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Io non nego,anzi confesso che gli orrendi castighi con cui Dio, che si chiama Dio di misericordia e di clemenza, ha sempre punito i peccatori di questo mondo, abbiano una gran forza a farci conoscere la malizia enorme e la gravità incomparabile del peccato mortale. Chi potrebbe chiamare piccolo male, quello per cui Dio castigò Adamo cacciandolo dal paradiso terrestre, e lo condannò con tutta la sua posterità ad un'infinità di miserie e di guai?

Chi non sa, che per il peccato Dio mandò un diluvio universale e sommerse nelle acque tutto il genere umano ad eccezione di alcune persone che ne andarono esenti? Chi non ricorda che per il peccato fece piovere fuoco dal cielo sopra cinque famose città e ne incenerì gli abitanti, eccettuata la famiglia di Lot? Chi non vede per il peccato guerre che consumano gli uomini e impoveriscono gli stati, pestilenze che spopolano i paesi, inondazioni che devastano le campagne, grandine che guasta i seminati, malattie che distruggono le famiglie, morti che diminuiscono ed estinguono i casati e tanti altri infortuni che affliggono la misera umanità? Sì, per il peccato vengono le avversità, dice lo Spirito Santo. È il peccato che ci tira addosso tutti questi ed altri mali che noi soffriamo. Tuttavia, non conosceremo mai la grande malizia e gravità del peccato se, per aborrirlo quanto merita, non meditiamo le pene orribili con cui viene punito dalla divina giustizia nell'altro mondo.

Scendiamo dunque, oggi, giù nell'inferno e meditiamo l'atrocità delle pene che ivi soffrono i miseri dannati. E, per meglio riuscire nell'intento e ricavare maggior profitto da un salutare timore, vediamo prima ciò che soffre il dannato nel corpo, poi vedremo ciò che soffre nell'anima, perché, essendosi il peccatore servito del corpo e dell'anima per offendere Dio, Dio lo punisce giustamente in tutti e due: nel corpo unito all'anima dopo il giudizio universale, nell'anima dopo quello particolare.

S. Ignazio in questa meditazione dell'inferno procede per via di castigo dei sensi. Immaginatevi col pensiero di essere sulla bocca di quell'abisso e cominciamo ad applicare la vista. Vedete voi, sorelle mie, quell'orrenda prigione? Come è oscura, com'è stretta, come è piena di fuoco, di fumo, di tenebre orribilissime! Ebbene, là dentro è seppellita per sempre la massa dei dannati. Mai penetrerà in quella fossa un raggio di sole a mitigare l'oscurità, mai un lampo di luce a dissipare le tenebre tormentatrici. Essi sono coloro a cui è destinato un mare di tenebre in eterno e non vedranno mai più la luce per l'eternità.

Se io mi danno, diceva piangendo S. Cipriano, io non vedrò più Dio, perché sarò immerso nelle tenebre. Vi sarà fuoco, è vero, in quell'abisso, ma, dice S. Tommaso, fuoco senza chiarore, fuoco caliginoso che brucerà senza dar luce. Come nella fornace di Babilonia fu un miracolo per quei tre fanciulli, gettati in mezzo alle fiamme, che il fuoco avesse tutta la luce senza il calore, così, all'opposto, il fuoco infernale avrà, per tormentare i dannati, tutto il calore senza la luce. Quindi quel fuoco tormentatore sarà tutto fumo e tutto fuoco.

Rispondete a me: se il solo stare per breve tempo in una stanza piena di fumo ci sentiamo soffocare al punto che cerchiamo subito di liberarcene, come tollereremo quel fumo di zolfo e di pece che, se per disavventura ci danniamo, ci farà bruciare gli occhi continuamente nell'inferno? Ma ciò non basta: sarà un altro tormento per i dannati vedersi l'un l'altro deformi e contraffatti in volto, orribilmente, dal grande dolore.

Aggiungete la vista orrenda dei demoni che prenderanno le figure più orribili di leoni, di orsi, di serpenti, per spaventare di più i miseri dannati, avventandosi loro addosso per lacerarli. Che orrore! che spavento! Santa Caterina da Siena, per un solo demonio che vide una volta per brevissimo tempo, diede, per il terrore, un altissimo grido e disse che piuttosto che rivederlo, sarebbe andata a piedi scalzi sopra lastre roventi fino al giorno del giudizio.

E noi potremo tollerare la vista di tutti i demoni insieme e sopportarla per una eternità? Osservate, ancora, che i dannati stanno laggiù ammonticchiati l'uno sull'altro, come l'uva nel torchio, come i mattoni nella fornace, a guisa di legna nella catasta, dice il Vangelo. I meschini saranno chiusi alla rinfusa, in quel carcere tenebroso con le mani e i piedi legati, sicché non potranno per tutta l'eternità né stendere un piede, né muovere una mano, né ritirare un braccio, né potranno girarsi su un fianco, ma saranno sempre immobili come pietra.

Almeno, in tanta strettezza di luogo, toccasse a quei meschini un buon vicino, ma i vicini saranno i demoni, figlio e madre si mangeranno vivi, compagni ed amici si addenteranno come cani, mai incontreranno un buon amico, un buon compagno, un galantuomo. Perché, dunque, ora perdere tempo in litigi, entrare in combriccole, in conversazioni di dissipazione?

Ma andiamo avanti: che inferno avrà l'udito? Noi che non possiamo sentire un cagnolino che abbai, un calpestio di chi passa in un corridoio, noi a cui una limatura di ferro fa raccapricciare, noi che ci infastidiamo al ronzio di una mosca e ci impazientiamo; noi, ditemi, cadendo nell'inferno, come potremo resistere a tanti urli di disperati che laggiù si sentono continuamente? A tante bestemmie, a tante strida e maledizioni contro Dio, la Vergine, i Santi, contro i compagni e contro i parenti? Allora solo conosceremo che per colpa nostra ci siamo dannati, maledicendo l'ora in cui nascemmo, la grazia che abbiamo ricevuta, i tanti peccati che commettemmo. «Ho sbagliato - dirà allora ciascuno di quei meschini - ho sbagliato; fu mio errore grave non confessarmi bene, non obbedire agli avvisi del confessore, non far conoscere tutta la mia malizia; fu errore non mettere cura per emendarmi, non darmi di più all'orazione mentale, alla riservatezza, al silenzio, alla mortificazione; fu errore usare quella parzialità, quel fare differenza fra persona e persona, fomentare dicerie e divisioni, ed intrigarmi dove non dovevo; fu errore parlare di ciò che a me non spettava, riportare relazioni e notizie che per nulla riguardavano la mia vocazione: ho sbagliato, dunque, ho sbagliato».

Che inferno avrà l'odorato? S. Tommaso è del parere che nel giorno del giudizio coleranno laggiù, sulla testa dei miseri dannati tutte le immondezze di questa terra, ma se anche ciò non fosse, dice la S. Scrittura che dal corpo stesso di quegli infelici esalerà un fetore insopportabile. Se un corpo solo di un dannato, messo all'aria aperta, secondo S. Bonaventura, basterebbe col suo fetore a portare una pestilenza universale in tutto il mondo, che tormento daranno all'odorato migliaia e migliaia di tanti corpi? Odorate, voi così delicate, che non potete sopportare un piccolo fetore nell'assistere un infermo, odorate quella profonda sepoltura infernale sempre chiusa e non già con un solo corpo putrefatto ma con milioni, con il fetore di tutti i peccati del mondo: là andranno a finire le nostre delicatezze, le nostre vanità, se in tempo non ci ravvediamo!

Che avrà il senso del gusto? Sorelle mie, si dovranno bere bevande amarissime, altro che mangiare vivande ben condite, troppo crude o troppo cotte, altro che medicine amare e disgustose! Piombi disfatti, pece bollente, cibi e bevande terribili, a dispetto di ogni nausea ci faranno inghiottire i demoni. Né cesseranno per questo i dannati di avere una sete ed una fame ardentissime. La sete dei febbricitanti si lusinga con qualche ristoro, se non altro con l'immaginazione di acqua chiara e fresca, bevuta altre volte; il dannato, invece, non potrà neppure immaginarsi l'acqua. Così una medicina nauseante si beve presto e se ne vede il fondo, ma il calice di piombo fuso, che si dovrà trangugiare nell'inferno, non finirà mai: che tormento!

E il senso del tatto che pena avrà nell'inferno? Il tatto, dice un filosofo, non è solo nelle mani, ma in tutto il corpo, perciò è in tutti i sensi, e quando uno solo soffre, ne risentono tutti gli altri.

Che sarà, dunque, se una minima parte offesa cagiona strettezze al cuore e spasimi ai sensi, che sarà soffrire atrocissime pene in tutti i sensi, in tutte le parti del corpo, dal piede alla sommità del capo? E ciò per sempre?

Eppure, io non ho detto ancora il peggio dell'Inferno. L'Inferno che patirà il dannato nel corpo è nulla in confronto di quello che soffrirà nelle tre potenze dell'anima: memoria, intelletto e volontà, perché è verità incontrastabile presso tutti i teologi che, come i demoni, così anche i dannati conservano nell'inferno queste loro facoltà naturali.

Affliggerà la memoria, dice il Papa Innocenzo III, un pentimento ritardato. L'anima dannata avrà sempre presente alla memoria tutto il passato e la grande massa di bocconi indigesti che dovrà digerire per tutta l'eternità.

Si ricorderà sempre, la misera, del fine per cui Dio l'aveva creata, degli aiuti, dei mezzi e delle grazie che le aveva fatto perché si salvasse. Avrà sempre presente i benefici da Dio ricevuti, la chiamata che le fece in gioventù, le esortazioni che udì nel periodo della sua formazione, le prediche che ascoltò nelle chiese, i buoni esempi delle compagne, tanti Sacramenti che ricevette, le tante aspirazioni, la comodità di far del bene che ebbe in tutto il tempo della sua vita. Si ricorderà del timore che ebbe la prima volta che peccò, della paura e dei rimorsi che la spingevano a confessarsi. Quante volte Iddio mi chiamò al pentimento e mi disse: «Basta, non mi offendere più, emendati da quella cattiva abitudine, lascia di accontentare maggiormente il tuo amor proprio, conduci una vita nuova, altrimenti ti dannerai; ed io, sciocca ed insensata, chiusi il cuore, fui sorda alle minacce, alle voci amorevoli del mio buon Dio, e mi sbagliai». Vera, ma mutile conclusione sarà questa dei miseri dannati. Questo sarà il primo crudelissimo inferno dell'anima dei dannati, dice lo Spirito Santo: conoscere fino all'evidenza palpabile i loro errori e ricordarsi le tante opportunità che ebbero di salvarsi.

Un altro inferno, non meno doloroso, cagionerà ai miseri dannati il loro intelletto. Avranno i dannati una cognizione chiara della penitenza che stanno facendo, ma tale cognizione non recherà agli infelici alcun sollievo, anzi accrescerà loro angustia ed affanno, perché capiranno essere una penitenza fatta troppo tardi, quindi inutile e senza frutto. Osservate quante lamentele si fanno durante il giorno nell'uso delle cose temporali: «Potevo comprare quella casa a buon prezzo, dirà quel tale, e non lo feci; quanto mi incomoda lo starmene senza!

Potevo, con poca spesa, riparare l'inondazione di quel fiume, dice l'altro, la caduta di quel tetto e, per il misero risparmio di pochi denari, il patrimonio e il tetto sono in rovina. Potevo, con poca fatica, dice il terzo, abilitarmi allo studio in gioventù; ora che sono in età avanzata e senza istruzione, mi trovo senza stima e senza impiego». Che inferno sarà per l'anima di un dannato il conoscere che poteva con poco sottrarsi a quelle pene e salvarsi! «Potevo vincere - ella dirà - quella passione e non lo feci, potevo lasciare quell'impiego ed ho voluto invece portarlo avanti, potevo mortificarmi in quell'occasione e non volli, potevo privarmi di quei piaceri illeciti e non seppi trattenermi, potevo astenermi da quella disobbedienza, da quei risentimenti, da quelle venialità che commettevo con tanta indifferenza, mentre predicatori e confessori mi dicevano che, se non mi emendavo, mi avrebbero condotto in questo luogo, essendo proprio del peccato veniale disporre al mortale, ma fui testarda. Adesso non sono più in tempo.

Se mi fosse concessa un'ora di quelle che ho trascorso in ciarle inutili, in piaceri, in vanità, in peccati! Ma non ho più tempo: o disperazione, o inferno!».

Il povero Gionata, figlio di Saul, quando si vide dal re, suo padre, condannato a morire per avere gustato un po' di miele, si mostrò tanto inconsolabile che non poteva darsi pace: «Come mai - diceva piangendo amaramente - come mai mi sono indotto per un piacere da nulla a meritarmi la morte? Perdo il padre, perdo il regno, perdo la vita e perché? Per un po' di dolce che, appena gustato, svanì».

Immaginate ora,che pena darà all'anima di un dannato il conoscere come per poco non ha voluto salvarsi e per poco si è spontaneamente perduto. Sì, per poco, per un fumo di vanità, per un vile e momen-taneo piacere, per un capriccio, per un puntiglio.

La volontà, finalmente, verrà anch'essa nell'inferno a tormentare il dannato con tormento suo proprio.

Vorrà, il meschino, dimenticare quanto la memoria gli andrà rievocando, ma non potrà; quello stesso non potere ciò che vorrebbe, metterà sempre in nuove torture la sua volontà. Al ricordo e alla cognizione di quanto nella vita le sarà successo, l'anima si troverà agitata da ogni sorta di sdegno, di odio, di rabbia, e rimarrà sempre come seppellita in un abisso di malinconia.

S. Bernardo è del parere che i dannati dell'inferno, per maggior loro tormento, avranno di fronte il paradiso. Che rabbia, pertanto, vedere lassù tanti e tanti che prima erano gran peccatori, ma poi divennero grandi penitenti! Ecco il tale, che io burlai come bigotto e scrupoloso, ecco la tale e la tal'altra, già mie compagne, già mie amiche: eccole salve. Fummo insieme alle prediche, agli esercizi spirituali; quella ne approfittò, io no; quella mutò vita, io no; ella lavò le sue macchie, io no; oppure, dopo averle lavate, tornai nuovamente ad imbrattarmi. Il cattivo ladrone vedrà sempre lassù il buon ladrone, suo compagno nei furti e fin sulla croce, ma non nell'inferno. Giuda vedrà gli Apostoli suoi colleghi: li vedrà e si adirerà, pieno di confusione e di furore.

Che dite voi di queste infallibili verità? Vi pare che sia poco male offendere Dio e commettere un peccato mortale che merita di essere punito eternamente con pene così atroci? Vi pare che torni a nostro vantaggio contentarci e sfogarci in tutto, a proprio piacimento, senza dare retta a nessuno, stimando che tutti parlino o per un fine o per un altro? Se anche un solo peccato basta per andare all'inferno, vi pare che noi non abbiamo niente a temere, né per il passato né per l'avvenire, pur sapendo che siamo così deboli che se, per grazia di Dio non peccammo gravemente nel passato, possiamo peccare in avvenire da un momento all'altro? Se tanti e tanti, per paura di andare all'inferno si sono spontaneamente obbligati ad una vita di grande penitenza e mortificazione, vi pare che noi non dobbiamo fare nulla per fuggire quelle pene?

Dunque,non solo cerchiamo di rimediare bene al passato con una buona penitenza, se conosciamo di aver mancato in qualche modo; ma procuriamo, da qui innanzi, di tendere con zelo instancabile alla mortificazione di noi stessi e di fare più opere buone che sia possibile; fare tutto con maggior fervore che possiamo per assicurarci, per quanto si può, con l'esercizio continuo di sante virtù, la nostra salvezza, come ci avvisa San Pietro: «Fratelli, datevi maggiormente da fare affinché, per mezzo di opere buone, rendiate sicura la vostra salvezza». Amen.

La sofferenza più atroce ...
la pena del danno

Provata l'esistenza dell'inferno con gli argomenti della ra-
gione e con episodi documentati, consideriamo ora in che
cosa consista essenzialmente la pena di chi cade nel baratro
infernale. Gesù chiama gli abissi eterni: "luogo di tormen-
to" (Le 16, 28). Molte sono le pene sofferte dai dannati
all'inferno, ma la principale è quella del danno, che San
Tommaso d'Aquino definisce: "privazione del Sommo Be-
ne", cioè di Dio. Noi siamo fatti per Dio (da Lui veniamo e
a Lui andiamo), ma finché siamo in questa vita possiamo
anche non dar alcuna importanza a Dio e tamponare, con la
presenza delle creature, il vuoto lasciato in noi dall'assenza
del Creatore. Finché è qui sulla terra, l'uomo può stordirsi
con delle piccole gioie terrene; può vivere, come purtroppo
fanno tanti che ignorano il loro Creatore, saziando il cuore
con l'amore di una persona, o godendo della ricchezza, o
assecondando altre passioni, anche le più disordinate, ma in
ogni caso, anche qui sulla terra, senza Dio l'uomo non può
trovare la vera e piena felicità, perché la vera felicità è solo
Dio. Ma appena un'anima entra nell'eternità, avendo lascia-
to nel mondo tutto ciò che aveva ed amava e conoscendo
Dio così com'è, nella sua infinita bellezza e perfezione, si
sente fortemente attratta ad unirsi a Lui, più che il ferro
verso una potente calamita. Riconosce allora che l'unico
oggetto del vero amore è il Sommo Bene, Dio, l'Onnipo-
tente. Ma se un'anima disgraziatamente lascia questa terra
in uno stato di inimicizia verso Dio, si sentirà respinta dal
Creatore: "Via, lontano da me, maledetta, nel fuoco eterno,

preparato per il diavolo e per i suoi angeli!" (Mt 25, 41).
Aver conosciuto il Supremo Amore ... sentire il bisogno im-
pellente di amarlo e di essere riamati da Lui ... e sentirsene
respinti ... per tutta l'eternità, questo è il primo e più atroce
tormento per tutti i dannati.

 

Facciamo un
ulteriore
esempio scritto

 

Chi non conosce la potenza dell'amore umano e gli eccessi
a cui può giungere quando sorge qualche ostacolo? Un sa-
cerdote mio amico, visitava l'ospedale Santa Marta di Cata-
nia; vide sulla soglia di un camerone una donna in lacrime;
era inconsolabile. Povera madre! Stava morendo suo figlio.
Si soffermò con lei per darle una parola di conforto e venne
a sapere ... Quel ragazzo amava sinceramente una ragazza
e voleva sposarla, ma non era da questa corrisposto. Da-
vanti a questo ostacolo insuperabile, pensando di non poter
più vivere senza l'amore di quella donna e non volendo che
sposasse qualcun altro, giunse al colmo della follia: diede
diverse coltellate alla ragazza e poi tentò il suicidio. Quei
due ragazzi spirarono nello stesso ospedale a poche ore di
distanza. Che cos'è l'amore umano in confronto all'Amore
divino ... ? Che cosa non farebbe un'anima dannata pur di
arrivare a possedere Dio ... ?!? Pensando che per tutta l'eter-
nità non potrà amarlo, vorrebbe non essere mai esistita o
sprofondare nel nulla, se fosse possibile, ma essendo que-
sto impossibile sprofonda nella disperazione. Ognuno può
farsi una sia pur debole idea della pena di un dannato che si
separa da Dio, pensando a ciò che prova il cuore umano
alla perdita di una persona cara: la sposa alla morte dello
sposo, la madre alla morte di un figlio, i figli alla morte dei
loro genitori ... Ma queste pene, che sulla terra sono le sof-
ferenze più grandi tra tutte quelle che possono straziare il
cuore umano, sono ben poca cosa davanti alla pena dispe-
rata dei dannati.

 

LA PERDITA DI DIO ... all' inferno.
Il pensiero di alcuni santi in merito. 

 

 La perdita di Dio, dunque, è il più grande dolore che tor-

menta i dannati.
Sant'Agostino insegna: "Se i dannati godessero la vi-
sta di Dio non sentirebbero i loro tormenti e lo stesso
inferno si cambierebbe in paradiso".

 

San Giovanni Crisostomo dice: "Se tu dirai mille in-
ferni, non avrai ancora detto nulla che possa uguaglia-
re la perdita di Dio".

 

 San Brunone, parlando del giudizio universale, nel
suo libro dei "Sermoni" scrive: "Si aggiungano pure
tormenti a tormenti; tutto è nulla davanti alla privazio-
ne di Dio".

 

 Sant'Alfonso precisa: "Se udissimo un dannato pian-
gere e gli chiedessimo: 'Perché piangi tanto?, ci senti-
remmo rispondere: "Piango perché ho perduto Dio!" .
. Almeno il dannato potesse amare il suo Dio e rasse-
gnarsi alla sua volontà! Ma non può farlo. È costretto
a odiare il suo Creatore nello stesso tempo che lo rico-
nosce degno di infinito amore".

 

Santa Caterina da Genova quando le apparve il demonio
lo interrogò: "Tu chi sei?" - "lo sono quel perfido che si è
privato dell'amore di Dio!". 

 

ALTRE PRIVAZIONI

Dalla privazione di Dio, come dice il Lessio, derivano ne-
cessariamente altre privazioni estremamente penose: la per-
dita del paradiso, cioè della gioia eterna per la quale l'ani-
ma è stata creata e a cui naturalmente continua a tendere; la
privazione della compagnia degli Angeli e dei Santi, essen-
doci un abisso insuperabile tra i Beati e i dannati; la priva-
zione della gloria del corpo dopo la risurrezione universale.
Ascoltiamo che cosa disse un dannato riguardo alle sue a-
troci sofferenze. Nel 1634 a Loudun, nella diocesi di Poi-
tiers, si presentò ad un pio sacerdote un'anima dannata.
Quel sacerdote chiese: "Che cosa soffri all'inferno?".
L'anima dannata rispose: "Noi soffriamo un fuoco che non
si spegne mai, una terribile maledizione e soprattutto una
rabbia impossibile a descriversi, perché non possiamo ve-
dere Colui che ci ha creati e che abbiamo perduto per sem-

pre per colpa nostra!...".


IL TORMENTO DEL RIMORSO

Parlando dei dannati, Gesù dice: "Il loro verme non muo-
re" (Me 9, 48). Questo "verme che non muore", spiega San
Tommaso, è il rimorso, dal quale il dannato sarà in eterno
tormentato. Mentre il dannato sta nel luogo dei tormenti
pensa: "Mi sono perduto per niente, per godere appena pic-
cole e false gioie nella vita terrena che è svanita in un lam-
po ... Avrei potuto salvarmi con tanta facilità e invece mi
sono dannato per niente, per sempre e per colpa mia!". Nel
libro "Apparecchio alla morte" si legge che a Sant'Umberto

apparve un defunto che si trovava all'inferno; questi affer-
mò: "Il terribile dolore che continuamente mi rode è il pen-
siero del poco per cui mi sono dannato e del poco che avrei
dovuto fare per andare in paradiso!", Nello stesso libro,
Sant'Alfonso riporta anche l'episodio di Elisabetta, regina
d'Inghilterra, che stoltamente arrivò a dire: "Dio, dammi
quarant'anni di regno e io rinuncio al paradiso!", Ebbe
effettivamente un regno di quarant'anni, ma dopo la morte
fu vista di notte sulle sponde del Tamigi, mentre, circonda-
ta da fiamme, gridava: "Quarant'anni di regno e un'eternità di dolore!...".

 

LA PENA DEL SENSO

Oltre alla pena del danno che, come si è visto, consiste nel
dolore atroce per la perdita di Dio, ai dannati è riservata
nell'altra vita la pena del senso. Si legge nella Bibbia: "Con
quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi castiga-
to" (Sap Il, lO). Quanto più dunque uno avrà offeso Dio
con un senso, tanto più, sarà tormentato in esso. E' la legge
del contrappasso, di cui si servì anche Dante Alighieri nella
sua "Divina Commedia'; il poeta assegnò ai dannati pene
diverse, in rapporto ai loro peccati. La più terribile pena del
senso è quella del fuoco, di cui ci ha parlato più volte Gesù.
Anche su questa terra la pena del fuoco è la maggiore tra le
pene sensibili, ma c'è una grande differenza tra il fuoco ter-
reno e quello dell'inferno. Dice Sant'Agostino: "A confron-
to del fuoco dell'inferno il fuoco che conosciamo noi è co-
me se fosse dipinto". La ragione è che il fuoco terreno Dio
l'ha voluto per il bene dell'uomo, quello dell'inferno, inve-
ce, l'ha creato per punire le sue colpe. II dannato è circon-
dato dal fuoco, anzi, è immerso in esso più che il pesce
nell'acqua; sente il tormento delle fiamme e come il ricco
epulone della parabola evangelica urla: "Questa fiamma mi
tortura!" (Le 16,24). Alcuni non possono sopportare il di-
sagio di camminare per strada sotto un sole cocente e poi
magari ... non temono quel fuoco che dovrà divorarli in e-
terno! Parlando a chi vive incoscientemente nel peccato,
senza porsi il problema della finale resa dei conti, San Pier
Damiani scrive: "Continua, pazzo, ad accontentare la tua
carne; verrà un giorno in cui i tuoi peccati diventeranno co-
me pece nelle tue viscere che farà più tormentosa la fiam-
ma che ti divorerà in eterno!". È illuminante l'episodio che
San Giovanni Bosco narra nella biografia di Michele Ma-
gone, uno dei suoi migliori ragazzi. "Alcuni ragazzi com-
mentavano una predica sull'inferno. Uno di essi osò dire
scioccamente: 'Se andremo all'inferno almeno ci sarà il
fuoco per riscaldarsi!'. A queste parole Michele Magone
corse a prendere una candela, l'accese e accostò la fiam-
melI a alle mani del ragazzo spavaldo. Questi non si era ac-
corto della cosa e, quando sentì il forte calore alle mani che
teneva dietro la schiena, scattò subito e si arrabbiò. "Come
- rispose Michele - non puoi sopportare per un momento la
debole fiamma di una candela e arrivi a dire che staresti
volentieri tra le fiamme dell'inferno?". La pena del fuoco
comporta anche la sete. Quale tormento la sete ardente in
questo mondo! E quanto più grande sarà lo stesso tormento
all'inferno, come testimonia il ricco epulone nella parabola
narrata da Gesù! Una sete inestinguibile!!! 

 

La Pena dell'immaginazione. Essa presenterà al dannato tutti i piaceri e le delizie goduti sulla terra, ma ora finiti per sempre. Gli presenterà alla fantasia le immense gioie del Cielo, che per lui ormai sono ir raggiungibili. Per questo il dannato digrigna i denti e si consuma di rabbia;

 

La Pena della memoria che ricorderà al dannato gli innumerevoli peccati con tutte le circostanze e le malizie che gli hanno meritato l'Inferno. Gli ricorderà tutte le grazie ricevute, tutti gli avvertimenti e i consigli... di cui, se ne avesse tratto profitto, ora non sarebbe in quel luogo di tormenti;

 

La Pena dell'intelligenza. Sulla terra le passioni, l'ignoranza o la leggerezza molte volte possono offuscare la verità. Ma nell'Inferno le verità, sulle quali in vita si tentò di passare con indifferenza e disprezzo, saranno dinnanzi al dannato in tutta la loro evidenza. Dunque il peccato non era una cosa da nulla! L'Inferno non è una invenzione dei preti! Dio, della cui mise ricordia e bontà si è tanto abusato, c'è, esiste veramente! Ed ora lui non potrà più amare il buon Dio, ma dovrà odiarlo per sempre;

 

La Pena della volontà. Non era tanto difficile salvarsi. Moltissimi altri, pur nelle stesse condizioni di vita, hanno adoperato i mezzi che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa e si sono salvati. Dio, nella sua infinita misericordia, l'aveva richiamato fino all'ultimo istante della sua vita terrena, ma lui si è rifiutato: la sua scelta è stata fatta per sempre!

 

La compagnia dei demoni che sfogheranno su di loro il loro odio contro Dio, torturandoli per tutta l'eternità;

 

La compagnia dei dannati. Se per qualche circostanza ci capita di trovarci tra persone ineducate, dal un guaggio volgare e blasfemo; con persone sporche, male odoranti; con persone che ci guardano con occhio bieco e ostile, ecc., con quale ansia non aspettiamo l'occasione e il momento di sottrarci a quella insopportabile situazione! Ebbene nell'Inferno il dannato si troverà in una situazione immensamente più infelice ed eterna in compagnia di dannati molto più spregevoli e che si odiano l'un l'altro con grande accanimento.

 

Le pene dell'inferno sono continue e disuguali

Come le gioie del Paradiso, così le sofferenze dell'Inferno, per quanto intense, non conoscono interruzione alcuna. Sulla terra le distrazioni, il sonno, i rimedi, possono diminuire la coscienza del dolore. Nell'inferno i dannati non conoscono sonno, né distrazioni, né sollievo: l'Inferno è continuità nella piena coscienza della propria sventura eterna.
Come in Paradiso i godimenti dei Beati non sono uguali, ma proporzionati ai loro meriti, così nell'Inferno le sofferenze dei dannati non sono uguali, ma proporzionate ai loro peccati.

Il grado della pena

Dio è infinitamente giusto e, come in paradiso assegna gra-
di maggiori di gloria a coloro che più lo hanno amato du-
rante la vita, così all'inferno dà pene maggiori a chi l'ha of-
feso di più. Chi è nel fuoco eterno per un solo peccato mor-
tale soffre orribilmente per quest'unica colpa; chi è dannat
per cento, o mille... peccati mortali soffre cento, o mille
volte ... di più. Più legna si mette nel forno, più aumenta la
fiamma e il calore. Perciò chi, tuffato nel vizio, calpesta la
legge di Dio moltiplicando ogni giorno le sue colpe, se non
si rimette in grazia di Dio e muore nel peccato, avrà un in-
ferno più tormentoso di altri. Per chi soffre è un sollievo
pensare: "Un giorno finiranno queste mie sofferenze". II
dannato, invece, non trova alcun sollievo, anzi, il pensiero
che i suoi tormenti non avranno fine è come un macigno
che rende più atroce ogni altro dolore. Chi va all'inferno (e
chi ci va, ci va per sua libera scelta) vi resta ... in eterno!!!
Per questo Dante Alighieri ( Terziario Francescano), nel su-
o "Inferno", scrive: "Lasciate ogni speranza, o voi ch'entra-
te!". Non è un'opinione, ma è verità di fede, rivelata diretta-
mente da Dio, che il castigo dei dannati non avrà mai fine.
Ricordo soltanto quanto ho già citato delle parole di Gesù:

"Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno" (Mt 25,
41). Scrive Sant'Alfonso: "Quale pazzia sarebbe quella di
chi, per godersi una giornata di spasso, accettasse la con-
danna di star chiuso in una fossa per venti o trent'anni! Se
l'inferno durasse cento anni, o anche solo due o tre anni,
pure sarebbe una grande pazzia per un attimo di piacere
condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma qui non si tratta
di cento o di mille anni, si tratta dell'eternità, e cioè di pati-
re per sempre gli stessi atroci tormenti che non avranno
mai fine. I miscredenti dicono: "Se esistesse un inferno

Eterno Dio sarebbe ingiusto! Perché castigare un peccato
che dura un momento con una pena che dura in eterno?".
Si può rispondere così : "E come può un peccatore, per il
piacere di un momento, offendere un Dio di infinita mae-
stà? E come può, con i suoi peccati, calpestare la passione
e la morte di Gesù?". "Anche nel giudizio umano - dice
San Tommaso - la pena non si misura secondo la durata
della colpa, ma secondo la qualità del delitto". L'omicidio,
anche se si commette in un momento, non viene punito con
una pena momentanea. Dice San Bernardino da Siena:
"Con ogni peccato mortale si fa a Dio un'ingiustizia infini-
ta, essendo Egli infinito; e a un'ingiuria infinita spetta una
pena infinita!". SEMPRE!. .. SEMPRE! !. .. SEMPRE!!! Si
narra negli "Esercizi Spirituali" del Padre Segneri che a
Roma, essendo stato chiesto al demonio che stava nel cor-
po di un ossesso, per quanto tempo dovesse stare all'infer-
no,rispose con rabbia: “Sempre!...Sempre!!...Sempre!!!”.
Fu così grande lo spavento che molti giovani del seminario
romano, presenti all'esorcismo, fecero una confessione ge-
nerale e si incamminarono con più impegno nella via della
perfezione. Anche per il tono in cui furono gridate, quelle
tre parole del demonio: “Sempre!...Sempre!!...Sempre!!!”
fecero più effetto di una lunga predica. 

 

L'invidia diabolica nei confronti dell' uomo

I demoni precipitarono all'inferno per il loro odio verso Dio
e per la loro invidia nei confronti dell'uomo. E per questo
odio e per questa invidia fanno di tutto per riempire gli a-
bissi infernali. Col desiderio che si guadagnino il premio
eterno, Dio ha voluto che gli uomini sulla terra fossero sot-
toposti ad una prova. Ha dato loro due grandi comanda-
menti: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se
stessi. Essendo dotato di libertà, ognuno decide se obbedire
al Creatore o ribellarsi a Lui. La libertà è un dono, ma guai
ad abusarne! I demoni non possono violentare la libertà
dell'uomo fino al punto di sopprimerla, possono però forte-
mente condizionarla. Un esorcista nel 1934 era impegnato
con liberazione di una bambina ossessa. Da questa espe-
rienza estrapolo un breve colloquio tenuto col demonio.
- Perché ti trovi in questa bambina? - Per tormentarla.
- E prima di essere qui, dov'eri? - Andavo lungo le vie.
- Che cosa fai quando vai in giro?
- Cerco di far commettere peccati alla gente.
- E cosa ci guadagni?
La soddisfazione di farvi venire all'inferno con me ...
Non aggiungo il resto del colloquio.
Dunque, per tentare le persone al peccato i demoni vanno
in giro in modo invisibile ma reale. Ce lo ricorda San Pie-
tro: "Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo,
come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Re-
sistetegli saldi nella fede." (1 Pt 5, 8-9). II pericolo c'è, è
reale e grave: non va sottovalutato, ma c'è anche la possibi-
lità e il dovere di difendersi. 

La vigilanza, cioè la prudenza, una vita spirituale intensa
coltivata con la preghiera, con qualche rinuncia, con buone
letture, con buone amicizie, la fuga dalle cattive occasioni
e dalle cattive compagnie. Se non si attua questa strategia,
non riusciamo più a dominare i nostri pensieri, gli sguardi,
le parole, le azioni e ... inesorabilmente nella nostra vita spi-
rituale tutto franerà.

Tratto da: "De Civitatis Dei" di Sant' Agostino


Qualità delle pene eterne

Si compirà dunque integralmente quello che Dio ha annunziato per il suo profeto a proposito dell’eterno supplizio dei dannati: "Il loro verme non morrà e il loro fuoco non si estinguerà" (cfr Rom 11,17-24)... "Chi c’è che subisce scandalo senza che io ne arda?" (2Cor 11,29)... sta scritto "Come la tarma rode il vestito e il tarlo il legno, così la tristezza rode il cuore dell’uomo" (Prov 25,20). Si legge infatti nelle Scritture dell’Antico Testamento: "Il fuoco e il verme puniranno la carne dell’empio" (Eccl 7,17). Forse la Sacra Scrittura volle dire che puniranno la carne, perché nell’uomo sarà punita la colpa di essere vissuto secondo la carne, e perciò subirà la morte seconda significata dall’Apostolo quando disse: "Se vivrete secondo la carne morirete" (Rom 8,13).

 

Può il fuoco della Geenna, se è corporale, bruciare gli spiriti maligni che sono incorporei?

Se il fuoco non sarà incorporeo come lo è il dolore dell’anima, ma corporeo, funesto al tatto in modo da poter torturare i corpi, come potrà servire da pene anche per gli spiriti maligni? Il medesimo fuoco infatti sarà assegnato come supplizio agli uomini e ai diavoli perché il Cristo ha detto: "Via da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per gli angeli suoi" (Mt 25,41).
Direi, senz’altro che questi spiriti bruceranno senza alcun corpo, così come bruciava nell’inferno quel ricco quando esclamava: "Brucio in questa fiamma" (Lc 16,24)... Quella Geenna, chiamata anche "Stagno di zolfo e fuoco", (Ap 20,10) sarà un fuoco corporeo e tormenterà i corpi dei dannati, sia i corpi solidi degli uomini sia quelli aerei dei demoni... Unico infatti sarà il fuoco per gli uni e per gli altri, come ha detto la stessa Verità. (Cfr Mt 25,41).

La giustizia esige pene proporzionate alla malizia, non alla durata del peccato.

Alcuni ritengono ingiusto che a causa dei peccati, per quanto gravi, commessi in un tempo relativamente breve, l’uomo sia condannato a una pena eterna; come se la giustizia delle leggi dovesse esigere che ognuno sia punito in un tempo proporzionato a quello impiegato nel commettere il peccato...
Si giudicherà forse che uno debba stare tanto tempo in prigione quanto ne impiegò a commettere il delitto per cui viene imprigionato? E non vi fu mai nessuno che ritenesse che i tormenti dei colpevoli dovessero durare quel medesimo spazio di tempo impiegato da essi a commettere un omicidio, un adulterio, un sacrilegio o qualsiasi altro delitto, che deve invece essere punito, non in base alla durata del tempo in cui è stato commesso, ma in base alla gravità dell’azione.
Ora, se gli uomini vengono esclusi da questa città mortale con il supplizio della prima morte, è giusto che vengano esclusi dalla città eterna con il supplizio della seconda morte. E come le leggi di questa città non possono far sì che una persona uccisa ritorni, così neppure le leggi di quell’altra città possono permettere che un condannato alla seconda morte sia richiamato alla vita eterna.

 

Gravità per la quale è dovuta una pena eterna.

La pena eterna sembra dura e ingiusta al sentimento umano, perché nella miseria di questa vita mortale ci manca quel senso di pura e alta sapienza che ci fa comprendere la gravità del peccato commesso in quella prima prevaricazione. Così nessuno sfugge questo giusto e meritato castigo, se non per misericordia e grazia non dovuta; e il genere umano è diviso in modo da apparire quanto possa in alcuni la grazia misericordiosa e quanto negli altri la giusta vendetta. Forse i dannati saranno più numerosi dei beati, affinché, in tal modo, sia chiaro ciò che tutti avremmo meritato.

Alcuni credono che nessuna pena sarà eterna.

Alcuni non ammettono che vi sarà una pena eterna per coloro che il giustissimo giudice giudicherà degni del supplizio della geenna; ma ritengono che costoro saranno liberati dopo un certo tempo, più o meno lungo, secondo la gravità dei loro peccati.
Il più misericordioso a questo proposito fu Origene il quale ha creduto che persino il diavolo ed i suoi angeli, dopo gravi e lunghi supplizi proporzionati ai loro peccati, saranno liberati da quelle pene e associati agli angeli santi. (Origine, per i suoi errori dottrinali fu condannato dalla Chiesa).

Dobbiamo anzitutto chiederci perché la Chiesa non ha potuto accettare l’opinione di coloro che promettono la purificazione e il perdono anche del diavolo, sia pure dopo lunghe e gravi pene.
Si deve credere che non può essere annullata né infirmata la sentenza che il Signore stesso dichiarò di proferire nel giudizio: "Via da me maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi" (Mt 25,41). Con queste parole dimostrò che il diavolo e i suoi angeli arderanno nel fuoco eterno. Né può essere annullato ciò che è scritto nell’Apocalisse: "Il diavolo che li seduceva fu precipitato nello stagno del fuoco e dello zolfo, dove erano stati precipitati anche la bestia e il falso profeta; e furono tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli" (Ap 20,9-10).
Nel primo passo si ha eterno, nel secondo, per i secoli dei secoli: due espressioni che nella divina scrittura significano senza fine.

Gesù disse "Così questi andranno all’eterno supplizio, e i giusti alla vita eterna", perciò dire che la vita eterna sarà senza fine e il supplizio eterno avrà fine è assurdo. Perciò, siccome la vita eterna dei santi sarà senza fine, anche il supplizio eterno, per quelli che vi cadranno, sarà certamente senza fine.