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Il Paradiso

 

L’ultima affermazione del Credo suona così: Credo... la vita eterna. Ebbene, esiste una vita eternamente felice che chiamiamo "Paradiso".

Gesù ce ne ha parlato tante volte e ce ne ha voluto dare sicurezza quando, morente sulla croce, disse al ladrone pentito: "Oggi sarai con me in Paradiso" (1); e quando, alla vigilia della sua morte, affermò: "Vado a preparare per voi un posto, affinché dove sono io siate anche voi" (2).

Il celebre scrittore moderno Vittorio Messori sostiene, con forti prove, che la Chiesa Cattolica, tra le tante religioni che esistono, si dimostra l’unica vera religione anche per la sua stupenda escatologia (vale a dire per il suo sublime discorso sugli ultimi avvenimenti dell’uomo: morte, giudizio, inferno, paradiso) e  soprattutto per la sua meravigliosa teologia sul Paradiso.

 

A – IL PARADISO DEI NON CRISTIANI non è Paradiso. Le religioni non cristiane in genere insegnano un Paradiso alquanto materiale o razzista o determinista.

1) Le religioni orientali come l’Induismo, il Buddismo parlano di "reincarnazioni" dell’anima (che sono delle assurdità) e di passaggi in soggiorni con dee e serve compiacenti e poi di dissolvimento nel nirvana o nel nulla.

2) Il Musulmanesimo professa un Paradiso razzista perchè riservato solo ai Maomettani e parla molto di un Paradiso materiale ove vi sono ruscelli di latte, laghetti, giardini, alberi fruttiferi, cavalli, profumi, pranzi succulenti e interminabili. Parla di altri vantaggi che sono soltanto per l’uomo, e perciò ha un marcato colore antifemminista: per esempio, a un semplice beduino mussulmano sono promesse 500 fanciulle, 800 donne sposate e 4.000 vergini! (3)

Allah getta all’inferno tutti coloro che non sono Mussulmani.

3) Le Sette, come quella dei Testimoni di Geova, dei Mormoni, ecc., professano un paradiso spietatamente settario e razzista.

4) Tutte le religioni o chiese protestanti o evangeliche insegnano che Cristo Dio ha fatto e fa ogni cosa, e l’uomo non fa nulla nell’opera della salvezza, perciò hanno come conseguenza inquietante  la tenebrosa dottrina della predestinazione che grava senza scampo su ogni escatologia nata dalla così detta riforma protestante.

Lutero, Zuinglio, Enrico VIII e i loro teologi e predicatori non insistevano troppo su questa inevitabile conseguenza della predestinazione per non spaventare (dicevano) i loro fedeli. Invece  Calvino fu più sincero, e insisteva nel ripetere: "Per gli uni viene predestinata la vita eterna (o Paradiso), per gli altri la dannazione eterna. Noi non siamo che massa di corruzione, senza diritto a dire nulla. E i nostri meriti e demeriti non influiscono minimamente sulla nostra sorte eterna che viene decisa da Dio, e le nostre eventuali proteste non sono che grugniti di porci". Questa escatologia, che è comune a tutto il Protestantesimo, è spaventosa e terrificante! (4). Tuttavia oggi i fratelli separati protestanti stanno riesaminando le posizioni dei loro Fondatori.

 

B – IL PARADISO DEI CATTOLICI: è biblico, perfetto, entusiasmante. La Chiesa Cattolica da duemila anni presenta, in base alla Bibbia e alla sana ragione, un Paradiso aperto a tutte le persone, quindi non razzista e non predeterminato. È aperto a tutti, anche a coloro che appartengono ad altre religioni, purché siano in "buona fede" (cioè siano convinti, senza loro colpa, che la religione che professano sia vera) e abbiano volontà retta e collaborino alla grazia di Dio.

Non esiste predestinazione, da parte del Signore, all’inferno o al Paradiso: sarebbe la più grave ingiustizia.

Dio non determina, ma desidera la salvezza e non vuole la dannazione. Gesù, dice la Bibbia, "vuole che tutti gli uomini si salvino". Egli salverà chiunque vuol essere salvato, chiunque liberamente dirà il proprio sì alla sua opera salvifica.

Il Cattolicesimo annuncia, nel nome di Cristo Dio, un Paradiso meraviglioso che appagherà pienamente tutte le più alte e le più nobili aspirazione dell’uomo: aspirazioni della mente, della volontà, del cuore, a vantaggio sia dell’anima come del corpo risuscitato e quindi spiritualizzato.

Nella patria della perfezione non esisterà più il corpo terreno ossia materiale e con esigenze terrestri: cibo, profumo, sesso, denaro, ecc., poiché – come afferma S. Paolo – "è sepolto un corpo materiale e risorgerà un corpo spirituale" (5), e, come dice Gesù, "alla risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel Cielo" (6).

È indescrivibile l’incanto del Paradiso; i discorsi più alati e gli scritti più sublimi sono appena come piccoli balbettii di lattanti; ma se vogliamo balbettare qualcosa, lo possiamo descrivere con queste parole: Visione. Amore. Gioia. (Visio. Dilectio. Delectatio).

1) Visione di Dio: si tratta di visione intellettuale, che appagherà totalmente l’intelletto e l’intera persona umana. Desideriamo una felicità piena, assoluta, che non termini mai. Questo desiderio è in tutti, quindi è stato creato da Dio, perciò deve essere realizzato, se viviamo da buoni figli di Dio, altrimenti Dio non sarebbe più Dio perchè non sarebbe sapiente, giusto e buono. Ma non riusciamo a realizzarlo su questa terra. Dunque lo realizzeremo in quell’altra vita che chiamiamo Paradiso: "Io – dice la Bibbia – per la tua giustizia contemplerò il tuo volto (o Dio), al risveglio (della risurrezione dei corpi) mi sazierò della tua presenza" (7); in altre parole: io, vedendo te, o Dio, sarò completamente sazio di felicità.

S. Giovanni apostolo, estasiato scrive: "Carissimi, fin da ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si manifesterà, noi saremo simili a lui, perchè lo vedremo come Egli è" (8).

S. Paolo afferma: "Ora vediamo (Dio), come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora lo vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto; ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto". "Correte in modo da conquistare il premio!" (9).

2) Amore di Dio: Tutti desideriamo di essere amati infinitamente. Solo Dio può soddisfare pienamente questo bisogno, come esclama S. Agostino: "O Signore, Tu ci hai creati per Te e il nostro cuore sarà sempre inquieto fin che non si riposa in Te!" Soltanto quando entreremo nella dimora del Padre celeste sarà soddisfatto questo nostro desiderio di amore, poiché allora torrenti infiniti di amore da Dio si riverseranno su di noi e dal nostro cuore saliranno verso Dio; e così, in maniera sempre nuova, per tutta l’eternità.

Quindi scomparirà per sempre ogni lamento, ogni dolore, come ci dice S. Giovanni che ci descrive il Paradiso quale città di Dio tutta splendore e amore: "Vidi un nuovo cielo e una nuova terra... Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal Cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono. Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra loro ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà il Dio con loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto né lamento, né affanno, perchè le cose di prima sono passate" (10). Navigheremo per sempre nell’oceano dell’amore di Dio!

 

3) Gioia, gioia, senza fine! In Paradiso, dunque, vedremo Dio mediante l’intelletto elevato e confortato da una qualità speciale, interna e permanente, chiamata "luce della gloria": "alla tua luce – dice il Salmo – vediamo la Luce" (11). Vedendo Dio, bellezza e bontà infinita, non potremo non amarlo di un amore senza misura; e perciò non potremo non gioire di una gioia perfetta ed eterna.

S. Agostino arriva ad affermare: "La dolcezza della celeste gloria è tale che se ne cadesse una sola stilla nell’inferno, renderebbe dolci le sue amarissime pene".

S. Paolo, elevato al terzo Cielo, poté dire: "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparate Dio per coloro che lo amano" (12). Con ciò voleva dirci che le gioie del Paradiso superano all’infinito i nostri più alti desideri e le più ardite immaginazioni umane.

Perciò, il Sommo Poeta canta: "O gioia! o ineffabile dolcezza! / o vita intera d’amore e di pace! / o senza brama sicura ricchezza!" (13). "Luce intellettuale piena d’amore, / amor di vero ben, piena di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore!" (14) cioè ogni dolcezza.

Non perdiamo mai la grazia di Dio! Un sol peccato grave, ci può far perdere il Paradiso per sempre!

Cresciamo nell’amore a Gesù e al prossimo in ogni momento: renderemo sempre più grande il nostro Paradiso, il quale si costruisce sulla terra e si godrà eternamente nell’altra vita.

Siamo devoti della Madonna, che è la porta del Cielo e la Regina del Paradiso!

 

ESEMPIO. A Lourdes, una ragazzina, Bernardetta, semplice, povera, ammalata, insieme a due amiche va a raccogliere legna verso il fiume Gave. Ode un forte tuono; poi, un soffio improvviso di vento. Alza il capo verso la vicina grotta e scorge una bellissima Signora bianco–vestita che la guarda e le sorride: la corona del rosario le pende dal braccio sinistro, e sui piedi ha due rose color d’oro. Le dice: Vengo dal Paradiso. Bernardetta subito si inginocchia, prende dalla tasca del suo vestito la corona e recita il rosario. Dopo dieci giorni, una nuova apparizione: poi altre apparizioni. Il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, rivela il suo nome: "Io sono l’Immacolata Concezione". Raccomanda la conversione a Dio, la preghiera come strada verso il Paradiso. Dice alla fanciulla: "Non ti prometto di farti felice su questa terra, ma nel Cielo". Da quel giorno Bernardetta pensa sempre alla Madonna, a Gesù, al Paradiso. Diventa suora. Vive tra continue malattie e sofferenze, umiliazioni e dispiaceri, ma rimane sempre serena e contenta, e ogni giorno diventa maggiormente santa. Quando è ormai prossima alla morte, le sue consorelle, allo scopo di darle sollievo e di infonderle coraggio, le chiedono: "Era bella la Madonna?" Lei, con dolce sorriso, risponde: "Era tanto bella, era talmente bella che non si riuscirà mai a descriverla, era così bella, che, veduta una volta, non si desidera altro che morire per andarla a vedere per sempre in Paradiso!".

Se rende tanto lieti e felici, qui in terra, tra acuti dolori, il ricordo della visione della Madonna, che ne sarà della visione di Cristo Dio nell’eternità del Cielo?

PROPOSITO. Pensiamo spesso al Paradiso, specialmente nelle ore difficili.

Affidiamoci alla Madonna per essere completamente suoi affinché ci aiuti a essere totalmente ed eternamente di Gesù.

E quando, giorno dopo giorno della nostra vita terrena, prenderemo in mano la corona del S. Rosario, immaginiamoci che in quell’istante, ci prenda per mano Lei, la Vergine Santa... "Prendimi per la mano, o Mamma buona, / guidami per la strada del Signore: / solo così sarà il mio cammino / sicuro per la via che porta al Ciel".

Siamo stati creati per il paradiso

 

Descrivere la realtà del paradiso non è mai stato facile
per nessuno. Si tratta di qualcosa che ci supera e per la
quale non ci sono parole adeguate. San Paolo si fa porta-
voce di questa difficoltà quando, riferendosi a una sua espe-
rienza personale, afferma: «Quelle cose che occhio non vi-
de, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo
queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (prima
lettera ai Corinzi 2,9).
Per quanto ineffabile, il paradiso è presente in molte
civiltà, sia pure come un'utopia e come un'aspirazione sem-
pre ricorrente. Non si comprenderebbe la storia moderna
senza la tragica illusione di costruire il paradiso su questa
terra. L'età dell'oro è stata posta nel passato o nel futuro
della storia, ma nessuno ha mai rinunciato a sognarla.
Come spiegare questo desiderio insopprimibile del cuore
umano verso una condizione di vita dove ogni lacrima sa-
rà asciugata e dove «non ci sarà più la morte, né lutto,
né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono pas-
sate» (Apocalisse 21,4)? Il paradiso si può comprendere
solo facendo riferimento all'aspirazione dell'uomo alla fe-
licità. Ogni uomo desidera essere felice, osservava sant' A-
gostino, e la vita di ognuno si potrebbe in gran parte in-
terpretare come una ricerca incessante della felicità.
Il paradiso è il raggiungimento della beatitudine per-
fetta e duratura. L'esperienza ci dice che sulla terra un
tale pieno possesso è impossibile. L'uomo infatti qui è sog-
getto a innumerevoli mali, di cui l'ultimo, la morte, con
il suo volto implacabile e invincibile, li riassume tutti. Le 

piccole e autentiche gioie che ci vengono donate sono ben
lontane dal poter colmare la nostra fame infinita di bel-
lezza, di verità e di amore.
Nessuna religione come il cristianesimo prende sul se-
rio il desiderio di felicità dell'uomo. La Bibbia si apre e
si chiude con l'immagine del paradiso. La parola di Dio
ci rivela che all'inizio l'uomo era perfettamente felice e
che al termine del cammino della sua vita Dio gli ha pre-
parato un destino di gloria. Il cristianesimo afferma aper-
tamente che l'uomo è stato creato per il paradiso. Il desi-
derio di felicità insito in ogni cuore è un indicatore di strada
messo da Dio nel pellegrinaggio dalla terra al cielo.
Alla domanda: «Perché Dio ci ha creato?», la catechesi
tradizionale rispondeva nel più sintetico e chiaro dei mo-
di, gettando una luce divina sulla vita umana: «Dio ci ha
creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e
per goderlo nell' altra in paradiso» (Catechismo di san Pio
X). Insomma siamo stati creati per il paradiso, che si tro-
va in Dio, non su questa terra, ma oltre questa vita, dove
arriveremo dopo averlo conosciuto e amato quaggiù.
Si potrebbe dire che il paradiso è il fine della vita? In
un certo senso sì. Infatti l'obbiettivo della vita è la per-
fetta felicità. Su questo punto non è difficile trovare il
più vasto consenso. Ma dove trovare la felicità piena e du-
ratura se non in Dio? Se gli uomini comprendessero que-
sto, invece di sognare paradisi costruiti da loro in questa
valle di lacrime e di sangue, quanto più serena scorrereb-
be la loro vita lungo il fiume del tempo, verso la luce del-
l'eternità!
Il cristianesimo non si accontenta di affermare che il
paradiso consiste nel raggiungimento di Dio. Religioni così
diverse come l'islam e l'induismo, specialmente attraver-
so la testimonianza dei loro mistici, hanno scritto pagine
luminose sul conseguimento della felicità, oltre il tempo
e la morte, dove splende la luce che mai si spegne della
divina presenza.
La fede cristiana ci svela il disegno sublime di Dio che
crea l'uomo capace di Dio e lo predestina alla partecipa-
zione della divina natura. Il paradiso cristiano non è ac-
canto a Dio, ma in Dio, nel cuore stesso della santissima 

Trinità. Non è una conquista delle forze umane, ma un
dono della divina bontà. Chi potrebbe diventare simile
a Dio e partecipare della sua vita intima, se Dio non ve
lo introducesse? Siamo di fronte a un dono al di là di ogni
nostra immaginazione e aspirazione. Si tratta di una gra-
zia eccelsa e allo stesso tempo di una corona di vittoria.
Per conquistarlo bisogna combattere.
Siamo stati creati per quel paradiso che consiste nella
piena partecipazione all' amore trinitario. Nulla di più gran-
de è pensabile. Nessun' altra felicità si può paragonare. Dio,
donando ci se stesso, non poteva darei di più. San Paolo
così descrive il grandioso piano divino sulla vita umana:
«Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cri-
sto, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale
nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti, prima della creazio-
ne del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospet-
to nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua
volontà» (lettera agli Efesini 1,3 -6).
Il Padre ci ha creati perché fossimo figli nel Figlio, nel
cuore dell' amore trinitario. Per questo Dio si è fatto uo-
mo: per introdurci in Dio. Questo è il progetto di Dio crea-
tore, che ha portato a termine nonostante noi avessimo
perduto il paradiso di Dio per cercare altri paradisi.

 

II paradiso perduto

Secondo la Bibbia l'uomo, appena creato, è stato collo-
cato in una situazione paradisiaca. Verità affascinante, che
contrasta non poco con chi si affanna a cercare i nostri
antenati fra le scimmie. La Bibbia comunque è in buona
compagnia, perché non c'è grande civiltà che non collo-
chi l'età dell'oro ai primordi dell'umanità. Tuttavia, per
chi crede l'Eden delle origini non è affatto un'immagine
mitica, ma una condizione esistenziale di perfetta felicità
in cui l'uomo è stato creato.
Dio è un genio di infinita grandezza e l'uomo è il suo
capolavoro. Guarda alla perfezione di un fiore, al miraco-
lo di un'aurora o di un tramonto, oppure alla complessità 

di una cellula vivente. I greci hanno chiamato il mondo
cosmos, per indicare la sublime perfezione della sua bel-
lezza e Platone attribuisce a Dio il titolo di artista som-
mo. La Bibbia va molto più in là. Nega nel modo più as-
soluto che all'inizio l'uomo fosse afflitto dai mali che cro-
cifiggono la sua vita.

L'autore biblico ci spiega che l'uomo e la donna sono
opera realizzata con grande sapienza e immenso amore,
tanto da poter dire che sono «immagine» di Dio e simili
a lui. Esagerazione? Devi ammettere che l'uomo, se lo con-
sideri bene, non ha perso affatto i caratteri della sua pri-
mitiva grandezza, anche se fa di tutto per non vederla.
Tuttavia all'inizio non c'era per l'uomola sofferenza, l'i-
gnoranza, la cattiveria, il peccato e la morte. Dio lo aveva
preservato da tutti questi mali che ora ci fanno gemere.
Ricolmato del suo amore, avvolto dalla sua tenerezza, con
la prospettiva di passare dalla terra al cielo senza morire,
l'uomo era felice. Il paradiso è la realtà delle origini. For-
se nel nostro cuore è rimasta un'insopprimibile nostalgia.

Ti chiederai se tutto questo non sia una favola. Non
è una favola il nostro desiderio di felicità assoluta, che qui
sulla terra non ci è dato di trovare. Da dove questa insof-
ferenza per la condizione di vita presente e la ricerca in-
cessante di un paradiso perduto? La parola di Dio ci offre
quella risposta che solo essa è in grado di darci. Chi altri
se non Dio potrebbe illuminarci sul dramma delle origini,
quando, da felici che eravamo, siamo precipitati in un mare
di dolore e di morte?

La Chiesa, interpretando autenticamente il simbolismo
del linguaggio biblico alla luce del Nuovo Testamento e
della Tradizione, «insegna che i nostri progenitori Ada-
mo ed Eva sono stati costituiti in uno stato di santità e
di giustizia originali. La grazia della santità originale era
una partecipazione alla vita divina. Tutte le dimensioni
della vita dell'uomo erano potenziate dall'irradiazione di
questa grazia. Finché fosse rimasto nell'intimità divina,
l'uomo non avrebbe dovuto né soffrire, né morire. L'ar-
monia interiore della persona umana, l'armonia tra l'uo-
mo e la donna, infine l'armonia tra la prima coppia e tut-

ta la creazione costituiva la condizione detta di giustizia
originale» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 375-376
Come vedi, Dio fin dall'inizio è stato infinitamente ge-
neroso con l'uomo. La condizione umana delle origini era
molto superiore a quella di una felicità naturale. All'uo-
mo era stata donata la partecipazione alla vita divina, pur
trovandosi ancora su questa terra. Senza la catastrofe del
peccato, che ha travolto tutto il genere umano, noi sarem-
mo nati in una condizione ben diversa.
Con la disubbidienza a Dio l'uomo ha perso la condi-
zione paradisiaca delle origini. Se ami l'arte e hai l' oppor-
tunità di visitare la cappella Brancacci a Firenze, potrai
ammirare come il genio precoce di Masaccio abbia con im-
magini sublimi raffigurato la condizione esistenziale dei
progenitori prima e dopo il peccato originale.
L'uomo, sedotto dal diavolo, ha voluto diventare come
Dio, ma senza Dio e anteponendosi a Dio: così è caduto
in preda del male e della morte. Lasciando spegnere nel
suo cuore la fiducia nel Creatore e abusando della sua li-
bertà, l'uomo è rimasto senza Dio e senza i suoi doni. Non
solo ha perduto il paradiso terrestre, ma anche quello ce-
leste. Tuttavia nel suo cuore è rimasta la traccia di
felicità originaria che Dio nella sua bontà ha tenuto viva
nel corso della storia. 

 

Il paradiso riconquistato dal sangue di Gesù Cristo


Fino alla morte in croce di Gesù Cristo il paradiso e
rimasto per gli uomini un bene perduto. Non sappiamo
con esattezza quando sia incominciata la storia dell'uma-
nità, segnata fin dall'inizio dalla catastrofe del peccato ori-
ginale. Lasciamo che la scienza faccia le sue ricerche, dal-
le quali la fede non ha nulla da temere. Tuttavia la Chiesa
insegna che i nostri pro genitori e tutti i loro discenden-
ti hanno dovuto attendere il compimento della redenzio-
ne e la discesa di Gesù Cristo agli inferi, dopo la sua mor-
te, per poter essere ammessi alla visione beatifica di Dio
in paradiso.
Ti rendi conto di quale immenso bene l'uomo abbia per- 

duto con il peccato e quale valore abbia la salvezza opera-
ta da Gesù Cristo? Infatti, i giusti morti prima della re-
denzione erano privati della visione di Dio e attendevano
il giorno della loro liberazione nel soggiorno dei morti, men-
tre i dannati già erano nel loro luogo di perdizione all'in-
ferno. Quando nella recita del Credo si afferma che «Ge-
sù discese agli inferi», si fa riferimento a queste anime in
attesa della visita del Salvatore: «Furono appunto le ani-
me di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate
da Gesù disceso all'inferno. Gesù non è disceso agli infe-
ri per liberare i dannati, né per distruggere l'inferno della
dannazione, ma per liberare i giusti che l'avevano prece-
duto» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 633).
Il progetto di rendere gli uomini partecipi della natura
divina nell'oceano d'amore della santissima Trinità non
è dunque fallito con il peccato originale e con i peccati
successivi di tutti gli uomini, compresi quelli di ognuno
di noi. Il Figlio di Dio facendosi uomo «con la sua morte
e risurrezione ci ha aperto il cielo» (Catechismo della Chiesa
Cattolica, n. 1026). Se ora tu dovessi morire nella fede
e nel pentimento perfetto dei tuoi peccati, entreresti nel
regno dei cieli e saresti ammesso a vedere Dio per tutta
l'eternità.
La beatitudine eterna è il prezzo di un'immensa soffe-
renza e il più grande dono di grazia. Un proverbio popo-
lare pieno di sapienza afferma che «in paradiso non si va
in carrozza». Bisogna innanzi tutto riflettere che è a prezzo
del suo sangue che Gesù Cristo ci ha riaperto il cielo. Men-
tre moriva sulla croce, Gesù ci ha indicato il più grande
frutto del suo patire, quando, rivolgendosi con pietà al la-
drone pentito, ha pronunciato le parole della speranza at-
tese da millenni: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel
paradiso» (Luca 23,43).
L'amore e la sofferenza senza limiti di Gesù ci hanno
riconquistato quel paradiso che l'uomo aveva perduto e
continua a perdere a causa dei suoi peccati. La vita eter-

 na è a caro prezzo, anche se ci è data in un modo assolu-
tamente gratuito. Una parte di questo prezzo va pagato
anche da ognuno di noi, attraverso la rinuncia al male e
il quotidiano combattimento spirituale.

Senza la nostra personale partecipazione alla croce non
ci è concesso di partecipare alla gloria del Signore. Quan-
do Gesù afferma: «Il regno dei cieli soffre violenza e i vio-
lenti se ne impadroniscono» (Matteo 11,12), vuole allu-
dere al nostro personale contributo di dedizione e di amore
che Dio ci chiede affinché possiamo entrare nella gloria
del cielo.

Non inseguire pericolose illusioni. La via che porta in
cielo è quella del bene, mentre la via degli empi va in ro-
vina. Cristo ci ha preceduti nella casa del Padre per pre-
pararci un posto, ma ci ha nel medesimo tempo invitati
a seguirlo sulla via del rinnegamento di sé e della croce.
La strada che porta alla vita è angusta e sono pochi quelli
che la percorrono. Eppure, se rifletti bene, Dio chiede ben
poco per donarci la vera vita che non ha fine. «lo ritengo
infatti, afferma Paolo, che le sofferenze del momento pre-
sente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà
essere rivelata in noi» (lettera ai Romani 8,18).

 

Saremo sempre con il Signore

Conseguire il paradiso significa realizzare la vita. In-
fatti siamo stati creati per Dio, nel quale abbiamo la pie-
nezza dell'amore e la perfetta felicità. L'obiettivo che de-
vi sempre avere davanti agli occhi in ogni istante della tua
esistenza sulla terra è il cielo, verso il quale tendere con
volontà inflessibile. Infatti la vita eterna, benché sia un
dono che va al di là di qualsiasi nostro merito, viene do-
nata a tutti coloro che in questo mondo si saranno aperti
all'amore di Dio e del prossimo. Non importa se ti senti
uno sconfitto nella lotta per i primi posti nella società. An-
zi, non esitare a gioire per l'ultimo posto, se questo ti fos-
se utile per conquistare la gloria nell' eternità.

Il cammino verso il cielo non è facile, ma la grazia ci
sostiene e Dio lo cosparge di tante piccole gioie, che sono
già un anticipo di eternità. Il segreto è di conservarti in
grazia di Dio in ogni momento della tua vita, nutrendo
la tua anima con la preghiera e i sacramenti della confes-
sione e dell' eucaristia e riparando in vari modi il male com- 

piuto. Infatti, in cielo entrano solo «coloro che muoiono
nella grazia e nell' amicizia di Dio e che sono perfettamente
purificati» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1023).
Se tu, nel corso della vita, coltiverai un'intima amici-
zia con Gesù, già fin da ora pregusti il paradiso e il mo-
mento della tua morte sarà quello dell'incontro gioioso,
faccia a faccia, con il tuo Signore. il paradiso infatti si iden-
tifica con Dio stesso in quanto, nella pienezza del suo amo-
re, si dona all'uomo.
Qui sulla terra possiamo, almeno in parte, sperimenta-
re Dio nella nostra vita, mediante la fede e l'amore che
ci dona. Ma in cielo Dio si donerà totalmente a noi in modo
diretto e senza veli, e nel suo possesso noi conseguiremo
la felicità perfetta e definitiva.
La fantasia umana, anche dei credenti, ha cercato di de-
scrivere il paradiso con i simboli più diversi. La stessa Bib-
bia ci offre al riguardo immagini suggestive: la vita, la lu-
ce, la pace, il banchetto di nozze, il vino del regno, la ca-
sa del Padre, la Gerusalemme celeste. Ognuna di esse evi-
denzia un aspetto di quella beatitudine eterna che non può
essere espressa con parole terrene. Non devi però farti di-
stogliere dall'essenziale, che è l'inesauribile amore trini-
tario nel quale veniamo inseriti.
Infatti, è il rapporto intimo con Dio che la Sacra Scrit-
tura non cessa di sottolineare. Gesù alladrone pentito non
dice: «Oggi sarai in paradiso», ma: «Oggi sarai con me nel
paradiso» (Luca 23,43). Senza la presenza di Gesù non
ci potrebbe essere il paradiso. Paolo, dopo aver descritto
gli ultimi eventi della storia e la venuta di Cristo nella glo-
ria, per indicare la felicità del cielo afferma: «E così sare-
mo sempre con il Signore» (prima lettera ai Tessalonicesi
4,17).
Ma dove si trova il Signore se non nel cuore stesso del-
la santissima Trinità? È proprio nell'intimità del mistero
trinitario che va collocato il paradiso. il Verbo di Dio, usci-
to dal Padre, ritorna a lui portando .con sé la sua santa
umanità. Noi siamo membra del corpo di Cristo e in cielo
saremo dove lui è, figli nel Figlie(, davanti al Padre, che
contempleremo «faccia a faccia» (prima lettera ai Corinzi
13 ,12), e «lo vedremo così come egli è» (prima lettera di

 Giovanni 13,2), partecipi dello scambio eterno dell'amo-

re trinitario, perché «la carità non avrà mai fine» (prima
lettera ai Corinzi 13,8).
Saremo dunque immersi nella luce, nell'amore, nella pace
e nella gioia del cielo. Ciò che Dio è per natura noi lo sa-
remo per partecipazione. Ognuno attingerà alla vita divi-
na in misura diversa, ma tuttavia colma e traboccante. L'a-
more trinitario ci unirà in un cuor solo e un' anima sola
e la felicità degli uni sarà la felicità degli altri. In Dio sa-
remo uniti alla Vergine Maria, agli angeli e a tutti i beati
che sono esistiti sulla terra e che hanno raggiunto il cielo.
I legami santi di affetto e di amicizia che vi erano sulla
terra non saranno aboliti in cielo, ma elevati e trasfigura-
ti dalla carità soprannaturale.
Qualcuno non ha esitato a definire certe descrizioni del
paradiso piuttosto noiose. Che si farà per tutta l'eterni-
tà? si è chiesto qualcun altro. E in grado di comprendere
qualcosa del paradiso solo chi in questa vita fa l'esperien-
za dell'amore di Dio nel suo cuore. Chi ha gustato su que-
sta terra anche una piccolissima goccia dell' amore trinita-
rio sa bene che in paradiso non ci si annoia, anzi si soffre
mentre si è nell'esilio della terra. Da quale forza erano ani-
mati i martiri che affrontavano sereni morti orrende, se
non dalla certezza che sarebbero stati sempre con il Si-
gnore?
Tuttavia, anche se non hai ancora avuto la grazia di spe-
rimentare, sia pure in minima parte l'amore di Dio, forse
un autentico amore umano ti aiuterà a comprendere qual-
cosa della beatitudine eterna. Non è forse vero che non
ci si stanca mai di stare con una persona amata e con co-
loro ai quali siamo uniti da profonda amicizia? L'amore
umano non solo non annoia, ma colma di felicità. Che sa-
rà mai quando saremo immersi nello stesso amore eterno
di Dio e ci ameremo tutti in lui?
In questa luce si comprende meglio l'eternità del para-
diso. Si tratta infatti dell'eternità dell'amore. Perché la
gioia sia perfetta deve essere definitiva e al riparo da qual-
siasi insidia. La felicità non potrebbe essere piena se non
fosse duratura. Come la dannazione non sarebbe veramente
tale se non fosse eterna, così la gioia non sarebbe tale se

 non fosse definitiva. L'eternità del paradiso e dell'infer-

no si illuminano a vicenda e mettono in evidenza il valore
assoluto della posta in gioco nel corso della vita terrena.

Le parole della Sacra Scrittura al riguardo suonano nette
e inconfondibili. Quante volte, leggendo la Bibbia, hai in-
contrato espressioni come «vita eterna», «dimora eterna»
e «abitazione eterna». Fanno da contrappeso al «fuoco eter-
no» dell'inferno e svelano il carattere drammatico della
vita umana, dove le scelte della libertà decidono del pro-
prio destino nell'eternità.

 

Guardati dai falsi paradisi

L'uomo sulla terra, sedotto dai falsi paradisi, corre il
gravissimo pericolo di perdere quello vero. L'uomo non
può essere reso felice dalle cose. Questa è forse l'intuizio-
ne più acuta del buddhismo. Il Buddha non ha esitato a
indicare nel desiderio delle cose che passano la fonte stes-
sa del dolore. La sua lezione, come quella di tanti altri saggi,
non è servita molto alla maggior parte degli uomini, che
di generazione in generazione non fanno che inseguire le
illusioni della vita nel mondo.

Gesù è andato oltre. Alludendo ai miraggi di felicità che
affascinano i poveri mortali, egli afferma con luminosa si-
curezza: «Chiunque beve di quest' acqua avrà di nuovo se-
te» (Giovanni 4,13). Non è forse vero che le cose non rie-
scono a saziare la nostra fame di felicità? Quando ci si nutre
di mondo, la nostra fame non fa che crescere e al posto
della felicità si sperimenta prima l'inquietudine, quindi l'in-
soddisfazione e infine la disperazione. I paradisi monda-
ni sono fabbriche di scontenti e di disperati.

Te ne meravigli? Nulla può sostituire Dio. Noi siamo
fatti a sua immagine e il nostro cuore è orientato a lui.
In noi vi è una fame di verità, di bellezza e di amore eter-
ni. Saziare questa fame con le cose che passano è la pe-
renne illusione dell'uomo.

Guardati intorno e osserva l'insipiente corsa alla felici-
tà. C'è chi la cerca nel denaro, chi nel divertimento e chi
nei piaceri del corpo. Altri nella stima del mondo, negli 

onori o nella gloria. Altri ancora nelle conquiste dell'in-
telligenza e del potere. Ognuno cerca di rosicchiare la su
porzione di mondanità, industriandosi in tutti i modi, con
mezzi leciti e illeciti. Ma coloro che sono sazi di mondo
e che hanno esplorato tutti i paradisi inventati dalla car-
ne sono forse felici?
Viviamo in un mondo che non rinuncia a costruirsi i..
paradiso sulla terra. Troverai sulla tua strada innumere-
voli proposte in tale senso. Faranno leva sulla tua fame
di felicità e ti inganneranno. Quanti tuoi coetanei, che cer-
cavano il paradiso e irridevano chi li metteva in guardia,
si sono poi trovati all'inferno già su questa terra! I falsi
paradisi sono una trappola mortale. Non illuder ti di spe-
rimentarli e di uscirne illeso!
Bisognerà dunque rimandare oltre la morte l'esperien-
za del paradiso? Gesù al riguardo afferma: «Chi beve del-
l'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'ac-
qua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che
zampilla per la vita eterna» (Giovanni 4,14). Il cristiane-
simo afferma che già su questa terra, pur nella durezza
della vita e sotto il peso del combattimento quotidiano,
è possibile sperimentare la gioia del cielo nel proprio cuore.

Chiunque vive una fede autentica e ha aperto il cuore
all'amore di Dio potrebbe confermartelo. Forse si tratta
di un'esperienza che tu stesso hai potuto verificare perso-
nalmente. La felicità dell'uomo consiste nell'amore di Dio
che gli viene dato in misura sovrabbondante già durante
la vita terrena. Chiunque abbia avvertito nel suo cuore
anche per un solo istante, una sola goccia dell' amore tri-
nitario, sa che il paradiso cristiano non è una chimera.
Se lasci che nella tua anima abiti Dio, non verrai se-
dotto dai falsi paradisi, perché avrai imparato a conosce-
re quello vero e la tua vita si innalzerà sempre più a volo
d'aquila verso le vette della perfezione, dove si trova la
vera felicità.