedessi, veglieresti per la paura di perderlo. Tu hai anche paura che a causa di esso vada in malora anche tu; io penso che, quando ne avevi poco, dormivi tranquillo.

Il ricco incontra il povero nella stessa via: dia del suo a quello e ambedue arriveranno alla patria.

Guardatevi da ogni specie di cupidigia. Vi giovi, fratelli, il fatto d'essere poveri. Non desiderate essere ricchi. Vi basti Dio, poiché egli non vi abbandona. Ha pensato a voi prima che voi esisteste e non pensa a voi perché viviate? Avete già creduto in lui, lo avete lodato, avete sperato in lui, e vi mancherà ciò ch'egli sa esservi necessario? Negherà forse ai suoi ciò che dà agli estranei? Lo negherà ai suoi lodatori egli che lo dà ai suoi bestemmiatori? Quando possedete lui, fate conto d'aver tutto. Il Padre vostro infatti - dice nel Vangelo lo stesso Signore - sa di che cosa avete bisogno ancor prima che glielo chiediate. E riguardo alle cose materiali ha detto così: Cercate anzitutto il regno di Dio e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in più. Ma qualche volta il giusto soffre la fame e vede l'iniquo che rutta per l'indigestione. Non ti stupire: il primo vien messo alla prova, il secondo vien condannato. Viene messo alla prova il primo che, pur trovandosi nella mancanza di risorse, loda Dio. Viene condannato il secondo che, proprio a causa dell'abbondanza, offende Dio. Dice la Scrittura: Si sono incontrati il ricco e il povero; ma l'uno e l'altro li ha fatti il Signore. Dove si sono incontrati? In una via. Qual è questa via? È la vita presente. Qui si sono incontrati il ricco e il povero, poiché nasce il ricco e nasce il povero. Si sono incontrati. Si sono visti nella via. Camminano tutti e due per la via: l'uno oppresso da pesi, l'altro sollevato. Ma quello ch'è senza pesi ha fame, quello ch'è carico di pesi si lamenta. Colui che porta pesi si sollevi [scaricandoseli]. Ne dia un po' a quell'altro che lo incontra; questo non avrà fame e quello non si lamenterà più. L'uno e l'altro arriveranno alla mèta. Da che ti deriva il tuo lamento, o ricco? Dal fatto che non hai un locale ove riporre i tuoi raccolti? C'è un posto ove riporli. Non voglio che ti lamenti. Guarda chi ha fame e hai ove riporli. Hai paura di perderli? È piuttosto allora che non li perderai.

Un fatto che è un esempio.

È molto bello e debbo raccontarlo alla Carità vostra un fatto ch'è accaduto. Un sant'uomo di modeste condizioni vendette tutto il suo patrimonio per i bisogni della propria casa. Ma poiché era timorato di Dio, prese dal capitale ricavato dalla vendita cento monete di rame e le distribuì ai poveri per destinare il rimanente alle necessità della propria casa. Perché fosse messo alla prova s'introdusse da lui un ladro ed egli perse tutto il denaro ricavato dalla vendita di tutta la sua roba. Lo fece apposta il diavolo perché quello si pentisse d'aver dato qualcosa ai poveri ed esclamasse: "Ma, Signore, a te piacciono solo i malfattori. Gli uomini commettono il male e s'arricchiscono. Io invece ho fatto un'opera buona e ho perduto tutto". Quel tale però non disse così e, poiché era una persona quadrata, anche dopo aver subìto quel rovescio restò in piedi. Pur avendo dunque perduto tutto il denaro ricavato dalla vendita della sua roba e di cui aveva dato cento monete ai poveri, "Me infelice - disse - perché non ho dato l'intera somma ai poveri! Ciò che ho dato non l'ho perduto; ho potuto solo perdere ciò che non ho dato!". Gli venne in mente ciò che aveva sentito dal Vangelo o vi aveva letto e lo aveva creduto. È infatti il consiglio di nostro Signore. Richiamatelo alla memoria, vedete: Non accumulate ricchezze sulla terra, ove i tarli e la ruggine distruggono tutto e i ladri scavano e rubano. Accumulate invece le vostre ricchezze in cielo dove non si avvicinano i ladri e la ruggine non le distrugge. Perché dove sono le tue ricchezze, lì c'è anche il tuo cuore. Il ladro poté portargli via il denaro, ma non poté tirar giù dal cielo il suo cuore.

Vale più avere Dio nell'anima che qualunque ricchezza.

Ciò che possedete, possedetelo in modo da darne agli indigenti. Infatti dopo che Cristo Signore aveva detto a un individuo che non rubava i beni altrui, ma che amava la sua roba smoderatamente: Stolto, questa notte ti sarà tolta la vita; ciò che hai preparato, a chi apparterrà?, soggiunse dicendo: In questa condizione si trova chiunque accumula ricchezze solo per se stesso e non è ricco davanti a Dio. Vuoi essere ricco davanti a Dio? Da' a Dio. Da' non servendoti delle tue grandi proprietà ma della tua propria volontà. Poiché non si riceverà come poco quel che darai, se darai poco del poco che hai. Dio non pesa la proprietà, ma la volontà. Ricordate quella vedova, o fratelli. Avete sentito Zaccheo: La metà dei miei beni la do ai poveri . Diede molto dei suoi molti beni e a noi parrebbe comprasse a caro prezzo il possesso del regno dei cieli. Se però consideriamo quanto esso valga, vale poco qualsiasi cosa darai. Tuttavia sembra che desse molto, poiché era molto ricco. Ricordate invece quella povera vedova che metteva [nella cassetta del tempio] due monetine di rame; c'erano dei ricchi che gettavano nella cassetta offerte cospicue e le persone presenti guardavano e osservavano le offerte di molto valore. Entrò quella vedova e vi mise due monetine di rame. Chi si degnò anche solo di vederla? Ma la vide il Signore in modo da vedere lei soltanto e la fece notare a coloro che non la vedevano, cioè perché fosse considerata colei che neppure era stata vista. "Vedete - disse - questa vedova?". Allora rivolsero lo sguardo verso di lei. Essa - disse - ha offerto a Dio più dei grandi doni di quei ricchi  presi da grandi proprietà. Gli astanti guardavano e lodavano i grandi doni dei ricchi. Le due monetine invece quando le avevano viste sebbene poi vedessero la vedova in persona? Essa - disse - ha offerto a Dio più di quei ricchi. Essi avevano messo molto dei molti loro averi, essa invece aveva messo tutto quello che aveva. Aveva molto poiché aveva Dio nel cuore. Vale più aver Dio nell'animo che l'oro nella borsa. Chi mise più di lei che per sé nulla serbò?

A che prezzo si conquista il regno celeste.

Tuttavia, carissimi, fate attenzione che parlavamo di procurarci il possesso del cielo. Non vale forse tanto quanto spese Zaccheo per ottenerlo, e non vale tanto quanto aveva quella vedova? Il suo prezzo era quello sborsato da Zaccheo, come il suo prezzo erano pure le due monetine di rame. Se si volesse fare un paragone tra la metà dei beni di Zaccheo e le due monetine, non si potrebbe. Si deve invece paragonare la volontà di Zaccheo e quella della vedova. Si scoprirà che i beni sono disuguali, ma queste uguali. Non ti si rattristi dunque il cuore quando della tua poca roba dài poco. Ciò ch'è poco per un povero è molto per Colui che conosce il povero e il ricco. Poiché Dio sa con qual animo, con quale volontà tu dài. Soltanto guardati da ogni genere di avidità e da' qualunque cosa in virtù della carità. Si trova forse qualcosa di minor valore di due monetine? Un bicchiere d'acqua fresca. Chi darà - è detto - un bicchiere d'acqua fresca a uno di questi più piccoli, vi assicuro che non perderà la sua ricompensa. Ora, quanto può valere un bicchiere d'acqua fresca per il quale non è stata data neppure la legna per farla bollire? Ecco perché non disse solo un bicchiere d'acqua, ma aggiunse fresca. Vedete quanto poco sia ciò che si dà e quanto grande ciò che si acquista. C'è qualcosa che costi meno d'un bicchiere d'acqua fresca. Che cosa? Nulla. Se dunque c'è, in qual modo non è nulla? È nulla e non è nulla. È ciò che dài: ma: pace in terra agli uomini di buona volontà. A questo prezzo fu comprato dai Patriarchi e si poté comprare anche in seguito dai Profeti. Per questo forse non è stato serbato per altri? Lo comprarono i Profeti: lasciarono la possibilità di comprarlo agli Apostoli. Lo comprarono gli Apostoli; lasciarono la possibilità di comprarlo anche ai martiri. L'hanno comprato i martiri ma rimane in nostra completa disposizione di poterlo comprare. Amiamolo e lo compreremo. Non c'è motivo che tu dica: "Costa tanto e non ho il denaro. Prenderò una sufficiente somma in prestito e poi la restituirò", come è solita dire la gente quando mette insieme una certa somma per comprare una casa o un possedimento messo in vendita. Non rovistare nelle tue casse, rientra nella tua coscienza, dove troverai il prezzo del tuo possedimento. Se vi è la fede, la speranza, la carità, dàlle e comprerai; ma quando le avrai date non le perderai. Non accadrà che se hai dato la fede, perderai la fede, oppure se hai dato la speranza, perderai la speranza o se avrai dato la carità, rimarrai senza la carità. Sono delle sorgenti; la loro abbondanza viene dall'effondersi.

Siate voi stessi la casa di Dio, e la chiesa materiale è costruita.

Ecco: voi siete poveri eppure costruite la chiesa. Come avviene ciò, se siete poveri, se non perché siete ricchi nell'animo? Fate dunque in modo, con l'aiuto del Signore, di portarla a termine. Poiché a Dio piace chi dona con gioia. Quando dài con gioia, ti viene messo in conto. Quando invece dài con tristezza, non solo non hai nulla al di fuori, ma nell'interno, dove c'è la tristezza, c'è il tormento. Si perde il denaro, non si compra quel possedimento, poiché è la buona volontà che lo compra. Sia pure poco o molto quello che dài, ci sia la buona volontà e lo comprerai. E quanto al fatto che costruite la chiesa, con l'aiuto di Dio, la costruite per voi. Un'altra cosa è il fatto che voi date ai poveri; essi passano e vengono. Il tempio invece lo costruite per voi. È la casa dove radunarvi per le vostre preghiere, per celebrare i divini misteri, per elevare inni e lodi a Dio, ove possiate pregare e ricevere i sacramenti. Voi capite ch'è la casa delle vostre preghiere. Volete costruirla? Siate voi stessi la casa di Dio e la casa è costruita. Amen.

 

 

DISCORSO 36

SU QUANTO È SCRITTO NEI PROVERBI:
"CI SONO ALCUNI CHE PRESUMONO D'ESSERE RICCHI MENTRE NON HANNO NULLA
E CI SONO ALCUNI CHE, PUR ESSENDO RICCHI, SI UMILIANO.
RISCATTO PER L'ANIMO DELL'UOMO [SONO] LE SUE RICCHEZZE
IL POVERO INVECE NON REGGE ALLE MINACCE"

Valore delle ricchezze secondo la Scrittura.

La sacra Scrittura che vi è stata letta - o meglio, il Signore che per mezzo della Scrittura ci ordina di parlarvi - ci ha invitati a cercare insieme con voi e ad esporre cosa sia e cosa significhi quel che è stato letto: Ci sono alcuni che pretendono di passare per ricchi mentre non hanno nulla e ci sono alcuni che, pur essendo ricchi, si umiliano. Non si deve infatti supporre né credere assolutamente che la santa Scrittura si sia premurata di darci degli avvertimenti sulle ricchezze mondane di cui van gonfi i superbi - dico, di queste ricchezze visibili e terrene - affinché attribuiamo loro dell'importanza o ne temiamo la privazione. Qualcuno potrebbe dire: Che vantaggio ricava l'uomo dandosi l'aria di essere ricco, mentre non ha nulla? Ecco chi la Scrittura individua e chi rimprovera. Ma nemmeno è molto da invidiarsi o da imitarsi o da ritenersi per grand'uomo colui che [dalla stessa Scrittura] sembrerebbe presentato come degno di lode, se per ricchezze si intendono le ricchezze temporali e terrene. Dice: E ci sono alcuni che, pur essendo ricchi, si umiliano. Giustamente si riprova colui che, non avendo nulla, vuol far la figura di ricco; ma ci dovrà forse piacere quest'altro che, avendo delle ricchezze, si umilia? Forse ci piace perché si umilia, ma, per il fatto che è ricco, non ci piace.

Accettiamo però anche questo. Non è disdicevole, né disonesto, né inutile il fatto che le Scritture sante ci abbiano voluto encomiare dei ricchi umili. Nelle ricchezze infatti nulla è tanto da temersi quanto la superbia. L'apostolo Paolo ammonisce al riguardo Timoteo, dicendogli: Ai ricchi di questo mondo comanda di non nutrire sentimenti di superbia. Non lo spaventa il fatto-ricchezza ma la malattia prodotta dalla ricchezza, e questa malattia, prodotta dalla ricchezza, è l'aumento della superbia. È infatti un'anima superiore quella che tra le ricchezze non è tentata da questa malattia: è un'anima più grande delle sue ricchezze, che ella sa dominare non desiderandole ma disprezzandole. Gran ricco è dunque colui che non si crede grande perché ricco. Colui invece che per la ricchezza si reputa grande è superbo e quindi misero. Nella carne scoppia, nel cuore mendica: è gonfiato, non pieno. Se vedi due otri, uno pieno e un altro gonfiato, trovi nell'uno e nell'altro la stessa dimensione di grandezza ma non la stessa pienezza. A guardarli ti inganneresti; se li soppesi scopri [la verità]: quello che è pieno lo si sposta con difficoltà, quello che è gonfiato si fa presto a portarlo via.

Ricchezza e povertà. di Cristo.

Comanda dunque, dice, ai ricchi di questo mondo. Non aggiungerebbe: Di questo mondo, se non ci fossero degli altri ricchi che non sono di questo mondo. Quali ricchi non sono di questo mondo? Coloro che hanno per principe e capo colui del quale è stato detto: Essendo ricco si è reso povero per noi. Ma se egli fu il solo, a noi cosa giovò? Vedi come continua: Anche per la sua povertà voi diventaste ricchi. Credo che la povertà di Cristo non ci abbia portato un aumento di denaro ma di giustizia. Ma perché povero lui? Perché diventato mortale. Ne segue che la nostra vera ricchezza è l'immortalità; là infatti c'è la vera abbondanza dove non c'è scarsità di nulla. Ora, siccome noi non saremmo potuti diventare immortali se Cristo non fosse diventato mortale per noi, per questo è diventato povero pur essendo ricco. Non dice: È diventato povero pur essendo stato un tempo ricco, ma: È diventato povero pur essendo ricco. Assunse la povertà ma non perse la ricchezza: dentro ricco, povero fuori. Dio invisibile nella ricchezza, uomo visibile nella povertà. Osserva la sua ricchezza: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo. Egli era in principio presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui. Chi più ricco di colui ad opera del quale furono create tutte le cose? Il ricco può possedere il denaro, ma non può crearlo. Dopo dunque che ci sono state sottolineate queste sue ricchezze, considera la sua povertà: E il Verbo si è fatto carne e ha dimorato fra noi. Per questa sua povertà noi siamo divenuti ricchi, in quanto mediante il suo sangue emanato dal suo corpo - quel corpo che il Verbo assunse per abitare fra noi - fu squarciato il sacco dei nostri peccati. Ad opera del suo sangue gettammo via i cenci della nostra malizia, per rivestirci della stola dell'immortalità.

I buoni son ricchi nella coscienza.

I buoni fedeli son dunque tutti ricchi. Nessuno si deprima: sebbene povero nella dispensa, il buono è ricco nella coscienza. Ora chi è ricco nella coscienza dorme più tranquillo, sebbene per terra, di quanto non dorma, magari nella porpora, il ricco di denaro. Là sulla [nuda] terra non lo sveglia l'angosciosa preoccupazione proveniente dal cuore trafitto dalla colpa. Conserva nel tuo cuore le ricchezze che ti ha recato la povertà del tuo Signore; anzi prendi lui per tuo custode. Affinché dal cuore non svanisca quel che ti ha dato, provveda colui stesso che te l'ha dato. Son dunque ricchi tutti i buoni fedeli, ma non ricchi di questo mondo. Le loro ricchezze nemmeno loro le avvertono; le scopriranno più tardi. Vive la radice, ma d'inverno anche l'albero verde è simile all'albero secco. In effetti d'inverno e l'albero secco e l'albero vivo sono tutt'e due privi delle foglie che li adornano, privi dei frutti che li abbelliscono. Verrà l'estate e i due alberi appariranno diversi. La radice viva produrrà le foglie e riempirà di frutti la pianta, la radice secca resterà arida come lo era d'inverno. Pertanto all'una sarà preparato il magazzino; contro l'altra si ricorrerà alla scure, affinché si tagli e la si getti nel fuoco. In questo caso per nostra estate consideriamo la venuta del Signore. Nostro inverno è il nascondimento di Cristo, nostra estate la manifestazione di Cristo. Ora, agli alberi buoni e fedeli l'Apostolo rivolge questa apostrofe: Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Certamente morti, ma morti per quanto si vede, vivi invece nella radice. Nota poi come, in riferimento al futuro tempo dell'estate, prosegue dicendo: Quando apparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Questi sono i ricchi, ma non ricchi di questo mondo.

Non sperate nelle ricchezze incerte.

Né è da pensarsi che i ricchi di questo mondo siano stati trascurati. Anche loro con la sua povertà si conquistò colui che, essendo ricco, si è fatto povero per noi. Se infatti li avesse trascurati e avesse ricusato d'ammetterli nel numero dei suoi, l'Apostolo non avrebbe comandato a Timoteo - come riferivo sopra - di impartire loro dei precetti dicendo: Comanda ai ricchi di questo mondo. Tra questi, coloro che son ricchi nella fede non sono che una porzione dei cosiddetti ricchi di questo mondo. Comanda loro, in quanto anche loro son diventati membra di quel Povero; presenta loro quel che per essi temi da parte della ricchezza. Non debbono aver pensieri di superbia né sperare nelle ricchezze, che sono incerte. In effetti il ricco insuperbisce perché spera nelle ricchezze, che pur sono incerte. Se riflettesse con attenzione sull'incertezza delle medesime, mai si insuperbirebbe ma sarebbe in continuo timore: quanto più fosse ricco tanto più sarebbe preoccupato, e ciò anche a livello della vita attuale, non solo di quella avvenire. Difatti in mezzo ai capovolgimenti del tempo presente molti poveri son risultati al sicuro, mentre molti altri a causa della loro ricchezza sono stati insidiati e puniti. Molti han dovuto piangere su ciò che non hanno potuto conservare per sempre. Molti si son pentiti per non aver accolto il consiglio del loro Signore, il quale diceva: Non ammassatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano. Ammassate piuttosto dei tesori nei cieli. Non vi dico di buttarli via ma di trasferirli altrove. Molti, è vero, non vollero mettere in pratica questi suggerimenti, però dovettero rammaricarsi per non aver obbedito; infatti non solo persero i loro beni ma, a causa dei beni, andarono loro stessi in rovina. Quindi comanda ai ricchi di questo mondo di non avere sentimenti di superbia, e allora si verificherà in essi ciò che abbiamo udito nel proverbio di Salomone: Ci sono alcuni che si umiliano, pur essendo ricchi. E la cosa è fattibile, stando alle ricchezze di quaggiù. Sia umile! Goda maggiormente perché è cristiano che non perché è ricco. Non si gonfi, non monti in superbia. Tenga in considerazione il fratello povero e non si disdegni d'essere chiamato fratello del povero. Per quanto infatti voglia essere ricco, Cristo è più ricco: quel Cristo che volle avere per fratelli coloro per i quali versò il sangue.

Accumulare tesori per l'altra vita.

Perché poi i ricchi non dicessero di non saper cosa fare con le loro ricchezze, ecco [l'Apostolo] ammonire Timoteo in modo da sorreggerli col consiglio e non solamente frenarli col precetto. Aveva detto: Non sperare nelle ricchezze, che sono incerte. Perché non pensassero di aver perso ogni speranza continuò: Sperino piuttosto nel Dio vivo, che a noi somministra in abbondanza tutte le cose perché ne godiamo. O, più esattamente, le cose temporali perché ce ne serviamo, le cose eterne perché ne godiamo. E della loro ricchezza cosa dovranno fare? Dice: Siano ricchi nelle opere di bene, distribuiscano con facilità. A questo deve giovarti la ricchezza: a non aver difficoltà nel fare elargizioni. Il povero vorrebbe ma non può, il ricco vuole e può. Distribuiscano con facilità, siano generosi, si accumulino per l'avvenire un tesoro posto su solide basi, in modo da conseguire la vera vita. Questa vita infatti è falsa. Ingannato dalla falsità della vita presente, quel tale che vestiva di porpora e bisso disprezzava il povero che giaceva coperto di piaghe dinanzi alla sua porta. In realtà, il povero, leccato dai cani, si preparava un tesoro eterno nel seno di Abramo, e ciò, se non con l'abbondanza dei beni posseduti, certo con la volontà pia e molto ben disposta. Quanto invece al ricco, che si reputava grande nella sua porpora e bisso, morì e fu sepolto. E cosa trovò? Un'eterna sete, delle fiamme perenni. Alla porpora e al bisso tenne dietro il fuoco. Ardeva in quella tunica che non poteva deporre. Invece dei banchetti la sete e il desiderio d'una goccia [d'acqua] che sgorgasse da un dito del povero, come quel povero aveva desiderato delle briciole che cadessero dalla mensa del ricco. Ma la povertà dell'uno doveva essere momentanea, la pena dell'altro duratura. A questo badino i ricchi di questo mondo e non nutrano sentimenti di superbia. Distribuiscano con facilità, siano generosi. Si accumulino per l'avvenire - là dove sono i veri ricchi, ricchi non di questo mondo - un tesoro posto su solide basi in modo da conseguire la vera vita.

Poveri e ricchi di doti spirituali.

È probabile, pertanto, che la divina Scrittura ci abbia dato questi ammonimenti quando diceva: Ci sono certuni che pretendono passare per ricchi, mentre non hanno nulla. Avrebbe parlato in riferimento ai cenciosi superbi. In effetti, se si sopporta a stento un ricco superbo, chi potrebbe sopportare un povero superbo? Son quindi preferibili i ricchi che si umiliano. Tuttavia la Scrittura manifesta di voler parlare di altre ricchezze. Proseguendo infatti aggiungeva: Riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze, il povero invece non regge alle minacce. Dobbiamo intendere "il povero " per non so quale altra povertà e "il ricco" per non so quali altre ricchezze. Ricchi, dico, in senso più alto: ricchi nel cuore, pieni di fortezza, ben pasciuti nella pietà, larghi nella carità; sono ricchi quanto a se stessi, sono ricchi nel di dentro. Ci sono alcuni che pretendono passare per ricchi, pur essendo poveri. Si dàn l'aria d'essere giusti, mentre in realtà sono peccatori. Ricchezze di questo genere dobbiamo intendere, poiché la Scrittura ci manifesta cosa ha voluto dire: Riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze. Dice: Comprendi quali siano le ricchezze che ti inculco. Ti avevo detto: Ci sono alcuni che pretendono passare per ricchi, mentre non hanno nulla, e ci sono alcuni che, pur essendo ricchi, si umiliano; e tu col pensiero andavi alle ricchezze temporali e terrene e visibili. Io invece non intendo queste, ma quali siano te l'avverto in quel che segue: Riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze. Quindi, coloro che non hanno la redenzione dell'anima - in quanto sono iniqui e presumono d'apparire giusti - essendo essi degli ipocriti, di loro si dice: Ci sono alcuni che pretendono passare per ricchi mentre non hanno nulla. Vogliono apparire giusti, mentre nella stanza della coscienza non hanno l'oro della giustizia. E sono pieni coloro dei quali - quanto più umili tanto più [son] ricchi - è detto: Beati i poveri di spirito, poiché di essi è il regno dei cieli.

Riluce l'oro, ma più lucente è la fede.

Perché cerchi ricchezze che soddisfino occhi umani e carnali? Riluce l'oro, ma più lucente è la fede. Scegli cosa debba avere nel cuore. Dentro infatti devi essere pieno, là dove Dio vede la tua ricchezza, pur senza che l'uomo la veda. E tuttavia non per il fatto che l'uomo non la veda devi valutare poco ciò che hai dentro. Vuoi constatare come anche agli occhi degli iniqui la fede sia più rilucente dell'oro? Prendi un padrone avaro. Come sa lodare un servo fedele! Dice che nulla gli è più prezioso di lui, anzi attesta che quel servo non ha assolutamente prezzo. "Ho un servo - dice - che non ha prezzo". Aspetti che te ne spieghi il motivo? Forse è un buon saltimbanco, forse un cuoco eccellente. No. Osserva come sia interiore la sua lode. Dice: "Non c'è nulla di più fidato". Ti piace, o uomo, il tuo servo fedele, e tu non vuoi essere un servo fedele di Dio? Rifletti che, se hai un servo, hai anche un padrone. Il tuo servo te lo sei potuto acquistare, non creare. Il tuo Signore e ti ha creato con la sua parola e ti ha redento col suo sangue. Se hai perso la retta valutazione di te stesso, ripensa al prezzo. Se anche di questo ti sei dimenticato, leggi il Vangelo, il tuo documento autentico. Ami la fedeltà nel tuo servo, e pensi che il Signore non la esiga dal suo? Da' quello che esigi. Da' a chi ti è superiore ciò che ti fa piacere quando t'è dato da chi ti è inferiore. Ami il servo che custodisce con fedeltà il tuo oro: non disprezzare il Signore che misericordiosamente custodisce il tuo cuore. Sì veramente, tutti hanno gli occhi per lodare la fedeltà, ma quando esigono che venga usata con loro. Quando la si esige da loro stessi, chiudono gli occhi e non vogliono vedere quanto sia bella. O forse, mossi da stolta insensatezza, non vogliono usarla per paura di perderla, come quando uno teme di perdere il denaro: quando lo si dà via non lo si possiede più. Non così è della fede: la si dà e la si possiede. Mirabile a dirsi! Anzi, se non la si dà non la si possiede.

L'elemosina è un'eccellente opera di misericordia.

Riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze. Si comprende benissimo come di quel ricco pieno di boria si prese gioco Iddio, al fine di ammonirci a non imitarlo: dico di quel ricco cui capitò [d'avere un campo che gli produsse] abbondanti raccolti, al segno che l'abbondanza lo turbò più di quanto non avrebbe fatto la scarsità. Pensò fra sé e sé dicendo: Che farò? Dove radunerò i miei raccolti?. Dopo essersi angosciato perché tutto era troppo stretto, alla fine gli sembrò d'aver trovato la soluzione. Solo che era una soluzione inane, trovata non dalla prudenza ma dall'avarizia. Disse: Demolirò le vecchie dispense, che sono troppo piccole, e ne farò di nuove e ben ampie, e le riempirò. Poi dirò alla mia anima: Anima mia, hai molti beni, saziatene e sta' allegra. Gli disse: Stolto.... Là dove credi di essere sapiente sei stolto, e cosa dici? Dico alla mia anima: Hai molti beni, saziatene! Questa notte ti sarà tolta l'anima e le cose che hai messe da parte di chi saranno?. Difatti cosa gioverebbe all'uomo se anche conquistasse tutto il mondo ma ne avesse a soffrire del danno quanto all'anima?. Per questo, riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze. Tali ricchezze quell'uomo vanaglorioso e stolto non possedeva. Non riscattava infatti la sua anima con elemosine, ma riponeva [nelle dispense] dei frutti destinati a perire. Lui perituro- dico -nascondeva frutti perituri, non donando nulla al Signore dinanzi al quale avrebbe un giorno dovuto presentarsi. Che faccia farà in quel giudizio, quando comincerà ad udire: Ebbi fame e voi non mi deste da mangiare?. Desiderava infatti saziare se stesso con vivande superflue ed esagerate, e, superbissimo, trascurava di guardare il ventre vuoto di tanti poveri. Non sapeva che il ventre dei poveri era più sicuro dei suoi magazzini, tant'è vero che quanto riponeva in quei magazzini poteva, forse, essere asportato dai ladri. Se viceversa l'avesse nascosto nel ventre dei poveri, sarebbe stato digerito e si sarebbe confuso con la terra, ma sarebbe stato conservato con molta sicurezza nel cielo. Pertanto, riscatto per l'anima dell'uomo [sono] le sue ricchezze.

Chi sa resistere all'oppressore.

E cosa aggiunge? Il povero invece non regge alle minacce. Il povero: vale a dire chi è privo di giustizia, colui che dentro non ha la pienezza dello spirito, gli ornamenti spirituali, la suppellettile spirituale e tutto ciò che non si vede con gli occhi ma piuttosto si valuta con la mente. Questo povero, non avendo al di dentro tali cose, non regge alle minacce. Gli vien detto da qualche potente: "Di' questo e questo contro il mio nemico; di' una falsa testimonianza, affinché io opprima e sottometta quel tale che mi sono proposto. Forse tenta [d'opporsi]: "Non lo farò, non voglio gravarmi di peccato". Si rifiuta finché il ricco non comincia a minacciare. Ma, essendo povero, non regge alle minacce. Che significa: Essendo povero? Che non ha le ricchezze interiori che avevano i martiri, i quali per la verità e la fede in Cristo disprezzarono tutte le minacce del mondo. Non persero nulla dal cuore, e in cielo quanta ricchezza trovarono! Dunque, il povero non regge alle minacce. Non può dire al ricco che lo costringe a offendere qualcuno o a dire una falsa testimonianza: "Non lo faccio". Non ha dentro di sé risorse per rispondere, non è saldo né ripieno nel tesoro interiore. Non è capace di rispondere, non ha la forza di rispondere. Non è capace di dire: "Cosa puoi farmi tu che mi minacci? Per dir tanto, mi toglierai i miei averi. Mi togli ciò che debbo abbandonare; mi togli ciò che, anche se non me lo togliessi tu, forse perderei ugualmente [in altre maniere] durante la vita. Dalla cassaforte interiore però non voglio perdere nulla. Quando mi minacci di togliermi ciò che ho dentro, vuoi veramente togliermi ciò che è il mio possesso interiore? Quel che ho nella cassaforte puoi sì togliermelo e impadronirtene; ma se minacci di togliermi la fede io la perdo e tu non te ne appropri. Non eseguirò quindi il tuo consiglio, non curerò le tue minacce. È vero: infuriando contro di me puoi anche esiliarmi dalla patria; ma nuocerai solo se potrai esiliarmi in qualche luogo dove non trovo il mio Dio. Forse sarai in grado anche di uccidermi. Cadendo la mia casa di carne, io mi ritirerò (abitatore incolume) e mi rifugerò sicuro presso colui al quale ho conservato la fede; e non avrò più alcun timore di te. Considera bene dunque ciò che mi minacci per farmi dire una falsa testimonianza. Minacci la morte, ma la morte corporale. Io temo di più colui che ha detto: La bocca che mentisce uccide l'anima." Pieno interiormente di queste ricchezze e di esse sazio, può veramente dare di queste risposte a colui che lo minaccia, o ne darà anche migliori. Il povero invece non regge alle minacce.

Il fariseo e il pubblicano.

Siamo dunque ricchi e temiamo di essere poveri. Cerchiamo di fare in modo che il nostro cuore sia colmato di ricchezze da colui che è veramente ricco. E se ciascuno di voi, entrando nel suo cuore, non vi trova di tali ricchezze, bussi alla porta del Ricco, diventi pio mendico alla porta di quel Ricco, perché possa diventare, per dono di lui, un ricco soddisfatto. E veramente, miei fratelli, dobbiamo confessare dinanzi al Signore nostro Dio la nostra povertà e miseria. Questo stato confessava quel pubblicano che non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo. Essendo peccatore, non aveva alcun sostegno per tenere alzati gli occhi. Volgeva lo sguardo alla sua inanità, ma insieme riconosceva la pienezza del Signore. Sapeva d'essere venuto alla fonte, lui assetato. Mostrava la gola riarsa, devotamente bussava alle mammelle che l'avrebbero riempito. Diceva battendosi il petto e volgendo gli occhi a terra: Signore, sii propizio verso di me peccatore. Mentre pensava e supplicava in questa maniera, dico io, era, almeno parzialmente, ricco. Se infatti fosse stato povero sotto ogni aspetto, da dove avrebbe potuto tirar fuori le gemme d'una simile confessione? Tuttavia dal tempio uscì ancor più ricco e colmo, in quanto uscì giustificato. Viceversa il fariseo: era venuto per pregare, ma non chiese nulla. Dice: Si recarono al tempio per adorare. Ma in realtà l'uno prega, l'altro no. Ora quel [fariseo] donde proveniva? Ci son di quelli che si reputano ricchi mentre non han nulla. Diceva: Signore, io ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini: ingiusti, rapinatori, adulteri, e nemmeno come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto ciò che posseggo. Si vantava; ma questo non era pienezza, bensì gonfiore. Si credeva ricco, mentre non aveva niente. L'altro si riconobbe povero e già cominciò ad avere qualcosa. Per non aggiungere altro dico che aveva la pietà che lo portava alla confessione. E uscirono tutt'e e due; ma - dice - fu giustificato il pubblicano a differenza del fariseo. Poiché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.

 

 

IL NIENTE DEL MONDO

IL MONDO E' POVERTA', VANITA', FALSITA'. - «Metti la tua speranza nel denaro? scrive S. Agostino, tu vai dietro alla vanità; speri negli onori? ti attacchi al fumo; confidi in qualche amico potente? ti affidi al vento. Mentre ti affezioni a queste cose, o tu muori e le abbandoni; oppure, se tu vivi, esse periscono e deludono la tua speranza. Questa vanità di tutte le cose del mondo è indicata da Isaia: Ogni carne è fieno, e tutta la sua gloria è come il fiore del prato; l'erba seccò e il fiore cadde inaridito (De Civit. Dei)».  Scrive S. Gregorio Nazianzeno: Chi sono io? e dove mi trovavo prima che nascessi? e che cosa sarò? Il sentiero della vita è sparso di afflizioni; non vi è tra gli uomini nessun bene solido e reale; tutto è mancante e imperfetto. Le ricchezze sono tranelli; sogno, il fasto dei grandi, lo splendore dei troni. La povertà rende schiavo, la bellezza non dura che un giorno e scompare come il baleno; è duro il sottomettersi ad altri, pericoloso il soprastare. La gioventù è un nulla, la vecchiaia è il triste tramonto della vita. Le parole passano senza lasciare traccia; la gloria è una folata di vento; la nobiltà, un sangue invecchiato; il matrimonio, una servitù; il riposo, un segno di debolezza; il lavoro, una pena; i pubblici impieghi sono scuole d'immoralità; la forza l'abbiamo comune col cinghiale; una parte dei navigatori naufraga, e la patria medesima può convertirsi in un abisso. Nel mondo tutto è inciampo, vanità, falsità, indigenza; tutto è paura, finta gioia, ombra, rugiada, corsa rapida, soffio che passa, vapore che si dissipa, sogno, onda incostante, nave spinta da gagliardissimo vento, orma che si scancella, polvere. Sia che sieda o stia in piedi, o vada o venga, torni o cada, ogni uomo sta incatenato al tempo che fugge: egli è lo zimbello del giorno e della notte, dei dispiaceri, delle traversie, delle calamità, della morte (De vitae itin.).  «Che cosa dici mai, o uomo? esclama il Crisostomo. Chiamato al regno del Figliuolo di Dio, tu poltrisci? così facendo, noi corriamo la sorte di quegli uccelletti tardi e pigri che, non volendo mai uscire dal nido, tanto divengono più deboli quanto più a lungo vi si fermano. Infatti questa vita è un nido di pagliuzze e di mota. Quand'anche mi mostri magnifici palazzi e sontuose reggie, splendenti d'oro e di gemme, io non le differenzio punto dai nidi delle rondinelle. Venuto l'inverno, cadono tutti ad un modo (In Ep. ad Coloss.)». In quanto poi alle felicità del secolo, che cosa sono mai, dice S. Agostino, se non sogni di dormienti? Chi vede e conta tesori in sogno, si crede ricco, ma allo svegliarsi si trova con le mani vuote; così avviene a quelli che si compiacciono delle vanità del mondo. Si rallegrano in sogno; se i miseri non si svegliano ora che lo svegliarsi torna loro a conto, si sveglieranno poi un giorno loro malgrado. Su via dunque, svegliatevi, scuotetevi dal letargo (In Psalm. CXXXI). Ecco che il mondo, che tanto amate, fugge, dice S. Gregorio papa. Com'è possibile che mentre già inaridisce in se stesso, fiorisca ancora nei nostri cuori? (S. Greg. Homil. in Evang.)».  «Vanità delle vanità, esclama il Savio, ed ogni cosa è vanità. E che altro ha l'uomo di tutte le fatiche e di tutti i lavori suoi, se non vanità e nulla?»  (Eccle. I, 2-3). Questa sentenza, vera durante la vita dell'uomo, più vera in punto di morte, apparisce verissima dopo la morte. L'empio, il mondano si consumano nel lavoro sotto il sole e si preparano tormenti eterni. L'uomo saggio e pio, al contrario, lavora in una regione superiore a quella del re degli astri; infatti radunando buone opere e meriti di virtù, ripone il suo tesoro nel cielo, vive di Dio e riceve da lui la vita eterna. «Ah se i ricchi ponessero mente a questa sentenza, dice S. Giovanni Crisostomo, la scriverebbero su tutti i muri delle loro case, e su le porte, e su le piazze, e su le vestimenta loro; perché le cose presentano molti aspetti e molte immagini fallaci che traggono in inganno gli incauti. Importa dunque ripetere tutti i giorni, nei conviti e nelle conversazioni, l'amico all'amico, il vicino al vicino, queste parole: Vanità di vanità è ogni cosa (Paraenet. ad Eutrop.): Vanità cioè ombra leggera e fuggitiva, cosa che non appaga il desiderio, oggetto di nessun valore, futile, mutabile, soggetto alla corruzione, falso e seducente.
Tre sono le principali ragioni per le quali la sacra Scrittura chiama vanità delle vanità tutte le cose del mondo: 1° perché ogni creatura paragonata a Dio, al Creatore, che è l'oceano dell'essere e di ogni perfezione, è come un niente...; 2° perché nessuna cosa creata può rendere felice l'uomo o attutirne i desideri che sono immensi...; 3° perché l'uomo abusa, nella sua storditezza, di ogni cosa creata per la vanità, cioè se ne serve per soddisfare le sue vane concupiscenze che lo conducono alla morte temporale e all'eterna.  Il Venerabile Beda chiama « cercatori d'inezie tutti gli amatori del mondo»  (Collectan.); il profeta pregava il Signore che gli tenesse gli occhi, affinché non vedessero le vanità della terra (Psalm. CXVIlI, 37). Barlaamo rimpiangeva gli anni che aveva impiegato nel servizio del mondo, come anni passati nella morte, non nella vita (Anton. in Meliss.). Filone dice che i pensieri dei mortali somigliano ai sogni: vanno, vengono, si presentano, si allontanano, e quando uno crede di afferrarli, stringe vuoto il pugno; proprio, secondo la sentenza del Salmista, che «i ricchi del mondo dormirono il loro sonno e allo svegliarsi si trovarono con le mani vuote»  (Psalm. LXXV, 5). «Ci sono sette cose che non possiamo trovare nel mondo, osserva il Venerabile Beda, il che ne dimostra la povertà e il nulla; e infatti dove trovare quaggiù vita senza morte, gioventù senza vecchiaia, luce senza tenebre, gioia senza tristezza, pace senza discordia, volontà senza resistenza, regno senza cambiamento? (Collectan.)». Togliete dal mondo la certezza della vita, la gioventù, la gioia, la pace senza alterazione, la possibilità di fare la propria volontà, la stabilità dell'ordine, che ci resta ancora, fuorché calamità e scompiglio? A commento di quel testo scritturale: «Non datevi a seguire le cose vane»  (I Reg. XII, 21), S. Gregorio scrive: «In paragone dei beni eterni, le cose tutte, anche le ottime, di questo mondo, sono vanità; infatti tutto quello che vi è quaggiù di lieto, di dilettevole, di grande, di prospero, per ciò solo che a stento si procaccia e presto si perde, dimostra di essere vano e senza sostanza. Le grandezze del secolo crollano a un soffio, la bellezza si scolora in un attimo, la prosperità e la gioia scompaiono in un batter d'occhio. Mentre si gode la vista del mondo fiorito, ecco che un improvviso accidente lo turba o sopraggiunge la morte che finisce tutto. Vane adunque sono le allegrezze del secolo, che solleticano come se fossero durature, e intanto ingannano, col loro scomparire, chi a loro si attacca (Lib. V in I Reg. c. XII)». Volete sapere quali siano le vanità e le falsità che esistono in tutte le cose create, e quale ne sia in numero? Non si potrebbero veramente contare tutte, ma guardandole così all'ingrosso, se ne presentano dodici che spiccano fra le altre come contrarie ad altrettanti beni veri e reali che esistono in Dio e nel cielo: la prima, è la povertà di ogni creatura; la seconda, è la sua inutilità; la terza, la sua incapacità di saziare; la quarta, la sua breve durata; la quinta, la sua instabilità; la sesta, la sua falsità, la settima, la sua insensibilità; l'ottava, la sua infedeltà; tutto infatti c'inganna, e il campo e la vigna e la casa, ecc.; la nona, l'incertezza che l'accompagna; la decima, la sua debolezza; l'undecima, il disgusto e il vuoto che lascia; la duodecima, il suo termine, la morte. In men che non si dice, tutto termina, tutto scompare. E così gli amatori del mondo ricevettero la loro mercede, conchiude S. Agostino; gonfi di vanità, non ebbero che cose vane  (De Civ. Dei). Questo mondo è una commedia che finirà con un tragico spogliamento... Tutto nel mondo è tenebre e sogno... al primo comparire del gran giorno del Signore, tutto sfumerà... «Era un'ombra, dice il Crisostomo, e scomparve; era un fumo, e si dissipò; era tela di ragno, e fu scopata (In Psalm)». Dov'è oggi dì il fasto di Nembrod? Dove la potenza di Assuero che imperava su ventisette nazioni? Che cosa è della gloria di Ciro, con tanta pena acquistata?... dello splendido regno di Dario?.. dei tesori di Creso? Chi trova al presente le innumerabili schiere di Serse, il vasto impero di Alessandro, l'immenso potere di Pompeo, l'invincibile fortuna di Cesare, la sconfinata monarchia di Augusto? Che cosa ci resta delle ributtanti lascivi e di Tiberio, del crudele fasto di Nerone, dell'orgoglio di Semiramide, della fatale bellezza di Elena, delle voluttà di Cleopatra, della felicità di Livia, dei magnifici abbigliamenti di Agrippina? Vanità delle vanità, tutto è passato e ricaduto nel nulla. Che cosa è divenuta la sua erba Babilonia, la sterminata Menfi, Cartagine terrore di Roma, l'illustre Argo, la bella Corinto, la ricca Sardi, e Gerusalemme la santa? Mucchi di pietre, covili di fiere e di serpi, vanità di vanità. Bisogna dunque staccarci dalle cose del mondo e abbracciarci a Dio solo. Se voi amate il secolo, dice S. Agostino, esso v'inghiottirà (In Psalm.). «Usciamo di qui, dice S. Gregorio di Nazianzo, diveniamo uomini, lasciamo i sogni, passiamo al di là delle ombre. Rinunziamo ai troni, alle grandezze, alle ricchezze, allo splendore; tutto ciò non è che gloria da fanciulli, giuoco mimico, spettacolo teatrale (Epistola LVII)».
«Io ho veduto, dice l'Ecclesiaste, che il riso è ingannatore e alla gioia ho detto: perché mi lusinghi invano?»  (Eccle. II, 2). La voluttà mentisce; non è un piacere, ma un dolore ed un tormento. La ricchezza mentisce; non è abbondanza, ma è privazione delle ricchezze che sono nel cielo. Gli onori mentiscono; non sono onori, ma oneri e ludibrio del secolo. «La vera felicità consiste, dice S. Eucherio, nel tenere a vile la felicità del mondo e ricercare con ardore le cose divine, trascurando quelle della terra (Epistola ad Valerian.)». «Quelli che piangono per vani oggetti, dice S. Agostino, piangono invano, e quelli che ridono delle vanità, ridono del proprio male; essi sbagliano perché si rallegrano di ciò che dovrebbe rattristarli, ridono quando converrebbe loro piangere; simili ai bambini che si baloccano e saltellano mentre muoiono i loro genitori (In haec verba Eccle.)». O nulla del mondo! «L'uomo, dice l'Ecclesiaste, uscì nudo dal seno di sua madre, e nudo vi ritornerà, non portando con sé nulla dei frutti delle sue fatiche. O inenarrabile miseria! quale venne, tale se ne andrà. E che cosa vale l'essersi tanto affaticato?»  (V, 14). I più floridi regni del mondo non sono che vento, e vento sono le ricchezze e la gloria loro; essi si assaltano e combattono gli uni contro gli altri e passano come vento; sono terribili come le tempeste e scompaiono ad un tratto come polvere. Tutti i beni di questo mondo sono fallaci; hanno apparenza e non realtà; stimolano la fame e la sete e non l'appagano; dànno solletico agli occhi, ma non cibo all'anima. La ragione è questa, che l'anima è stata creata a immagine di Dio, e per ciò capace di godere di un bene infinito, che è Dio; essa fu fatta per Iddio, e quindi non può essere né soddisfatta né tanto meno riempita da nessun bene finito, ombra e niente come le cose tutte della terra. Infatti, non appena ella gode di un oggetto, subito ne desidera un altro. L'anima terrestre e carnale somiglia al cane avido il quale, mentre ingoia il boccone che gli fu gettato, cerca con l'occhio quello che il padrone può avere tra mano. «Guarda, o uomo, dice S. Bernardo, che tutto quello che fai in questo mondo, è vanità, stoltezza, pazzia, eccetto quello solo che fai in Dio e per Iddio e a onore di Dio. E tu ami il mondo, e abbandoni Iddio! Chi ama il mondo è sempre in angustia; vivere per il mondo, è morire; solo l'anima che è morta al mondo, vivrà. Morite al mondo mentre vivete nel corpo, affinché morto il corpo cominciate a vivere in Dio (Serm. de Miseria)».      
Il peccatore che mette la sua felicità nelle creature e non nel Creatore, la mette in un'ombra, in un niente; ma quanto sembrano grandi all'uomo cieco, le ombre delle creature, nelle tenebre della presente vita! In sul tramonto del sole, le ombre dei monti vanno allungandosi, finché divengono gigantesche; così a misura che Dio scompare dall'orizzonte dell'uomo, le ombre che proiettano le vanità  della terra, si stendono e si allargano sul cuore del mondano che le ammira e le ricerca. Egli imita il cane di Esopo, il quale quando vide riflessa nell'onda del rio la carne che teneva in bocca, lasciò questa per addentare quella e perdette il reale per aver voluto l'immaginario. è questo precisamente il caso dei mondani: abbandonano la suprema verità, il sommo bene che è Dio, per afferrare l'ombra e non hanno né Dio, né l'ombra. Grida la stalla di Betlemme, grida la mangiatoia, gridano le lagrime di Gesù nascente e le fasce in cui fu avvolto, grida la croce, grida il sangue di Gesù Cristo, e che cosa gridano? Gridano l'umiltà, la povertà, la penitenza, il disprezzo delle ricchezze, dei piaceri, degli onori del mondo. Gridano: «E fino a quando, o figliuoli degli uomini, avrete cuore di macigno? perché amate la vanità e cercate la menzogna?»  (Psalm. IV, 3). Le grandezze, le promesse del secolo sono vanità, sono un nulla; disprezzatele, e cercate soltanto le cose sode e desiderabili. In cielo solamente e in Dio, non già su la terra e nelle creature, sono la vera potenza, la vera gloria, la vera felicità, i veri tesori. Ecco quello che Gesù Cristo non ha mai cessato di raccomandare dal presepio al Calvario, con le parole e molto più con i fatti.

IL MONDO E' UN ESILIO, UN ISTANTE, UNA MORTE CONTINUA. - Il mondo è per l'uomo un esilio... Paolo Orosio, amico di S. Agostino, diceva: Io mi servo della terra come di un esilio; perché la vera patria, la patria che io amo, non si trova in nessuna parte del globo lo non ho perduto nulla là dove non ho amato nulla ed ho tutto, quando ho colui che amo. Egli è lo stesso verso tutti; è lui che m'illumina e a sé mi unisce. «Egli berrà camminando dell'acqua del torrente» (Psalm. CIX, 8). S. Agostino commenta così: «Il torrente rappresenta il passaggio della stirpe umana soggetta alla morte. Come un torrente si forma di acqua piovana, e gonfia, e fa fracasso e corre rapido, e correndo passa, cioè termina il suo corso; così va la vita di ogni mortale. Gli uomini nascono, vivono, muoiono; mentre gli uni muoiono, gli altri nascono. Che cosa vi è quaggiù che possiamo rendere stabile? Che cosa vi è che non corra a ingolfarsi nell'abisso, come corrono al mare le acque del cielo raccoltesi in fiumi ed in torrenti? (In hoc vers. Psalm)».

NEL MONDO TUTTO SCOMPARE. - Nel mondo tutto si muta e si rinnova, solo Dio è colui che è  (Exod. III, 14); cioè Dio solo è immutabile. « Io il Signore e non mi muto» (MALACH. III, 6). «Voi, o Signore, esclama il Salmista, siete eternamente lo stesso»  (Psalm. CI, 28). Al contrario, il titolo che conviene al mondo e ad ogni creatura è questo: Io sono creato, io cambio; cambio di corpo, di spirito, di volontà, di desideri, di affetti; sono insomma in un movimento ed in un mutamento continuo. Poiché la natura creata è dipendente, debole, imperfetta, mobile, instabile, si muta continuamente. Ecco perché quelli i quali mettono la loro speranza e il loro amore nell'uomo o in qualunque altra creatura, si sentono stimolati ad una fame e sete insaziabile; si vedono assaliti da desideri e da timori, passano da un sentimento e da un affetto ad un altro, senza mai quietare, secondo le parole di Geremia: «Gerusalemme si è sprofondata nel peccato, perciò divenne instabile»  (Lament. I, 8). Quindi il Crisostomo dice: «Perché cerchi quaggiù, o uomo, gioie stabili e durevoli? caduco e breve è tutto ciò che qui vedi (In Epistola ad Rom.)». Volete voi essere fermo, costante, immutabile, non ostante la naturale vostra debolezza? Unitevi alla natura immutabile e al bene solido che è Dio. Dio non cambia mai, le creature cambiano ad ogni vento; ora vogliono, poi non vogliono più; quest'oggi amano, domani odiano; il mattino piacciono, la sera dispiacciono. Quest'oggi ci spalleggiano, domani ci abbattono; un giorno vogliono e non possono, un altro possono e più non vogliono. Un momento toccano al colmo degli onori e della fortuna, e poco dopo si trovano nelle strettezze; al presente vivono, tra poco saranno morte.La sentenza di morte contro il genere umano, contro i popoli, i regni ed ogni creatura del mondo, fu segnata dall'Eterno, quando disse all'uomo: «Tu sei polvere ed in polvere ritornerai» (Gen. III, 19). Polvere è ogni ricchezza, potenza, grandezza di questo secolo, e come polvere scomparisce tra i turbini del tempo. «Grida, disse una voce ad Isaia. E che cosa devo gridare? Che ogni carne è erba e tutta la gloria sua è come il fiore del campo. L'erba inaridisce e il fiore cade appassito» (ISAI. XL, 6-7). A chi le mediti con umiltà, queste parole rendono facile tutto ciò che è duro e penoso: distruggono i vizi, infiammano alla virtù, e attirano tutte le grazie di Dio... «Tutto lo splendore del genere umano, nota S. Agostino, gli onori, i poteri, i tesori sono fiore di prato. Fiorisce quella casa e diviene grande; fiorisce quella famiglia e diventa numerosa; ma per quanti anni?... Tutto ciò che fiorisce quaggiù, tutto ciò che splende o per beltà o per ricchezza, non dura (In Psalm. CIX)». Che cosa sono su la terra i personaggi più eminenti e più celebri, dice S. Gregorio, se non fiori di campi? Tuttavia la vita presente non è che un fiore (Moral. 1. XI, c. XXVI). Se l'uomo, che pure è il re del creato, non è che una bolla di sapone, e la sua vita una comparsa da teatro, un fiore che appena sbocciato appassisce, che cosa sarà delle altre creature tanto inferiori a lui? Ben comprendono questa verità i dannati, ma troppo tardi. A che ci giovò la superbia? essi vanno dicendo, che cosa abbiamo raccolto delle nostre ricchezze? Tutto passò come un'ombra, si dissipò come fumo, apparve e scomparve come il baleno. O come vede e pesa le cose al giusto, chi nutre la mentre di tali pensieri! Perché, o infelice e cieco mortale, invidii la condizione di questo o quell'uomo, se tu puoi morire domani e forse oggi stesso? Perché la bellezza di quella persona accende le vostre passioni? Non vi accorgete che ambite un fiore dei prati, che di qui a poche ore languirà appassito? - Omnis caro foenum. - Perché imbandire di tante delicate vivande la mensa? Perché tanto coltivare la carne? - O figli degli uomini, perché obbedire alle voglie della carne la quale non è che fieno e cenere; perché amare la vanità e dilettarvi della menzogna? «O misera condizione dell'uomo! esclama S. Gerolamo tutto il tempo che noi viviamo senza Gesù Cristo, è tempo sciupato (Epitaph. Nepot.)». «Badate, dice S. Agostino, che il mondo passa: guardate che il mondo  cade; e se vi badate, osservate che trascina con sé tutte le cose» (In Psalm. CIX).

VANE OCCUPAZIONI DEL MONDO. - Nei mondani si avvera quel detto del Salmista: «Siano essi come ruota, come pula aggirata dal vento» (Psalm. LXXXII, 12). Di loro scrive Isaia, che confidando nel nulla, parlano cose vane, concepiscono il male e partoriscono l'iniquità; ordiscono tele di ragno  (ISAI. LIX, 4-5). «Ordire tele di ragno, spiega S. Gregorio, è fare una cosa per impulso della carne o del mondo; non poggiando tali opere sopra solida base, non può mancare che il vento non se la porti (Moral. lib. XV, c. IX)». Noi vediamo il ragno affaticarsi a ordire e sviscerarsi; per far che? una tela lurida e senza consistenza. Cosi gli uomini carnali e mondani si affaticano, si logorano, si spossano e abbreviano i loro giorni; e che cosa fanno? tele di ragno, cioè cose frivole, vane, periture, che il più piccolo accidente manda a male. - O tessitori e mercanti insensati, che lavorate intorno al nulla, intorno a ciò che non dura un batter d'occhio; che ordite vizi e permutate beni infinitamente preziosi ed eterni con cose da nulla, con l'amaro frutto del peccato; voi che date il cielo per la terra, l'anima per il corpo, la virtù per il vizio, il Creatore per la creatura, la libertà per la schiavitù, la felicità per l'infelicità, la vita in cambio della morte; quanto siete ciechi, storditi e pazzi!... Perché mai, invece d'imitare il ragno non prendete a modello il baco da seta, la cui opera è bella, utile e solida?.. Di voi parlò Aggeo quando disse: «Avete seminato assai e mietuto poco: avete mangiato e non vi siete sfamati, bevuto e non dissetati; vi siete vestiti e non vi siete scaldati; avete raccolto argento e lo avete messo in una borsa forata»  (AGG. I, 6). O vane occupazioni dei mondani! Se collocati su la vetta di altissimo monte, potessimo vedere ai nostri piedi tutta intera la terra, io vi mostrerei, dice S. Gerolamo, innumerevoli ed immense rovine, le nazioni lottare contro le nazioni; i regni sterminare i regni; voi vedreste questi torturati, quelli scannati; gli uni naufragare, gli altri essere trascinati schiavi; di qua nozze, banchetti e gioia, di là sepolture, gemiti e lutto; vedreste gli uni entrare nel mondo, gli altri uscirne; dove l'abbondanza dei beni, dove la più squallida indigenza; questi nuotare nell'abbondanza, e i più stentare la vita; e tutti i più robusti eserciti e la gente tutta che ora abita la terra ed è nel rigoglio della vita, destinata a morire in breve volgere di tempo (Epl. III, ad Heliod.).
Il mondo è in un movimento perpetuo; i suoi figli vanno e vengono, ascendono e discendono. I lavori di mano, il traffico, il commercio, lo studio delle lettere e delle scienze, i viaggi, le liti, le accuse, le difese, i giudizi, gli odi, le vendette, le querele, le lotte, costituiscono il loro vivere, formano la loro occupazione. Costruiscono, abbelliscono, fanno progetti su progetti, ma intanto, quanti ve ne sono che in mezzo a queste agitazioni pensino a Dio e si preparino alla morte?

IL MONDO NON APPREZZA OGNI SACRIFIZIO FATTO PER LUI. - «Perirono, dice il Salmista, e i loro corpi divennero letame»  (Psalm. LXXXII, 9). Insensati che non volete servire Dio e correte pazzamente dietro a questo mondo volubile, malvagio, crudele, ingrato e che vi fugge. Voi vi sacrificate per lui ed esso vi dimentica; voi l'adulate ed esso vi disprezza; voi l'accarezzate, ed esso vi immola. Voi gli date il corpo, l'anima, la coscienza, il cuore, il cielo e Dio; esso vi ricambia con dolori, umiliazioni, inganni, lagrime, affanni; col disonore, con una morte spaventosa, e finalmente con l'inferno. Vedi come il mondo ripaga i suoi! non ha mai dato, né può dare altra moneta ai suoi ciechi adoratori! Troppo duro sembra a qualcuno il servizio di Dio e se ne lamenta come di un peso insopportabile; ma i sacrifizi ch'esso dimanda, possono forse paragonarsi a quelli che esige il mondo? Del resto, se qualche pena costa il servizio di Dio, non ne abbiamo forse, nella grazia quaggiù e nella gloria in cielo, ampio risarcimento? Dove sono invece i compensi che dà il mondo? Ohimè! per tutta paga dei tormenti con cui strazia le sue creature in questa vita, ne prepara e assicura a loro di quelli eterni nell'altra.

LA VITA DEL MONDO E' VITA DI PENA. - Faticosa è la vita che l'uomo fa in questo mondo, dice S. Gregorio; è più vana delle favole, più veloce di un corsiero; posa su l'instabilità e su la debolezza; non ha vigore né forza. E' una catena di provvedimenti irresoluti, di agitazioni incessanti, di lavori continui. Chi c'è che non sia tormentato dal dolore, dalle sollecitudini e dal timore? Le lacrime si mescolano al riso, la tristezza alla gioia; una sazietà pesante e noiosa succede alla fame, e la fame alla sazietà. Di notte si sospira il giorno; lungo il giorno si desidera la notte; se il freddo punge, si desidera il caldo; se il caldo incomoda, s'invoca il freddo. Appetito e voglia prima del cibo, gravezza, torpore e capogiro dopo il pasto. Lo sdegno, l'ira, la collera e mille altre passioni non cessano di travagliare e tiranneggiare l'uomo (Moral. lib. VI). Non vero coraggio, non eroismo nei mondani; ma il fuoco del delitto e del disordine. Il vizio adorano, la virtù impauriscono... Che cosa diventa l'uomo, ancorché forte, ricco, potente, se abbandona Iddio, la virtù e la religione e se la virtù e Iddio abbandonano lui? Esso non è più altro che un cumulo di debolezza, di cadute e di ricadute; è l'immagine della follia, la preda di malnate voglie, lo zimbello delle passioni, dei vizi, delle tentazioni, del mondo, del demonio, della carne, della morte, dell'inferno, di tutte insomma le miserie corporali e spirituali temporali ed eterne...«I giorni sono cattivi», scrive l'Apostolo  (Eph. V, 16); cioè i giorni della vita presente sono pieni di ambascia, di dolori, di stenti, di noie, di affanni, di dispiaceri, di tristezza, di gemiti, di pianto, di tentazioni, di pericoli, di acciacchi di ogni sorta... E tanto misera ed esposta ai pericoli la vita di questo mondo, che molti preferiscono la morte; e per quanto la vita sia breve, a loro sembra già troppo lunga. Chi è vissuto da buon cristiano, non ha da temerne l'arrivo, ma anzi da desiderarlo, e quelli che desiderano di vedere prolungati i loro giorni, piuttosto dovrebbero piangere su gli anni scorsi... «La terra langue nell'abbattimento e nella tristezza; è coperta d'immondizie», dice Isaia  (XXXIII, 9). «Che altro grida, dice S. Gregorio, che altro grida quel mondo, che tanti dispiaceri ci dà continuamente, se non che non l'amiamo? (Moral. lib. VI) ». La vita presente, scrisse S. Agostino, è un faticoso pellegrinaggio; è fuggevole, incerta, laboriosa; ci espone ad ogni tortura; trascina dietro di sé ogni male; è la regina dell'orgoglio; piena di miseria e di errori. Non bisogna chiamarla vita, ma morte. Infatti, l'uomo muore in ciascun istante e non cessa di cambiarsi se non per sottostare a diversi generi di morte... Chi avrà il coraggio di chiamare vita il tempo che passiamo in questo mondo? Bella vita, davvero, questa che gli umori alterano, i dolori accasciano, i calori disseccano, un soffio avvelena, i piaceri snervano, le ambasce consumano, l'inquietudine abbrevia, e il cui sentimento resta ottuso dalla sicurezza! I cibi ci gonfiano, i digiuni ci estenuano, le ricchezze ci rendono alteri, burberi e millantatori, la povertà ci fa vili, abbietti e adulatori, la gioventù ci imbaldanzisce, la vecchiaia ci curva, la tristezza ci abbatte, la malattia ci prostra. A tutti questi malanni segue la morte la quale mette talmente fine a tutte le gioie di questa misera vita, che quando essa è spenta, volentieri c'immagineremmo che non è mai esistita. Questa morte è veramente vita, e la vita è una specie di morte. Io non so qual nome dare a questa triste vita; se devo chiamarla una vita che muore, o meglio una morte che vive (Medit.). Quaggiù la carne, il mondo, il demonio ci tentano a vicenda e talvolta tutti insieme. Talvolta siamo perseguitati da scrupoli, tal altra siamo vittime di sospetti temerari ed ingiuriosi, di maldicenze, di calunnie, di rimproveri, di affronti, di beffe, di scherni, di oltraggi, ecc...«Disprezziamo dunque la terra, conchiude S. Gregorio, e mettendo in oblio e sotto le calcagna le cose tutte del tempo, procuriamoci i beni eterni (Homil. in Evang.)». Ecco il giudizio che fa del mondo e di tutte le grandezze e gioie terrene uno che le sperimentò tutte: «Non ho negato ai miei occhi nessuna cosa che fosse loro piaciuta né ho rifiutato al mio cuore nessun piacere, credendo mio compito godermi il frutto dei miei sudori. Come però mi volsi alle opere, frutto delle mie mani, ed ai lavori nei quali mi ero affaticato invano, vidi e trovai tutto vanità e afflizione di spirito»  (Eccle. II, 10-11). Anche la corona dei re è pesante, incomoda e spinosa: essa è intrecciata di cure, di inquietudini, d'imbrogli, d'insonnie, di gelosie, di travagli, di pericoli di ogni specie. Antigono diceva al figliuol suo:  Non hai ancora imparato, o figlio, che il nostro regno non è altro che una nobile schiavitù? (Anton. in Meliss.). Sensatissima fu la risposta data da Saturnino alle legioni romane che lo invitavano a vestire la porpora imperiale: - Ah! voi ignorate, o soldati, disse loro, quanto grave e rischiosa impresa sia il regnare. La spada sta sempre sospesa su le teste coronate. Le guardie stesse sono da temere, e degli amici non c'è da fidarsi. Chi è capo di un regno, non mangia quando vuole, non va dove vuole, e non fa né guerra né la pace come vuole; e come presto finiscono i re ed i regni! (Anton. in Meliss.). Il cardinale Bellarmino a chi si rallegrava con lui della sua elevazione alla porpora, rispondeva: - Ohimè! voi non sapete che lunghe spine stanno nascoste nelle pieghe della porpora (In Vita).

IL MONDO E' LA TERRA DELLE INIQUITA'. - «Maledetto sia l'uomo, esclama Geremia, che confida nell'uomo (cioè nel mondo), e che si appoggia ad un braccio di carne, allontanando il suo cuore da Dio! Sarà come l'erica del deserto, nella quale non cade mai goccia di rugiada; ma abiterà in landa incolta e deserta, in una terra seminata di sale, in cui non può abitare persona» (IER. XVII, 5-6). «La terra è veramente, come la chiama S. Agostino (De Civit. Dei), una regione di scandali, di tentazioni e di ogni sorta di mali; affinché noi gemiamo quaggiù in basso, e meritiamo di godere lassù in alto. Qua le tribolazioni, là le consolazioni. Che cosa vi può essere nella regione dei morti, se non dolore, timore, gemiti e sospiri? Cessino dunque una volta gli uomini di desiderare e amare le cose che passano!». Gridiamo sospirando col Salmista: «Povero me, perché il mio esilio fu prolungato!» (CXIX,  Ascoltiamo l'avviso che dava al suo popolo S. Giovanni Crisostomo, esortandolo a non voler discendere in mezzo al mondo, ma piuttosto a sempre cercare di alzarsi verso il cielo. Finché gli uccelli volteggiano nell'aria, è difficile che siano colpiti; finché l'uomo si tiene con l'occhio della contemplazione e con l'affetto del cuore, nel cielo, i suoi nemici non possono prenderlo nelle loro reti. Il demonio e il mondo sono cacciatori; mettiamoci tanto in alto, che non possano raggiungerci.. Chi s'innalza verso Dio, non si lascia adescare dalle cose terrene. Guardate dall'alto della montagna, le città paiono assai piccole, e gli uomini sembrano formiche; vedute dall'alto della contemplazione spirituale, le grandezze del mondo sembrano ben poca cosa. Chi contempla il mondo da tale vetta, trova vile e spregevole tutto ciò che è del mondo, gloria, onori, ricchezze e potenza (Homil. XV, ad pop.).