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Il Purgatorio c'è. E brucia

Ma il suo è un fuoco interiore. Il fuoco della giustizia e della grazia di Dio. Benedetto XVI l'ha spiegato in un'udienza, ma più ancora in una memorabile pagina dell'enciclica "Spe salvi"

 

Nell'illustrare la vita di santa Caterina da Genova, Benedetto XVI ha preso spunto dal pensiero di questa santa per spiegare che cosa è il purgatorio.

Nella seconda metà del XV secolo, l'epoca di Caterina, l'immagine corrente del purgatorio era come quella raffigurata qui sopra. Era la montagna di purificazione cantata da Dante nella "Divina Commedia".

Che il purgatorio fosse un luogo fisico è una convinzione molto antica, durata fino a tempi recenti.

Ma per Caterina non era così. Per lei il fuoco del purgatorio era pensato essenzialmente come un fuoco interiore.

E Benedetto XVI le ha dato pienamente ragione.

Alcuni media hanno rilanciato questa catechesi di papa Joseph Ratzinger mettendola tra le buone notizie. Come se il papa avesse decretato non tanto l'interiorità del purgatorio, ma la sua salutare scomparsa. Una scomparsa peraltro già avvenuta in larga misura nella predicazione corrente della Chiesa, da vari decenni.

Ma l'insegnamento di Benedetto XVI dice esattamente l'opposto. Non la scomparsa del purgatorio, ma la sua vera realtà.

Quasi nessuno l'ha ricordato. Ma le pagine più potenti sul purgatorio Benedetto XVI le ha scritte nell'enciclica "Spe salvi", la più personale delle tre encicliche sinora da lui pubblicate, l'unica ideata e scritta integralmente di suo pugno, dalla prima riga all'ultima.

Qui di seguito è riportato il passaggio della catechesi su santa Caterina da Genova relativo al purgatorio.

E subito dopo i paragrafi della "Spe salvi" anch'essi dedicati al purgatorio, sullo sfondo del giudizio di Dio che "è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia".

 

"QUESTO È IL PURGATORIO, UN FUOCO INTERIORE"


[...] Il pensiero di Caterina sul purgatorio, per il quale è particolarmente conosciuta, è condensato nelle ultime due parti del libro citato all’inizio: il "Trattato sul purgatorio" e il "Dialogo tra l’anima e il corpo".

È importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra santa esso è un elemento centrale, e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca.

Il primo tratto originale riguarda il “luogo” della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore.

Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio. Abbiamo sentito del momento della conversione, dove Caterina sente improvvisamente la bontà di Dio, la distanza infinita della propria vita da questa bontà e un fuoco bruciante all’interno di se stessa. E questo è il fuoco che purifica, è il fuoco interiore del purgatorio.

Anche qui c’è un tratto originale rispetto al pensiero del tempo. Non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio – come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi – e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità.

L’anima – dice Caterina – si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà. E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio. L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato.

In Caterina si scorge la presenza di fonti teologiche e mistiche a cui era normale attingere nella sua epoca. In particolare si trova un’immagine tipica di Dionigi l’Areopagita, quella, cioè, del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come “superato e vinto e tutto fuor di sé”. Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza.

Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio.

Cari amici, i santi, nella loro esperienza di unione con Dio, raggiungono un “sapere” così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di "intelligentia fidei", di "intelligentia" dei misteri della fede, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di che cosa è il purgatorio. [...]

 

"EGLI SI SALVERÀ, PERÒ COME ATTRAVERSO IL FUOCO..."


[...] Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l'argomento essenziale, in ogni caso l'argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell'immortalità dell'amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l'uomo sia fatto per l'eternità; ma solo in collegamento con l'impossibilità che l'ingiustizia della storia sia l'ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita.

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr. Efesini 2, 12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore.

Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo "I fratelli Karamazov".

I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. [...] Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr. Luca 16, 19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

45. Questa idea vetero-giudaica della condizione intermedia include l'opinione che le anime non si trovano semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una punizione, come dimostra la parabola del ricco epulone, o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine. E infine non manca il pensiero che in questo stato siano possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono l'anima matura per la comunione con Dio.

La Chiesa primitiva ha ripreso tali concezioni, dalle quali poi, nella Chiesa occidentale, si è sviluppata man mano la dottrina del purgatorio. Non abbiamo bisogno di prendere qui in esame le vie storiche complicate di questo sviluppo; chiediamoci soltanto di che cosa realmente si tratti.

Con la morte, la scelta di vita fatta dall'uomo diventa definitiva, questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell'intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all'amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in se stesse l'amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno. Dall'altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo: persone delle quali la comunione con Dio orienta già fin d'ora l'intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono.

46. Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l'uno né l'altro è il caso normale dell'esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un'ultima apertura interiore per la verità, per l'amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male. Molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell'anima.

Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa d'altro accadrà? San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci dà un'idea del differente impatto del giudizio di Dio sull'uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l'invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti, semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso.

Paolo dice dell'esistenza cristiana innanzitutto che essa è costruita su un fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte. Poi Paolo continua: "Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco" (3, 12-15).

In questo testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il "fuoco" per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell'eterno banchetto nuziale.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa "come attraverso il fuoco". È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio.

Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia.

È chiaro che la "durata" di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il "momento" trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno: è tempo del cuore, tempo del "passaggio" alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo.

Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia, domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura.

L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza "con timore e tremore" (Filippesi 2, 12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro avvocato, "parakletos" (cfr. 1 Giovanni 2, 1).

48. Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza cristiana. Nell'antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr. per esempio 2 Maccabei 12, 38-45: I secolo a.C.). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla Chiesa orientale ed occidentale.

L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice delle anime nell'"aldilà", ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella condizione intermedia. Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato "ristoro e refrigerio" mediante l'Eucaristia, la preghiera e l'elemosina. Che l'amore possa giungere fin nell'aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte, questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l'aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono?

Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il "purgatorio" è semplicemente l'essere purificati mediante il fuoco nell'incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all'altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile.

Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale. [...]

IL PURGATORIO SPIEGATO DA GESU’ A MARIA VALTORTA

Dal libro: "l quaderni del 1943" (Scritti di Ma­ria Valtorta 1961)

Isola del Liri, 1976 

17 ottobre 1943 Dice Gesù 

"Ti voglio spiegare cosa è e in cosa consiste il Purgatorio. E te lo spiego Io, con forma che urterà tanti che si credono depositari della cono­scenza dell'al di là e non lo sono. 

Le anime immerse in quelle fiamme non soffrono che per l'amore. 

Non immeritevoli di possedere la Luce, ma neppure degne di entrarvi subito, nel Regno di Luce, esse, al loro presentarsi a Dio, vengono in­vestite dalla Luce. E' una breve, anticipata beatitudine, che le fa certe della loro salvezza e le fa cognite di cosa sarà la loro eternità ed e­sperte di ciò che commisero verso la loro anima, defraudandola di anni di beata possessione di Dio. Immerse poi nel luogo di purgazione, sono investite dalle fiamme espiatrici. 

In questo, coloro che parlano del Purgato­rio dicono giusto. Ma dove non sono nel giusto è nel volere applicare nomi diversi a quelle fiam­me. 

Esse sono incendio d'Amore. Esse purifica­no accendendo le anime d'amore. Esse danno l'Amore perchè, quando l'anima ha raggiunto in esse quell'amore che non raggiunse in terra, ne viene liberata e si congiunge all'Amore in Cielo. Ti pare dottrina diversa dalla cognita, vero? 

Ma rifletti. 

Cosa vuole il Dio Uno e Trino per le anime da Lui create? Il Bene. 

Chi vuole il Bene per una creatura, che sen­timenti ha per la creatura? Sentimenti d'amore. Quale è il comandamento primo e secondo, i due più importanti, quelli che Io ho detto non esservene più grandi ed essere in quelli la chiave per raggiungere la vita eterna? E' il comanda­mento d'amore: "Ama Dio con tutte le tue for­ze, ama il prossimo come te stesso". 

Per bocca mia e dei profeti e dei santi, cosa vi ho detto infinite volte? Che la Carità è la più grande delle assoluzioni. La Carità consuma le colpe e le debolezze dell'uomo, perchè chi ama vive in Dio, e vivendo in Dio poco pecca, e se pecca subito si pente, e per chi si pente vi è il perdono dell'Altissimo. 

A cosa mancarono le anime? All'Amore. Se avessero molto amato, avrebbero commesso po­chi e lievi peccati, connessi alla debolezza e im­perfezione vostra. Ma non avrebbero mai rag­giunto la pertinacia cosciente nella colpa anche veniale. Si sarebbero studiate di non addolorare il loro Amore, e l'Amore, vedendo la loro buona volontà, le avrebbe assolte anche delle venialità commesse. 

Come si ripara, anche sulla terra, una col­pa? Espiandola e, se appena si può, attraverso il mezzo con cui si è commessa. Chi ha danneggia­to, restituendo quanto ha levato con prepoten­za. Chi ha calunniato, ritrattando la calunnia, e così via. 

Ora, se questo vuole la povera giustizia u­mana, non lo vorrà la Giustizia santa di Dio? E quale mezzo userà Dio per ottenere riparazione? Se stesso, ossia l'Amore, ed esigendo amore. Questo Dio che avete offeso, e che vi ama paternamente, e che vuole congiungersi con le sue creature, vi porta ad ottenre questo congiun­gimento attraverso a Se stesso. 

Tutto si impernia sull'Amore, Maria, fuor­chè per i "morti" veri: i dannati. Per essi "mor­ti" è morto anche l'Amore. Ma per i tre regni - quello più pesante: la Terra; quello in cui è abo­lito il peso della materia ma non dell'anima gra­vata dal peccato: il Purgatorio; e infine quello dove gli abitatori di esso condividono con il Pa­dre loro la natura spirituale che li affranca da o­gni gravame - il motore è l'Amore. E' amando sulla terra che lavorate per il Cielo. E' amando nel Purgatorio che conquistate il Cielo che in vi­ta non avete saputo meritare. E' andando in Pa­radiso che godete il Cielo. 

Quando un'anima è nel Purgatorio non fa che amare, riflettere, pentirsi alla luce dell'A­more che per lei ha acceso quelle fiamme, che già sono Dio, ma le nascondono Dio per sua punizione. 

Ecco il tormento. L'anima ricorda la visio­ne di Dio avuta nel giudizio particolare. Si porta seco quel ricordo e, poichè l'avere anche solo in­travisto Iddio è gaudio che supera ogni creata co­sa, l'anima è ansiosa di rigodere di quel gaudio. 

Quel ricordo di Dio e quel raggio di luce che l'ha investita al suo comparire davanti a Dio, fanno sì che l'anima "v e d a" nella loro vera entità le mancanze commesse contro il suo Bene, e que­sto "v e d e r e" costituisce, insieme al pensiero che per quelle mancanze si è volontariamente in­terdetto il possesso del Cielo e l'unione con Dio per anni o secoli, costituisce la sua pena purga­tiva. 

E' l'amore, la certezza di avere offeso l'A­more, il tormento dei purganti. Più un'anima nella vita ha mancato e più è come accecata da spirituali cataratte, che le rendono più difficile il conoscere e raggiungere quel perfetto pentimen­to d'amore che è il coefficiente primo della sua purgazione e dell'entrata nel Regno di Dio. L'a­more è appesantito nel suo vivere e reso tardo quanto più un'anima lo ha oppresso con la col­pa. Man mano che per potere dell'Amore essa si monda, si accelera la sua risurrezione all'amore e, di conseguenza, la sua conquista dell'Amore, che si completa nel momento in cui, finita l'e­spiazione e raggiunta la perfezione dell'amore, essa viene ammessa nella Città di Dio. 

Bisogna molto pregare perchè queste ani­me, che soffrono per raggiungere la Gioia, siano veloci nel raggiungere l'amore perfetto che le as­solve e le unisce a Me. Le vostre preghiere, i vo­stri suffragi, sono altrettanti aumenti di fuoco di amore. Aumentano l'ardore. Ma - oh! beato tor­mento! - aumentano anche la capacità di amare. Accelerano il processo di purgazione. Innalzano a gradi sempre più alti le anime immerse in quel fuoco. Le portano alle soglie della Luce. Aprono le porte della Luce, infine, e introducono l'ani­ma in Cielo. Ad ognuna di queste operazioni, provocate dalla vostra carità per chi vi ha prece­duto nella seconda vita, corrisponde un sopras­salto di carità per voi. Carità di Dio che vi ringra­zia di provvedere ai suoi figli penanti, carità dei penanti che vi ringraziano di adoperarvi per immetterli nel gaudio di Dio. Mai come dopo la morte della terra i vostri cari vi amano, perchè il loro amore è ormai infuso della Luce di Dio e a questa Luce essi comprendono come voi li amate e come avrebbero dovuto amarvi. 

Non possono più darvi parole che invocano perdono e danno amore. Ma le dicono a Me per voi, ed Io ve le porto, queste parole dei vostri Morti, che ora vi sanno vedere e amare come si deve. Ve le porto insieme alla loro richiesta di a­more e alla loro benedizione. Già valida sin dal Purgatorio, perchè già infusa dell'accesa Carità che li arde e purifica. Perfettamente valida, poi, dal momento in cui, liberati, verranno incontro a voi sulle soglie della Vita o si riuniranno a voi nella stessa, se già voi li avete preceduti nel Re­gno d'Amore. 

Fida in Me, Maria, Io lavoro per te e per i tuoi più cari. Solleva il tuo spirito. Vengo per darti la gioia. Fidati di Me".  

21 ottobre 1943 Dice Gesù:

"Riprendo l'argomento delle anime accolte nel Purgatorio. 

Se non hai afferrato il senso completo delle mie parole, non importa. Queste sono pagine per tutti, perchè tutti hanno nel Purgatorio degli es­seri cari e quasi tutti, con la vita che conducono, sono destinati a sostare in quella dimora. Per gli uni e per gli altri continuo dunque. 

Ho detto che le anime purganti non soffro­no che per l'amore ed espiano con l'amore. Ecco le ragioni di questo sistema di espiazione. 

Se voi, uomini irriflessivi, considerate atten­tamente la mia Legge nei suoi consigli e nei suoi comandi, vedete che essa è tutta imperniata sul­l'amore. Amore verso Dio, amore verso il prossi­mo. 

Nel primo comandamento Io, Dio, mi im­pongo al vostro amore riverenziale con tutta la solennità che è degna della mia Natura rispetto alla vostra nullità: - Io sono il Signore Iddio tuo". 

Troppe volte ve ne dimenticate, o uomini che vi credete dèi e, se non avete in voi uno spi­rito vivificato dalla grazia, altro non siete che polvere e putredine, animali che all'animalità u­nite l'astuzia dell'intelligenza posseduta dalla Be­stia, che vi fa commettere opere da bestie, peg­gio che da bestie: da demoni. 

Ditevelo mattina e sera, ditevelo a mezzo­giorno e a mezzanotte, ditevelo quando mangia­te, quando bevete, quando andate a dormire, quando vi svegliate, quando lavorate, quando ri­posate, ditevelo quando amate, ditevelo quando contraete amicizie, ditevelo quando comandate e quando ubbidite, ditevelo sempre: "Io non sono Dio. Il cibo, la bevanda, il sonno, non sono Dio. Il lavoro, il riposo, le occupazioni, le opere del genio, non sono Dio. La donna, o peggio: le don­ne, non sono Dio. Le amicizie non sono Dio. I superiori non sono Dio. Uno solo è Dio: è il Si­gnore mio che mi ha dato questa vita perchè con essa mi meriti la Vita che non muore, che mi ha dato vesti, cibi, dimore, che mi ha dato il lavoro perchè mi guadagni la vita, la genialità perchè te­stimoni d'essere il re della terra, che mi ha dato capacità d'amare e creature da amare 'con santi­tà' e non con libidine, che mi ha dato il potere, l'autorità perchè ne faccia mezzo di santità e non di dannazione. Io posso divenire simile a Lui poichè Egli l'ha detto: 'Voi siete dèi', ma solo se vivo la sua Vita, ossia la sua Legge, ma solo se vi­vo la sua Vita, ossia il suo Amore. Uno solo è Dio: io sono il suo figlio e suddito, l'erede del suo regno. Ma se diserto e tradisco, se mi creo un regno mio in cui voglio umanamente essere re e dio, allora perdo il Regno vero e la mia sorte di figlio di Dio decade e si degrada a quella di figlio di Satana, poichè non si può contemporanea­mente servire l'egoismo e l'amore, e chi serve il primo serve il Nemico di Dio e perde l'Amore, ossia perde Dio". 

Levate dalla vostra mente e dal vostro cuo­re tutti i bugiardi dèi che vi avete messi, comin­ciando dal dio di fango che siete voi quando non vivete in Me. Ricordatevi cosa mi dovete per tut­to quanto vi ho dato - e più vi avrei dato se voi non aveste legato le mani al vostro Dio col vo­stro metodo di vita - cosa vi ho dato per la vita di ogni giorno e per la vita eterna. Per questa, Dio vi ha dato suo Figlio, acciò fosse immolato come agnello senza macchie lavasse e col suo Sangue i vostri debiti e non facesse così ricadere, come nei tempi mosaici, le iniquità dei padri sui figli sino alla quarta generazione dei peccatori, che sono "coloro che mi odiano" poichè il pec­cato è offesa a Dio e chi offende odia. 

Non alzate altri altari a dèi non veri. Abbia­te, e non tanto sugli altari di pietra, ma sull'alta­re vivo del vostro cuore, solo ed unico il Signore Iddio vostro. A Lui servite e porgete culto vero di amore, di amore, di amore, o figli che non sa­pete amare che dite, dite, dite parole di preghie­ra, parole soltanto, ma non fate dell'amore la vo­stra preghiera, l'unica che Dio gradisca. 

Ricordate che un vero palpito d'amore, che salga come nube di incenso dalle fiamme del vo­stro cuore innamorato di Me, ha per Me un valo­re infinite volte più grande di mille e mille pre­ghiere e cerimonie fatte col cuore tiepido o fred­do. Attirate la mia Misericordia col vostro amo­re. Se sapeste come è attiva e grande la mia Mise­ricordia con chi mi ama! E' un'onda che passa e lava quanto in voi costituisce macchia. Vi dà candida stola per entrare nella Città santa del Cielo, nella quale splende come sole la Carità dell'Agnello che si è fatto immolare per voi. Non usate il Nome santo per abitudine o per dare forza alla vostra ira, per sfogare la vo­stra impazienza, per corroborare le vostre male­dizioni. E soprattutto non applicate il termine "dio" a creatura umana che amate per fame di sensi o per culto di mente. A Uno solo va detto quel Nome. A Me. E a Me deve essere detto con amore, con fede, con speranza. Allora quel No­me sarà la vostra forza e la vostra difesa, il culto di questo Nome vi giustificherà, perchè chi opera mettendo a sigillo delle sue azioni il Nome mio non può commettere azioni malvagie. Parlo di chi agisce con verità, non dei mentitori che cer­cano coprire se stessi e le loro opere col fulgore del mio Nome tre volte santo. E chi cercano di ingannare? Io non sono soggetto ad inganno, e gli uomini stessi, a meno che non siano dei mala­ti di mente, dal confronto delle opere dei menti­tori col loro dire comprendono che sono dei falsi e ne provano sdegno e schifo. 

Voi che non sapete amare altra che voi stes­si e il vostro denaro e vi pare perduta ogni ora che non sia dedicata ad accontentare la carne o a impinguare la borsa, sappiate, nel vostro godere o lavorare da ingordi e da bruti, mettere una so­sta che vi dia modo di pensare a Dio, alle sue bontà, alla sua pazienza, al suo amore. Dovreste, lo ripeto, avermi sempre presente qualunque co­sa facciate; ma poichè non sapete operare con­servando lo spirito fisso in Dio, cessate una volta alla settimana, di operare per pensare unicamen­te a Dio. 

Questa, che vi può parere legge servile, è invece prova di come Dio vi ama. Lo sa il vostro buon Padre che siete macchine fragili che si usu­rano nell'uso continuo e ha provveduto alla vo­stra carne, anche a quella poichè è essa pure ope­ra sua, dandovi comando di farla riposare un giorno su sette per dare ad essa giusto ristoro. Dio non vuole le vostre malattie. Foste rimasti suoi figli, proprio suoi, da Adamo in poi, non a­vreste conosciuto le malattie. Sono queste frut­to delle vostre disubbidienze a Dio, insieme al dolore e alla morte; e come fungaia sono nate e nascono sulle radici della prima disubbidienza: quella d'Adamo, e rampollano le une dalle altre, tragica catena, dal germe che vi è rimasto in cuo­re, dal veleno del Serpente maledetto che vi dà febbri di lussuria, di avarizia, di gola, di accidia, di imprudenze colpevoli. 

Ed è imprudenza colpevole il voler forzare il vostro essere a continuo lavoro per il guada­gno, come lo è il volere supergodere della gola o del senso col non contentarvi del cibo necessario alla vita e della compagna necessaria alla conti­nuazione della specie, ma saziandovi oltre misura come animali da pantano e spossandovi e avvi­lendovi come - anzi, non come bruti, i quali non sono simili ma superiori a voi nel connubio al quale vanno obbidendo a leggi di ordine - ma avvilendovi peggio dei bruti: come dei demoni che disubbidiscono alle leggi sante dell'istinto retto, della ragione e di Dio. 

II vostro istinto voi lo avete corrotto ed es­so ormai vi conduce a preferire pasti corrotti, formati da lussurie nelle quali profanate il corpo vostro: opera mia; l'anima vostra: capolavoro mio; e uccidete embrioni di vite negandole alla vita, perchè le sopprimete anzi tempo volonta­riamente o attraverso le vostre lebbre che sono veleno mortale alle vite sorgenti. 

Quante sono le anime che un vostro appe­tito sensuale chiama dal Cielo e alle quali voi chiudete poi le porte della vita? Quante quelle che giungono appena al termine, e vengono alla luce morenti o già morte, e alle quali precludete il Cielo? Quante quelle alle quali voi imponete un peso di dolore, che non sempre possono por­tare con una esistenza malata, marcata da morbi dolorosi e vergognosi? Quante quelle che non possono resistere a questa sorte di martirio non voluto, ma apposto da voi come un marchio a fuoco sulla carne, che avete generato senza ri­flettere che, quando si è corrotti come sepolcri pieni di putredine, non è più lecito generare dei figli per condannarli al dolore e al ribrezzo della società? Quante quelle che, non potendo resiste­re a questa sorte, si suicidano? 

Ma che credete voi? Che Io le dannerò per questo loro delitto contro Dio e se stesse? No. Prima di loro, che peccano contro due, vi siete voi che peccate contro tre: contro Dio, contro voi stessi e contro gli innocenti che generate per portarli alla disperazione. Pensatelo. Pensatelo bene. Dio è giusto, e se pesa la colpa pesa anche le cause della colpa. E in questo caso il peso del­la colpa alleggerisce la condanna del suicida, ma carica la condanna di voi, veri omicidi delle vostre creature disperate. 

In quel giorno di riposo che Dio ha messo nella settimana, e vi ha dato l'esempio suo di ri­poso - pensate, Lui: l'Agente infinito, il Gene­rante che da Se stesso si genera continuamente, Lui vi ha mostrato il bisogno di riposo, per voi lo ha fatto, per esservi Maestro nella vita. E voi, tra­scurabili potenze, volete non tenerne conto qua­si foste più potenti di Dio! -. In quel giorno di riposo per la vostra carne che si spezza sotto fati­ca eccessiva, sappiate occuparvi dei diritti e dei doveri dell'anima. Diritti: alla Vita vera. L'anima muore se è tenuta separata da Dio. La domenica datela all'anima vostra - poichè non sapete farlo tutti i giorni e tutte le ore - perchè in essa do­menica essa si nutra della Parola di Dio, si saturi di Dio, per avere vitalità durante gli altri giorni di lavoro. Così dolce è il riposo nella casa del pa­dre ad un figlio che il lavoro ha tenuto lontano per tutta la settimana! E perchè voi questa dol­cezza non la date all'anima vostra? Perchè insoz­zate questo giorno con crapule e labidini, invece di farne una terza luce per beatitudine vostra di ora e di poi? 

E, dopo l'amore per chi vi ha creato, l'amo­re a chi vi ha generato e a chi vi è fratello. Se Dio è Carità, come potete dire di essere in Dio se non cercate di somigliarlo nella carità? E potete dire di somigliarlo se amate Lui solo e non gli altri creati da Lui? Sì, che Dio va amato più di tutti, ma non può dire di amare Dio chi spregia di amare coloro che Dio ama. 

Amate dunque per primi quelli che per a­vervi generato sono i creatori secondi del vostro essere sulla terra. Il Creatore supremo è il Signo­re Iddio, che forma le vostre anime e, padrone come è della Vita e della Morte, permette il vo­stro venire alla vita. Ma creatori secondi sono co­loro che di due carni e di due sangui fanno una nuova carne, un nuovo figlio di Dio, un nuovo futuro abitante dei Cieli. Perchè è per i Cieli che siete creati, perchè è per i Cieli che dovete vivere sulla terra. 

Oh! sublime dignità del padre e della ma­dre! Episcopato santo, dico con parola ardita ma vera, che consacra un nuovo servo a Dio col cri­sma di un amore coniugale, lo lava col pianto della genitrice, lo veste col lavoro del padre, lo rende portatore della Luce infondendo la cono­scenza di Dio nelle menti pargole e l'amore di Dio nei cuori innocenti. In verità vi dico che di poco inferiori a Dio sono i genitori solo per il fatto di creare un nuovo Adamo. Ma che poi, quando i genitori sanno fare del nuovo Adamo un nuovo piccolo Cristo, allora la loro dignità è appena di un grado inferiore a quella dell'Eter­no. 

Amate dunque di amore unicamente infe­riore a quello che dovete avere per il Signore Id­dio vostro, il padre e la madre vostra, questa du­plice manifestazione di Dio che l'amore coniuga­le fa divenire una "unità". Amatela perchè la sua dignità e le sue opere sono le più simili a quelle di Dio per voi: sono essi genitori i vostri terreni creatori, e tutto in voi li deve venerare per tali. E amate la vostra prole, o genitori. Ricorda­te che ad ogni dovere corrisponde un diritto e che, se i figli hanno il dovere di vedere in voi la dignità più grande dopo Dio e di darvi l'amore più grande dopo quello totale che va dato a Dio, voi avete il dovere di essere perfetti per non smi­nuire il concetto e l'amore dei figli verso di voi. Ricordatevi che generare una carne è mol­to, ma è niente nello stesso tempo. Anche gli a­nimali generano una carne e molte volte la cura­no meglio di voi. Ma voi generate un cittadino dei Cieli. Di questo vi dovete preoccupare. Non spegnete la luce delle anime dei figli, non per­mettete che la perla dell'anima dei figli vostri prenda abitudine al fango, perchè essa abitudine non la spinga a sommergersi nel fango. Date a­more, amore santo ai figli vostri, e non stolte cu­re alla bellezza fisica, alla cultura umana. No. E' la bellezza della loro anima, l'educazione del lo­ro spirito, quella che dovete curare. 

La vita dei genitori è sacrificio come è quel­la dei sacerdoti e dei maestri convinti della loro missione. Tutte e tre le categorie sono di "for­matori" di ciò che non muore: lo spirito, o la psiche, se più vi piace. E dato che lo spirito sta alla carne nella proporzione di 1000 a 1, consi­derate a quale perfezione dovrebbero attingere genitori, maestri e sacerdoti, per essere veramen­te quali dovrebbero. Dico "perfezione". Non ba­sta "formazione". Devono formare gli altri, ma per formarli non deformi devono modellarli su un perfetto modello. E come possono pretender­lo se sono imperfetti essi stessi? E come possono divenire perfetti essi stessi se non si modellano sul Perfetto che è Dio? E cosa può rendere capa­ce l'uomo di modellarsi su Dio? L'amore. Sem­pre l'amore. Siete ferro grezzo e informe. L'amo­re è la fornace che vi purifica e scioglie e vi fa fluidi per colare attraverso le vene soprannaturali nella forma di Dio. Allora sarete i "formatori" altrui: quando vi sarete formati sulla perfezione di Dio. 

Molte volte i figli rappresentano il fallimen­to spirituale dei genitori. Si vede attraverso ai fi­gli ciò che valevano i genitori. Chè, se è vero che talora da genitori santi nascono figli depravati, questa è l'eccezione. Generalmente uno dei geni­tori almeno non è santo e, dato che vi è più faci­le copiare il male che il bene, il figlio copia il men buono. E' anche vero che talora da genitori depravati nasce un figlio santo. Ma anche qui è difficile che ambedue i genitori siano depravati. Per legge di compenso il più buono dei due è buono per due e con preghiere, lacrime e parole, compie l'opera di tutti e due formando il figlio al Cielo. 

Ad ogni modo, o figli, quali che siano i vo­stri genitori, Io vi dico: "Non giudicate, amate soltanto, perdonate soltanto, ubbidite soltanto, fuorchè in quelle cose che sono contrarie alla mia Legge. A voi il merito dell'ubbidienza, del­l'amore e del perdono, del perdono di voi figli, Maria, che accelera il perdono di Dio ai genitori, e tanto più l'accelera quanto più è perdono com­pleto; ai genitori la responsabilità e il giusto giu­dizio, sia riguardo a voi, sia per quanto spetta a Dio, di Dio unico Giudice". 

Superfluo è spiegare che uccidere è manca­re all'amore. Amore verso Dio, al quale levate il diritto di vita e di morte verso una sua creatura e il diritto di Giudice. Solo Dio è Giudice e Giudice santo e, se Egli ha concesso all'uomo di crearsi dei consessi di giustizia per mettervi un freno sia nel delitto sia nella punizione, guai a voi se, come mancate alla Giustizia di Dio, man­cate alla giustizia dell'uomo erigendovi a giudici di un vostro simile, che ha mancato o credete che vi abbia mancato. 

Pensate, o poveri figli, che l'offesa, il dolo­re, sconvolgono mente e cuore, e che l'ira e lo stesso dolore mettono un velo alla vostra vista intellettuale, velo che vi preclude la visione della verità vera e della carità quale Dio ve la pre­senta perchè su di essa sappiate regolare il vo­stro anche giusto sdegno e non farne, con troppa spietata condanna, una ingiustizia. Siate santi an­che mentre l'offesa vi brucia. Ricordatevi di Dio soprattutto allora. 

E voi pure, giudici della terra, siate santi. A­vete per le mani gli orrori più vivi dell'umanità. Scrutateli con occhio e mente intrisi di Dio. Ve­dete il "perchè" vero di certe "miserie". Pensate che se anche sono vere "miserie" della umanità che si degrada, molte sono le cause che le producono. Nella mano che uccise cercate la forza che la mosse ad uccidere e ricordatevi che voi pure siete uomini. Interrogatevi se voi: traditi, abban­donati, stuzzicati, sareste stati migliori di colui o di colei che vi è davanti in attesa di sentenza. Facendo il severo esame di voi, pensate se nes­suna donna può accusarvi di essere i veri ucciso­ri del figlio che ella soppresse, perchè dopo l'ora gioconda voi vi siete sottratti al vostro impegno d'onore. E, se lo petete fare, siate pure severi. 

Ma se, dopo aver peccato contro la creatu­ra nata da una vostra insidia e da una vostra lus­suria,volete ancora ottenere un perdono da Colui che non si inganna e non si smemora con anni e anni di vita corretta, dopo quella scorrettezza che non avete voluto riparare, o dopo quel de­litto che avete provocato, siate almeno operosi nel prevenire il male, e specie là dove leggerezza femminile e miseria d'ambiente predispongono alle cadute nel vizio e nell'infanticidio. 

Ricordate, o uomini, che Io, il Puro, non ho ricusato di redimere le donne senza onore. E per l'onore che più non avevano ho fatto sorgere nel loro animo, come fiore da un suolo profana­to, il fiore vivo del pentimento che redime. Ho dato il mio pietoso amore alle povere disgrazia­te che un cosiddetto "amore" aveva prostrate nel fango. Il mio amore vero le ha salvate dalla lus­suria che il cosiddetto amore aveva inoculato in loro. Se le avessi maledette e fuggite, le avrei per­dute per sempre. Le ho amate anche per il mon­do, che dopo averle godute le ricopre di ipocrito scherno e di bugiardo sdegno. Al posto delle ca­rezze di peccato, le ho carezzate con la purezza del mio sguardo; al posto delle parole di delirio, ho avuto per loro parole d'amore; al posto della moneta, vergognoso prezzo del loro bacio, ho dato le ricchezze della mia Verità. 

Così si fa, uomini, per trarre dal fango chi nel fango sprofonda, e non ci si avvinghia al col­lo per perire o non si gettano pietre per sprofon­darvele di più. E' l'amore, è sempre l'amore che salva. 

Quale peccato contro l'amore sia l'adulte­rio, ne ho già parlato e non ripeto, per ora alme­no. Vi è su questo rigurgito di animalità tanto da dire - e tanto che non capireste neppure, perchè d'essere traditori del focolare ve ne vantate - che per pietà della mia piccola discepola taccio. Non voglio esaurire le forze della creatura sfini­ta e turbare il suo animo con crudezze umane poichè, prossimo alla Mèta, pensa solo al Cielo. 

Colui che ruba, è ovvio che manchi all'amo­re. Se si ricordasse di non fare agli altri ciò che non vorrebbe fatto a se stesso, e amasse gli altri quanto se stesso, non leverebbe con violenza e frode ciò che è del prossimo suo. Non manche­rebbe perciò all'amore, come invece vi manca commettendo ladroneccio che può essere di mer­ce, di denaro, come di occupazione. Quanti furti commettete derubando un posto all'amico, una invenzione al compagno! Siete ladri, tre volte la­dri, facendo ciò. Lo siete più che se rubaste un portafoglio o una gemma, perchè senza questi si può ancora vivere, ma senza un posto di guada­gno si muore, e con il derubato del posto muore la sua famiglia di fame. 

Vi ho dato la parola come segno di eleva­zione su tutti gli altri animali della terra. Dovre­ste dunque amarmi per la parola, dono mio. Ma posso dire che mi amate per la parola, quando di questo dono di Cielo vi fate arma per rovinare il prossimo col giuramento falso? No, non amate nè Me nè il prossimo quando asserite il falso, ma sibbene ci odiate. Non riflettete che la parola uc­cide non solo la carne, ma la reputazione di un uomo? Chi uccide odia, chi odia non ama. 

L'invidia non è carità: è anticarità. Chi desi­dera smodatamente la roba altrui è invidioso e non ama. Siate contenti di ciò che avete. Pensate che sotto l'apparenza di gioia vi sono sovente dolori che Dio vede e che sono risparmiati a voi, appa­rentemente meno felici di coloro che invidiate. Chè, se poi l'oggetto desiderato è la altrui moglie o l'altrui marito, allora sappiate che al peccato di invidia unite quello di lussuria o di adulterio. Compite perciò una triplice offesa alla Carità di Dio e di prossimo. 

Come vedete, se voi contravvenite al deca­logo contravvenite all'amore. E così è per i con­sigli che vi ho dato, che sono il fiore della pianta della Carità. Ora, se contravvenendo alla Legge contravvenite all'amore, è ovvio che il peccato è mancanza all'amore. E perciò deve espiarsi con l'amore. 

L'amore che non avete saputo darmi in terra, me lo dovete dare nel Purgatorio. Ecco perchè dico che il Purgatorio altro non è che sof­ferenza d'amore. 

Avete per tutta la vita poco amato Dio nel­la sua Legge. Vi siete buttati dietro le spalle il pensiero di Lui, avete vissuto amando tutti e po­co amando Lui. E' giusto che, non avendo meri­tato l'Inferno e non avendo meritato il Paradiso, ve lo meritiate ora accendendovi di carità, arden­do per quanto siete stati tiepidi sulla terra. E' giusto che sospiriate per mille e mille ore di e­spiazione d'amore ciò che avete mille e mille vol­te mancato di sospirare sulla terra: Dio, scopo supremo delle intelligenze create. Ad ogni volta che avete voltato le spalle all'amore corrispondo­no anni e secoli di nostalgia amorosa. Anni o se­coli a seconda della vostra gravità di colpa. 

Fatti ormai sicuri di Dio, cogniti della su­perna bellezza di Dio per quel fugace incontro del primo giudizio, il cui ricordo viene seco voi per rendervi più viva l'ansia d'amore, voi sospira­te a Lui, la lontananza di Lui piangete, d'esser stati voi la causa di tale lontananza vi rammarica­te e pentite, e sempre più vi rendete penetrabili a quel fuoco acceso della Carità per vostro supre­mo bene. 

Quando i meriti del Cristo vengono, dalle preghiere dei viventi che vi amano, gettati come essenze d'ardore nel fuoco santo del Purgatorio, l'incandescenza d'amore vi penetra più forte e più addentro e, fra il rutilare delle vampe, sem­pre più si fa lucido in voi il ricordo di Dio visto in quell'attimo. 

Come nella vita della terra più cresce l'amo­re e più sottile si fa il velo che cela al vivente la Divinità, altrettanto nel secondo regno più cre­sce la purificazione, e perciò l'amore, e più pros­simo e visibile si fa il volto di Dio. Già traluce e sorride fra il balenare del santo fuoco. E' come un Sole che sempre più si fa presso, e la sua luce e il suo calore annullano sempre più la luce e il calore del fuoco purgativo, finchè, passando dal meritato e benedetto tormento del fuoco al con­quistato e beato refrigerio del possesso, passate da vampa a Vampa, da luce a Luce, salite ad es­ser luce e vampa in Esso, Sole eterno, come scin­tilla assorbita da un rogo e come lampada getta­ta in un incendio. 

Oh! gaudio dei gaudi, quando vi troverete assurti alla mia Gloria, passati da quel regno di attesa al Regno di trionfo. Oh! conoscenza per­fetta del Perfetto Amore! 

Questa conoscenza, o Maria, è mistero che la mente può conoscere per volere di Dio, ma non può descrivere con parola umana. Credi che merita soffrire tutta una vita per possederla dalla ora della morte. Credi che non vè più grande ca­rità di procurarla con le preghiere a chi amaste sulla terra e che ora iniziano la purgazione nell'a­more, al quale chiusero in vita le porte del cuore tante e tante volte. 

Animo, benedetta alla quale sono svelate le verità nascoste. Procedi, opera e sali. Per te stessa e per chi ami nell'al di là.

"Nel cielo – scrive S. Giovanni Evangelista – apparve un segno grandioso: una Donna vestita di sole (è la Madre di Dio), con la luna sotto i suoi piedi (è l’Immacolata), e sul suo capo una corona di dodici stelle" (1): è la Regina del cielo, della terra e del Purgatorio.

S. Pier Damiano in una visione contempla la Madonna che si aggira tra le anime del Purgatorio per consolarle ed elevarle al cielo.

S. Bonaventura pone sulle labbra di Maria SS. queste parole: "Io ho penetrato il profondo dell’abisso del Purgatorio per dar sollievo con la mia presenza a quelle anime".

La Vergine ha rivelato a S. Brigida: "Io sono la madre di tutte le anime che sono in Purgatorio; le loro pene mediante le mie preghiere vengono mitigate".

1. LA BIBBIA ASSICURA L’ESISTENZA DEL PURGATORIO, erroneamente negata da Lutero, da Calvino, dai Protestanti, dai Valdesi, dai testimoni di Geova, ecc.

Il libro dei Maccabei racconta che il condottiero Giuda, dopo la battaglia, mandò i suoi uomini a "raccogliere i cadaveri, ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli che la legge proibisce ai Giudei. Ricorsero alla preghiera supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Poi, fatta una colletta, con tanto a testa, per circa 2.000 dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perchè fosse offerto un sacrificio espiatorio per i morti affinché fossero assolti dai peccati" (2).

Dunque dopo la morte del corpo esiste per certe anime un luogo di purgazione e di espiazione, distinto dall’Inferno e dal Paradiso, nel quale le preghiere e i sacrifici possono ottenere la pienezza del perdono.

Il profeta Isaia (cui farà eco l’Apocalisse) esclama: "Svegliati, svegliati, indossa le tue vesti più belle, Gerusalemme, città santa (immagine del Paradiso), poiché mai più entrerà in te... l’impuro" (3), ossia colui che è macchiato di colpe.

Gesù avverte che la giustizia di Dio è infinita e non fa nessuno sconto; tutto si deve pagare o sulla terra o nell’aldilà. Perciò se tu non soddisfi pienamente a questa giustizia durante la tua vita terrena, entrato nell’altra vita, "sarai gettato in prigione" cioè in Purgatorio e "non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo centesimo" (4).

Gesù, riferendosi ai peccati contro lo Spirito Santo, afferma che non saranno perdonati "né in questa vita né nell’altra" (5). Ciò suppone che nell’altra vita ci sia un luogo di perdono: il Purgatorio.

Nell’Apocalisse, dopo le stupende parole sulla Gerusalemme celeste o Paradiso, leggiamo: "Niente d’inquinato, d’impuro entrerà in essa" (6).

"La vita, lunga o breve, è un viaggio verso il Paradiso: là è la nostra patria, là è la nostra casa, là è il nostro appuntamento. Gesù ci attende in Paradiso" (7). Ma per l’anima che varca le soglie dell’eternità ci sono tre ipotesi: a) Se ha delle macchie grandi o peccati gravi, spontaneamente si precipita all’inferno. b) Se aveva delle macchie, ma le ha cancellate con il sacramento della Confessione e con le opere buone, andrà in Paradiso, come la stessa Apocalisse dice: "Questi che sono vestiti di bianco chi sono e da dove vengono? Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel Sangue dell’Agnello" (8), nel Sangue di Gesù. c) Se ha delle macchie piccole causate da peccati veniali oppure da peccati gravi dei quali si è pentita e confessata, ma di cui non ha fatto sufficiente penitenza, dove potrà andare? All’inferno, no; in Paradiso, neppure (poiché niente di macchiato vi entrerà). Dovrà, dunque, essere esclusa per sempre dal Regno della gioia? No! sarebbe ingiusto. Quindi è necessario – come dice il sommo Poeta – che esista "quel secondo regno / dove l’umano spirito si purga / e di salir al ciel diventa degno" (9).

2. LA TRADIZIONE CONFERMA CON CERTEZZA LA VERITÀ DEL PURGATORIO: I cristiani dei primi secoli sulle pietre tombali, nelle catacombe, hanno scolpito tante invocazioni a Dio per implorare refrigerio che affretti ai loro defunti l’ingresso nel cielo.

I grandi Padri e Dottori della Chiesa: S. Agostino, S. Girolamo, S. Giovanni Crisostomo, S. Efrem, S. Cipriano, ecc., parlano chiaramente del Purgatorio.

Dunque – come afferma il Concilio Vaticano II – "la chiesa fin dai primi tempi della religione cristiana coltivò con grande pietà la memoria dei defunti, e ha offerto per loro anche suffragi" (10). Ora, ciò suppone che, oltre al Paradiso e all’inferno in cui i suffragi sono inutili, ci sia uno stato che noi chiamiamo Purgatorio in cui i suffragi sono utilissimi per soddisfare alla giustizia di Dio a vantaggio dei defunti, i quali da se stessi non potrebbero abbreviare le loro sofferenze.

S. Ambrogio, per esempio, nel discorso fatto in occasione della morte dell’Imperatore Teodosio, prega Dio di concedere al defunto amico un posto tra i Santi, aggiungendo che non si stancherà mai di pregare fin che Dio non lo avrà ricevuto tra i beati.

 

3. RIFLESSIONI PRATICHE:

a) Dove sono i nostri defunti? S. Agostino esclama: "Coloro che ci hanno lasciati non sono degli assenti, ma sono dei presenti invisibili: tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri occhi pieni di lacrime".

S. Giovanni Crisostomo dice: "Chi amammo e perdemmo non è più là dove era, ma dappertutto dove siamo noi". È opinione di non pochi Padri e Dottori, tra cui S. Gregorio M., S. Pier Damiano, S. Antonino, ecc., che le anime dei poveri morti si purifichino là dove hanno vissuto.

Il celebre teologo Chollet afferma: "Le anime del Paradiso e del Purgatorio non ci hanno abbandonato, sono qui, al nostro fianco. Del resto perchè abbandonarci? Forse per volare a Dio? Ma Dio è ovunque. Forse per recarsi nel luogo di pene tra le fiamme del Purgatorio? Ma queste fiamme hanno il loro principale focolare nel cuore, nascono principalmente dall’amore divino, da un rimorso straziante di aver offeso Dio; il fuoco, il loro tormento è reale, ma inerente all’anima e lo portano con sè come il tisico porta con sè la febbre che lo consuma" (11).

"Signore, sono vicino a me i miei morti: non li vedo più con i miei occhi, perchè hanno abbandonato il loro vestito di carne. In te, Signore, sento che mi chiamano, che mi invitano, che mi consigliano, perchè mi sono più presenti di prima. Li incontro quando incontro te, li amo quando amo te. O miei morti, eterni viventi che vivete in me, aiutatemi a ben imparare in questa breve vita a vivere eternamente" (12).

b) Quanto soffrono i nostri morti? Su questa terra, perdonata la colpa, nell’anima rimane quasi sempre della pena temporale da scontare o in questa o nell’altra vita, pena proporzionata ai peccati e alle imperfezioni di ciascuno: "pena del senso", e "pena del danno" che consiste nella privazione della visione di Dio. Quest’ultima è una sofferenza enorme e per noi incomprensibile: l’anima separata dal corpo è subito pervasa da un ardentissimo desiderio di vedere Dio; lo chiama e non riceve risposta, lo cerca e non lo trova, ne percepisce la presenza, ma non riesce a contemplare il suo volto: è una sofferenza pressoché infinita.

La Chiesa non ha definito la natura del "fuoco" del Purgatorio. Ci sono teologi e Santi, tra cui S. Caterina da Genova (13), i quali sostengono che esso consista nel "fuoco dell’amore di Dio" che brucia e purifica da ogni colpa le anime in ardente attesa di vedere il volto di Dio.

S. Tommaso afferma: "Ogni minima pena del Purgatorio è più grave della massima pena del mondo".

S. Gregorio M. ripete che di fronte alla minima pena del Purgatorio le più grandi sofferenze di questo mondo sono un conforto, un sollievo ("solatia erunt").

S. Roberto Bellarmino scrive: "Dopo la morte sono rare le anime che vanno direttamente in Paradiso; la moltitudine delle altre, che passano all’eternità in grazia di Dio, deve essere purificata dalle pene acerbissime del Purgatorio".

c) La permanenza in Purgatorio sarà breve o lunga? Inizierà con la morte corporale e, sicuramente, non si protrarrà oltre il Giudizio universale.

Il nostro tempo (composto di ore, giorni e anni) non esiste più nell’aldilà, ma vi è il tempo discontinuo che misura la successione dei pensieri, e ogni istante può corrispondere a 10 o 20 o 30 ore del nostro tempo solare come una persona può restare 10 o 20 ore in estasi assorbita da un solo pensiero (14).

S. Roberto Bellarmino afferma: "Le pene del Purgatorio sono lunghissime. Le anime purganti non possono aiutarsi da sè, ma solo noi possiamo suffragarle. Le anime del Purgatorio sono moltissime, vi rimangono lunghissimamente, soffrono pene innumerevoli".

P. Pio da Pietrelcina a una persona disse: "Che credi? Ci sono anime che da 2.000 anni sono in Purgatorio".

d) Vi è tristezza in Purgatorio? No! Perché ivi si è sicuri di non perdere mai l’amicizia con Dio, la grazia santificante, e v’è assoluta certezza di raggiungere un giorno la felicità del cielo, e si vive nel più alto e tenero amore a Gesù; quindi pur tra orribili sofferenze, si gode grande pace e immensa gioia.

S. Caterina da Genova, francescana secolare, grande mistica e considerata quale "dottoressa del Purgatorio", afferma: L’anima separata dal corpo, che ha delle pene temporali da scontare, "se non trovasse questo luogo del Purgatorio ordinato a togliere l’ostacolo, istantaneamente sentirebbe generarsi in se stessa un inferno...

Lingua non può dire né mente umana può concepire di quanta importanza sia il Purgatorio. In esso l’anima trova l’estremo del soffrire e l’estremo del gioire. L’amore a Dio arreca all’anima un tale contento che non può esprimersi. Non credo che dopo la felicità dei Santi vi sia una gioia simile a quella delle anime purganti".

e) Come alleviare le loro sofferenze? Quali suffragi doneremo ai defunti? Quanti fiori sulle tombe! Cosa bella, gesto delicato e gentile; ma se ai nostri morti doniamo soltanto fiori e non suffragi, siamo veramente crudeli verso di loro. Sempre più frequentemente nel testamento delle persone sagge e religiose si legge: "In occasione della mia morte, non chiedo fiori, ma opere di bene".

Doniamo loro i suffragi cristiani: Indulgenze parziali, che sono annesse a molte preghiere e opere e che condonano una parte della pena del purgatorio. Indulgenze plenarie che rimettono tutta la pena del purgatorio e che per acquistarle si richiede di compiere l’opera prescritta, come, per esempio, il Rosario recitato in famiglia o nella chiesa, e la Confessione e Comunione da farsi in quel giorno in cui si compie la suddetta opera o alquanto tempo prima o dopo, e una preghiera secondo l’intenzione del Papa.

Hanno pure valore di suffragio le seguenti cose: preghiere; rosari; via Crucis; ascolto della parola di Dio, sacrifici, fatiche, lacrime e sofferenze offerte a Gesù per suffragare le loro anime; opere di misericordia spirituali e corporali; la S. Comunione, la quale, dopo il Sacrificio dell’altare, è l’atto più sublime della religione; soprattutto la S. Messa, durante la quale – afferma S. Girolamo – "quante anime vengono liberate dal Purgatorio! La Messa è la chiave che apre due porte: quella del Purgatorio per uscirne e quella del Paradiso per entrarvi".

Stupendo è l’esempio del P. Pio da Pietrelcina. Per le anime purganti giornalmente non solo pregava a lungo nella S. Messa, ma implorava pure su di sè orribili sofferenze. Ecco le parole che scrisse al suo Direttore spirituale: "Da parecchio tempo sento il bisogno di offrirmi al Signore vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti. Questo desiderio è diventato una forte passione. L’ho fatta più volte questa offerta al Signore, scongiurandolo a voler versare su di me i castighi che sono preparati sopra dei peccatori e sulle anime purganti, anche centuplicandoli su di me, purché converta e salvi i peccatori e ammetta presto in Paradiso le anime del Purgatorio". Questa eroica offerta la ripeteva più volte al giorno (15).

f) Io penso seriamente al Purgatorio che mi attende?

Se continuo a vivere commettendo innumerevoli peccati veniali e se non compio opere di riparazione per le colpe della mia vita passata, e se non mi impegno a vivere santamente, io mi vado costruendo un Purgatorio che sarà lunghissimo e terribile. È certo che tutto si dovrà pagare alla giustizia di Dio, che sarà estremamente rigorosa, tanto da chiederci conto perfino di una sola parola oziosa o non buona: Gesù con severità ammonisce: "Io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del Giudizio" (16).

Giovanni Papini così riassume il romanzo inglese "la città assediata" di Oliphant: Tutti i morti di un cimitero risuscitano e vogliono entrare nel paese e rioccupare le loro case, ma trovano le porte serrate. Dopo ripetuti tentativi inutili, tornano a rinchiudersi nei loro ghiacciati sepolcri. Ebbene, ogni giorno i tuoi morti ritornano, ma non con il loro corpo, bensì con il loro spirito, e non per rioccupare la casa, ma per chiedere preghiere e suffragi. Non lasciarli delusi. Ogni giorno prega per loro e per tutte le anime del Purgatorio.

I tuoi suffragi saranno ricompensati abbondantemente. S. Caterina da Genova afferma: "Non ho mai chiesto grazie alle anime purganti senza essere esaudita, anzi, quelle che non ho potuto ottenere dagli spiriti celesti, l’ho ottenute per intercessione delle anime del Purgatorio".

A S. Gertrude, che era solita pregare molto per i defunti, in punto di morte le apparve Gesù e le disse: "Coraggio e fiducia! Tra breve sarai in cielo. Ecco la moltitudine di anime da te liberate dal Purgatorio: ti vengono incontro con canti di esultanza per accompagnarti al premio eterno".

ESEMPIO. Nella vita di S. Lutgarda si legge che, quando era giovanissima, ebbe una visione. Improvvisamente le apparve Gesù e le scoprì la ferita del costato. Rimase infiammata di tanto amore al Redentore che decise di fare tre digiuni di sette anni ciascuno. Le comparve pure il defunto Papa Innocenzo III, il quale le rivelò che era stato relegato in Purgatorio fino al giorno del Giudizio universale; ma siccome in vita fu molto devoto della Madonna, costei gli aveva ottenuto la grazia di apparirle per chiedere le sue preghiere. Così per intercessione della Vergine Santa, al celebre Pontefice, il Purgatorio fu enormemente abbreviato (17).

Il Dottore della Chiesa S. Roberto Bellarmino commenta: "Se un Pontefice, così degno di lode e da tutti stimato, doveva penare in Purgatorio fino al giorno del Giudizio finale, chi non temerà, chi non trepiderà?" (18).

 

PROPOSITO.

Seguiamo l’esempio di S. Leonardo da Porto Maurizio, il quale poteva ripetere: "Per la strada, nei ritagli di tempo, prego sempre per le anime del Purgatorio.

Queste sante anime con la loro intercessione mi hanno salvato da tanti pericoli dell’anima e del corpo". E vivamente esortava: "Prega sempre la santa Vergine per le anime del Purgatorio. La Madonna attende la tua preghiera per portarla al trono di Dio e liberare subito le anime per le quali la supplichi".

Il Purgatorio: cos’è e come evitarlo

Da alcuni decenni i predicatori non ne parlano più, nemmeno nelle omelie dei funerali: il Purgatorio, però, rimane una delle grandi verità di fede che ogni cattolico deve credere per salvarsi. In questo articolo, data l’attuale difficoltà per i fedeli di reperire informazioni adeguate, proverò a fornire qualche coordinata essenziale sul tema.

In via preliminare va detto che ogni nostro peccato comporta non solo l’elemento della “colpa”, ma anche l’elemento della “pena”. Cioè ogni nostro peccato (colpa), anche veniale, porta necessariamente con sé la sua pena, il castigo dovuto per quel peccato. Questa pena può essere di due tipi: ai peccati mortali consegue una pena eterna (l’Inferno), mentre ai peccati veniali consegue una pena temporale. La pena temporale consiste in un certo quantitativo di sofferenza che è possibile scontare in due diversi modi: qui sulla terra, oppure in Purgatorio.

Naturalmente la pena eterna (legata al peccato mortale) può esserci rimessa: questo accade quando, sinceramente pentiti, chiediamo perdono a Dio nel Sacramento della Confessione o, se questo è momentaneamente impossibile, con un atto di contrizione perfetta unito al proposito di confessarsi al più presto. Quando il peccato mortale ci viene rimesso, la pena eterna viene commutata in pena temporale, come per i peccati veniali.

Bisogna infatti tenere presente che, anche nel confessare i peccati veniali, possiamo sempre essere certi che il buon Dio ci perdoni e rimetta la colpa, ma non che ci rimetta tutta la pena temporale dovuta per quei peccati. Una parte della pena temporale, infatti, rimane spesso da scontare anche dopo la Confessione, anche se Dio ha già realmente e pienamente perdonato i nostri peccati.

Quindi, in sintesi: un’anima che vive in grazia di Dio, confessandosi regolarmente, di certo ha ottenuto, quanto alla colpa, la remissione completa di tutti i peccati di cui si è pentita; ma non ha necessariamente ottenuto la remissione quanto alla pena temporale con la quale occorre dare soddisfazione alla divina Giustizia. A quell’anima può restare infatti da scontare – a meno che non si tratti di un’anima veramente santa e penitente - una certa pena temporale legata ai suoi peccati veniali e/o ai suoi peccati mortali già confessati; inoltre possono restarle alcuni peccati veniali di cui non ha mai voluto pentirsi, dei quali dunque porta ancora la colpa, oltre alla pena.

La pena temporale viene scontata sulla terra in vari modi: con la penitenza, con la mortificazione, con le sofferenze accettate di buon grado per amor di Dio, con il lavoro e l’impegno quotidiano, con la pratica della carità in tutte le sue manifestazioni, con la preghiera assidua, con la partecipazione frequente ai Sacramenti e al Santo Sacrificio della Messa. Soprattutto, ogni volta che ci accostiamo degnamente al Sacramento dell’Eucaristia riceviamo una certa remissione della pena temporale dei nostri peccati, in misura sempre abbondante, ma anche proporzionata al fervore, alla fede e all’amore con cui riceviamo il Corpo e il Sangue di Gesù (molto importanti, perciò, sono la preparazione prima della Messa e il ringraziamento dopo la Messa, pratiche oggi perlopiù trascurate).

Inoltre è fondamentale la pratica delle indulgenze, parziali o plenarie, che sono dei “condoni” sulla pena temporale che altrimenti dovremmo scontare in Purgatorio: compiendo una certa opera buona a cui la Chiesa ha associato un’indulgenza, si ottiene (oltre al merito di aver fatto quell’opera) anche un merito “aggiuntivo”, tratto dal tesoro infinito dei meriti di Gesù, di Maria e dei santi; questo merito aggiuntivo colma in tutto o in parte (indulgenza plenaria/indulgenza parziale) la pena temporale che avremmo dovuto scontare per i nostri peccati. Attenzione, però: le indulgenze non rimettono la colpa, e tantomeno la colpa grave; esse rimettono solo la pena temporale, mentre la colpa deve già essere stata rimessa con il pentimento e (almeno per il peccato mortale) con la Confessione. Esiste un elenco ufficiale e completo delle opere e delle preghiere “indulgenziate”: si chiama Manuale delle indulgenze (Libreria Editrice Vaticana). Leggendolo si constata che acquistare delle indulgenze, specialmente parziali, è facilissimo: anche solo recitando mentalmente la frase “Gesù mio, misericordia” si ottiene un’indulgenza parziale. Sarebbe illogico, da parte nostra, non approfittare ogni giorno di questa opportunità, in modo da arrivare al termine della vita con moltissime indulgenze guadagnate, e quindi un enorme sconto sulle pene che ci attendono in Purgatorio. Teniamo presente che possiamo guadagnare le indulgenze non solo per noi stessi, ma anche per le anime dei defunti che si trovano già in Purgatorio, in modo da liberarli al più presto da ogni pena.

Ci rimane da parlare del Purgatorio in sé. Al momento della morte di ognuno di noi, come sappiamo, l’anima si separa dal corpo e si trova immediatamente alla presenza di Nostro Signore Gesù Cristo per il Giudizio particolare. Se un’anima si trova in peccato mortale, viene immediatamente precipitata all’Inferno (pena eterna). Se invece un’anima si trova in grazia di Dio, possono verificarsi due casi. Il primo caso, relativamente poco frequente, è che la persona abbia già interamente scontato sulla terra la pena dovuta per i suoi peccati: in questo caso la sua anima viene immediatamente accolta in Paradiso, nel grado di felicità e di beatitudine che ha meritato con le sue opere buone (un grado che ovviamente è diverso per ogni anima, ma per ognuna si tratta di una felicità che da quaggiù non possiamo nemmeno concepire, tanto è grande e perfetta). Il secondo caso, purtroppo molto più frequente, è che ad una persona morta in grazia di Dio rimanga da scontare una certa pena temporale, grande o piccola che sia, che non è riuscita a scontare per intero sulla terra, o anche alcune colpe veniali di cui non ha voluto pentirsi: ecco la necessità del Purgatorio.

In pratica, le anime perfette vanno direttamente in Paradiso; le anime imperfette invece (cioè le anime buone, ma con delle macchie non ancora pienamente purificate) vanno in Purgatorio, per essere purificate e rese perfette. Anche in Purgatorio ci sono infiniti livelli, come per il Paradiso e l’Inferno: si va da un Purgatorio relativamente lieve e che dura pochissimo o poco tempo, a un Purgatorio più severo e lungo (vari decenni o secoli, per dirlo nel nostro linguaggio legato al tempo), fino all’ultimo stadio del Purgatorio, che è praticamente indistinguibile dall’Inferno quanto alla gravità dei tormenti e inoltre, in certi casi estremi, potrà durare persino fino alla fine del mondo.

Ad ogni modo va detto che le pene del Purgatorio sono comunque molto, molto, molto dolorose, anche nei livelli più elevati, dove vengono purificate anime già quasi sante. A giudizio di parecchi teologi, persino la più piccola pena del Purgatorio è più dolorosa della più grande sofferenza che sia possibile patire mentre siamo ancora sulla terra. Se noi sapessimo veramente quanto sono dolorose le pene del Purgatorio, di certo staremmo più attenti a non commettere peccati veniali e tantomeno mortali, anche se poi corressimo subito a confessarci. Infatti anche i peccati che adesso ci sembrano bazzecole e di cui quasi non ci accorgiamo, come ad esempio la mormorazione verso gli altri, un risentimento coltivato più o meno a lungo nel nostro animo, i giudizi, le piccole vanità o permalosità o pigrizie o impazienze, potremmo doverli pagare a caro prezzo in Purgatorio, così come le nostre omissioni o la nostra poca preghiera. Ci conviene davvero purificarci il più possibile quaggiù sulla terra: qui, tra l’altro, le sofferenze che patiamo hanno un valore meritorio e soddisfattorio che le rende particolarmente preziose, in quanto le possiamo accettare liberamente, offrendole a Dio perché le accolga.

I castighi del Purgatorio (come anche quelli dell’Inferno) sono per così dire duplici, in quanto si distinguono in pena del senso e pena del danno. La pena del senso consiste nelle diverse afflizioni positive con cui l’anima viene tormentata, afflizioni che sono di diverso genere secondo una logica di contrappasso per le diverse categorie di peccati commessi in vita. Benché si tratti di afflizioni atroci, la pena del senso è poca cosa se messa a confronto con la pena del danno, che è la vera essenza del Purgatorio. La pena del danno consiste nel fatto di non poter ancora vedere e possedere Dio, quel Dio che tutte le anime purganti ora amano con intensità struggente. Esse, infatti, sono rese consapevoli della vanità di ogni cosa creata e della propria totale dipendenza dal Creatore, al di fuori del quale nulla è degno di essere desiderato. Il vuoto e il dolore causato in loro dal mancato possesso di Dio, anche se temporaneo, è quindi lancinante e indicibile.

In compenso, tutte le anime del Purgatorio, anche quelle che stanno più “in basso” e dunque soffrono di più, sono pienamente rassegnate alla volontà di Dio e anzi si sottomettono volentieri alle loro sofferenze, perché vedono bene che le hanno meritate e che, grazie ad esse, si rendono sempre più degne dell’ingresso definitivo in Paradiso. Le anime del Purgatorio hanno la grandissima gioia di essere assolutamente certe della loro salvezza eterna, e anche di sapere che non potranno mai più offendere Dio nemmeno con il più piccolo peccato veniale. Ameno in questo dovremmo invidiarle!

Ciò che le anime del Purgatorio desiderano più ardentemente, oltre alla visione diretta di Dio, è la preghiera di noi vivi e l’offerta per loro di Sante Messe e di indulgenze: gesti di carità che possono aiutarle moltissimo a purificarsi più velocemente. Queste anime intercedono con grande efficacia a nostro favore, specialmente per quanti a loro volta pregano per esse. C’è anche da dire che le anime dei nostri parenti defunti, o di persone che ci sono state strettamente legate, ci possono senz’altro vedere e seguono con amore la nostra vita, soccorrendoci con le loro preghiere e desiderando il nostro bene e la nostra salvezza.

Una grande grazia di cui godono le anime del Purgatorio è la presenza del loro Angelo custode e le visite di altri Angeli o addirittura di Santi, che possono venire a consolarle e ad alleviare le loro pene, così come le visite della Madonna. Si può ritenere, in particolare, che in occasione delle feste mariane e anche in tutti i sabati dell’anno (il sabato è il giorno della settimana dedicato a Maria), un gran numero di anime del Purgatorio venga liberato per intervento della Madre di Dio, specialmente se i vivi si ricordano di invocarla e di offrire Sante Messe, sacrifici e preghiere in suo onore per i loro defunti.

Rimane ancora da specificare che il Purgatorio è un vero e proprio luogo, non solo uno “stato” o “condizione” come dicono molti teologi troppo razionalisti; inoltre in Purgatorio esiste un vero fuoco, anche se di tipo speciale, cioè capace di agire sulle anime.

Ci sarebbe senz’altro molto da narrare riguardo alle esperienze avute dai Santi e dai mistici con le anime del Purgatorio. Per questo rimando al bellissimo e popolare libretto del gesuita Schouppe intitolato Il dogma del Purgatorio: si può scaricare gratis su internet dal sito www.totustuus.it, previa semplice registrazione gratuita. Fondamentale anche la lettura del Trattato del Purgatorio di Santa Caterina da Genova (1447-1510), famosa mistica e visionaria: un grande classico, che si può facilmente reperire in commercio. Forse, però, oggi la lettura più edificante e chiara risulta essere Fateci uscire di qui! (Edizioni Segno), il libro-intervista realizzato negli anni Novanta dalla mistica austriaca Maria Simma (1915-2004): in questo volume vengono riportate le esperienze e i dialoghi della Simma con le anime del Purgatorio che ogni giorno le apparivano, chiedendo preghiere e fornendo a loro volta preziose informazioni sulle loro sofferenze, sui peccati che le avevano causate, sulla situazione della Chiesa nel tempo presente e su molti altri temi di interesse teologico e spirituale.

Prima di concludere questo scritto con alcune osservazioni di carattere più generale, non si può passare sotto silenzio il cosiddetto “privilegio sabatino”, legato alla pratica dello Scapolare carmelitano. Di cosa si tratta? La Beata Vergine Maria, apparendo molti secoli fa a San Simone Stock e a Papa Giovanni XXII, ha promesso che coloro che porteranno sempre al collo lo Scapolare carmelitano e che la invocheranno quotidianamente (specialmente con la recita del Santo Rosario) non solo non andranno all’Inferno, ma verranno portati in Paradiso da Maria stessa nel primo sabato successivo al giorno della loro morte. Ad esempio, se un’anima muore con lo Scapolare addosso nel giorno di mercoledì, farà al massimo tre giorni di Purgatorio, perché il sabato successivo alla morte verrà condotta in Paradiso dalla Madonna; se muore di venerdì, farà al massimo un giorno di Purgatorio, eccetera. L’efficacia di questa pratica è stata riconosciuta dalla Chiesa e dai Papi varie volte, anche di recente, ed è testimoniata nella vita di molti grandi santi: ad esempio San Giovanni Bosco e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori vissero e morirono con lo Scapolare carmelitano addosso. Maggiori informazioni si possono trovare qui.

Abbiamo visto, dunque, che Dio e la Chiesa mettono a disposizione numerosi mezzi (tra i quali il principale rimane sempre la Santa Messa!) per far sì che i cristiani siano il più possibile risparmiati dalle pene del Purgatorio. Questa abbondanza di mezzi di grazia trova il suo autentico fondamento in un dato teologico che viene scarsamente tenuto presente. Richiamo qui la distinzione, fatta all’inizio, tra l’elemento della colpa e quello della pena temporale ad essa legata. Ebbene, con la sua Passione e la sua Morte Cristo non solo ha preso su di sé e cancellato le nostre colpe, ma anche tutte le pene temporali che abbiamo meritato. Gesù ha soddisfatto in modo sovrabbondante qualsiasi debito, anche minimo, che ogni uomo ha contratto con la divina Giustizia.

Purtroppo non siamo più abituati a riflettere seriamente sul seguente fatto: i nostri peccati quotidiani, benché veniali, esprimono una malizia che in qualche modo è abissale e infinita, in quanto costituiscono altrettante offese coscienti e volute a un Dio infinito e infinitamente buono. Se l’iniziativa della riparazione stesse in noi, non avremmo alcuna speranza di sfuggire ai rigori del Purgatorio: a detta dei teologi, un’intera vita passata nelle più aspre penitenze non sarebbe sufficiente nemmeno a colmare il debito costituito da un solo peccato veniale deliberato, come ad esempio una parolaccia o il furto di una caramella. La misericordia del Padre, però, è stata tale da stabilire che la Croce di suo Figlio non solo possa riscattarci dalla colpa e dall’Inferno, ma anche che possa soddisfare in nostra vece ad ogni pena temporale da noi meritata, risparmiandoci in tal modo il Purgatorio. L’opportunità che ci viene offerta è dunque straordinaria: unire le nostre sofferenze a quelle, ben più meritorie, di Gesù, in modo da passare direttamente, nel momento stesso della morte, dalla terra al Paradiso.

Questa è, senza alcun dubbio, la volontà di Dio su ognuno di noi. Ecco perché non dobbiamo ritenere di essere presuntuosi o orgogliosi se speriamo di andare subito in Cielo. Al contrario: se approfittassimo con più fede e perseveranza di tutti i mezzi di grazia che Dio e la Chiesa ci mettono a disposizione, il Paradiso immediato sarebbe il normale esito di qualsiasi esistenza cristiana. Il Sacrificio di Gesù sulla Croce, se ci crediamo davvero, vuole ottenerci proprio questo.

Affinché ciò accada, però, occorre bandire al più presto dalla nostra vita qualsiasi tiepidezza e incredulità, così come qualsiasi sottovalutazione della tremenda realtà del Purgatorio. I sacerdoti, in particolare, hanno lo stretto dovere di catechizzare in modo esplicito i fedeli su questo dogma di fede, trattandone più spesso nelle prediche e insegnando ai fedeli a offrire frequentemente, nel corso della giornata, sacrifici spirituali per le anime purganti. Basterebbe che recitassimo mentalmente, all’inizio di ogni attività anche profana, una piccola giaculatoria, come ad esempio “per le anime del Purgatorio”: oltre al sollievo arrecato ai defunti, avremmo anche reso più “soprannaturale” la nostra vita quotidiana. È poi da rilanciare l’uso di offrire Sante Messe per le anime dei defunti, come anche la pratica, riconosciuta dalla Chiesa, delle Sante Messe gregoriane. Più avremo soccorso, mentre siamo in vita, le anime purganti, più la Provvidenza divina disporrà che siamo a nostra volta soccorsi dopo la morte.

Se Dio ha creato il Purgatorio, non è certo perché goda della sofferenza dei suoi figli. Abbiamo visto che Egli stesso, grazie al Sacrificio di Gesù, ci ha donato diversi modi di evitare questa dolorosa “tappa”. Ma non possiamo illuderci di poter giungere alla visione diretta di Dio, in cui consiste l’eterna beatitudine, senza prima essere stati completamente purificati dal Sangue di Cristo: per vedere Dio, perfettamente puro, dobbiamo essere perfettamente puri anche noi.

Catechesi di Padre Livio Fanzaga sul Purgatorio

Continuiamo questo nostro cammino attraverso le ultime realtà della vita, cioé i novissimi. Abbiamo già parlato di quelle due realtà che rimarranno per sempre, cioé l'inferno (o perdizione eterna) e il paradiso (o beatitudine eterna). Questo sarà lo sbocco definitivo del dramma della vita e del dramma della libertà umana. Non abbiamo però ancora esaurito la nostra ricognizione sulla vita nell'aldilà poiché dobbiamo ancora parlare del purgatorio, che invece è una realtà escatologica che dura soltanto fino alla fine del mondo e fino al giudizio universale: dopo il giudizio universale ci sarà soltanto o la gioia eterna o l'odio eterno come possibilità delle scelte della nostra libertà.

La riflessione sul purgatorio riveste un grande valore non soltanto in sé stessa, perché ci sono dei problemi teologici di grandissimo interesse da risolvere (come l'esistenza del purgatorio, le sue radici bibliche, l'approfondimento della Chiesa sulla scia della pietà dei fedeli, la natura stessa delle pene del purgatorio e il rapporto che può intercorrere tra le anime del purgatorio e noi), ma anche perché la parola stessa "purgatorio", ossia "purificazione", ci evoca molto da vicino il cammino di santità.

Entriamo innanzitutto nella problematica del purgatorio che, benché sia una realtà appena accennata dalla Bibbia, è tuttavia molto viva nella coscienza dei fedeli sia di fede cattolica sia di fede ortodossa (che concorda con la Chiesa Cattolica circa l'esistenza del purgatorio e nel definirne l'obiettivo che è quello di completare la purificazione non ancora compiuta in questa vita). Una negazione consistente e sempre più decisa nei confronti del purgatorio è invece venuta dalla chiesa protestante a partire da Lutero, e in questa negazione da parte dei protestanti sono messi in gioco alcuni principi fondamentali della riforma protestante ed in particolar modo il primato della Bibbia (il libro dei Maccabei, nel quale si parla esplicitamente del purgatorio, è infatti un libro che non viene incluso nel canone dei protestanti) ma soprattutto contraddice la concezione luterana della giustificazione del peccatore.


Il concetto di giustificazione: differenze tra cattolici e protestanti
Secondo Lutero l'uomo, sia pure con l'aiuto della grazia, non può pervenire ad uno stato di giustizia che sia una purificazione e una nuova creazione interiore. Secondo Lutero lo stato di santità è qualcosa che ci viene imputato dall'esterno da Dio e non un qualcosa che viene conseguito nel cuore umano. Per cui, secondo Lutero, la giustificazione potremo definirla come un rivestimento esterno da parte di Cristo e non un processo di spiritualizzazione e di santificazione interiore. Una volta che Cristo ha perdonato il peccatore, una volta che Cristo ha imputato al peccatore la sua giustizia che Cristo stesso cia ha ottenuto in croce, ebbene, quel peccatore è santo agli occhi di Dio anche se nel medesimo tempo ha ancora le radici del peccato. Per cui nel momento della morte il Padre vede il peccatore rivestito nella giustizia di Cristo e pertanto secondo Lutero l'uomo non ha bisogno del purgatorio.

Secondo il concetto di giustificazione elaborato nel Concilio di Trento il processo di giustificazione si identifica invece col processo di purificazione del cuore: il cuore umano prima si libera dal peccato mortale, poi dai peccati veniali e quindi da quelle radici del male che vengono chiamate dai teologi "concupiscenza", ossia quella spinta al male e all'egoismo che rimangono in noi anche in seguito del battesimo. Il processo di purificazione e di giustificazione secondo l'angolatura cattolica è un processo di bonifica interiore: si muore all'uomo vecchio e cresce in noi l'uomo nuovo, l'uomo nello Spirito Santo, l'uomo che non vive più secondo la carne ma secondo lo spirito, e il culmine di questo processo di giustificazione è la capacità di amare Dio sopra ogni cosa.

Secondo la teologia cattolica chi non porta a termine questo processo di purificazione, di restaurazione dell'immagine di Dio nel proprio cuore in questa vita, ossia colui che muore con una debole capacità di amare, proprio perché è chiamato nella visione beatifica ad amare Dio con un atto di amore perfetto, ha bisogno di questo processo di completamento della purificazione. Quello che divide i cattolici dai protestanti riguardante l'esistenza del purgatorio non è soltanto il fatto che la Chiesa privilegia rispetto ai dati biblici quella che è stata la tradizione da sempre della Chiesa fin dai primi tempi del culto dei morti e della preghiera per i morti, ma è il concetto stesso di purificazione che secondo i protestanti non avviene come processo interiore, ma esiste una imputazione al peccatore della giustizia di Cristo per cui il peccatore, pur rimanendo con la sua spinta al male, viene perdonato da Dio e accolto in paradiso subito dopo la morte. Per i cattolici invece questa giustizia è qualcosa che deve tradursi in una ricostituzione dell'immagine di Dio nel cuore umano.


Cos'è il purgatorio
Una seconda problematica riguarda la natura stessa del purgatorio. In questa nostra meditazione cercheremo di mettere in chiaro qual è l'insegnamento della Chiesa Cattolica, perché per noi la Chiesa è quella autorità di origine divina - dato che Cristo ha dato questa autorità alla Chiesa e la Chiesa è assistita dallo Spirito Santo - che interpreta rettamente le Scritture. Vedremo poi come questo insegnamento ha radici nella Tradizione, nel testo biblico, e cercheremo di capire attraverso la riflessione teologica in che cosa in realtà consista il purgatorio. Infine, con una riflesione sulla pietà dei fedeli, vedremo quali sono i nostri rapporti con le anime purganti. Si tratta di una tematica ricchissima molto cara al cuore cristiano e attraverso la quale molte persone possono ricevere consolazione per i drammi che hanno vissuto di separazione coi propri cari riacquistando serenità e consolidando la loro fede nell'aldilà.

Introduciamoci dunque nel nostro tema cercando di dare una definizione di purgatorio. E' difficile discutere sul fatto se il purgatorio sia un luogo o piuttosto uno stato. Per quanto riguarda il paradiso e l'inferno non v'è dubbio che debbano essere un luogo perchè nell'inferno, come pure nel paradiso, ci saranno anche i corpi alla fine del mondo. Sappiamo invece che nel purgatorio ci sono solo le anime perché il purgatorio terminerà proprio con la fine del mondo, quando i corpi risorgeranno. Molto opportunamente tralasciamo dunque questo problema e cerchiamo piuttosto di dare una definizione che raccoglie un po' l'insieme della riflessione teologica e le indicazioni del magistero della Chiesa.

Il purgatorio si potrebbe definire come lo stato di coloro che sono morti nella pace di Cristo ma non sono ancora così puri da poter essere ammessi alla visione di Dio. Questo stato lo troviamo affermato con decisione dall'insegnamento della Chiesa a livello conciliare ed è chiaramente espresso almeno in un testo biblico. Tuttavia è opportuno riflettere su un fatto: il purgatorio ha una sua ragione profonda di esistere perché il purgatorio è già uno stato di salvezza, è il luogo in cui già è presente la preghiera e l'amore anche se non è presente la visione di Dio.

Il purgatorio esiste perché esiste la tendenza dell'uomo alla mediocrità e alla tiepidezza, perché l'uomo in questa vita non è capace in generale di esprimere atti di amore così perfetti tali da abilitare la sua anima ad entrare subito nella visione di Dio. Al riguardo un moderno teologo scrive: "Sarebbe bello che la libertà umana fosse capace soltanto o del positivo o del negativo in sommo grado, senza riserve e senza resistenze. Conversioni soltanto con tutte le forze e in modo radicale, oppure dei voltafaccia a Dio compiuti senza misure e senza diplomazia. Ed escludiamo pure le ribellioni compiute a metà, stiracchiate nel tempo, nemmeno decise, ma quasi notarilmente registrate nel lasciarci condurre dalla tendenza ad abbarbicarci alle cose, a legarci alle persone o a fissarci noi stessi, senza nemmeno affrontare il disagio di un no secco rivolto a Dio (...) No, il caso è diverso, è il caso di chi si è consegnato a Dio ma mantenendosi qualche angolo d'anima per sé, senza tirare tutte le conseguenze di una revisione di vita, senza impegnare tutta la volontà nel rispondere alla chiamata di grazia concedendosi ancora in parte alle propensioni cattive, un rinnovarsi ma non lasciando a Dio chieda tutto, un liberarsi dal male ma desiderandolo ancora un poco".

Noi dunque non siamo né totalmente perversi nel male ma neppure totalmente radicali nel bene, anzi, nel bene molte volte siamo spesso tiepidi. Continua il teologo: "la Fede chiama queste nostre piccole piccole vigliaccherie nel bene peccati veniali, cioé mancanza di vigore nella carità, il dare tutto tutto tranne qualche cosa, il salire sulla croce ma con una mano sola e un piede solo". In questa pagina di questo teologo noi troviamo la ragione stessa per cui esiste il purgatorio, cioé poiché la grande massa delle persone è incerta sia sulla via del male sia sulla via del bene, non è così radicata nel male da raggiungere l'impenitenza finale ma neppure è così radicale sulla via del bene da raggiungere il perfetto amore, e in questo stato loro muoiono.


Il purgatorio nei pronunciamenti della Chiesa
La Chiesa ha indicato più volte l'esistenza del purgatorio: indicheremo ora i testi più autorevoli.

Il Concilio di Firenze nel VI sec. definì in modo autorevole l'esistenza del purgatorio. Dice il testo: "Inoltre se [gli uomini] avendo fatto veramente penitenza moriranno nella carità di Dio, prima d'aver soddisfatto con frutti degni di penitenza per i peccati di commissione e di omissione, le loro anime dopo la morte sono purificate con pene purgatorie e per essere liberate da queste pene giovano a loro i suffragi dei fedeli viventi, cioé il sacrificio della messa, le preghiere e le elemosine e le altre pratiche di pietà che si usano fare secondo le istituzioni della Chiesa da parte di fedeli in favore di altri fedeli".

Il Concilio di Trento parlò in diversi decreti del purgatorio, precisando il concetto cattolico di giustificazione del peccatore. Fra i molti decreti precisò anche che "poiché la Chiesa Cattolica, istruita dallo Spirito Santo, attraverso la Sacra Scrittura e dall'antica tradizione dei padri ha insegnato nei sacri concili e recentissimamente in questo sinodo ecumenico che vi è il purgatorio e che le anime in esso trattenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli ma principalmente dal sacrificio dell'altare degno di essere accettato, il santo sinodo ordina ai vescovi che procurino con ogni diligenza che la santa dottrina circa il purgatorio, trasmessa dai santi padri e dai sacri concili, sia creduta dai fedeli cristiani, conservata, insegnata e predicata dappertutto".

Da questi concili concludiamo che la dottrina del purgatorio è una verità di fede cattolica definita nel Concilio di Firenze e ribadita della VI sessione del Concilio di Trento. Ma non abbiamo ancora terminato questa rassegna del magistero percé recentemente il magistero si è pronunciato sul purgatorio con due testi autorevolissimi: il Concilio Vaticano II e la Professione di Fede di Papa Paolo VI.

Il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen gentium parla del purgatorio come uno dei tre stadi ecclesiali, ossia la chiesa del cielo, la chiesa che si purifica e la chiesa della terra. Dice il documento: "alcuni dei suoi discepoli [di Cristo] sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria" (n° 49). Inoltre al n°50 è ricordata la pratica della Chiesa che risale ai primissimi tempi di pregare per i fedeli defunti e loda questa usanza perché "poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati" (cf. - 2 Mac 12,43). Infine al n° 51 si richiamano i testi del Concilio di Firenze e del Concilio di Trento circa il purgatorio e la preghiera per i defunti.

Paolo VI nella sua Professione di Fede (o Credo del Popolo di Dio) dice: "noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora essere purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù nel paradiso come Egli fece per il buon ladrone, costituiscono il popolo di Dio nell'aldilà della morte la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione quando queste anime saranno riunite ai propri corpi".


I riferimenti biblici
Questa dottrina della Chiesa, che codifica una realtà viva, cioé una fede viva nel popolo di Dio, non ha molti agganci biblici, tuttavia non ne è assolutamente priva. Il testo più famoso si trova in 2 Mac 12,43: qui si dice con chiarezza che «santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati». Quindi la preghiera per i defunti era una pratica già conosciuta 200 anni prima di Cristo e lodata dal Libro dei Maccabei.

In 1Cor 3,12-15 l'apostolo Paolo, sia pur in un testo abbastanza complesso per quanto riguarda l'esegesi, parla di una purificazione nell'aldilà come attraverso il fuoco. Inoltre non dimentichiamo la Tradizione secondo cui la chiesa cristiana coltivò fin dai primi tempi una grande pietà nei confronti della memoria per i defunti. Dunque il magistero della Chiesa non fa che codificare un atteggiamento fondamentale del popolo di Dio che non solo crede nel purgatorio ma prega per le anime dei defunti e dà una sua indiscussa radice biblica sia in Maccabei sia in San Paolo.


La natura del purgatorio
Tentiamo ora di approfondire il discorso della natura stessa del purgatorio. Dobbiamo però sgombrare il campo da tutta quella serie di ricostruzioni delle pene purgatoriali che è avvenuta nei secoli passati che concepiva il purgatorio come un luogo puramente penale, quasi una via di mezzo tra il paradiso e l'inferno. Anzi, alcuni predicatori erano arrivati al punto da identificare le pene del purgatorio con le pene dell'inferno, salvo che quelle del purgatorio sarebbero state pene temporali mentre quelle dell'inferno sarebbero state delle pene eterne. Al riguardo occorre veramente rivedere una certa predicazione popolare che si era distaccata da quello che era il genuino insegnamento della Chiesa.

Il Concilio Vaticano II parla delle anime del purgatorio come "fedeli in stato di purificazione" e di "discepoli di Cristo". Non dobbiamo dimenticare che anche la teologia classica ha parlato delle anime del purgatorio come di "Chiesa purgante". Ciò significa che il purgatorio è il luogo della salvezza e che chi è in purgatorio è già salvo. E' sbagliato dunque immaginare il purgatorio quasi una via di mezzo tra il paradiso e l'inferno peroprio perché l'inferno è il luogo dell'eterna dannazione dalla quale non vi è uscita mentre il purgatorio è il luogo dove l'anima già salva, già immersa nella misericordia di Dio e nel suo amore si prepara alla visione di Dio. Il Concilio Vaticano II ha anche aggiunto che la Chiesa che si trova sulla terra, la chiesa che si trova nel cielo e la chiesa che si trova nel purgatorio costituiscono l'unico corpo mistico di Cristo sia pure nella diversità dei suoi stati e sia pure nel diverso dono dello Spirito Santo. L'idea fondamentale è dunque quella che sia noi che siamo pellegrini sulla terra, sia i nostri fratelli che sono in cielo, sia quelli che sono in purgatorio costituiamo tutti insieme il corpo mistico di Cristo sia pure con funzioni diverse e con un grado diverso per quanto riguarda il dono dello Spirito Santo e dunque la diversa collaborazione che ognuno di noi dà all'opera della redenzione.

Noi non siamo tenuti a ritenere che in purgatorio sia presente il fuoco così come invece siamo tenuti a ritenere per quanto riguarda l'inferno. Non c'è dubbio infatti che il magistero della Chiesa per la realtà dell'inferno parla chiaramente di "pene del senso", pene che noi indichiamo con la parola "fuoco". Nel purgatorio non vi sono pene del senso e il fuoco possiamo benissimo intenderlo come il fuoco dell'amore di Dio che purifica queste anime.

Il Concilio ci ha detto che anche le anime del purgatorio fanno parte del corpo mistico di Cristo, dunque possiamo dire che anche nelle anime del purgatorio agisce lo spirito di Cristo che è lo Spirito Santo e lo spirito d'amore. Il fuoco che agisce nel purgatorio è proprio il fuoco dello Spirito Santo che penetra nelle radici più profonde delle anime abilitandole ad amare perfettamente. Il purgatorio è dunque quel luogo dove l'amore di Dio purifica le anime dall'egoismo e le porta alla perfezione dell'amore in una sorta di grande scuola dell'amore perfetto il cui maestro è lo Spirito Santo che agisce direttamente su queste anime.

Questo insegnamento ci deriva soprattutto da una grande mistica, Santa Caterina da Genova, che scrisse il Trattato sul Purgatorio, ma è anche un insegnamento che è diventato patrimonio di molti teologi di oggi. La sofferenza del purgatorio ci dervia dal fatto che le anime non possono ancora vedere Dio a faccia a faccia, ma è anche un luogo di gioia perché c'è già la certezza della beatitudine, c'è già la possibilità di comunicare con Dio con la preghiera, c'è la "comunione dei santi", ossia la possibilità delle anime del purgatorio di pregare per noi così come noi possiamo pregare per le anime del purgatorio.


Non è necessario andare in purgatorio!
Concludiamo dicendo che nessuno è obbligato a passare per il purgatorio: noi possiamo andare direttamente in paradiso se già su questa terra noi saremo capaci di purificarci dall'egoismo e sapremo costruire in noi stessi una perfetta capacità di amare. Il buon ladrone non è passato per il purgatorio perché nonostante la sua vita di peccato sulla croce seppe esprimere un atto di perfetta fede e un atto di perfetta contrizione, e noi sappiamo che la perfetta contrizione ci abilita ad entrare direttamente in cielo. Si può arrivare alla perfetta contrizione quando proviamo un sincero dispiacere per aver offeso Dio infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, è il dispiacere per non aver corrisposto al suo amore.

Questa conoscenza dell'amore infinito di Dio che noi vediamo soprattutto nella passione di Gesù in croce, questo dispiacere di aver peccato e di non aver corrisposto all'amore di Dio, e quindi questa offerta a Dio del proprio pentimento e nel medesimo tempo questa offerta a Dio del desiderio di amarlo sopra ogni cosa, questa attività interiore così sublime che avviene nel nostro cuore per opera dello Spirito Santo, se ripetuta nella nostta vita quotidiana con tanti atti di amore, opera in noi quella radicale purificazione del cuore dilatandolo ad un amore sempre più perfetto e noi già in questa vita possiamo essere nella condizione di poter entrare subito in cielo. D'altra parte non dimentichiamo che le persone che accettano la loro malattia o le loro sofferenze fisiche e spirituali per amore, che vivono la loro morte come morì Gesù in croce, cioè con un abbandono totale, ebbene, queste persone hanno dentro di sé tutte quelle condizioni per cui Dio poi le accoglierà direttamente nel suo regno senza passare per il purgatorio perché il loro cuore è già abilitato ad amare essendo già stato purificato da tutte le scorie dell'egoismo attraverso il dolore e attraverso la morte. Dio allora, nel momento del giudizio, avendo trovato questi servi buoni e fedeli, li farà entrare subito nella gioia del suo regno dando loro il lumen gloriae, cioé la capacità di vederlo, e l'amor gloriae, cioé la capacità di amarlo e goderlo in eterno. 

Purgatorio, vacanze eterne

Il nome di «vacanze» al Paradiso è stato dato da S. Agostino, quando scrisse che in Paradiso «vacabimus faremo vacanza», cioè saremo liberi.
L’impiegato, l’operaio chiama le vacanze «ferie» e le trova deliziose perché, continuando a percepire lo stipendio, ha la facilità di viaggiare e divertirsi. Essere liberi dalla schiavitù dell’orario, dell’occupazione obbligatoria, dal lavoro faticoso e noioso! Vivere lontano da quell’ufficio di responsabilità da quella stanza angusta, da quel cantiere assordante, da quella macchina che non si ferma mai! Che sollievo, che gioia!
Per lo scolaro le vacanze significano libertà dalle lezioni da frequentare, dai compiti da fare, dagli esami da preparare, ecc. e poter attendere liberamente al giuoco, che bellezza!
Ebbene il Paradiso sarà la vacanza senza fine, libertà da tutto quello che ci è causa di pena, di sofferenza, di noia, di disagio, di fastidio, d’inciampò.

Liberi dalla tirannia della sofferenza
Chi è che non condivide in pieno il lamento del sofferente Giobbe (14,1): «L’uomo pur vivendo poco tempo, è colmo di ogni male!». Quante malattie! Quanti dolori! Quante sofferenze! Il caldo, il freddo, l’umido e il secco, il moto e la sedentarietà, il lavoro fisico e quello intellettuale, lo stesso divertimento diventano spesso causa di malattie e di sofferenze. Quanti dolori e sofferenze negli ospedali! Quanti dolori e sofferenze con le rivoluzioni, le guerre, le inondazioni, gli uragani, i terremoti! Dio vede tutto questo cumulo di sofferenze? O forse è impotente a difendere coloro che ama tanto e che ha elevati a suoi figli adottivi? Il dolore è un grande mistero che noi non riusciamo a decifrare, ma che dobbiamo accettare con umiltà, con pazienza e sottomissione ai disegni di Dio. Egli ci ha creati per la felicità, ma il peccato di Adamo ha introdotto nel mondo la sofferenza e la morte: la terra da valle di gioia si è mutata in valle di lacrime. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, si fece uomo, morì sulla croce per redimerci dal peccato e riacquistarci il Paradiso. Per realizzare questo scelse la via della sofferenza, insegnandoci così che la sofferenza è condizione necessaria per purificarci, santificarci e salvarci.
Quale ebrezza di gioia sentiremo allora quando, con assoluta certezza, ci sarà detto (Apoc. 21,4): «Luc tus non erit amplius — il dolore è cessato per sempre». Fratello, sorella, che, chissà da quanto tempo, siete in chiodati in un letto o in un seggiolone di torture, abbiate fede nella parola di Dio: la vostra tristezza si cambierà in gioia. Senza più bisogno di diete o di ricostituenti, di degenze o di assistenze, di cure, di iniezioni o di operazioni; senza più bisogno di precauzioni, di attenzioni e di astensioni, godrete la salute più completa e assoluta, possederete il pieno uso di tutte le vostre membra, senza più pericolo di ricadute. Quando la felicità eterna entrerà in noi, che cosa dovranno apparirci questi cumuli di sofferenze terrene viste alla distanza di milioni e miliardi di anni di assoluto godere? Null’altro che dei ricordi insignificanti.

Liberi dalla tirannia del peso
Per poter rimanere sulla superficie della terra c’è di bisogno della legge di attrazione o gravità, la quale impedisce che la terra, nella sua corsa vertiginosa at traverso lo spazio, ci proietti fuori nel vuoto. Il peso del nostro corpo, come di tutte le cose materiali, dipende da questa legge fisica provvidenziale. Nessuno però ignora di quanti fastidi e guai essa sia pure sorgente. Quante cadute, alle volte mortali! Quante fratture! Esse non sono altro che conseguenze della violazione della legge di gravità.
Di quanto ingombro ci è il nostro peso corporeo e quanto sforzo esige quando dobbiamo superare delle distanze! Senza il soccorso dei mezzi di trasporto è ben poca la strada che riusciamo a percorrere con le sole nostre forze. Orbene immaginiamo la grande gioia che avremo quando in Paradiso sentiremo che il nostro corpo avrà perduto ogni peso, molto di più degli astroflauti in orbita. Questi infatti trovano delle difficoltà nei movimenti che fanno, mentre noi in Paradiso ci sposteremo con la massima velocità senza sentire alcuna difficoltà nei movimenti, e senza che le forze corporali si affatichino e consumino. Noi potremo lanciarci, senza alcun pericolo, attraverso l’intero universo con la velocità del pensiero perché Dio donerà ai corpi gloriosi due doti, la sottigliezza e la leggerezza. In virtù della sottigliezza i Beati, senza incontrare alcuna resistenza, potranno attraversare i corpi anche più solidi, come il raggio di luce attraversa il vetro, come il corpo glorioso di Gesù attraversò la pietra sepolcrale e la porta del Cenacolo, che erano chiuse. Non esisterà più al cun sbarramento capace di fermarli.
In virtù della leggerezza i Beati saranno liberi di spostarsi da un estremo all’altro dell’universo senza compiere il minimo sforzo. Questa sarà una delle gioie sensibili del Paradiso, come quaggiù è una gioia poter viaggiare e contemplare tante bellezze create. Però i panorami del Paradiso, riservati in premio ai Beati, saranno ben più meravigliosi e seducenti di quelli terreni che sono destinati indifferentemente ai giusti e ai peccatori.
Chissà quante volte, vedendo sfrecciare gli uccelli per l’aria, avremo invidiato le loro ali. Rallegriamoci! Senza bisogno di ali o di macchine volanti, portati unicamente dal nostro desiderio, potremo solcare in eterno l’intero universo in qualunque direzione e, liberi navigatori dello spazio, potremo approdare a piacimento in qualunque isola di luce, sperduta nelle profondità anche più lontane dell’oceano stellare. Che ebbrezza ci daranno questi voli felici attraverso lo sconfinato cosmo senza molestia di sorta!

Liberi dalla tirannia dello spazio
La storia umana è intessuta da frequenti contrasti, dovuti in gran parte alla ristrettezza dello spazio che ci accoglie sulla terra e sentita come insufficiente a sopperire alle proprie necessità e aspirazioni. Dalla lite di due agricoltori che si contendono un palmo di terra, alle guerre sanguinose per la conquista di nuove regioni, la lotta per lo spazio vitale non manca mai. Ma nel Paradiso tutto cambia. Nella vastità sconfinata dei cieli non c’è più bisogno dello spazio vitale. Che bella cosa sarà vivere ciascuno a suo agio e spostarsi con assoluta indipendenza dagli altri.
Sulla terra, a causa delle distanze, quanti offrono nonostante che la scienza e la tecnica ci hanno forniti mezzi sempre più rapidi per spostarci; mezzi sempre più facili e perfetti di telecomunicazini, fino a udire la voce dei nostri cari al telefono ecc. Rimane tuttavia il fatto irrimediabile di dover trascorrere ore ed ore della nostra giornata lontano dai nostri cari, perché occupati nell’attività dell’ufficio, del negozio, del campo, dell’officina, della scuola... Tutto questo blocca spesso a lungo la più soave delle nostre aspirazioni: vivere accanto ai nostri cari, cuore a cuore!
Avidi di conoscere il grande regno della natura, desiderosi di ammirare le meraviglie disseminate dovunque, dobbiamo pur fare i conti con le distanze che ce ne separano e che più o meno ostacolano o ritardano i nostri spostamenti. Ma nella vita beata del Paradiso di quali impedimenti potranno esserci le distanze, se saremo dotati della facoltà di spostarci con la velocità del pensiero? Il cammino di secoli e millenni che im piega la luce, la più veloce degli esseri sensibili (300.000 chilometri al secondo), noi lo percorriamo in un attimo.

Liberi dalla tirannia del tempo
Tutto passa su questa terra. Il tempo vola e nella sua corsa vertiginosa porta via tutto, anche noi. Nulla di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, amiamo, è duraturo. Giorni e stagioni, anni e secoli, uomini e cose, città e imperi, tutto passa e non ritorna più! L’infanzia coi suoi trastulli passa; la giovinezza coi suoi sogni dorati passa; l’età matura coi suoi timori e preoccupazioni passa; la vecchiaia con le sue ultime illusioni passa. Tutto passa! Però l’opera devastatrice del tempo è molto salutare, perché la fugacità di tutte le cose deve liberare il nostro cuore da ogni schiavitù, deve disgustarci di questa terra per innamorarci del Paradiso. Che importa che tutto passa? Il tempo scorre veloce, ma per portarci l’eternità. Scompaiono i beni terreni per far posto ai beni celesti. Termina la vita mortale perché incominci la vita immortale.
Entrati nell’eternità, vedremo stabilizzato in noi tutto ciò che continuamente ci sfuggiva sulla terra. La vita celeste ci sarà conferita come un dono definitivo,un regalo eterno.
Si succederanno i milioni e i miliardi di secoli, ma nessuno di essi ci strapperà mai un capello dal nostro capo, scaverà una ruga nella nostra pelle, rallenterà mai di un battito il nostro cuore, logorerà mai una del le nostre forze fisiche, uno dei nostri organi, una delle nostre facoltà: «Tempus non est amplius — il tempo non ci sarà più» (Ap. 10,6).

Liberi dalla schiavitù della fatica
(Gen. 3,19): «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Parola del Creatore che segnò la condizione dell’uomo sulla terra piena di triboli e spine. Il lavoro quasi sempre è duro e pesante, eppure è una legge a cui ben pochi riescono a sottrarsi. E vero che oggi, nei paesi progrediti, la parte più pesante del lavoro viene fatta dalla macchina che va liberando sempre più l’uomo dallo sforzo penoso, lasciandogli solo il compito di controllare, al più completare l’opera. Il lavoro così è diventato arido, monotono, automatico, rigidamente calcolato in modo da sopprimere al lavoratore ogni iniziativa e ogni interessamento.
Alla penosità della fatica è succeduta invece la febbre della produzione e del guadagno: produrre sempre più e sempre meglio, per poter consumare di più. Nel mastodontico meccanismo industriale l’uomo moderno è lanciato alla competizione più spregiudicata, che gli fa sacrificare alle esigenze economiche i valori più sacri della vita familiare, dell’educazione della prole, dell’elevazione morale e spirituale. L’idolatria del guadagno sferza tutti, individui e collettività.
Nonostante il progredire della tecnica, il perfezionamento degli attrezzi da lavoro, la produzione sempre più abbondante di beni di consumo e la liberazione dallo sforzo faticoso, la legge del lavoro è rimasta inalterata, la sua esigenza non è venuta meno. L’uomo è ben lontano dall’aver prodotto abbastanza per potersi concedere le ferie continue! Ebbene queste ferie continue verranno, e, una volta cominciate, non finiranno più: saranno le vacanze eterne del Paradiso.
Con quale piacere il lavoratore assapora oggi le sue ferie, lo scolaro le sue vacanze! Ma con quale tristezza e pena ne vedono arrivare la fine! In Paradiso invece questa tristezza e pena non si ripeteranno più. Il Paradiso è tutto solo un luogo di riposo e di ricreazione, una villeggiatura gratuita ed eterna, fornita abbondantemente di quanto al presente non sappiamo neppure immaginare e desiderare.

Liberi dalla tirannia dell’ignoranza
Da millenni l’uomo studia con passione il grande libro di Dio, la natura, e negli ultimi decenni è stato in grado di fare passi da gigante in questa conoscenza. Le biblioteche di libri che sorgono dappertutto, le montagne di riviste istruttive che si stampano ogni giorno testimoniano il profitto lusinghevole da noi fatto in ogni ramo del sapere. Non contenti più dello scibile diffuso sulla terra, siamo andati sulla luna e pensiamo di esplorare altri pianeti.
L’uomo può essere orgoglioso della sua scienza. Eppure gli ottusi di mente possono credere che stiamo per toccare le vette supreme del sapere, come solo i fatui possono illudersi di toccare il cielo col dito quando abbiano scalato un monte. La realtà è che a ogni nuova scoperta, non solo non si scoprono i confini del mondo, ma si aprono invece dei nuovi abissi senza fondo. I più mortificati dall’ignoranza sono proprio i più intelligenti e i più appassionati dello studio, perché proprio loro si rendon conto che le cose ignorate sono sempre più numerose di quelle conosciute. Oggi, poiché sappiamo molto di più dei nostri antenati, ci sentiamo molto più ignoranti di loro.
Quale moltitudine di misteri ci nascondono ancora le viscere della terra, gli abissi del mare, le profondità del cielo! Più scrutiamo i cieli e più si allontanano i confini dell’universo; più indaghiamo le leggi fisiche e più scopriamo misteri insondabili; più in fondo scendiamo nelle acque dei mari e più troviamo meraviglie insospettate. Quale mortificazione costituisce per noi la nostra ignoranza sempre più evidente!
Quanta fatica per la conquista del sapere. L’aggiornamento ai continui progressi che si vanno compiendo in ogni singolo ramo del sapere è di tale esigenza che lo studio non si può mai interrompere. A studi terminati ci accorgiamo d’essere già superati e di dover quindi continuare a studiare. Tirannia dell’ignoranza!
In Paradiso noi saremo liberati da tale tirannia. Da vanti ai nostri occhi, purificati e potenziali, balzerà tutto il mondo della creazione materiale, e lo stesso Dio!
Lo spirito umano è naturalmetne curioso e avido di sapere. Ebbene in Paradiso tutto lo scibile sarà a nostra portata, i nostri occhi lo vedranno da sé e la nostra mente lo comprenderà da sé, senza sforzi, senza bisogno di riflettere, ma direttamente e intuitivamente. Tutto è centrato in Dio, e noi, vedendo Dio, vedremo la nozione, l’essenza, la ragione, l’origine, la perfezione, la trasformazione, la proprietà, la finalità dei singoli esseri e l’armonico accordarsi di tutti tra loro. Quale gioia leggere così, senza alcuna fatica, tutto il gran libro della natura! Contemplare svelati e lampanti tutti i misteri e tutte le meraviglie del regno minerale, del regno vegetale, del regno animale, dell’uomo, dell’Angelo e, in parte, anche di Dio! Filosofi, artisti, scienziati, letterati, poeti, musici, tutti i geni che si sono torturati nella ricerca faticosa del vero e del bello, troveranno, per così dire, l’eternità troppo breve per contemplare a loro agio tutto il campo della realtà creata e della increata.
E tutti noi con loro conosceremo tutto, conoscendo contempleremo estatici, contemplando godremo beati. Questa contemplazione sarà un movimento perenne perché più conosceremo più desideriamo di conoscere. Sarà una sazietà capace e avida di maggiormente e continuamente saziarsi ancora. Solo in terra ci sono barriere e limiti, in Paradiso no!

Liberi dall’ignoranza di noi stessi
Noi ci conosciamo pochissimo. Troppe distrazioni attirano la nostra attenzine al di fuori. D’altra parte la nostra miseria morale è così evidente a noi stessi, la consapevolezza delle nostre vigliaccherie e insuccessi è così deprimente, l’impegno a nasconderci agli occhi altrui così poco geloso, che finiamo di non guardarci mai nello specchio interiore e col negare a noi stessi che quello che ci scotta troppo sia vero. Tutte le passioni ci sfigurano la verità, per cui il nostro «io» è diventato misterioso e tenebroso. Di quante amare delusioni e insuccessi è sorgente continua la stima eccessiva di noi stessi! Basta ricordare il rinnegamento di S. Pietro così convinto di poter affrontare qualunque prova per il suo Divino Maestro, e così pusillanime alla voce di una serva da rinnegando per ben tre volte. Di quali e quante rinuncie, pusillanimità e mancate riuscite è sorgente ogni giorno la sottostima che hanno di sé i timidi e gli scoraggiati.
Però in Paradiso, rinati a nuova vita, ci troveremo immersi nella luce infinita di Dio e così il nostro io si scoprirà ai nostri occhi per quello che è in realtà. Dovremo arrossire delle nostre vergogne attuali? No, per ché una volta che noi siamo stati assolti dai nostri peccati dal Sacerdote, l’espiazione in Purgatorio diventerà un detersivo così energico ed efficace da togliere in noi fin l’ultimo atomo di sudiciume morale: in Paradiso si entra completamente puri e santi!
Allora per tutta l’eternità la vista di se stesso sarà a ciascuno di noi motivo di gioia immensa perché scor geremo nitidi tutti i valori umani molto più pregevoli di tutti i valori della natura materiale. Constateremo tutti i valori soprannaturali conferitici per i meriti di Gesù Cristo e perfezionati dalla grazia divina durante tutta la nostra vita con infinita pazienza. Ci renderemo conto di tutta la gloria eterna proporzionata ai nostri meriti che l’onnipotenza rimuneratrice di Dio ha realizzato in noi in Paradiso. Rimarremo come storditi dallo stupore della gioia nel vedere realizzato in noi da Dio un capolavoro di perfezione immensamente più completo di tutti i capolavori elaborati dai nostri geni artistici.

Liberi dalla tirannia dell’ignoranza degli altri
Su questa terra è malsicura la conoscenza di noi stessi, ma è più malsicura la conoscenza del nostro prossimo. Tutti siamo portati alla diffidenza e a vedere spesso delle mire oblique anche nelle opere più sante del prossimo. Non ci conosciamo mai abbastanza. L’orgoglio istintivo non ci lascia vedere il bene negli altri, mentre ci dà la convinzione che solo il nostro modo di vedere e pensare è retto. L’invidia innata del bene altrui non ci permette di lodare, approvare, esaltare spassionatamente la condotta e le buone opere altrui per paura dì eclissare le nostre. L’inevitabile difettosità umana che vediamo in loro, spesso molto minore o soltanto diversa dalla nostra, per noi è sufficiente per diminuire la nostra stima in persone molto più benemerite di noi. Purtroppo ci conosciamo soltanto superficialmente, per cui quanti malintesi e continue diffidenze avvelenano tante nostre amicizie e affezioni, e amareggiano la nostra esistenza.
Quando in Paradiso, invece, sarà perfetta la conoscenza mutua delle nostre anime, rese sante e confermate nella santità, chi può dire quale intensità di ardore avranno allora i nostri cuori di amici e parenti? La luce chiara nella quale svaniranno tutti i sospetti, più o meno fondati, ci farà realizzare per sempre la più perfetta comprensione scambievole.
Le prove, le tribolazioni, le opere buone, ecc. elevano le anime alle più alte vette della santità. Ora se in Paradiso contempleremo tante meraviglie e perfezioni nel mondo fisico, quante più ne ammireremo nel mondo delle anime, perché Dio compie certamente i suoi mirabili capolavori nel campo spirituale. Perciò proveremo una grande gioia quando potremo vedere la storia intima di ogni anima e renderci conto dello squisito lavoro compiuto in esse dalla grazia. Così la nostra ignoranza e il nostro conoscerci imperfetto sulla terra avrà contribuito efficacemente a non uastare l’azione segreta dello Spirito Santo nei cuori. Scomparsa l’eredità delle miserie umane irritanti, capiremo come la varietà sorprendente delle anime è condizione di armonia e sorgente di bellezza per il mondo degli spi riti; capendolo lo ammireremo senza riserva e ne go dremo senza invidìa.

Pace e riposo
L’uomo ha sentito sempre il bisogno della pace. Ge sù parlava della pace come di una cosa tutta sua e la metteva in opposizione alla pace del mondo (esteriore, civile, militare) e diceva (Gv. 14,27): «Vi lascio la pace, vi dà la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi».
S. Agostino dice che la pace è un vero stato di perfezione, è il vero regno di Dio in noi. Infatti, egli dice, è pacifico colui che tiene composti tutti i moti del suo animo sotto il dominio della ragione. Colui che tiene i suoi sensi, i suoi istinti, comuni alle bestie, soggetti alla ragione. Questa a sua volta deve essere sottomessa a Dio: ecco realizzato in noi il regno di Dio. Questa pace fatta di perfetto equilibrio interiore, è evidentemente dono di Dio perché è grande la felicità di perdere il controllo dei nostri istinti, dei nostri sensi; è grande la difficòltà di rimettere e conservare sotto freno la nostra innata instabilità e irrequietezza, che è da sola la nemica più terribile della pace del nostro cuore. Ta le dono della pace i Beati lo possederanno in Paradiso in grado assoluto e irrevocabile. Nella patria celeste la pace costituirà la nostra più naturale condizione di vita. Uniformati alla volontà divina, non avremo più da rattristarci per il timore che il sereno dell’anima nostra venga offuscato minimamente.
Vedremo i mali che continueranno a far soffrire i nostri cari lasciati in terra, ma li vedremo in Dio e invece di rattristarci, come facciamo ora, ne trarremo motivo di gioia, constatando di quali benedizioni, di quali gradi di santità e felicità eterna andranno debitori ad essi i nostri cari.
Vedremo, senza più nessun’ombra di invidia, sollevate a grandi altezze di gloria persone con le quali ora rivaleggiamo. Vedremo forse escluse dal Paradiso persone oggi a noi molto care e la cui separazione eterna ci sembra come una spina nel nostro cuore. Ma non è così. Pienamente coscienti dell’infallibilità del giudizio di Dio, dimenticheremo ben presto queste persone che si sono ostinate nel rifiuto di Dio fino all’ultimo istante della loro vita.
I mondani, immersi nei godimenti e negl’interessi terreni, non pensano alla loro sorte eterna. Se qualche volta, per un brusco risveglio della coscienza, provano i rimorsi del male fatto e i terrori della giustizia di vina, cercano di stordirsi nelle cose del mondo per non sentire il pungolo della coscienza. I buoni invece, che si sforzano di amare il Signore, temono per la propria salvezza. Anche se non cadono in peccati gravi e quindi non hanno seri motivi di andare all’inferno, tuttavia essi temono molto perché sono consapevoli della propria fragilità e instabilità nel bene. Anche grandi Santi son vissuti timorosi per paura dell’inferno e perciò hanno pregato molto e hanno fatto molte penitenze per garantirsi di evitarlo. Ebbene in Paradiso non ci sarà più tale timore. Per chi è vissuto trepidante a ragione o a torto, sarà una immensa gioia essere liberati da tale angosciosa incertezza e di essere ormai sicuro nella felicità del Paradiso.
Mai più la tirannia delle passioni che ci fanno tanto soffrire. Mai più quel lavoro penoso, noioso, pesante, insopportabile. Mai più i fastidiosi incomodi di salute. Mai più l’assillo di preoccupazioni di sorta né per sé, né per i familiari, né per gli altri: ma solo e sempre pace imperturbabile, lieta, serena, tranquilla nel godi mento della felicità eterna.

 

FLORILEGIO DI RICORDI per mantenerci costanti nel suffragare le Anime del Purgatorio.
Eccovi alcune massime, che, rilette di tanto in tanto, risveglieranno in noi i bei sentimenti, che ci animeranno a suffragare costantemente e diligentemente le Anime del Purgatorio, e ad acquistare per loro Indulgenze. Esse inoltre manterranno noi stessi inondi da ogni colpa, e ci ecciteranno a purificar sempre meglio colla penitenza le nostre macchie: poichè ci torna a conto il farlo con si poca fatica piuttosto in questo mondo, anrichè scontare tuttò dopo la morte, quando si dovrà pagare secondo giustizia e senza misericordia. - Ecco le massime.

1. Il peccato appare un piccolo male in vita, grande alla morte, immenso dopo la morte.
2. Ogni cosa che faremo per le Anime purganti, Gesù Cristo la riterrà come fatta a Sè.
3. Col suffragare le Anime siamo certi di far piacere al Cuore di Gesù.
4. Se tutti i momenti, che si passano a fare o a dire cosa di poca utilità, si impiegassero nell'acquistare Indulgenze, quante Anime si salverebbero!
5. Col condurre Anime del Purgatorio a Dio ci assicuriamo intercessori invita ed' in morte. 6. E’ di fede, che le Anime possano intercedere per noi, giunte che sieno per merito nostro in Paradiso.
7. Ogni dolore e patimento, offerto in suffragio delle Anime del Purgatorio, perde della sua agrezza, e diviene più dolce.
8. A schivare il fuoco del Purgatorio giova il liberare le anime degli altri, perchè Gesù Cristo disse: Colla misura onde avrete misurato, sarete misurati voi stessi.
9. Nel pregare per i Defunti ponete sempre la Madonna quale Avvocata, e come pegno i meriti di Gesù Cristo, del suo preziosissimo Sangue, e il valore dei santi Sacrifizii.
10. Se voi chiederete con istanza al Cuore di Gesù la gloria del Cielo per le Anime purganti, il divin Cuore la chiederà con istanza al Padre per voi.
11. Chi è mai, il quale, ricordandosi.sempre delle due voragini di fuoco che ci stanno sotto i piedi, scordi poi di batter la via, che conduse al monte santo di Dio?
12. La memoria continua di quanto scontano i nostri conoscenti, sebbene morti da buoni cristiani, in pena dei passatempi, del lusso, della vanità e di altri peccati, c'infonderà quel timore di Dio che forma i Santi.
13. Se il meditar sempre la legge di Dio, il contrariare sempre le vostre voglie naturali, il combatter sempre contro il mondo e il demonio vi stanca, pensate che cosa non vorrebbero fare le Anime purganti, se potessero tornare in questa vita.
14. Fate l'elemosina ai poveri con tre intenzioni, cioè: 1. Per amor di Dio; 2. In suffragio delle Anime purganti; 3. per soddisfare alla divina giustizia pei vostri peccati. In tal modo vi aprirà le porte del Cielo.
15. Dopo aver suffragato le Anime, incaricatele affinchè preghino pel Papa, per la Chiesa, per gl'infedeli e per tutti i poveri peccatori.
16. Abbiate voi stesso, ed infondetelo negli altri, specialmente nei giovanetti, un grande orrore al peccato veniale, di cui si spesso si cade, perchè non lo si odia come il peccato mortale.
17. Il demonio istiga i mondani a sempre aumentare gli studii di cose curiose ed inutili, afnchè i poveri giovanetti non abbiano nè tempo ne mente di pensare all'unico necessario.
18. Se impareremo a farci sante, avremo acquistato ricchezze che nemmeno la morte potrà strapparci di mano, ma che dopo di essa, ci saranno rese a mille doppi.
19. Una vita in catene, in un carcere oscuro flagellati, e a pane ed acqua, è un paradiso a confronto del Purgatorio.
20. La pena della lontananza da Dio è quella che più aggrava il castigo delle Anime penanti. Perchè subito dopo che vien separata dal corpo, l'anima anela con ansietà, impossibile a descriversi, alla unione con Dio, da cui viene respinta.
21. La cara Madonna e gli Angeli vengono a confortare le Anime del Purgatorio, ma niente le soddisfa del tutto, finchè sono separate da Dio.
22. Fissiamo quante volte al giorno vogliamo suffragare le Anime, e in quanti modi ogni settimana e ogni mese; e Dio ce lo rimeriterà a cento doppi.
23. Siamo industriosi, come sono i poveri nel riunir limosine, nell'acquistare Indulgenze per le Anime purganti, sopratutto accostandoci ai santi Sacramenti.
24. È stato calcolato che in tutto il mondo muoiono ogni giorno quasi cento mila persone: quante di esse andranno in Purgatorio? Pregate ogni giorno per gli agonizzanti che in quel giorno debbono morire.
25. Chi gode immeritatamente riputazione di santo, si troverà burlato, se va in Purgatorio, perchè non si pregherà per lui credendolo in Paradiso.
26. Nella vita umana, se si fugge un incomodo s'incappa in un altro; ma, se si soffre qualche cosa per le Anime, non accade mai senza un guadagno.
27. Non cessiamo mai dal purificarci, perchè la morte è forse alla porta, e tanti muoiono all'improvviso; guai a coloro, che come già le vergini stolte, non sono preparate per l'arrivo dello Sposo.
28. Nella sacra Scrittura è detto, che la carità copre tutta la moltitudine dei peccati. Usiamola dunque abbondantemente per compassione di noi stessi, del nostro prossimo bisognoso, e delle Anime purganti, a cui sempre dovremo applicare il frutto delle nostre opere.
29. San Paolo dice: Sia che mangiate, sia che beviate, o facciate altra cosa, tutto fate a gloria di Dio; e noi aggiungiamo: ricordandoci pure delle Anime purganti.
30. Per ultimo vi raccomando ciò che dice pure san Paolo, che noi siamo tutti un corpo m Gesù Cristo; quindi, se un membro patisce, patiscono tutti i membri; e se un membro gode, godono tutti i membri. Soffriamo dunque qualche cosa per i fedeli della Chiesa purgante, e per i fedeli della militante, e godiamo coi membri della Chiesa trionfante, a cui ci condurranno i meriti di nostro Signore Gesù Cristo. Così sia.