Crea sito

Le esperienze esistenziali negative dell 'uomo di ogni
tempo hanno prodotto sempre in lui sconvolgimenti interio-
ri. Tutto è contemporaneamente causa ed effetto di delusioni
e frustrazioni di ogni genere, che gli fanno sperimentare una
forte mancanza di significato della vita e lo precipitano nel
vuoto esistenziale. L'uomo non è l'animale portato avanti da
impulsi e istinti, che non si pone interrogativi sul proprio
esistere e agire; l'uomo è un essere cosciente di sé, che non
percorre una strada segnata da semaforo con luci rosse o
verdi, ma ad ogni passo deve scegliere il sentiero e portare
le conseguenze delle proprie scelte. E' una realtà precaria
quella che sperimenta soprattutto l'uomo d'oggi, che ha
respinto valori e tradizioni del passato, e ogni conformismo,
per finire in un conformismo nuovo: il rifiuto di tanti valori,
a cominciare da quelli religiosi. Si sente e vuole essere
libero, ma nel contempo è agitato da complessi e conflitti, né
riesce a far tacere la coscienza. Perplessità e buio sempre più
fitto lo portano spesso ai limiti della disperazione.
Mai forse come oggi l'uomo ha fatto l'esperienza di
questa realtà chiamata vuoto esistenziale, fenomeno profon-
damente umano. L'uomo di questo nostro tempo, sotto molti
aspetti, è cresciuto in confronto dei suoi avi e fa esperienze
esaltanti a loro sconosciute. E' un uomo più maturo, più
colto, più cosciente di sé, che rifiuta la passività. Tutto
questo può essere costruttivo, ma se non trova una risposta
soddisfacente ai suoi interrogativi esistenziali, la vita diven- 

ta un non senso, un brancolare nel buio, un precipitare nel
nulla. Freud e i suoi seguaci hanno cercato di scrutare la
psiche dell'uomo; si è inventata la psicologia del profondo
per tirar fuori l'uomo da questo vuoto. Ma la caratteristica
frustrazione esistenziale dell 'uomo di questo nostro tempo
è davvero solo o prevalentemente un fatto psichico, o è
qualcosa di più remoto, di più profondo che è nell 'io di ogni
uomo? Se l'uomo fosse solo carne, per usare un termine
biblico, cioè corpo e psiche, oggi l'uomo potrebbe trovare la
medicina per curare certi mali oscuri che porta dentro di sé.
L'uomo invece è spirito, anima, una realtà che rasenta
l'infinito e non trova nelle realtà esistenziali le ragioni del
suo esistere e del suo agire. E' un mistero chiuso in se stesso,
che solo Dio "luce vera" può rivelare.

Bisogna allora avere il coraggio di aggrapparsi alla croce
sulla quale Cristo si è fatto la grande luce, "la luce vera che
illumina ogni uomo" (Gv 1,9). Nella croce è la rivelazione
dei valori che, unici, possono riempire il cuore dell 'uomo,
dargli pienezza interiore e così tirarlo fuori dal buio esisten-
ziale. Fu Gesù stesso a indicare il quotidiano dell 'uomo,
segnato dal lavoro, dall' amore con le sue gioie e delusioni,
e dalla sofferenza, come una croce, una condanna, un suppli-
zio al quale nessuno mai potrà sottrarsi, come non ne
sottrasse se stesso pur essendo in grado di farlo. Prese la sua
croce per dare valore alla croce di ogni uomo e insegnargli
come portarla quale strumento di crescita e di maturazione,
sino alla piena realizzazione di sé. "Se qualcuno vuol venire
dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la
perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
Cosa giova all'uomo guadagnare anche il mondo intero, se
poi perde o rovina se stesso?" (Le 9,23-25). Più volte Gesù
parlò della propria croce, tanto che un giorno «Pietro lo prese

in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma Gesù, guardando i
suoi discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me,
satana! perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli
uomini"» (Mc 8,22-23).

Cerchiamo di tradurre nel linguaggio della nostra cultura
quello che Gesù intese dire agli ascoltatori che erano abituati
a vedere i condannati alla croce passare per le vie dei paesi
o delle città: denudati, con il patibulum sulle spalle e con le
braccia ad esso legate, curvi sotto il peso di quel legno,
procedevano sferzati ogni tanto con colpi di flagello. Se il
condannato andava avanti senza ribellarsi o tentare di eva-
dere si risparmiava un po' di colpi, ma, se cercava di
sottrarsi, questi si moltiplicavano. Al condannato conveniva
prendere la sua croce e percorrere la strada, seguendo il
centurione romano che precedeva il picchetto dei soldati
incaricati dell'esecuzione: non poteva sfuggire alla croce!
La vita è questa dura fatica, questo pesante cammino verso
la morte alla quale mai nessuno è sfuggito. Gesù non era
venuto a liberare l'uomo dalle pesanti realtà esistenziali, ma
a dare loro valore tramite la croce. Chi si immette nella
sequela di Cristo scopre questi valori. Per questo Pietro, che
da Gesù aveva appreso che anche lui sarebbe finito in croce
(Cfr Gv 21,18-19), scrive agli schiavi: "Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme" (1 Pt
2,21). L'uomo di oggi sperimenta quanto sono vere le citate
parole di Gesù: se uno vuol sottrarsi a tutti i costi al peso della
vita finisce nella disperazione.

E' necessario comprendere bene il significato di quel
"rinneghi se stesso" che è la chiave di lettura di quanto Gesù
intendeva dire. Gesù non invita all' autodistruzione, a igno-
rare o rifiutare la propria dignità, ma a evitare il ripiegamento
su se stessi, alla chiusura a quel dono di vita interiore che solo
Dio può dare all 'uomo e che lui era venuto a portare: "lo sono 

venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza"
(Gv 10,10). 

 

 E', sì, un invito a eliminare l'egoismo, a una
morte interiore, ma questo per passare a una vita nuova, alla
vera vita, alla scoperta del proprio io quale immagine e
somiglianza di Dio che solo può rivelare il mistero dell'uo-
mo. Nell'insegnamento di Gesù il peccato è la vera distru-
zione dell 'uomo, un chiudersi alla luce e all'amore di Dio, un
farsi schiavi di se stessi. "In verità, in verità vi dico: chiunque
commette il peccato è schiavo del peccato" (Gv 8,35). Il
peccato di cui parla Gesù non è tanto un atto peccaminoso
che l'uomo nella sua debolezza può sempre commettere, ma
una scelta esistenziale che esclude Dio, la sua luce, il suo
amore. Ora se questo uomo non rinnega se stesso, non muore
al peccato, non avrà mai la forza di abbracciare la croce del
quotidiano, di vedere luci davanti a sé, di vivere la vera vita.
Cristo con la sua morte in croce ha creato l'uomo nuovo,
quello capace di seguirlo portando la propria croce esisten-
ziale con pazienza e amore, perché sa che così costruisce se
stesso. E' la vita nuova che nell'uomo immette il Battesimo
che è mistero di morte e risurrezione in Cristo. " Per mezzo
del battesimo siamo dunque stati sepolti nella morte, perché
come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria
del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita
nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui in una
morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezio-
ne. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato
crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato,
e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto,
è ormai libero dal peccato" (Rm 6,4-7). Paolo non parla della
morte fisica, ma della morte mistica che genera l'uomo
nuovo.
A questo punto siamo in grado di capire come l'unico
mezzo per eliminare in noi il vuoto esistenziale è la conver

sione del cuore, che è apertura totale dell 'uomo a Dio. Tutto
questo richiede una vera morte interiore, una visione sopran-
naturale della vita, 1'accoglimento totale di Dio che, unico,
può dare pienezza al cuore inquieto dell'uomo. Quando
chiesero a G. K. Chesterton quello che aveva sperimentato
al momento del battesimo disse: "Ho visto il mondo rove-
sciarsi, un crollo apocalittico intorno a me; ma quando tutto
si è fermato mi sono accorto che si era messo nella posizione
giusta". Mettere il mondo e se stessi nella posizione giusta,
sentirsi liberi dal peccato, facendo proprio quanto S. Paolo
diceva di sé: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella
croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il
mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (GaI
6,14), è dare significato al proprio vivere, uscendo fuori dal
vuoto esistenziale.
Prendere allora la propria croce esistenziale come seque-
la di Cristo è lo sforzo che l'uomo deve quotidianamente
fare, se non vuole restare schiacciato dal peso della vita. Due
sono le cause prime che producono nell'uomo il vuoto
esistenziale. La prima è il terribile quotidiano, la monotonia,
il ripetitivo che hanno sempre caratterizzato la vita dell 'uo-
mo. L'invito di Gesù a prendere ogni giorno la vita come la
propria croce si riferisce a quell' ordinario più ordinario che
spinge l'uomo a chiudersi in se stesso e lo precipita nel nulla
di un vuoto senza fine.L'umana ragione è una candelina
incapace di diradare la tenebra che è nell 'io dell 'uomo e che
porta a quelle frustrazioni e angosce che sperimenta soprat-
tutto l'uomo di oggi. Non c'è altra scelta: o il vuoto esisten-
ziale o l'apertura a Dio seguendo Cristo, accogliendo la
consolazione che solo lui è in grado di dare: "Venite a me,
voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono
mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.

Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt Il,
28-30). Se l'uomo non si apre a Dio l'infelicità lo schiaccia.
"La porta della felicità si apre solo verso l'esterno: chi tenta
di forzarla in senso contrario, finisce col chiuderla ancora
più", scriveva Kierkegaard.
L'altra causa sono i desideri che torturano il cuore del-
l'uomo. Dietro tanta infelicità c'è un turbinare di desideri di
di cose grandi, irraggiungibili, che deludono l'uomo e gli
impediscono di godere le tante piccole cose che la vita offre
ogni giorno e che, se valutate dal punto di vista della croce,
sono buone e gratificanti. Gli stoici avevano capito che
l'infelicità dell 'uomo è frutto dei desideri e allora invitavano
a far morire dento di sé ogni desiderio e vivere passivamente
l'attimo fuggente. Ma la passività non risolve il problema,
come il benessere, il piacere, il divertimento, l'evasione da
se stessi ampliano sempre più il vuoto interiore. Tutti speri-
mentiamo che, come riusciamo a soddisfare un desiderio, si
fa strada la delusione ed emergono prepotenti altri desideri.
Scriveva S. Agostino: "Quale abisso è l'uomo, di cui tu,
Signore, conosci persino il numero dei capelli .. Eppure è più
facile contare i capelli che i sentimenti e i vuoti del cuore".
L'uomo è veramente questo abisso, questo vuoto che
rasenta l'infinito, nel quale desideri contrastanti si rincorro-
no e si scontrano. Per questo Dio è sceso sulla terra in Gesù
Cristo, per donare all'uomo la vita eterna nella quale "avrà
più di quanto sperato", dice Tommaso d'Aquino che prose-
gue: "La ragione è che nessuno in questa vita può appagare
pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado
di colmare le aspirazioni dell 'uomo. Solo Dio può saziarlo,
anzi andare molto più in là, fino all'infinito. Per questo le
brame dell'uomo si appagano solo in Dio". Bisogna che
l'uomo faccia crescere in sé solo il desiderio di Dio. "La

nostra vita", dice ancora Agostino, "è una ginnastica del
desiderio" .
Prendere ogni giorno la croce del vuoto esistenziale, del
senso del proprio nulla e della vanità del tutto per mettersi
sulle orme di Cristo, è imboccare la strada della luce, della
pace, della voglia di vivere. E' l'esperienza di tutti i santi,
uomini e donne, di ogni luogo e tempo. A vvicinatisi a Cristo,
saliti sulla sua croce accogliendo quella del quotidiano,
hanno liberato il proprio io dai desideri mondani per immer-
gerlo nell 'unico desiderio a misura dell 'uomo, quello di Dio,
e hanno vissuto una vita gratificante. Non c'è santo che non
abbia amato la' vita pur nel cocente desiderio dell' eterno, che
si sia proclamato infelice, che abbia tentato il suicidio. Nella
croce tutto acquista senso e valore.