Crea sito

CAPITOLO I.

Timore e confidenza. - Misericordia di Dio. - S. Liduina ed un prete. - Il venerabile Padre Claudio de la Colombière.

Considerammo i rigori della divina giustizia nell'altra vita: incutono spavento e non è possibile pensarvi senza terrore. Quel fuoco acceso dalla divina giustizia, quelle pene dolorose, al cui confronto le penitenze dei santi e i dolori dei martiri sono ben poca cosa, qual anima credente potrà mai considerarli senza timore?

Salutare e conforme allo spirito di Gesù Cristo è questo timore. Il divin Maestro vuole che temiamo, e ché non solo temiamo l'inferno, ma il Purgatorio ancora, sorta d'inferno mitigata. Ed è per ispirarci questo santo timore che ci mostra la prigione del Giudice supremo, donde non si uscirà prima d'aver pagato l'ultimo quadrante (Matt., V, 26); e si può applicare al Purgatorio ciò che dice del fuoco della geenna: Non temete quelli che fanno morire il corpo e nulla possono sull'anima, ma temete colui che può gettare il corpo e l'anima nell'inferno (Matt., X, 28).

Tuttavia l'intenzione del Salvatore non è che abbiamo un timore eccessivo o sterile, quel timore che tormenta le anime e le abbatte, timore cupo e senza confidenza: no; vuole che il nostro timore sia temperato da una grande confidenza nella sua misericordia; vuole che temiamo il male per prevenirlo ed evitarlo; vuole che il pensiero delle fiamme vendicatrici stimoli il nostro fervore nel suo servizio, e ci induca ad espiare i nostri falli in questo mondo piuttosto che nell'altro. È meglio estirpare adesso i nostri vizi ed espiare i nostri peccati, dice l'autore dell'Imitazione, che aspettare ad espiarli nell'altra vita. Del resto, se ad onta del nostro zelo a ben vivere ed a soddisfare in questo mondo, abbiamo ancora fondati timori d'aver ad incontrare un purgatorio, dobbiamo guardare in faccia questa eventualità con una grande confidenza in Dio, che non lascia senza consolazione le anime che purifica coi patimenti.

Ora per dare al nostro timore questo carattere pratico e questo contrappeso di confidenza, dopo d'aver contemplato il Purgatorio nelle sue pene e nei suoi rigori, consideriamolo sotto un altro aspetto ed un altro punto di vista, quello cioè della misericordia di Dio. che vi risplende non meno della sua giustizia.

Se Dio nell'altra vita ai piccoli falli riserva terribili castighi, li infligge però sempre con un temperamento di clemenza; e nulla meglio del Purgatorio mostra l'adorabile armonia delle divine perfezioni, giacché la più severa giustizia vi si esercita nel tempo stesso colla più ineffabile misericordia. Se il Signore castiga le anime che a lui sono care, ciò proviene dal suo amore, secondo quelle parole: Io correggo e castigo quelli che amo (Apoc., III, 19). Con una mano li colpisce, coll'altra li guarisce, e loro abbondantemente offre misericordia e redenzione: Quoniam apud Domine misericordia, et copiosa apud eum redemptio.

Questa infinita misericordia del nostro Padre celeste dev'esser l'inconcusso fondamento della nostra confidenza e sull'esempio dei Santi sempre dobbiamo averla dinnanzi agli occhi. I Santi non la perdevano di vista, ed è perciò che il timore del Purgatorio loro non toglieva né la pace, né la gioia dello Spirito Santo.

S. Liduina, che tanto bene conosceva lo spaventevole rigore delle pene espiatrici, era animata da questo spirito di confidenza e sforzavasi d'inspirarlo agli altri. Un giorno ebbe la visita d'un pio sacerdote. Stando seduto presso il letto della santa inferma con altre virtuose persone, la conversazione cadde sulle pene dell'altra vita. Il prete, vedendo nelle mani d'una donna un vaso ripieno di grani di senapa, ne prese occasione per dire che tremava pensando al fuoco del Purgatorio; «tuttavia, aggiunse, vorrei trovarmivi per tanti anni quanti sono i piccoli grani in questo vaso: almeno allora avrei la certezza della mia salute. - Che dite mai, Padre mio? riprese la santa; perché così poca confidenza nella misericordia di Dio? Oh se sapeste meglio che cosa è il Purgatorio, quali tormenti vi si soffrono! - Sia quel che sarà il Purgatorio, riprese: io insisto su quanto ho detto».

Quel prete morì qualche tempo dopo e avendo le stesse persone che erano presenti alla sua conversazione con Liduina, interrogata la santa inferma sullo stato dell'anima sua nell'altro mondo, questa rispose: «Il defunto, per la virtuosa vita, si trova in buon luogo; ma starebbe. meglio, se di più avesse confidato nella passione di Gesù Cristo e se avesse avuto un sentimento più dolce intorno al Purgatorio».

In che consisteva la mancanza di confidenza dalla santa disapprovata in quel buon prete? Nel sentimento in cui era, esser pressoché impossibile il salvarsi, e non poter quasi entrar in Cielo che dopo innumerevoli anni di tormenti. Questa idea è falsa e contraria alla cristiana confidenza. Il Salvatore è venuto a portare la pace agli uomini di buona volontà, e ad imporci come condizione di salute un giogo soave ed un peso leggero. Epperò, sia buona la vostra volontà, e troverete la pace, vedrete svanire le difficoltà ed i terrori.

La buona volontà propriamente consiste nel sottomettere e conformare la nostra volontà a quella di Dio, che è la regola di ogni buon volere, e questo buon volere consegue la sua più elevata perfezione, quando si abbraccia la divina volontà come il bene supremo, anche allora che impone i più grandi sacrifizi, i più rigorosi patimenti. Cosa meravigliosa! l'anima per tal modo disposta sembra perdere il sentimento dei dolori. Da ciò consegue che quest'anima è compresa dello spirito d'amore, e, come dice S. Agostino, quando si ama non si soffre, o se si soffre si ama il soffrire: aut si laboratur, labor ipse amatur.

Questo cuore amante, questa buona e perfetta volontà, ben l'aveva il venerabile Padre Claudio de la Colombière, della Compagnia di Gesù, che nel suo Ritiro spirituale, esprimeva in questo modo i suoi sentimenti: «Non bisogna lasciar d'espiare colla penitenza i falli della propria vita; ma bisogna farlo senza inquietudine, poiché il peggio che possa avvenire, quando si ha buona volontà e che si è sottomessi alla obbedienza, è di rimanere lungo tempo in Purgatorio, e ben si può dire in buon senso che ciò non è un male assai grande.

«Io non temo il Purgatorio. Quanto all'inferno non ne voglio parlare; poiché farei torto alla misericordia di Dio temendo l'inferno meno del mondo, l'avessi pur meritato più di tutti i demoni. Ma il Purgatorio, ripeto, non lo temo; ben vorrei non averlo meritato, non potendo ciò avvenire senza dispiacere a Dio; ma poiché è una cosa fatta, son ben contento d'andar a soddisfare alla divina giustizia nel modo più rigoroso che mai si possa immaginare, ed anco fino al giorno del giudizio, So che orribili vi sono i tormenti, ma so che onorano Dio, e non possono perturbare le anime, essendo assicurato che non vi sarà mai opposizione alla volontà di Dio, che si avrà caro il suo rigore, anzi si amerà fino la sua severità, aspettando con pazienza che sia interamente soddisfatta. Per tal modo con tutto il cuore diedi tutte le mie soddisfazioni alle anime del Purgatorio, ed anzi ho ceduto ad altre i suffragi che dopo la mia morte per me si faranno, onde Dio sia glorificato nel Paradiso dalle anime che avranno meritato d'esservi innalzate ad una gloria più grande della mia».

Ecco fin dove va la carità, l'amor di Dio e del prossimo, quando s'impossessò d'un cuore: trasforma, trasfigura il patimento al punto da perdere la sua amarezza e cambiarsi in dolcezza. Quando, dice il libro dell'Imitazione, sarete giunti a trovar dolce la tribolazione ed a gustarla per amore di Gesù Cristo, allora credetevi felici, avendo trovato il paradiso sulla terra. Abbiamo dunque molto amor di Dio, molta carità, e poco paventeremo il Purgatorio: lo Spirito Santo dal fondo del cuore ci farà testimonianza, che essendo figli di Dio, non abbiamo a temere i castighi di un Padre.

 

CAPITOLO II.

Confidenza. - Misericordia di Dio verso le anime. - Egli le consola. - S. Caterina da Genova. - S. Stanislao di Cracovia ed il risuscitato Pietro Miles. - Santa Caterina de' Ricci e l'anima di un principe.

È vero che non tutti si trovano al predetto alto grado di carità, ma non c'è alcuno che non possa aver confidenza nella divina misericordia. Infinita è questa misericordia, e dà la pace a tutte le anime che la tengono dinanzi agli occhi ed in lei si confidano. Ora, riguardo al Purgatorio, la misericordia di Dio si esercita in tre maniere: 1° consolando le anime; 2° mitigando le loro pene; 3° dando a noi stessi prima di morire mille mezzi di sfuggire il Purgatorio.

Dio prima mente consola le anime del Purgatorio; le consola egli stesso, e per mezzo della Santa Vergine e dei santi Angeli. Consola le anime riempiendole di fede nel più alto grado, di speranza e d'amar divino, virtù che in loro producono la conformità alla volontà divina, la rassegnazione, la più perfetta pazienza. «Il Signore, scrive S. Caterina da Genova, all'anima del Purgatorio imprime un tal moto d'amore attrattiva, che basterebbe per annichilirla se non fosse immortale. Illuminata ed infiammata da questa pura carità, quanto ama Dio, altrettanto detesta la menoma macchia che a lui dispiace, il menomo ostacolo che l'impedisce di unirsi a lui. Per tale modo se potesse scoprire un altro purgatorio più terribile di quello nel quale si trova, quest'anima vi si precipiterebbe, vivamente spinta dall'impeto dell'amore che esiste fra Dio ed essa, onde più presto liberarsi da tutto quanto lo separa dal Bene supremo.

«Queste anime, dice ancora la santa, sono intimamente unite alla volontà di Dio, e tanto in lei completamente trasformate da essere sempre soddisfatte del santissimo suo decreto. Le anime del Purgatorio non hanno elezione propria: non possono più volere che ciò che Dio vuole. Per tal modo colla più perfetta sommissione ricevono tutto quanto loro dà Iddio; né piacere né allegrezza, né pena, giammai possono farle ripiegare sopra se stesse».

Questa contentezza in mezzo alle più amare sofferenze non può spiegarsi che colle divine consolazioni sparse dallo Spirito Santo sulle anime del Purgatorio. Questo Spirito divino colla fede, colla speranza e colla carità le mette nella disposizione di un infermo che sostiene una dolorosissima operazione, ma il cui certo effetto sarà di rendergli una perfetta sanità. Soffre questo infermo, ma ama patimenti tanto salutevoli. Lo Spirito consolatore dà alle anime una somigliante contentezza. Un sensibilissimo esempio l'abbiamo in quel Pietro Miles, risuscitato da S. Stanislao di Cracovia, e che preferiva ritornare nel Purgatorio anziché vivere ancora sulla terra.

Nel 1070 avvenne il celebre miracolo di questa risurrezione. Ecco come lo si trova riferito negli Acta Sanctorum, sotto il 7 maggio. S. Stanislao era vescovo di Cracovia, governando la Polonia il duca Boleslao II. Egli non mancava di ricordare i suoi doveri a questo principe, che scandalosamente li violava dinanzi a tutto il suo popolo. Si irritò Boleslao per la santa libertà del prelato, e per vendicarsi, contro di lui suscitò gli eredi di un certo Pietro Miles, morto già da tre anni, dopo di aver venduto una terra alla Chiesa di Cracovia. Gli eredi accusarono il vescovo d'aver invaso quel terreno senza pagarlo al proprietario. Ebbe un bel affermare d'avere effettuato il pagamento: siccome i testimoni che dovevano sostenerlo furono subornati od intimiditi, egli fu dichiarato usurpatore del bene altrui e condannato a restituire la terra in questione. Allora, vedendo che l'umana giustizia gli veniva a mancare, sollevò il suo Cuore a Dio e ne ricevette una subita ispirazione: domandò tre giorni di dilazione, promettendo di far comparire in persona Pietro Miles, a rendergli testimonianza. Per burla gli fu concesso.

Il santo digiunò, vegliò, pregò Nostro Signore di difendere la sua causa; ed il terzo giorno, dopo celebrata la santa messa, partì accompagnato dai suoi chierici e da molti fedeli, si portò al luogo ov'era sotterrato Pietro. Per suo ordine si aprì la tomba, che più non conteneva che ossa: le toccò col suo bastone pastorale, ed in nome di Colui che è la resurrezione e la vita, comandò al morto di alzarsi. Subito quelle ossa si rassodarono, si ravvicinarono, si coprirono di carne, ed agli sguardi stupefatti di tutto un popolo si vide il morto pigliar il vescovo per mano ed incamminarsi al luogo del tribunale. Boleslao colla sua corte e con una folla considerevole stavano nella più viva aspettazione. «Ecco Pietro, disse il santo a Boleslao, che viene a deporre testimonianza dinanzi a voi. Interrogatelo, ed egli risponderà».

È impossibile descrivere lo stupore del duca, dei suoi assessori, di tutta quella folla. Affermò il risuscitato che a lui era stata pagata la terra; poscia, volgendosi ai suoi eredi, loro fece giusti rimproveri per aver accusato il pio prelato contro ogni diritto e giustizia; per ultimo li esortò a far penitenza d'un sì grave peccato.

Fu per tal modo che l'iniquità, che già si credeva sicura dell'evento, fu confusa. Ora viene la circostanza che riguarda il nostro soggetto e che dobbiamo far risaltare. Volendo per la gloria di Dio por termine ad un sì gran miracolo. Stanislao propose al defunto di ottenergli da nostro Signore, se lo volesse, di vivere ancora per alcuni anni. Rispose Pietro che non lo desiderava. Trovavasi nel Purgatorio, ma amava meglio ritornarvi subitamente e soffrirne le pene, anziché esporsi al pericolo della dannazione in questa vita terrena. Solamente scongiurò il santo di pregar Dio perché fossero abbreviate le sue pene e che assai presto potesse entrare nella gloria dei beati. Dopo questo, accompagnato dal vescovo e da una grande moltitudine, se ne ritornò alla sua tomba, vi si ricoricò, e tosto si sfasciò il suo corpo, si staccarono le sue ossa e ricaddero nel primiero loro stato. Tutto fa credere che il santo ottenne prontamente la liberazione della sua anima.

Ciò che in questo esempio è degno di particolare osservazione, e deve attirare la nostra attenzione, si è che un'anima del Purgatorio, dopo d'aver provato i più crudeli supplizi, preferisce questo stato tanto doloroso alla vita in questo mondo: e la ragione di questa preferenza sta in ciò, che in questa vita mortale siamo esposti al pericolo di perderci e di incontrare l'eterna dannazione.

Citiamo un altro esempio delle interiori consolazioni e della misteriosa contentezza provate dalle anime fra i più vivi dolori: lo troviamo nella Vita di Santa Caterina de' Ricci, religiosa dell'Ordine Domenicano, che morì nel monastero di Prato il 2 febbraio 1590. Questa serva di Dio spingeva la carità verso le anime del Purgatorio, fino a soffrire sulla terra ciò che dovevano soffrire nell'altro mondo. Tra le altre, dalle fiamme espiatrici liberò l'anima di un principe, per lui soffrendo per quaranta giorni incredibili tormenti.

Questo principe, che la storia non nomina, senza dubbio per riguardo alla famiglia, aveva menato vita mondana, e la santa fece molte preghiere, digiuni e penitenze, perché Dio l'illuminasse e non fosse riprovato. Dio si degnò esaudirla, e l'infelice peccatore prima di morire diede evidenti prove di una sincera conversione. Con buoni sentimenti da questa vita passò al Purgatorio.

Ne ebbe cognizione Caterina per una divina rivelazione nella preghiera, ed ella stessa si offrì a soddisfare alla divina giustizia per quell'anima. Il Signore gradì questo caritatevole cambio: ricevette nella gloria l'anima del principe, ed a Caterina per quaranta giorni fece sostenere le più strane pene. Fu presa da una malattia che, a giudizio dei medici, non era naturale, e che non potevano né guarire, né sollevare. Ecco, secondo i testimoni, in che consisteva quel male: il corpo della santa si coprì di bollicelle ripiene di un umore visibilmente in ebollizione, come acqua bollente sul fuoco. Ne proveniva un estremo calore, tanto che la sua cella si scaldava come un forno e sembrava piena di fuoco; non si poteva dimorarvi alcuni istanti senza uscirne per respirare.

Era evidente che la carne dell'inferma bolliva, e la sua lingua rassomigliava ad una piastra di metallo arroventato. Ad intervalli, l'ebollizione cessava, ed allora la carne sembrava come arrostita; ma ben presto si riempivano le bollicelle, riprendendo l'ebollizione.

Frattanto, in mezzo a questo supplizio, la santa non perdeva né la serenità del volto, né la pace dell'anima; all'incontro, sembrava godesse in quei tormenti. I dolori andavano talvolta ad un tale grado d'intensità da perdere la parola per dieci o dodici minuti. Quando le religiose sue sorelle le dicevano che sembrava che si trovasse nel fuoco, rispondeva semplicemente di sì, senza più nulla aggiungere. Quando le rappresentavano che troppo lungi spingeva lo zelo, e che non dovesse chieder a Dio dolori così eccessivi; « Perdonatemi, madri mie, diceva, se vi replico. Gesù ama tanto le anime, che a lui è infinitamente gradito quanto facciamo per la loro salute. Ed è per questo che volentieri soffro qualsiasi pena, tanto per la conversione dei peccatori, quanto per la liberazione delle anime ritenute nel Purgatorio».

Spirati i quaranta giorni, Caterina ritornò all'ordinario suo stato, I parenti del principe le domandarono ov'era la sua anima, «Di nulla temete, rispose: la sua anima gode l'eterna gloria». Con ciò si conobbe che era per quell'anima che tanto aveva sofferto.

Questo fatto può insegnarci molte cose; ma l'abbiamo citato per dimostrare come le maggiori sofferenze non sono incompatibili colla pace interna. La nostra santa, sebbene visibilmente soffrisse le pene del Purgatorio, godeva d'una meravigliosa calma e d'una sovrumana contentezza.

 

CAPITOLO III.

Consolazioni delle anime. - La S. Vergine. - Rivelazione di S. Brigida. Il Padre Girolamo Carvalho. - Il B. Renier cistercense. - La S. Vergine Maria e il privilegio del sabato. - La vener. Paola di Santa Teresa. ­ S. Pietro Damiani e la defunta Marori.

Le anime del Purgatorio ricevono pure grandi consolazioni dalla S. Vergine. Non è dessa la Consolatrice degli afflitti? e quale afflizione è paragonabile a quella delle povere anime? Non è dessa la Madre della Misericordia? e non è forse per quelle anime sante e sofferenti che tutta deve mostrare la misericordia del suo cuore? Dunque non bisogna meravigliarsi, se nelle Rivelazioni di S. Brigida la Regina de' Cieli dà a se stessa il bel nome di Madre delle anime del Purgatorio. «Io sono, disse a quella santa, la madre di tutti quelli che sono nel luogo dell'espiazione: le mie preghiere addolciscono i castighi che sono inflitti pei loro falli.

Il 25 ottobre 1604, nel collegio della compagnia di Gesù a Coimbra, morì in odore di santità il P. Girolamo Carvalho, nell'età di sessant'anni. Sentiva questo mirabile ed umile servo di Dio un vivissimo timore delle pene del Purgatorio. Né le crude macerazioni alle quali più volte ogni giorno si abbandonava, senza contare quelle che anche ogni settimana gli suggeriva la memoria più particolare della Passione, né le sei ore che sera e mattina consacrava alla meditazione delle cose sante sembravano assicurarlo contro i castighi, dopo la sua morte dovuti alle pretese sue infedeltà. Ma un giorno la stessa Regina del Cielo, per cui aveva una tenera divozione, si degnò consolare il suo servo colla semplice assicurazione che era la madre della misericordia per i suoi cari figli del Purgatorio, non meno che per quelli che vivono sulla terra. - Cercando più tardi di diffondere una dottrina tanto consolante, il santo uomo, per inavvertenza e nel calore del discorso, si lasciò sfuggire queste parole: Ella me lo ha detto.

Si riferisce che un altro gran servo di Maria, il beato Renier cistercense, tremava al pensiero dei suoi peccati e della terribile giustizia di Dio dopo la morte, e nel suo spavento essendosi rivolto alla sua grande protettrice, che si chiama la Madre della misericordia, fu rapito in ispirito, e vide la Madre di Dio supplicar il Figlio in suo favore: «Figlio mio, diceva, fategli grazia del Purgatorio, perché umilmente si pente dei suoi peccati. - Madre mia, rispose Gesù Cristo, nelle tue mani rimetto la tua causa»: il che voleva dire: sia fatta grazia al tuo protetto, come desideri. - Con una ineffabile gioia comprese il beato che Maria gli aveva ottenuto l'esenzione dal Purgatorio.

In certi giorni specialmente la Regina dei cieli esercita la sua misericordia nel Purgatorio. Questi giorni privilegiati sono dapprima tutti i sabati, poscia le varie feste di Maria, che per tal modo sono come i giorni di festa pel Purgatorio. ­ Nelle rivelazioni dei Santi vediamo che il sabato giorno specialmente consacrato alla S. Vergine, la dolce Madre di misericordia scende nelle prigioni del Purgatorio per consolare e visitare i suoi divoti. Allora, secondo la pia credenza dei fedeli, essa libera le anime che, avendo portato il santo scapolare, hanno diritto al privilegio detto sabatino; quindi prodiga le dolcezze delle sue consolazioni alle altre anime che particolarmente l'hanno onorata. Ecco quanto in questa parte vide la venerabile suor Paola di S. Teresa, religiosa domenicana nel monastero di S. Caterina a Napoli.

Essendo stata rapita in estasi, un giorno di sabato, ed in ispirito trasportata nel Purgatorio, fu tutta sorpresa di trovarlo trasformato in un paradiso di delizie, illuminato da una viva luce invece delle tenebre abituali. Stando per chiedere la ragione di questo cambiamento, scorse la Regina dei cieli, circondata da una infinità di angeli, ai quali ordinava di liberare le anime che le erano state specialmente devote e di condurle al Cielo.

Se così avviene dei semplici sabati, non si può guari dubitare che non sia lo stesso nei giorni di festa consacrati alla Madre di Dio. Fra tutte queste feste quella della gloriosa Assunzione di Maria sembra essere il grande giorno delle liberazioni. S. Pietro Damiani ci dice che ogni anno nel giorno dell'Assunzione, la Santa Vergine libera parecchie migliaia d'anime. Ecco la meravigliosa visione che riferisce a questo riguardo.

«È una pia usanza, dic'egli, fra il popolo romano, di visitare le chiese con un cero in mano durante la notte che precede la festa dell'Assunzione di Nostra Signora. Ora in questa occasione avvenne che una distinta persona, stando inginocchiata nella basilica d'Ara Coeli al Campidoglio, scorse che pregava dinnanzi a lei un'altra dama, sua madrina, morta parecchi anni prima. Sorpresa e non potendo credere ai suoi occhi, volle chiarire questo mistero e si pose vicino alla porta della chiesa. Appena la vide uscire, la prese per mano e tirandola in disparte: «Non siete voi le disse, la mia madrina Marozzi, che mi avete tenuta al fonte battesimale? - Sì, rispose tosto la comparsa, sono io stessa. - E come avviene che vi trovo fra i vivi, dacché siete morta da quasi un anno? - Sino ad oggi rimasi immersa in un fuoco spaventevole per i molti peccati di vanità da me commessi nella mia gioventù; ma in questa grande solennità, la Regina del Cielo scese in mezzo alla fiamme del Purgatorio e mi liberò insieme ad un gran numero di defunti, per entrare in Cielo nel dì della Assunzione. Questo grande atto di clemenza lo esercita ogni anno: e nell'attuale circostanza, il numero di coloro che liberò uguaglia quello del popolo di Roma.»

«Vedendo che la sua figlioccia rimaneva stupita ed ancora sembrava dubbiosa, la comparsa aggiunse: «A prova della verità delle mie parole sappi che tu stessa entro un anno, nella festa dell'Assunzione, morirai; se passa questo termine, abbi il tutto per illusione».

S. Pietro Damiani termina questo racconto dicendo che la giovane dama passò l'anno in buone opere per prepararsi a comparire innanzi a Dio. L'anno seguente, l'antivigilia dell'Assunzione, cadde inferma e morì il giorno stesso della festa, come le era stato predetto.

Dunque la festa dell'Assunzione è il gran giorno delle misericordie di Maria per le anime; essa si compiace d'introdurre nella gloria i suoi figli nel dì anniversario in cui vi fu introdotta ella stessa «Questa pia credenza, aggiunge l'abate Louvet, è appoggiata ad un gran numero di particolari rivelazioni: per questo a Roma la chiesa di Santa Maria in Montorio, che è il centro dell'Arciconfraternita dei suffragi pei trapassati, porta il titolo dell'Assunzione».

 

CAPITOLO IV

Consolazioni delle anime. - Gli Angeli. - Pietro de Basco. - La beata Emilia domenicana. - Aiuto dei santi alle anime del Purgatorio.

Oltre le consolazioni che le anime ricevono dalla Santa Vergine, sono ancora aiutate e consolate dai santi Angeli, sopratutto dai loro angeli custodi. Insegnano i Dottori che la missione tutelare dell'angelo custode non termina che all'entrata. del suo protetto in Paradiso. Se, al momento della morte, un'anima in istato di grazia non è ancora degna di vedere la faccia di Dio, l'angelo custode la conduce al luogo delle espiazioni e con lei sta, per procurarle tutti i soccorsi e tutte le consolazioni che stanno in suo potere.

«È, dice il Padre Rossignoli, un'opinione assai comune fra i santi Dottori, che il Signore, il quale un giorno invierà i suoi angeli per riunire tutti i suoi eletti, di quando in quando li invia al Purgatorio, a visitare e consolare le anime sofferenti. Per queste senza dubbio non avvi più preziosa mitigazione il vedere gli abitanti della celeste Gerusalemme, con cui un giorno divideranno la eterna felicità. Le Rivelazioni di S. Brigida sono piene di fatti con simili, ed un gran numero ne offrono le Vite di parecchi altri santi».

Nella Vita del servo di Dio Pietro de Basco troviamo un fatto che mostra come i santi Angeli, anche mentre vegliano sulla terra alla nostra custodia, s'interessano pel sollievo delle anime del Purgatorio.

Pietro de Basco, fratello coadiutore della Compagnia di Gesù, che il suo biografo chiama Alfonso Rodrigues del Malabar, morì in odore di santità a Cochin, il 10 marzo 1645. Era nato in Portogallo dall'illustre famiglia di Machado.

Pietro de Basco aveva una gran divozione per le anime purganti, mirabilmente incoraggiata e secondata dal suo angelo custode. Ad onta delle molte sue fatiche, ogni giorno recitava il santo Rosario pei defunti. Un giorno, per dimenticanza, s'era posto a letto senza recitarlo: ma appena addormentato, fu svegliato dall'angelo custode: «Figlio mio, gli disse quel celeste spirito, le anime del Purgatorio aspettano l'ordinario obolo della vostra carità». Pietro si alzò subito per compiere quel pio dovere.

Se i santi Angeli per tal modo s'interessano per le anime del purgatorio in generale, facilmente si comprende che uno zelo tutto particolare avranno per quelle dei loro protetti. Nel convento di cui a Vercelli era priora la beata Emilia, religiosa domenicana, era un punto della regola il non bere fuor di pasto senza una espressa autorizzazione della superiora. Questa autorizzazione, la Beata costumava non concederla; essa animava le sue consorelle a far volentieri questo piccolo sacrifizio in memoria della sete ardente del Salvatore per la loro salute provata sulla croce. E per incoraggiarle, le consigliava di dare alcune gocce di quest'acqua al loro angelo custode, perché loro le riservasse nell'altra vita onde calmare gli ardori del Purgatorio. Il fatto seguente mostrò quanto quella pia pratica fosse gradita a Dio.

Una suora, per nome Cecilia Avogadro, venne un giorno a chiederle il permesso di rinfrescarsi, soffrendo una sete ardente. «Figlia mia, le disse la priora, fate questo legger sacrificio per amor di Dio ed in vista del Purgatorio. - Madre, non è tanto leggero questo sacrifizio: io muoio di sete», rispose la buona suora. Tuttavia, sebbene un po' afflitta, obbedì al consiglio della superiora. Quell'atto al tempo stesso di obbedienza e di mortificazione fu prezioso agli occhi di Dio e ben ne fu ricompensata suora Cecilia. - Moriva alcune settimane dopo, ed al termine di tre giorni, tutta raggiante di gloria comparve alla Madre Emilia: «O Madre mia, le disse, quanto vi sono riconoscente! Ero condannata ad un lungo purgatorio per aver troppo amata la mia famiglia ed ecco che al termine di tre giorni vidi venire nella mia prigione l'angelo custode, che teneva in mano un bicchiere d'acqua, di cui mi avete fatto fare il sacrifizio al divino Sposo: egli ha sparso quell'acqua sulle fiamme che mi divoravano, e tosto si spensero, ed io fui liberata. Spicco il volo al Cielo, ove non vi dimenticherà la mia riconoscenza». 

È in tal modo che gli Angeli di Dio aiutano e consolano le anime del Purgatorio.

Qui si potrebbe domandare se i santi ed i beati già coronati nel Cielo possano soccorrerle. - È certo, dice il Padre Rossignoli, e tale è l'insegnamento dei maestri di teologia sant'Agostino e san Tommaso. I Santi sono in questa parte potentissimi per via di supplicazione, o, come si dice, per via d'impetrazione, ma non di soddisfazione. In altri termini, i Santi del Cielo possono pregare per le anime del Purgatorio ed ottenere cosi dalla divina Misericordia la diminuzione della loro pena: ma non possono per esse soddisfare, cioè pagare i loro debiti alla divina giustizia: è questo un privilegio da Dio riservato alla sua Chiesa militante.

 

CAPITOLO V

Soccorsi concessi alle anime: i suffragi. - Opere meritorie, impetratorie, soddisfattorie. - S. Geltrude Giuda Maccabeo - S. Agostino.

Se con tanta bontà Dio consola le anime, la sua misericordia si manifesta con maggior splendore nel potere concesso alla sua Chiesa d'abbreviare le loro pene. Volendo con clemenza eseguire le severe sentenze della sua giustizia, concede riduzioni e mitigazioni di pena, ma lo fa in una maniera indiretta e per mezzo dei vivi; è a noi che concede ogni potere di soccorrere i nostri fratelli addolorati, per via di suffragio, ossia per mezzo d'impetrazione e di soddisfazione.

La parola suffragio nella lingua ecclesiastica è sinonimo di preghiera: però quando il Concilio di Trento definì che le anime purganti possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli, il senso della parola suffragio diventa più esteso: in generale comprende tutto quanto possiamo offrire a Dio in favore dei trapassati. Ora in tal modo noi possiamo offrire, non soltanto preghiere, ma tutte le nostre buone opere, in quanto sono impetratorie e soddisfattorie.

Per comprendere questi termini, osserviamo che ognuna delle nostre buone opere compita in istato di grazia d'ordinario ha agli occhi di Dio un triplice valore.

1° È meritoria, cioè aggiunge ai nostri meriti diritto ad un nuovo grado di gloria in Cielo.

2° È impetratoria (impetrare, ottenere), ossia a guisa d'una preghiera ha la virtù di ottenere da Dio qualche grazia.

3° È soddisfattoria, ossia come un valore particolare è adatta a soddisfare alla divina giustizia, a pagare i nostri debiti di pene temporali dinanzi a Dio.

Il merito è inalienabile, e rimane proprio della persona che fa l'azione. All'incontro, il valore impetratorio e soddisfattorio può profittare ad altri, in virtù della comunione dei Santi.

Esposte queste nozioni, facciamo questa domanda pratica: Quali sono i suffragi, coi quali, secondo la dottrina della Chiesa, possiamo aiutare le anime del Purgatorio?

A questa domanda si risponde: Sono le preghiere, le limosine, i digiuni e qualunque penitenza, le indulgenze soprattutto e il santo sacrifizio della Messa.

Tutte queste opere, compite in istato di grazia, Gesù Cristo ci permette d'offrirle alla divina Maestà pel sollievo dei nostri fratelli del Purgatorio, e Dio le applica a quelle anime secondo le regole della sua giustizia e della sua misericordia.

Con questa ammirabile disposizione, sempre salvando e garentendo i diritti della sua giustizia il nostro Padre celeste moltiplica gli effetti della sua misericordia, che per tal modo al tempo stesso si esercita nella Chiesa purgante e nella Chiesa militante. Il soccorso misericordioso che ci permette di portare ai nostri sofferenti fratelli a noi stessi apporta un frutto eccellente; è un'opera non soltanto vantaggiosa pei defunti, ma santa ancora e salutare pei vivi: sancta et salubris est cogitatio pro defunctis orare.

Nelle Rivelazioni di S. Geltrude leggiamo che, avendo un'umile religiosa della sua comunità con una piissima morte coronato una vita esemplare, Dio si degnò mostrare alla santa lo stato di questa defunta. Vide Geltrude la sua anima, ornata di una ineffabile bellezza e cara a Gesù, che con amore la riguardava. Tuttavia, per alcune leggere negligenze non espiate, non poteva ancora entrare nella gloria, ed era obbligata a scendere nel fosco soggiorno dei patimenti. Appena era scomparsa in quelle profondità, la santa la vide ricomparire ed alzarsi al Cielo, portata dai suffragi della Chiesa: Ecclesiae precibus sursum ferri.

Già nell'antica legge, si facevano preghiere e si offrivano sacrifizi pei morti. Riferisce la Scrittura, lodando l'azione pietosa di Giuda Maccabeo dopo la vittoria che riportò sopra Gorgia, generale del re Antioco, che quella vittoria costò la vita ad un certo numero di soldati israeliti. Questi soldati avevano commesso un fallo, pigliando fra le spoglie del nemico oggetti consacrati agl'idoli, il che era proibito dalla legge. Fu allora che Giuda, capo dell'armata d'Israele, ordinò preghiere e sacrifizi per la remissione del loro peccato e pel sollievo delle loro anime. Ecco il passo ove la Scrittura narra questi fatti (II Macc., XII, 39).

Dopo il sabato Giuda andò colla sua gente a prendere i corpi degli uccisi per riporli coi loro parenti nei sepolcri dei loro nazionali, Ed in seno agli uccisi trovarono delle cose donate agli idoli che erano già in Anania, le quali sono cose proibite pei Giudei secondo la legge; e tutti conobbero evidentemente che per questi quelli erano periti.

E tutti benedissero i giusti giudizi del Signore, il quale aveva manifestato il male nascosto.

E perciò, rivoltisi all'orazione, pregarono che fosse posto in dimenticanza il delitto commesso. Ma il fortissimo Giuda esortava il popolo a conservarsi senza peccato, mentre avevano veduto coi propri occhi quel che era avvenuto a causa del peccato di quelli che rimasero uccisi.

E fatta una colletta, mandò a Gerusalemme dodicimila dramme d'argento, perché si offrisse sacrifizio pei peccati di quei defunti, rettamente e piamente pensando intorno alla risurrezione.

(Perocchè s'ei non avesse avuto la speranza che que' defunti avessero a risuscitare, superflua cosa e inutile sarebbe parsa a lui l'orazione pei morti).

E considerando che per quelli che si erano addormentati nella pietà, si serbava una grande misericordia.

Santo dunque e salutare è il pensiero di pregare pei defunti, affinché siano sciolti dai loro peccati.

Nella nuova Legge abbiamo il divin sacrifizio della Messa, di cui i vari sacrifizi della Legge mosaica non erano che deboli figure. Il Figliuolo di Dio l'istituì, non soltanto come degno omaggio dalla creatura reso alla divina Maestà, ma ancora come una propiziazione pei vivi e pei morti, ossia come un mezzo efficace di placare la giustizia di Dio, irritata dai nostri peccati.

La santa Messa fu celebrata pei defunti sin dal principio della Chiesa. «Noi, scriveva Tertulliano nel secolo III, celebriamo l'anniversario dei martiri, noi offriamo il Sacrifizio pei defunti nel giorno anniversario della loro morte».

«Non c'è dubbio, scrive S. Agostino, che le preghiere della Chiesa, il salutare Sacrifizio e le limosine distribuite pei defunti, sollevano le anime e fanno che Dio le tratti con maggior clemenza di quella meritata dai loro peccati. È la pratica universale della Chiesa, pratica che essa osserva come ricevuta dai suoi padri, ossia dai santi Apostoli.»

S. Monica, la degna madre di S. Agostino, morendo, non domandava che una cosa al suo figlio, ossia che di lei si ricordasse all'altare del Signore, ed il santo Dottore, riferendo questa commovente circostanza nel libro delle sue Confessioni, tutti scongiura i suoi lettori ad unirsi a lui per raccomandarla a Dio nel santo Sacrifizio.

Volendo ritornare in Africa, S. Monica venne con Agostino ad Ostia per imbarcarvisi, ma cadde inferma e tosto sentì vicina la sua morte. «Qui, disse a suo figlio, seppellirete la vostra madre. La sola cosa che vi domando, è che vi ricordiate di me all'altare del Signore: ut ad altare Domini memineritis mei».

«Mi si perdonino, aggiunse S. Agostino, le lagrime che allora io versai, perché non era d'uopo piangere quella morte che non era che l'entrata nella vera vita. Tuttavia considerando cogli occhi della fede la miseria della nostra natura decaduta poteva dinanzi a voi, o Signore, spargere altre lagrime da quelle della carne, le lagrime che scorrono pensando al pericolo in cui si trova ogni anima che peccò in Adamo.

«Certamente la madre mia visse in modo da glorificare il vostro nome colla viva sua fede e colla purezza dei suoi costumi: tuttavia, potrò io asserire che nessuna parola contraria alla santità della vostra legge sia uscita dalle sue labbra? Ohimè! che mai è la vita più santa, se voi l'esaminate col rigore della vostra giustizia?

«Ed è per questo, o Dio del mio cuore, mia gloria e mia vita, che io lascio da parte le buone opere fatte da mia madre, per chiedervi soltanto il perdono dei suoi peccati. Esauditemi, per le sanguinose ferite di chi per noi morì sulla croce e che ora seduto alla vostra destra, è nostro intercessore.

«Ben so che la madre mia usò sempre misericordia, di tutto cuore perdonò le offese, condonò i debiti con lei contratti: dunque anche a lei rimettete i suoi debiti, se nei lunghi anni della sua vita con voi ne ha contratti. Perdonatele e non entrate con lei in giudizio, giacché vere sono le vostre parole: misericordia voi avete promesso ai misericordiosi.

«Questa misericordia, credo, o Dio mio che già a lei voi l'avete fatta: ma accettate l'omaggio della mia preghiera. Ricordatevi che nel momento del suo transito all'altra vita la vostra serva non pensò per il suo corpo, né a pomposi funerali, né a preziosi profumi; non domandò un magnifico sepolcro, né che fosse trasportata in quello che si era fatto costruire a Tagaste, sua patria, ma solamente che di lei ci ricordassimo al vostro altare, di cui apprezzava i misteri. Voi lo sapete, o Signore: in tutti i giorni della sua vita prendeva parte a questi divini misteri, che contengono la Vittima santa, il cui sangue cancellò il chirografo di nostra condanna.

«Riposi dunque in pace con mio padre, suo marito, collo sposo al quale fu fedele nei giorni della sua unione e fra le tristezze della sua vedovanza, con colui di cui si era fatta l'umile serva per guadagnarlo a voi, o Signore, colla sua dolcezza e colla sua pazienza. E voi, o mio Dio, ispirate a tutti quelli che leggeranno queste linee di ricordarsi al vostro altare di Monica, vostra serva, e di Patrizio, che fu suo sposo. Oh! Che tutti quelli che ancora vivono nella luce fallace di questo mondo, si ricordino dunque pietosamente dei miei genitori, onde l'ultima preghiera di mia madre moribonda oltre gli stessi suoi voti sia esaudita».

Questo bel passo di S. Agostino ci mostra il sentimento di quel grande Dottore riguardo ai suffragi pei morti; chiaramente fa vedere come il primo ed il più potente di tutti i suffragi il santo sacrifizio della Messa.

 

CAPITOLO VI.

Soccorsi concessi alle anime: la santa Messa. - Giubileo di Leone XIII; solenne commemorazione dei morti nella prima domenica di settembre. Un religioso cistercense liberato dall'Ostia santa. - Il B. Enrico Susone.

Noi vedemmo, ed ancora vediamo il santo entusiasmo col quale volle la Chiesa celebrare il giubileo sacerdotale del venerato suo Capo, il papa Leone XIII. Tutti i fedeli del mondo vennero a Roma, sia personalmente, o almeno col cuore, a deporre ai piedi del Vicario di Gesù Cristo i loro omaggi e le loro offerte: tutta intera la Chiesa militante esultò di gioia in mezzo alle lunghe sue prove.

A questa allegrezza fu associata la Chiesa trionfante colla canonizzazione e beatificazione d'un numeroso gruppo delle gloriose sue membra: e non doveva prendervi parte anche la Chiesa purgante?

Lo comprese Leone XIII, sempre guidato dallo Spirito Santo quando opera qual pastore supremo. Il Papa, con una lettera - enciclica, datata dal l° aprile 1888, stabilì che in tutto il mondo si celebrasse una solenne commemorazione dei morti nell'ultima domenica del mese di settembre.

Dopo d'aver parlato con meraviglioso ardore della Chiesa militante, manifestò la sua gioia perché con essa si rallegrò la Chiesa trionfante: «Per mettere, dice il S. Padre, in qualche guisa il colmo a questa gioia comune, desideriamo che nel modo a noi il più possibilmente largo si compia il dovere della nostra carità apostolica estendendo la pienezza degl'infiniti tesori spirituali anche a quei figli amatissimi della Chiesa i quali, essendo morti da giusti, abbandonarono questa vita di combattimento col segno della fede e divennero i rampolli della mistica vigna, abbenchè non sia loro permesso d'entrare nella pace eterna, se non dopo d'aver pagato sino all'ultimo obolo il debito contratto colla giustizia di Dio.

«A ciò siamo indotti e dai pii desideri dei cattolici, ai quali sappiamo che la nostra risoluzione tornerà sommamente cara, e dalla spaventevole atrocità delle pene che soffrono le anime dei defunti; ma particolarmente c'inspiriamo all'uso della Chiesa, la quale, anche nelle più liete solennità dell'anno, non dimentica di fare la santa e salutare commemorazione dei defunti, onde siano assolti dai loro falli.

«E per questo, siccome è certo, secondo la dottrina cattolica, che le anime ritenute nel Purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli e sopratutto dall'augusto Sacrifizio dell'altare, Noi pensiamo non poter loro dare pegno più utile e desiderabile del nostro amore, che dappertutto moltiplicando, per l'espiazione delle loro pene, la pura offerta del santissimo Sacrifizio del divin nostro Mediatore».

Che di quanto si possa fare a favore delle anime del Purgatorio, niente vi sia tanto prezioso quanto l'immolazione del divin Salvatore all'altare, oltre essere dottrina espressa della Chiesa, manifestata nei suoi Concili, è confermato da molti fatti miracolosi, autentici, che tolgono al proposito ogni dubbio.

Già parlammo d'un religioso di Chiaravalle liberato dal Purgatorio per le preghiere di S. Bernardo e della sua comunità. Questo religioso, la cui regolarità aveva lasciato a desiderare, era dopo morte comparso a S. Bernardo per domandare straordinari soccorsi. Il santo abate, con tutti i fervorosi suoi discepoli, s'affrettò di far offrire preghiere; digiuni e messe pel povero defunto. Questi fu ben presto liberato, e pieno di riconoscenza era comparso ad un vecchio della comunità che per lui in modo particolare si era interessato. Interrogato circa l'opera d'espiazione che a lui aveva recato maggior profitto, invece di rispondere, prese per mano il vecchio, lo condusse alla chiesa ove in quel momento si celebrava la Messa: «Ecco, disse, mostrando l'altare, la grande forza liberatrice, che ruppe le mie catene! ecco il prezzo del mio riscatto: è l'Ostia salutare che toglie i peccati del mondo!»

Ecco un altro fatto, riferito dallo storico Ferdinando di Castiglia e citato dal Padre Rossignoli. Fra gli studenti dei corsi superiori dell'università, si trovavano a Colonia due religiosi domenicani di distinto talento, uno dei quali era il beato Enrico Susone. Gli stessi studi, lo stesso genere di vita, e sopratutto lo stesso gusto per la santità, avevano loro fatto contrarre un'intima amicizia e vicendevolmente si comunicavano i favori che ricevevano dal Cielo.

Terminati i loro studi, vedendosi alla vigilia di separarsi per ritornare ognuno al proprio convento, s'accordarono e si promisero a vicenda che il primo dei due che morisse sarebbe soccorso dall'altra, per un anno intero, con due messe per settimana: il lunedì, una messa da Requiem, secondo l'uso, ed il venerdì quella della Passione, per quanto lo permettessero le rubriche. Assunto l'impegno, si diedero il bacio di pace ed abbandonarono Colonia.

Per parecchi anni continuarono, ognuno da parte sua, a servir Dio col più edificante fervore. Il religioso il cui nome non è espresso, fu il primo chiamato al giudizio, e il beato Susone ne ricevette la notizia con grandi sentimenti di sommissione alla divina volontà. Quanto all'impegno preso, il tempo gliela fece dimenticare. Pregava molto pel suo amico, a suo favore s'imponeva nuove penitenze e molte sante opere, ma non pensava a dire le convenute messe.

Stando una mattina a meditare in disparte, tutto ad un tratto vide comparire dinanzi a lui il defunto suo amico, il quale, teneramente guardandolo, gli rimprovera d'esser stato infedele ad una promessa data, accettata, sulla quale aveva diritto di contare con confidenza. Il beato, sorpreso, si scusò della sua mancanza, enumerando le orazioni e mortificazioni fatte e che continuava a fare per un amico, la cui salvezza gli era non meno preziosa della sua. «E forse, fratel mio, aggiunse, che non vi bastano tante preghiere e buone opere che per voi offrii a Dio? - Oh! no, rispose l'anima sofferente: ciò non basta: è il sangue di Gesù Cristo che deve spegnere le fiamme da cui son consumato; è l'augusto Sacrifizio che mi riscatterà da questi spaventevoli tormenti. Dunque, ve ne scongiuro, mantenete la vostra parola, e non rifiutatemi ciò che giustamente mi dovete».

Il beato si affrettò a rispondere a quell'infelice che al più presto avrebbe soddisfatto al suo obbligo, e che per riparare il suo fallo, avrebbe celebrato e fatto celebrare un numero di messe maggiore della promessa.

Infatti, all'indomani, parecchi sacerdoti, pregati dal beato Susone, offrirono pure per lui il santo Sacrificio, e lo stesso atto di carità si continuava nei giorni seguenti. Passato un po' di tempo, di nuovo apparve l'amico al beato Susone, ma in tutt'altro stato: aveva la gioia sul volto, ed una purissima luce lo circondava. «Oh! grazie, mio amico! gli dissi; ecco che pel sangue del Salvatore sono liberato dalle pene. Salgo al Cielo per contemplar Colui che tanto spesso assieme adorammo sotto i veli eucaristici». Il beato Susone si prostrò per ringraziare il Dio d'ogni misericordia, e meglio comprese l'inestimabile prezzo dell'augusto Sacrifizio dei nostri altari.

 

CAPITOLO VII

Soccorsi concessi alle anime: la santa Messa. - S. Elisabetta e la regina Costanza. - S. Nicola da Tolentino. - Il Padre Gérard. - Il trentenario o le trenta messe di S. Gregorio. - Lacordaire e un principe polacco.

Nella Vita di S. Elisabetta di Portogallo leggiamo, che dopo la morte della sua figlia Costanza, conobbe il triste stato della defunta nel Purgatorio ed il prezzo da Dio voluto pel suo riscatto. La giovine principessa. da poco tempo maritata al re di Castiglia, fu da una inaspettata morte rapita all’affetto della sua famiglia e dei suoi sudditi. Elisabetta, conosciuta questa triste notizia, col re suo marito recassi nella città di Santarena; un eremita, uscito dalla sua solitudine, si mise a correre dietro al corteo reale, gridando, che doveva parlare colla regina. Lo respinsero le guardie, ma la santa, essendosi accorta della sua insistenza, ordinò che a lei si conducesse quel servo di Dio.

Trovatosi alla sua presenza, le raccontò che più di una volta, mentre pregava nel suo eremitaggio, gli era apparsa la regina Costanza, e con molto calore l'aveva scongiurato di far sapere a sua madre che gemeva nel fondo del Purgatorio, che era condannata a lunghe e dolorose pene, ma che sarebbe stata liberata, se per un anno per lei ogni giorno si celebrasse la santa Messa. ­ I cortigiani che avevano udito questa partecipazione, ne fecero le più grasse risa, e trattarono l'eremita da visionario, da intrigante e da pazzo.

Quanto ad Elisabetta, si volse al re e gli domandò che cosa ne pensasse. « Io credo, rispose il principe, che è cosa da saggio il far ciò che ci è indicato da questa voce straordinaria; alla fin fine, far celebrare messe per la cara nostra defunta, è un'opera al tutto paterna e cristiana». Fu perciò incaricato di questa cosa un santo prete, Ferdinando Mendez.

Al termine dell'anno. Costanza apparve a S. Elisabetta, vestita di bianco e raggiante di gloria. «Oggi, madre mia, le disse, sono liberata dalle pene del Purgatorio, e salgo al Cielo». - La santa, ripiena di consolazione e di gioia, si portò alla chiesa a ringraziare il Signore. Vi trovò il Padre Mendez, che le disse d'aver dal giorno innanzi terminato di celebrar le trecentosessantacinque messe di cui gli aveva dato l'incarico. Allora la regina comprese che Dio aveva mantenuta la promessa fattale dal pio eremita, e ne testificò la sua riconoscenza versando abbondanti limosine a favore dei poveri.

Ci liberaste dai nostri persecutori e confondeste quelli che ci odiavano (Salmo 43). Queste furono le parole che all'illustre S. Nicola da Tolentino indirizzavano le anime che aveva liberate per esse offrendo il sacrifizio della Messa. ­ «Una delle più grandi virtù di questo ammirabile servo di Dio, dice il Padre Rossignoli, fu la sua carità, il suo attacco alla Chiesa sofferente. Per essa sovente digiunava a pane ed acqua, crudelmente si flagellava, e attorno alle reni si metteva una catena di ferro strettamente serrata. Quando a lui si aprì il santuario, e si volle farlo sacerdote, indietreggiò dinanzi a quella sublime dignità, e ciò che finalmente lo decise a lasciarsi porre le mani, fu il pensiero che, celebrando ogni dì avrebbe potuto con maggior efficacia giovare alle care anime del Purgatorio. Da parte loro le anime che con tanti suffragi sollevava, più volte gli apparvero per ringraziarlo o per raccomandarsi alla sua carità».

Ecco effetti soprannaturali d'un genere diverso, ma che rendono ugualmente sensibile la efficacia della Messa per i defunti. Lo troviamo nelle Memorie del Padre Gérard, missionario gesuita inglese e confessore della fede nelle persecuzioni d'Inghilterra del secolo XVI. Dopo di aver raccontato come ricevette l'abiura d'un gentiluomo protestante, ammogliato con una sua cugina, il Padre Gérard aggiunge: «Questa conversione ne produsse un'altra, accompagnata da circostanze assai straordinarie. Il mio novello convertito andò a trovare un suo amico, pericolosamente infermo: era un uomo schietto, ritenuto nell'eresia più da illusione che da altri motivi. Il visitatore, vivamente insistendo perché si convertisse e pensasse all'anima sua, da lui ebbe la promessa di confessarsi. L'istruì in ogni cosa, gli insegnò ad eccitare nella sua anima il dolore dei suoi peccati, ed andò a cercare un prete. Stentò molto a trovarne uno, e in questo frattempo l'infermo morì. - Prima di spirare, il povero moribondo aveva spesso domandato se ritornava il suo amico col medico che aveva promesso di condurgli: così chiamava il prete cattolico.

«Quanto avvenne in seguito sembrò dimostrare che Dio aveva gradito la buona volontà del defunto. Le notti che tennero dietro alla morte la sua moglie, protestante, vide nella stanza una luce che si moveva attorno a lei e penetrava sino nella sua alcova. Spaventata, volle che le sue donne di servizio dormissero nella camera; ma queste videro niente, benché la luce continuasse a comparire agli occhi della padrona. La povera dama mandò a chiamare l'amico, di cui il suo marito con tanto ardore aveva aspettato l'arrivo, gli espose ciò che avveniva, e domandò che si dovesse fare.

«Questo amico, prima di rispondere, consultò un prete cattolico. Il prete gli disse che, probabilmente, quella luce era per la moglie del defunto un segno soprannaturale, col quale Dio l'invitava a ritornare alla vera fede. La dama fu vivamente impressionata da quelle parole, aprì il suo cuore alla grazia e alla sua volta si convertì.

«Una volta cattolica, per molto tempo fece celebrare la Messa nella sua camera, ma la luce ritornava sempre. Il prete, dinanzi a Dio considerando le circostanze, pensò che il defunto, salvato pel suo pentimento accompagnato dal desiderio della confessione, si trovava nel Purgatorio ed abbisognava di preghiere. Consigliò alla dama di far dire la Messa per lui per trenta giorni, conforme al vecchio uso dei cattolici inglesi. Lo fece la buona vedova, e la notte del trentesimo giorno, invece d'una luce, ne apparsero tre: due sembravano sostenerne un'altra. Le tre luci entrarono nell'alcova, poscia salirono al Cielo per non più ritornare. - Queste misteriose luci sembrano aver significato le tre conversioni e l'efficacia del sacrifizio della Messa per aprire ai defunti l'entrata del Cielo».

Il trentenario, o le trenta messe che si dicono per trenta giorni consecutivi, non è solo un'usanza inglese, come la chiama il P. Gérard, ma è molto diffuso in Italia e negli altri paesi della cristianità. Queste messe si chiamano le trenta messe di S. Gregorio, perché sembra che il pio costume risalga a questo santo Papa: Ecco ciò ch'egli ci riferisce nei suoi Dialoghi:

Un religioso, al monastero chiamato Giusto, aveva ricevuto e conservato in proprietà tre scudi d'oro. Era un fallo grave contro il suo voto di povertà: fu scoperto e scomunicato. Questa pena salutare lo fece rientrare in se stesso, ed alcun tempo dopo morì con veri sentimenti di pentimento. Intanto S. Gregorio, per ispirare a tutti i fratelli un vivo orrore del delitto di proprietà in un religioso, non per questo levò la scomunica. Giusto fu sepolto in disparte, e nella fossa si gettarono i tre scudi, mentre i religiosi tutti assieme ripeterono la parola di S. Pietro a Simon mago: Pecunia tua tecum sit in perditionem: perisca con te il tuo denaro.

Alcun tempo dopo, il santo abate, giudicando che lo scandalo fosse abbastanza riparato, e mosso a compassione per l'anima di Giusto, chiamò l'economo, e con tristezza gli disse: «Dal momento della sua morte il defunto nostro fratello è tormentato dalle fiamme del purgatorio: noi dobbiamo per carità sforzarci di liberarlo. Andate dunque, e cominciando da oggi, procurate che il santo Sacrifizio sia per lui offerto per trenta giorni; non lasciatene passar uno solo senza immolar l'Ostia di propiziazione per la sua liberazione».

Puntualmente obbedì l'economo. Nel corso dei trenta giorni furono celebrate le trenta messe. Ora venuto il trentesimo giorno e finita la trentesima messa, comparve il defunto ad un confratello chiamato Copioso, dicendo: «Benedite Dio, fratel mio: oggi stesso sono liberato ed ammesso nella società dei Santi».

Da quel punto si stabilì il pio uso di far celebrare per i defunti trentenari di messe.

Il celebre padre Lacordaire, al cominciare le conferenze sulla immortalità dell'anima, che, pochi anni prima della sua morte, rivolgeva agli allievi di Sorèze, loro raccontava il seguente fatto: «Il principe polacco di X..., incredulo e materialista confesso, stava componendo un'opera contro l'immortalità dell'anima; ed era sul punto di mandarla alla stampa, quando, passeggiando un giorno nel suo giardino, una donna tutta in lacrime si getta ai suoi piedi e coll'accento del più profondo dolore gli dice: «Mio buon principe, il mio marito muore... Forse in questo momento la sua anima travasi nel Purgatorio fra i patimenti!... Io sono in tale miseria che non ho neanche la piccola somma che occorrerebbe per far celebrare la messa dei defunti. Degnatevi soccorrermi in favore del mio povero marito!»

«Sebbene il gentiluomo fosse convinto che quella donna era ingannata dalle sue credulità, non ebbe il coraggio di respingerla. Cerca una moneta d'oro, gliela dà, e la donna corre alla chiesa, a pregare il sacerdote che offra qualche messa pel suo marito.

«Cinque giorni dopo, verso sera, il principe, ritirato e chiuso nel suo gabinetto, rileggeva il suo manoscritto e ritoccava alcune particolarità, quando, alzando gli occhi, vide a due passi da sé un uomo vestito come i contadini del paese: «Principe, gli disse lo sconosciuto, vengo a ringraziarvi. Io sono il marito di quella povera donna che vi supplicava, pochi giorni fa, di darle un'elemosina, onde fosse offerto il sacrifizio della Messa pel riposo dell'anima mia. La vostra carità fu accetta a Dio, ed egli mi permise di venire a ringraziarvi».

«Dette queste parole, il contadino polacco come un'ombra scomparve. Indicibile fu l'emozione del principe, e per lui ebbe questo risultato: mise sul fuoco la sua opera, e tanto bene si arrese alla verità, che volle che a tutti manifesta fosse la sua conversione, in cui perseverò fino alla morte».

 

CAPITOLO VIII.

Sollievo delle anime: potenti effetti della Messa. La sorella di S. Malachia.

Gli annali dell'Ordine serafico ci parlano di un santo religioso chiamato Giovanni d'Alvernia, che ardentemente amava Nostro Signor Gesù Cristo, e nello stesso amore abbracciava le anime redente dal suo sangue ed al suo cuore tanto care. Le sofferenti nelle prigioni del Purgatorio avevano una larga parte nelle sue preghiere, nelle sue penitenze, nei suoi sacrifizi. Un giorno Dio si degnò fargli vedere gli ammirabili e consolanti effetti del divin Sacrifizio offerto nel giorno dei morti sui nostri altari. Celebrava il servo di Dio la Messa pei defunti in quella solennità, quando rapito in ispirito, vide aperto il Purgatorio e le anime che ne uscivano liberate in virtù del Sacrifizio di propiziazione: rassomigliavano ad innumerevoli scintille uscenti da una ardente fornace.

Non vi sarà da meravigliarsi dei potenti effetti della santa Messa, ove si consideri che questo è l'istesso Sacrifizio che il Figlio di Dio offrì sulla croce: «è lo stesso sacerdote, dice il Concilio di Trento; è la stessa vittima; non vi è che il modo d'immolazione che differisce»: sulla croce l'offerta fu cruenta, incruenta è sui nostri altari.

Ora il sacrifizio della croce essendo d'un prezzo infinito, quello dell'altare è agli occhi di Dio di uno stesso valore. Tuttavia osserviamo che l'efficacia di questo divin Sacrificio non è applicata ai defunti che in modo parziale, ed in una misura conosciuta dalla sola giustizia di Dio.

La passione di Gesù Cristo ed il prezioso suo sangue sparso per la nostra salute, sono un inesauribile oceano di meriti e di soddisfazioni. E' in virtù di questa santa passione che otteniamo tutti i doni e tutte le misericordie del Signore. La sola commemorazione che se ne fa per modo di preghiera, quando a Dio si offre il sangue dell'unico suo Figlio per implorare la sua misericordia, questa preghiera, dico, in tal modo appoggiata alla passione di Gesù Cristo, è d'un gran potere dinanzi a Dio.

Molti cristiani non conoscono abbastanza la grandezza dei divini misteri che si compiono sui nostri altari: la debolezza della loro fede unita alla mancanza di cognizione, li impedisce di apprezzare il tesoro che possiedono nel divin Sacrifizio, e loro lo fa riguardare con una certa indifferenza. Ohimè! con doloroso rammarico vedranno più tardi quanto s'ingannarono! La sorella di san Malachia, arcivescovo d'Armagh in Irlanda, ne offre un vivo esempio.

Nella sua bella Vita di S. Malachia san Bernardo altamente loda la divozione di questo prelato per le anime del Purgatorio. Non essendo che diacono amava assistere ai funerali dei poveri ed alla messa che per essi si celebrava; accompagnava perfino i loro corpi al cimitero, con tanto maggior carità, quanto più d'ordinario vedeva questi infelici trascurati dopo la morte. Ma aveva una sorella, la quale, tutta ripiena di spirito mondano, trovava che il suo fratello, per tal modo facendosela coi poveri, si degradava, si avviliva, e con lui la sua famiglia. Essa gliene fece rimproveri, e col suo linguaggio mostrò che non comprendeva né la carità cristiana, né la divina eccellenza del sacrifizio della Messa. ­ Malachia non desistette per questo dall'umile sua carità, contentandosi di rispondere alla sua sorella che essa dimenticava gl'insegnamenti di Gesù Cristo, e che un giorno si sarebbe pentita delle indiscrete sue parole.

Intanto il Cielo non lasciò impunita l'imprudente temerità di quella donna: giovane ancora, morì, e andò a render conto al Giudice supremo della sua vita poco cristiana. Malachia aveva avuto motivo di lamentarsi di lei: morta che fu, dimenticò tutti i torti da essa ricevuti; più non pensando che ai bisogni dell'anima sua, offrì il santo Sacrifizio per lei e molto pregò. Tuttavia alla lunga, dovendo pregare per molti altri, perdette un po' di vista la sua povera sorella. «Si può credere, aggiunge il Padre Rossignoli, che Dio aveva permesso questa dimenticanza a punizione dalla insensibilità da lei dimostrata coi trapassati.

Checché ne sia, apparve al suo santo fratello in sogno. La vide Malachia che stava in mezzo al cortile che si stendeva dinanzi alla chiesa, triste, vestita di nero, chiedente la sua pietà, e lamentandosi che da trenta giorni più non l'aveva sollevata. Si svegliò di soprassalto e si ricordò difatti che da trenta giorni più non aveva celebrato la Messa per sua sorella. L'indomani ricominciò ad offrire per lei il santo Sacrifizio. Allora la defunta le apparve sulla porta della chiesa, assisa sopra la soglia e gemendo per non potervi entrare. Continuò Malachia nei suoi suffragi. Alcuni giorni dopo la vide entrare nella chiesa ed avanzarsi fino al mezzo, ma senza potere, ad onta di tutti i suoi sforzi, avvicinarsi all'altare. Bisognava dunque, aiutarla ancora, ed il santo offrì altre messe, Finalmente di lì a poco la vide vicino all'altare, vestita di magnifiche vesti, tutta raggiante di gioia e liberata dalle sue pene.

Da ciò si vede, aggiunge S. Bernardo, quanto grande sia l'efficacia del santo Sacrifizio per togliere i peccati, per combattere le avverse potenze, e per introdurre nel Cielo le anime che abbandonarono la terra.

 

CAPITOLO IX.

Sollievo delle anime: liturgia della Chiesa. - Commemorazione dei morti S. Odilone.

La Santa Chiesa possiede una particolare liturgia pei defunti: si compone di vespri, di mattutino, di lodi e della messa, comunemente chiamata Messa da Requiem. Commovente non meno che sublime è questa liturgia; attraverso al dolore ed alle lacrime fa agli occhi dei fedeli brillare la consolante luce della immortalità. Ella spiega pompa nei funerali dei suoi figli, e particolarmente nel giorno solenne della Commemorazione dei morti. La santa Messa ha il primo posto, è come il centro divino al quale tutte si riferiscono le altre preghiere e cerimonie. Il giorno dopo Ognissanti, nella grande solennità dei trapassati, tutti i preti devono celebrare il Sacrifizio pei defunti, mentre i fedeli si fanno un dovere di assistervi, e di più offrire la santa comunione, preghiere e limosine, per sollevare i loro fratelli del Purgatorio.

Antichissima è questa festa dei defunti. Fin dal principio la Chiesa pregò pei suoi figli trapassati: cantava salmi, recitava preghiere, offriva la santa Messa pel riposo delle loro anime. Intanto non vediamo che vi fosse una festa particolare per raccomandare a Dio in generale tutti i morti. Non fu che nel secolo X, che la Chiesa, sempre diretta dallo Spirito Santo, istituì la commemorazione di tutti i fedeli defunti, per impegnare i fedeli viventi a compiere colla maggior cura e fervore il grande dovere della preghiera per i morti, ordinato dalla cristiana carità.

La culla di questa commovente solennità fu l'abbazia di Cluny. S. Odilone, che ne era l'abate sulla fine del secolo X, colla sua carità verso il prossimo edificava la Francia. Estendendo sino ai morti la sua compassione, non cessava di pregare e di far pregare per le anime del Purgatorio. Fu questa tenera carità che gli inspirò di stabilire nel suo monastero di Cluny, nonché in tutte le dipendenze, la festa della Commemorazione di tutti i trapassati. Si crede, dice lo storico Bérault, che vi fosse indotto da una celebre rivelazione, giacché in un modo miracoloso Dio degnossi manifestare quanto a lui era gradita la divozione di Odilone. Ecco come la cosa è riferita dagli storici:

Mentre il santo abate governava il suo monastero in Francia, viveva un pio eremita in una piccola isola sulle coste della Sicilia. Un pellegrino francese che ritornava da Gerusalemme, da una tempesta fu gettato su quello scoglio. L'eremita che andò a visitarlo, gli domandò se conosceva l'abbazia di Cluny e l'abate Odilone. «Certamente, rispose il pellegrino, li conosco e mi glorio di conoscerli; ma voi, come li conoscete? e perché mi fate questa domanda? - Odo spesso, replicò il solitario, gli spiriti maligni lamentarsi delle pie persone che, colle loro preghiere e limosine, liberano le anime dalle pene che soffrono nell'altra vita; ma particolarmente si lamentano di Odilone, abate di Cluny, e dei suoi religiosi. Quando dunque sarete arrivato nella vostra patria, in nome di Dio vi prego ad esortare quel santo abate ed i suoi monaci a raddoppiare le loro buone opere in favore delle povere anime».

Il pellegrino si recò all'abbazia di Cluny e fece la sua commissione. Perciò sant'Odilone ordinò che in tutti i monasteri del suo istituto, ogni anno si facesse, il giorno dopo d'Ognissanti, la commemorazione di tutti i fedeli trapassati, sin dalla vigilia recitando i vespri dei morti e l'indomani il mattutino, suonando tutte le campane e pei defunti celebrando una messa solenne. - Si conserva ancora il decreto che, nell'anno 998, fu fatto a Cluny, tanto per quel monastero quanto per tutti gli altri dipendenti. Ben presto una pratica tanto pia passò ad altre chiese, e dopo qualche tempo si rese pratica universale di tutto il mondo cattolico.

 

CAPITOLO X.

Sollievo delle anime: le messe pei defunti. - Il P. Giuseppe Anchieta, gesuita. - Il P. Giulio Mancinelli.

Si che nella liturgia cattolica v'è una messa speciale pei defunti, che celebrasi con paramenti neri e si chiama Messa da Requiem. Si potrebbe domandare se questa messa è più delle altre proficua alle anime. - Il sacrifizio della Messa, malgrado la diversità delle cerimonie, è sempre lo stesso, il sacrifizio infinitamente santo del corpo e del sangue di Gesù Cristo; ma come la messa dei morti contiene particolari preghiere per le anime, loro altresì ottiene soccorsi particolari, almeno tutte le volte che le regole liturgiche permettono al prete di celebrar in nero. Questa opinione, fondata sull'istituzione e sulla pratica della Chiesa, si trova confermata da un fatto che leggiamo nella Vita del venerabile Padre Giuseppe Anchieta.

Questo santo religioso della Compagnia di Gesù, a giusto titolo soprannominato il taumaturgo del Brasile, come tutti i santi aveva una grande carità per le anime del Purgatorio. Un giorno dell'ottava di Natale, in cui la Chiesa proibisce le messe da Requiem, il 27 dicembre, festa di S. Giovanni Evangelista, quell'uomo di Dio, con grande meraviglia di tutti, salì all'altare con parato nero e celebrò una messa da morto:

Il suo superiore, il Padre Nobrega, conoscendo la santità d'Anchieta, punto non dubitava che non operasse per divina ispirazione; tuttavia per togliere a quella condotta il carattere d'irregolarità che sembrava avere, lo riprese dinanzi a tutti i confratelli. «Eh! che, Padre mio, gli disse, non sapete che la Chiesa proibisce di celebrar oggi colle paramenta nere? Avete dunque dimenticato le regole liturgiche?» Il buon Padre, umile ed obbediente, con una rispettosa semplicità rispose che Dio gli aveva fatto conoscere la morte d'un Padre della Compagnia. Quel Padre, antico suo condiscepolo all'Università di Coimbra e che allora risiedeva in Italia nel Collegio della Santa Casa di Loreto, era morto in quella notte stessa. «Dio, aggiunse dandomene cognizione, mi fece comprendere che tosto doveva per lui offrire il Santo Sacrifizio, e fare tutto ciò che poteva per sollevare quell'anima. - Ma, osservò il superiore, sapete voi se la santa Messa celebrata come faceste gli è stata utile? - Sì, rispose modestamente l'Anchieta; immediatamente dopo la commemorazione dei morti, quando diceva quelle parole: A Dio Padre Onnipotente, all' unità del santo Spirito, ogni onore e gloria! il Signore mi fece vedere quella cara anima, liberata da ogni pena, salir al Cielo, ove l'aspettava la corona».

Le famiglie cristiane, nelle quali regna lo spirito di fede, si fanno un dovere di far celebrare un gran numero di messe pei loro morti; secondo la loro condizione e la loro fortuna, si rendono santamente prodighe, per moltiplicare i suffragi della Chiesa ed in tal modo sollevare le anime. Nella Vita della Regina Margherita d'Austria, moglie di Filippo III, si racconta che in un sol giorno, che fu quello delle sue esequie, nella città di Madrid, si celebrarono ventunomila messe pel riposo dell'anima sua. Quella principessa aveva chiesto nel suo testamento mille messe; il re ne fece aggiungere ventimila. - Quando l'arciduca Alberto morì a Bruxelles, la sua vedova, la pia Isabella, per lui fece celebrare quarantamila messe; e per tutto un mese, ella stessa ne udì dieci ogni giorno, colla più grande pietà.

Uno dei modelli più perfetti della divozione alla santa Messa e della carità verso le anime del Purgatorio, fu il Padre Giulio Mancinelli della Compagnia di Gesù. I sacrifizi offerti da quel degno religioso, dice il Padre Rossignoli, sembravano aver presso Dio una particolare efficacia pel sollievo dei defunti. Frequentemente gli apparivano anime per chiedergli la grazia d'una sola messa.

Cesare Costa, zio del Padre Mancinelli, era arcivescovo di Capua. Un giorno, incontrando il suo santo nipote vestito assai poveramente, ad onta del crudo freddo, con molta carità gli diede una limosina per procurarsi un mantello, Dopo qualche tempo, l'arcivescovo morì, ed il Padre essendo uscito per visitare i suoi infermi coperto della sua nuova veste, vide il defunto suo zio venire a lui tutto circondato di fiamme, supplicando di prestargli il suo mantello. Glielo diede il Padre e essendosene avvolto il defunto, tosto si spensero le fiamme. Comprese Mancinelli che quell'anima soffriva nel Purgatorio e che gli domandava di sollevarla nelle sue pene, a ricambio della carità usata a suo riguardo. Quindi, riprendendo il suo mantello, promise di pregare per lei col maggior fervore, sopratutto all'altare del Signore.

Fu tanto notorio questo fatto e produsse sì salutare impressione, che dopo la morte del Padre fu riprodotto sopra un quadro che si conserva nel Collegio di Macerata, sua patria. Vi si vede il Padre Giulio Mancinelli all'altare, colle vesti sacerdotali, e alquanto al di sopra della predella dell'altare, per significare i rapimenti con cui Dio lo favoriva. Dalla sua bocca escono scintille, immagini delle ardenti sue preghiere e del suo fervore durante il santo Sacrifizio. Al disotto dell'altare si vede il Purgatorio e le anime che vi ricevono i benefizi dei suoi suffragi. Al di sopra, due angeli attingono in vasi preziosi e versano una pioggia d'oro, simbolo delle benedizioni, delle grazie, delle liberazioni concesse a quelle povere anime, in virtù dei Sacrifizi del pio celebrante. Vi si vede ancora il mantello, di cui si parlò, ed una iscrizione in versi in questo senso: Oh veste miracolosa, data per preservare dai rigori del freddo e che in seguito servì a temperare gli ardori del fuoco! È in tal modo che la carità riscalda o rinfresca secondo la natura dei mali che lieve sollevare.
 

CAPITOLO XI.

Sollievo delle anime: la S. Messa. - S. Teresa e Bernardino di Mendoza. - Molteplicità delle Messe e pompa delle esequie - Sante cerimonie della Chiesa e corone profane colle quali si copre il feretro.

Terminiamo quanto dicemmo della santa Messa col racconto di S. Teresa, intorno a Bernardino di Mendoza. Narra il fatto nel suo libro delle Fondazioni (capitolo X).

Il giorno dei morti, Bernardino di Mendoza aveva dato a S. Teresa una casa ed un bel giardino, posti a Valladolid, per fondarvi un monastero in onore della Madre di Dio. «Due mesi dopo, scrive la santa, quel gentiluomo d'un tratto cadde infermo e subito perdette la favella di modo che non poté confessarsi, sebbene con segni dimostrasse il desiderio di farlo e la viva contrizione che provava dei suoi peccati.

«Non tardò a morire, lungi dal luogo ove io mi trovava a quel tempo; ma Nostro Signore mi parlò e mi fece conoscere che era salvo, sebbene avesse corso grande pericolo di non esserlo. Su di lui si era diffusa la misericordia di Dio, per i doni fatti al convento della S. Vergine: tuttavia la sua anima non doveva uscire dal Purgatorio prima che nella novella casa fosse celebrata la prima Messa.

«Tanto profondamente sentii i patimenti di quell'anima che, ad onta del mio vivo desiderio di terminare il più presto la fondazione di Toledo, immediatamente partii per Valladolid.

«Un giorno che stava pregando a Medina del Campo, Nostro Signore mi disse di far presto, perché l'anima di Mendoza era in preda ai più vivi dolori. Perciò ripartii tosto, sebbene non vi fossi preparata, ed arrivai a Valladolid il giorno della festa di S. Lorenzo.

«Chiamai subito i muratori per alzare senza indugio i muri di clausura: ma siccome ciò richiedeva assai tempo, chiesi ad un vescovo l'autorizzazione di fare una cappella provvisoria per l'uso delle suore che mi avevano accompagnato. Avendola ottenuta, vi feci celebrare la messa, e alla comunione, nel momento in cui lasciai il mio luogo per avvicinarmi alla sacra mensa, vidi il nostro benefattore, il quale, colle mani giunte e col volto risplendente, mi ringraziava di quanto aveva fatto per trarlo dal Purgatorio. In seguito lo vidi pieno di gloria salire al Cielo. Ne fui tanto più contenta dacché non ardiva sperare un tal successo; poiché sebbene Nostro Signore mi avesse rivelato che la liberazione di quell'anima avrebbe tenuto dietro alla prima Messa celebrata nella casa, pensava che ciò dovesse intendersi della prima Messa, in cui il santo Sacramento sarebbe rinchiuso nel tabernacolo ».

Questo bel passo ci fa vedere, non soltanto l'efficacia della santa Messa, ma anche la tenera bontà colla quale Gesù Cristo s'interessa per le anime ed arriva sino a domandare in loro favore i nostri suffragi.

Giacché il divin Sacrifizio è tanto prezioso, qui si potrebbe domandare se un gran numero di Messe arrechi alle anime maggior sollievo che non un numero minore, ma compensato da magnifiche esequie, e da abbondanti limosine. La risposta a questa domanda si deduce dallo spirito della Chiesa, che è lo spirito dello stesso Gesù Cristo e l'espressione della sua volontà.

Ora la Chiesa esorta i fedeli a fare per i defunti preghiere, limosine ed altre buone opere, ad applicar loro le indulgenze, ma sopratutto a far celebrare la santa Messa ed assistervi. Dando sempre un posto particolare al divin Sacrifizio, approva ed usa (vari generi di suffragi, secondo le circostanze, la divozione e la condizione sociale del defunto e dei suoi eredi.

È un'usanza cattolica, che fin dalla più remota antichità religiosamente osservavano i fedeli, quella di far celebrare per i defunti solenni esequie e funerali splendidi, per quanto lo permettono i loro mezzi. La spesa che per ciò fanno è una limosina alla Chiesa, limosina che agli occhi di Dio sommamente innalza il prezzo del divin Sacrifizio ed il suo valore soddisfattorio pel defunto.

Tuttavia è buona cosa il regolare i funerali in modo da lasciar sempre mezzi sufficienti per un numero conveniente di Messe e per limosine ai poveri.

Ciò che si deve evitare, si è che venga dimenticato il carattere cristiano dei funerali e riguardate le funebri esequie, più che un grande atto di religione, una dimostrazione di mondana pompa.

Ciò che ancora devesi evitare sono i simboli di duolo al tutto profani e che non sono conformi alle cristiane tradizioni. Tali sono le corone di fiori, di cui con grandi spese si carica il feretro del morto. È una innovazione a giusta ragione disapprovata dalla Chiesa, alla quale Gesù Cristo confidò di regolare il culto e le sante cerimonie senza eccezione delle funzioni funebri. Quelle di cui si serve alla morte dei suoi figli sono venerabili per la loro antichità, piene di senso e di consolazione per la fede. Tutto l'apparecchio spiegato agli occhi dei fedeli, la croce e l'acqua benedetta, i lumi e l'incenso, le lagrime e le preghiere, inspirano la compassione per le anime, la fede nella divina misericordia e la speranza nell'immortalità.

Che mai avvi di somigliante nelle fredde corone di viole? Dicono niente all'anima cristiana; tutt'al più presentano un simbolo profano della vita mortale, simbolo che contrasta colla santa immagine della Croce e che è estraneo ai sacri riti della Chiesa.

 

CAPITOLO XII

Sollievo delle anime: la preghiera. Un religioso liberato dal Purgatorio colla preghiera. - Il P. Nieremberg e la corona del Rosario.

Dopo il santo sacrifizio della Messa, per sollevare le anime abbiamo moltissimi mezzi secondari, ma anche efficaci, quando siano impiegati con spirito di fede e di fervore.

Anzi tutto è la preghiera, la preghiera sotto tutte le forme. Con ammirazione parlano gli annali dell'Ordine serafico del frate Corrado d'Offida, uno dei primi discepoli di S. Francesco. Si distingueva per uno spirito di preghiera e di carità che grandemente contribuiva alla edificazione dei suoi confratelli. Fra questi eravene uno, giovane ancora, la cui condotta rilassata e turbolenta inquietava la santa comunità: ma per le preghiere e per le caritatevoli esortazioni di Corrado, interamente si corresse e si fece un modello di regolarità. Poco dopo questa felice conversione, morì, ed i fratelli fecero per l'anima sua i soliti suffragi.

Erano passati pochi giorni, quando frate Corrado, stando in orazione dinnanzi all'altare udì una voce che gli chiedeva il soccorso delle sue preghiere. - «Chi siete? chiese il servo di Dio. - Sono, rispose la voce, l'anima del giovane religioso che tanto bene riconduceste al fervore. ­ Ma non siete morto santamente? Avete ancora tanto bisogno di preghiere? - La mia morte, sì, fu buona, e sono salvo; ma per i miei vecchi peccati che non ebbi il tempo di espiare, soffro i più rigorosi castighi, e vi scongiuro a non negarmi il soccorso delle vostre orazioni». Tosto il buon frate, prostrandosi dinanzi al tabernacolo, recitò un Pater con un Requiem aeternam. ­ «O mio buon Padre, esclamò allora il comparso, quanto refrigerio mi procura la vostra preghiera! Oh! come mi solleva! Ve ne prego, continuate». Corrado divotamente ripeté la preghiera. «Padre amatissimo, ripigliò l'anima, ve ne scongiuro, ancora ancora!... Provo tanto sollievo quando pregate!...» Con novello fervore continuò il caritatevole religioso le sue preghiere, e fino a cento volte ripeté l'Orazione domenicale. Allora, con un accento d'indicibile gioia, il defunto gli disse: «Da parte di Dio vi ringrazio, o Padre diletto; sono del tutto liberato: vado al regno dei cieli».

Dal seguente esempio si vede come le menome preghiere, le più brevi suppliche tornano efficaci per addolcire le sofferenze delle povere anime,

«Lessi in qualche luogo, dice il Padre Rossignoli, che un santo vescovo, rapito in ispirito, vide un fanciullo, il quale con un amo d'oro e con un filo d'argento brava dal fondo di un pozzo una donna che vi annegava. - Dopo la sua orazione recandosi alla chiesa, scorse quello stesso fanciullo inginocchiato, che pregava sopra una tomba. «Che fai qui, buon fanciullo? gli domandò. - Recito, rispose questi, il Pater noster e l'Ave Maria per l'anima di mia madre, il cui corpo riposa in questo luogo.» Comprese subito il prelato che Dio aveva voluto mostrargli l'efficacia della preghiera più semplice; conobbe che l'anima di quella madre era liberata, che l'amo d'oro era il Pater, l'Ave Maria il filo d'argento».

Sappiamo poi che il S. Rosario tiene il primo posto tra le preghiere dalla Chiesa raccomandate ai fedeli; questa eccellente preghiera, sorgente di tante grazie pei vivi, è altresì in modo singolare efficace per sollievo dei morti. Ne abbiamo una prova parlante nella Vita del Padre Nieremberg, che altrove accennammo. Quel caritatevole servo di Dio, per sollevare le anime del Purgatorio, si imponeva frequenti mortificazioni accompagnate da preghiere. Non mancava di recitare ogni giorno il Rosario secondo la loro intenzione, e di guadagnar per esse quante più indulgenze poteva, divozione alla quale invitò i fedeli in un'opera speciale pubblicata su questa materia. Il rosario di cui si serviva era ornato di piccole medaglie ed arricchito di numerose indulgenze. Un giorno per caso lo perdette. e ne fu tutto afflitto, non già che quel santo religioso, il cui cuore a nulla era attaccato sulla terra, avesse qualche materiale attacco a quel rosario, ma perché con esso poteva procurare alle care sue anime gli abituali soccorsi.

Ebbe un bel cercare dappertutto, interrogare la sua memoria per ritrovare il pio tesoro: tutto fu inutile, e venuta la sera, fu obbligato a sostituire con orazioni comuni la indulgenziata sua preghiera. Mentre pregava, solo nella sua cella, udì sopra il soffitto un rumore simile a quello del suo rosario, tanto bene da lui conosciuto, ed alzando gli occhi vide realmente il suo rosario, tenuto da mani invisibili, scendere verso di lui e cadere ai suoi piedi con tutte le medaglie che vi erano attaccate. - Non dubitò che le mani invisibili che glielo portarono fossero quelle delle anime sollevate con questo mezzo. Si può pensare con qual novello fervore recitò le solite cinque decine, e quanto quella visione l'incoraggiò a perseverare in una pratica in modo tanto visibile favorita dal Cielo.

 

CAPITOLO XIII.

Sollievo delle anime: il digiuno, la mortificazione, la Comunione e la Via Crucis. - L'abate Louvet. - La ven. Maria d'Antigna e la Via Crucis - Indulgenze applicabili alle anime del Purgatorio. - Visione della B. Maria di Quito.

Dopo la preghiera viene il digiuno, ossia non soltanto il digiuno propriamente detto, che consiste nell'astinenza dal cibo, ma ancora tutte le opere di penitenza di qualunque natura siano. Bisogna ben, notare che qui non si tratta delle grandi austerità praticate dai Santi, ma di tutte le tribolazioni, di tutte le contrarietà della vita, come anche delle più piccole mortificazioni, dei più piccoli sacrifizi che c'imponiamo e che mettiamo in vista di Dio, e che si offrono alla sua divina misericordia pel sollievo delle anime.

Un bicchiere d'acqua che uno nega a se stesso quando ha sete, è ben poca cosa; considerato in se quest'atto, non si vede quale efficacia abbia per addolcire le terribili pene del Purgatorio. Ma tale è la divina bontà, che si degna accettarlo come un sacrifizio di grande valore. Mi si permetta, dice a questo riguardo l'abate Louvet, di citare un esempio quasi personale. Una delle mie parenti era religiosa in una comunità, che edificava, non per l'eroismo delle virtù che risplendono nei Santi, ma per una virtù tutta comune ed una condotta regolare. Ora, avvenne che perdette un'amica che aveva nel mondo; e dacché conobbe la notizia della sua morte, si fece un dovere di raccomandarla a Dio. Venuta la sera, sentendosi arsa dalla sete, il suo primo movimento fu di volersi rinfrescare, non opponendovisi d'altra parte in nessun modo la sua regola; ma, ricordando la defunta sua amica, ebbe il buon pensiero di negarsi quel piccolo sollievo in favore dell'anima sua, ed invece di bere il bicchiere d'acqua che teneva in mano, lo versò, pregando Dio di usar misericordia alla defunta. - Ciò ricorda come il re Davide, trovandosi colla sua armata senza acqua, arso dalla sete, rifiutò di bere l'acqua fresca portatagli dalla cisterna di Betlemme: invece di portarla alle labbra, la sparse in libazione al Signore; e la S. Scrittura cita questo fatto del santo Re come un'azione gradita a Dio. - Ora la leggera mortificazione che s'impose la nostra religiosa privandosi di quel bicchiere d'acqua, talmente piacque al Signore, che permise alla defunta di manifestarlo con una apparizione. Essa si mostrò la notte seguente alla sorella, vivamente ringraziando la di ciò che per lei aveva fatto. Quelle poche gocce d'acqua, di cui modificandosi aveva fatto il sacrifizio, si erano cambiate in un bagno refrigerante, che le tempera gli ardori del Purgatorio.

E, si osservi bene, quanto diciamo non deve restringersi agli atti supererogatori di mortificazione: bisogna estenderlo anche alla mortificazione obbligata, ossia a tutte le pene che costa l'adempimento dei propri doveri, e generalmente a tutte le buone opere alle quali siamo tenuti o per dovere di cristiani, o per dovere dello stato particolare.

Per tal modo ogni cristiano è tenuto, in forza della legge di Dio, ad astenersi dalle parole lascive, di maldicenza, di mormorazione: così ogni religioso deve osservare il silenzio, la carità, l'obbedienza prescritta dalla sua regola: ora queste osservanze, sebbene obbligatorie, cristianamente praticate in vista di Dio, riunite con le opere e le sofferenze di Gesù Cristo, possono divenir suffragi e servire di sollievo alle anime.

Dopo la mortificazione, parliamo della Via Crucis. questo pio esercizio può essere considerato in se stesso e nelle indulgenze delle quali è arricchito. In se stesso, è una solenne ed eccellentissima maniera di meditare la passione del Salvatore, e perciò uno degli esercizi più salutari di nostra santa religione.

Nel suo significato letterale, la Via Crucis è lo spazio che l'Uomo-Dio percorse, sotto il peso della croce, dalla casa di Pilato, fino alla cima del Calvario, ove fu crocifisso.

Permettendo d'erigere queste sante stazioni, i Pontefici romani, che tutta compresero 1'eccellenza e l'efficacia di questa divozione, si degnarono altresì arricchirla di tutte le indulgenze che avevano concesso alla visita dei Luoghi Santi. Per tal modo, quelli che fanno la Via Crucis colle convenienti disposizioni, guadagnano tutte le indulgenze concesse ai fedeli che personalmente visitano i Luoghi Santi di Gerusalemme, e quelle indulgenze sono applicabili ai defunti.

E così siffatta divozione, tanto per l'eccellenza del suo oggetto, quanto per ragione delle indulgenze, costituisce un suffragio del più grande valore pei defunti.

Ecco ciò che a questo riguardo si legge nella Vita della venerabile Maria d'Antigna: «Aveva essa per molto tempo conservato la santa pratica di fare ogni giorno la Via Crucis a sollievo dei defunti; ma più tardi, per motivi più apparenti che solidi, la fece più di rado, poscia del tutto l'abbandonò. Nostro Signore, che su quella pia vergine aveva grandi disegni, e che voleva farne una vittima d'amore per la consolazione delle povere anime del Purgatorio, si degnò darle una lezione che a noi tutti doveva servire d'istruzione. Una religiosa dello stesso monastero, morta da poco tempo, le apparve, e tristamente dolendosi: «Sorella mia, le disse, perché non fate più le stazioni della Via Crucis per le anime sofferenti? Per l'innanzi avevate la costumanza di sollevarci ogni dì con questo santo esercizio; perché ci private ora di questo soccorso?».

«Parlava ancora quell'anima, quando lo stesso Salvatore si mostrò alla sua serva e le rimproverò la sua negligenza. «Sappi, figlia mia, aggiunse, che le stazioni della via Crucis sono giovevolissime alle anime del Purgatorio, e costituiscono un suffragio della maggior importanza. Per questo permisi a quest'anima, a nome suo e di tutte le altre, di invocarlo da te. Sappi ancora, che fu perché esattamente hai praticato altre volte questa salutare divozione, che fosti favorita da abituali comunicazioni coi defunti; è pure per ciò che quelle anime riconoscenti non cessano di pregare per te e patrocinare la tua causa al tribunale della mia giustizia. Fa conoscere alle tue sorelle questo tesoro e di' loro d'attingervi largamente per esse e pei defunti». 

Passiamo alle indulgenze applicabili ai defunti. 

È qui che, la divina misericordia si rivela con una certa prodigalità. Si sa che l'indulgenza è la remissione delle pene temporali dovute pel peccato, concessa dal potere delle Chiavi fuori del sacramento.

Pel potere delle Chiavi ricevuto da Gesù Cristo, la Santa Chiesa può liberare i fedeli sottomessi alla sua giurisdizione da ogni ostacolo alla loro entrata nella gloria. Ella esercita questo potere nel sacramento della Penitenza, ove li assolve dai loro peccati; lo esercita ancora fuori del sacramento, per levar loro il debito delle pene temporali, che rimane dopo l'assoluzione: in questo secondo caso si ha l'indulgenza.

La remissione delle pene per mezzo dell'indulgenza non si concede che ai fedeli viventi, ma la Chiesa, in virtù della comunione dei Santi, può autorizzare i suoi figli ancora in vita a cedere il condono che loro è fatto ai propri i fratelli defunti: è l'indulgenza applicabile alle anime del Purgatorio. Applicare un'indulgenza ai defunti, è offrirla a Dio in nome della sua Santa Chiesa, perché si degni attribuirle alle anime sofferenti. Le soddisfazioni per tal modo offerte alla divina giustizia in nome di Gesù Cristo e della sua Chiesa, sono sempre gradite, e Dio le applica sia a quell'anima in particolare che s'intende di aiutare, sia a certe anime ch'egli stesso vuoi favorire, sia a tutte in generale.

Le indulgenze sono plenarie o parziali. L'indulgenza plenaria è la remissione, concessa. a cui guadagna quella indulgenza, di ogni pena temporale che ha da scontare dinanzi a Dio. 

L’indulgenza plenaria [consente la remissione di tutta la pena temporale dei peccati già perdonati in confessione]

(…) 

L'indulgenza parziale [Con l’indulgenza parziale, invece si ottiene la remissione di una parte della pena temporale. Questo genere d’indulgenza un tempo veniva quantificata: ce n’erano di cento, trecento giorni, uno o più anni. Molti fedeli, però, pensavano erroneamente che questi fossero giorni o anni di Purgatorio in meno da scontare, quindi Paolo VI decise di non indicare più la determinazione del periodo dell’indulgenza parziale. Questa si misura non più in mesi o anni, ma con l’azione del fedele: un’azione buona tanto più vale quanto più costa sacrificio e quanto più è fervida di amore verso Dio. L’indulgenza parziale può essere ottenuta anche ripetutamente nel corso di una stessa giornata].

Le indulgenze della Chiesa sono un vero tesoro spirituale, pubblicamente aperto ai fedeli; a tutti è permesso di attingervi per soddisfare ai propri debiti e pagare quelli degli altri. È sotto questa figura che Dio si degnò mostrarle un giorno alla B. Maria di Quito. Fu dessa rapita in estasi e vide, in mezzo ad una grande piazza, un immenso tavolo carico di mucchi d'argento, d'oro, di rubini, di perle di diamanti: nel tempo stesso udì una voce che diceva: «Pubbliche sono queste ricchezze: ognuno può avvicinarsi e pigliarne quanto ne ha di bisogno». Dio le fece conoscere che ciò era, una immagine delle indulgenze. Diremo quindi, col pio autore delle Maraviglie, quanto non siamo colpevoli, in siffatta abbondanza rimanendo poveri e privati per noi stessi, e non pensare ad aiutare gli altri! Ohimè! le anime del Purgatorio si trovano in una estrema necessità, con lagrime ci supplicano in mezzo ai loro tormenti: nelle indulgenze abbiamo il mezzo di soddisfare ai nostri debiti, e noi nulla facciamo! 

L'accostarsi a questo tesoro domanda forse penosi sforzi, digiuni, viaggi, privazioni alla natura insopportabili? Fosse anche così, diceva con ragione l'eloquente Padre Segneri, bisognerebbe risolversi. E che? non si vedono forse gli uomini per amore all'oro, per zelo delle arti, per conservare una parte di loro fortuna o salvare una tela preziosa esporsi alle fiamme di un incendio? Non bisognerebbe forse fare altrettanto per salvare dalle fiamme espiatrici le anime riscattate dal sangue di G. C.? Ma la divina bontà nulla domanda di troppo penoso, non esige che opere comuni e facili: un rosario, una limosina, gli elementi del Catechismo insegnati a fanciulli abbandonati. E noi trascuriamo l'acquisto tanto facile del più prezioso tesoro, e non abbiamo fervore per applicarlo ai nostri poveri fratelli che gemono nelle fiamme!

 

CAPITOLO XIV.

Sollievo delle anime: le indulgenze. - La Madre Francesca di Pamplona e il vescovo Ribera. - S. Teresa. - Orazioni indulgenziate.

La venerabile madre Francesca del SS. Sacramento, religiosa di Pamplona, aveva il più grande zelo a soccorrere le anime con indulgenze. Un giorno Dio le fece vedere le anime di tre prelati, che precedentemente avevano occupato la sede episcopale di Pamplona, e che ancora gemevano nei tormenti del Purgatorio. Comprese la serva di Dio che tutto doveva metter in opera per ottenere la loro liberazione. Siccome allora la Santa Sede aveva concesso alla Spagna le bolle dette della Crociata, che permettevano di guadagnare una plenaria indulgenza a certe condizioni, credette che il miglior mezzo di aiutare quelle anime sarebbe di procurare ad ognuna di loro il vantaggio d'una indulgenza plenaria.

Parlò dunque al suo vescovo, Cristoforo di Ribera, gli scoperse il triste stato dei prelati e gli chiese il favore delle tre indulgenze della Crociata. Cristo foro di Ribera si affrettò a procurare alla serva di Dio le bolle indulgenziate. Essa subito adempì a tutte le richieste condizioni ed applicò una plenaria indulgenza ad ognuno dei tre vescovi. La notte seguente tutti tre apparvero alla Madre Francesca, liberati da tutte le loro pene, ringraziandola della sua carità e pregandola a ringraziare altresì il vescovo Ribera.

S. Teresa parla d'una religiosa che dava la maggior importanza alle più piccole indulgenze concesse dalla Chiesa, e procurava di guadagnarne quante più poteva. D'altra parte la sua condotta nulla aveva di straordinario e comunissima era la sua virtù. Morì, e la santa la vide, con grande sua sorpresa, salire al cielo quasi subito dopo la morte. Siccome ne faceva le meraviglie con Nostro Signore, il Salvatore le fece conoscere che era il frutto della premura avuta in vita di acquistare indulgenze quanto più poteva. «È in questo modo, aggiunse, che essa soddisfò quasi interamente ai suoi debiti, sebbene numerosi, prima di morire, e che al tribunale di Dio portò una sì grande purità».

 

CAPITOLO XV.

Sollievo delle anime: la limosina. - Rabano Mauro ed Edelardo nel monastero di Fulda.

Ci rimane a parlare di un ultimo potentissimo mezzo per sollevare le anime: la limosina. L'angelico dottore San Tommaso al digiuno ed alla preghiera preferisce la limosina, quando si tratta di espiare i falli passati. «L'elemosina, dice egli, possiede la virtù di soddisfare in modo più pieno che non la preghiera, e la preghiera più completamente del digiuno». Perciò grandi servi di Dio e grandi santi la elessero principalmente come mezzo di soccorrere i defunti. Fra questi, possiamo citare Rabano Mauro, primo abate di Fulda nel secolo IX, poscia arcivescovo di Magonza.

L'abate Trittelmo racconta che Rabano faceva distribuire molte limosine per i defunti. Aveva stabilito come regola che, tutte le volte che morisse un religioso, la porzione di lui per trenta giorni venisse distribuita ai poveri, onde per questa limosina fosse sollevata l'anima del defunto. Ora avvenne, nell'anno 830, che il monastero di Fulda fu provato di una specie di contagio, che portò via un gran numero di religiosi. Rabano Mauro chiamò Edelardo, economo del monastero, egli ricordò la regola delle limosine stabilita per i defunti. «Abbiate grande cura, gli disse, perché siano osservate le nostre costituzioni con tutta la fedeltà, e per un mese intero si dia ai poveri il nutrimento destinato ai confratelli che perdemmo».

Edelardo mancava al tempo stesso di obbedienza e di carità. Sotto pretesto che eccessive erano quelle larghezze, e che doveva tener calcolo delle entrate del monastero, ma in realtà perché era dominato da una segreta avarizia, trascurò di fare le prescritte distribuzioni, o non le fece che in modo molto incompleto.

Non era passato un mese, quando una sera, dopo che la comunità si era ritirata, egli attraversava la sala del capitolo, tenendo in mano una lanterna. Qual non fu il suo stupore, quando ad un'ora in cui quella sala doveva esser vuota, vi trovò un gran numero di religiosi. Il suo stupore si cambiò in spavento quando riconobbe i suoi fratelli morti da poco tempo. Lo prese il terrore, un freddo glaciale invase le sue membra e come una statua lo tenne immobile al suo luogo. Allora uno dei morti pigliando la parola gli rivolse terribili rimproveri: «Infelice! gli disse. Perché non distribuisti le limosine che dovevano sollevare le anime dei defunti tuoi fratelli? Perché ci hai privati di questo soccorso fra i tormenti del Purgatorio? Abbi adesso il castigo della tua avarizia: un altro più terribile ti è riservato, quando entro tre giorni alla tua volta comparirai dinanzi a Dio».

A quelle parole Edelardo cadde come colpito dal fulmine, e restò senza moto fino a mezzanotte. Allora fu trovato mezzo morto.

Fu portato nell'infermeria e gli si usarono tutte le cure, che lo fecero ritornare alquanto in sé. Quando poté parlare, con lagrime raccontò il terribile caso. Poscia, avendo aggiunto che doveva morire entro tre giorni, domandò gli ultimi sacramenti, con tutti i segni del più umile pentimento. Li ricevette santamente, e tre giorni dopo spirò fra le preghiere dei suoi confratelli.

Tosto si cantò la messa da morto, e pel defunto si distribuì la sua parte ai poveri. Intanto non era finita la punizione. Edelardo, pallido, sfigurato, comparve al suo abate Rabano, mosso a compassione, gli domandò che doveva fare per lui: «Oh! rispose l'anima sfortunata, ad onta delle preghiere della nostra santa comunità, non posso ottenere la mia grazia prima della liberazione di tutti quelli fra i miei confratelli che la mia avarizia privò del suffragi loro dovuti. Ciò che per me si diede ai poveri non giovò che ad essi, secondo l'ordine della divina giustizia. Vi supplico, o venerato e misericordioso Padre, di far raddoppiare le limosine per loro e per me che sono il meno degno di misericordia».

Rabano Mauro fece perciò grandi limosine, ed era appena passato un mese, quando di nuovo gli comparve Edelardo, ma vestito di bianco, circondato da luminosi raggi, colla gioia dipinta sul viso. Fece al suo pio abate e a tutto il monastero il più vivo ringraziamento per la carità usatagli.

Quanti insegnamenti si hanno da questa storia! Prima di tutto grandissimo si presenta il valore delle limosine pei defunti. Vi si vede in seguito come Dio, anche in questa vita, castiga quelli che per avarizia non temono di privar i morti dei loro suffragi. Qui non parlo degli eredi colpevoli, che trascurano di soddisfare ai pii lasciti loro imposti dal defunto, negligenza che forma una sacrilega ingiustizia; ma dei figli o dei parenti che, per meschini motivi d'interesse, fanno il meno possibile la limosina, senza pietà per l'anima del loro defunto, che lasciano gemere fra i dolorosi supplizi del Purgatorio. E' quella una vera ingratitudine, una durezza di cuore assolutamente contraria alla cristiana carità, e che avrà il suo castigo forse già fin da questo mondo.

 

CAPITOLO XVI.

Sollievo delle anime: misericordia cristiana - San Francesco di Sales e la vedova di Padova.

La cristiana limosina, quella misericordia che Gesù Cristo tanto raccomanda nel Vangelo, non comprende soltanto i soccorsi corporali dati agli indigenti, ma ancora tutto il bene che si fa al prossimo, lavorando per la sua salute, sopportandone i difetti, perdonandone le offese. Tutte queste opere di carità possono essere offerte a Dio per i defunti e contengono un grande valore soddisfattorio.

Riferisce S. Francesco di Sales che a Padova, ove fece parte dei suoi studi, regnava una detestabile costumanza: i giovani si divertivano a percorrere durante la notte le strade della città, armati d'archibugi, e gridando a quelli che incontravano: Chi va là? Bisognava loro rispondere, altrimenti sparavano, e molte persone furono in tal modo ferite od uccise.

Ora successe una sera, che uno scolaro, non a vendo risposto alla domanda, fu colpito da una palla alla testa e cadde morto. L'autore di quel colpo, preso da spavento, la diè a gambe e si rifugiò in casa d'una buona vedova che conosceva, ed il cui figlio era suo compagno di studio. Piangendo, confessò d'aver ucciso uno sconosciuto, e la supplicò di dargli un asilo nella sua casa. Mossa da compassione, la donna rinchiuse il fuggitivo in un gabinetto, ove gli ufficiali della giustizia non potessero raggiungerlo.

Non era passata una mezz'ora, che alla porta si udì un tumultuoso fracasso: si portava un cadavere, e questo fu messo sotto gli occhi della vedova. Ohimè! era il suo figlio stato ucciso, e l'uccisore era nascosto nella sua casa. Fuori di sé, la povera vedova mandava lamentevoli grida, ed essendo entrata nel nascondiglio dell'assassino, «Infelice! esclamò, che vi fece mio figlio, per averlo sì crudelmente ucciso?» Il colpevole, riconoscendo d'aver ucciso il suo amico, si mise anch'egli a gridare, a strapparsi i capelli, a contorcersi le braccia per la disperazione. Poscia, gettandosi in ginocchio, chiese perdono alla sua protettrice, e la supplicò di darlo nelle mani del giudice per espiare un sì orribile delitto.

Quella madre desolata non dimenticò in quel momento d'essere cristiana: l'esempio di Gesù Cristo, che perdona ai suoi carnefici, le ispirò un atto eroico. Rispose che ove chiedesse perdono a Dio e mutasse vita, lo lascerebbe andare e s'opporrebbe ad ogni inseguimento contro di lui.

Fu a Dio tanto gradito quel perdono da volerne dare alla generosa madre una luminosa testimonianza: permise che le apparisse l'anima di suo figlio tutta gloriosa, dicendole che andava a godere dell'eterna beatitudine. « Madre mia, disse quell'anima beata, in vista del perdono che voi concedeste, fui liberata dal Purgatorio, dove, senza il soccorso che in tal modo m'avete procurato, per lungo tempo sarei stata ritenuta».

 

CAPITOLO XVII.

Sollievo delle anime; l'atto eroico di carità verso i defunti. - Il Padre Monford. - Dionigi Cartusiano e S. Geltrude.

Ci rimane ora a far conoscere un atto, che rinchiude tutte le opere e tutti i mezzi efficaci a sollevare le anime: è il voto eroico, o come altri lo chiamano, l'atto eroico di carità verso le anime del Purgatorio.

Quest'atto consiste nel cedere alle anime il valore soddisfattorio di tutte le opere della nostra vita e di tutti i suffragi che ci saranno fatti dopo morte, senza nulla riservare per noi stessi e per pagare i propri nostri debiti. Noi le deponiamo nelle mani della Santissima Vergine, onde a suo piacere li distribuisca alle anime che vuol liberare dalle pene del Purgatorio.

Bisogna notar bene che la materia di questa santa donazione è il valore soddisfattorio delle opere, e in niun modo il merito, al quale corrisponde il grado di gloria in Cielo: perché il merito è strettamente personale ed inalienabile.

Formula dell'atto eroico: «O santa ed adorabile Trinità, desiderando cooperare alla liberazione delle anime del Purgatorio, e testificare la mia devozione alla Santissima Vergine Maria, cedo e rassegno, a profitto delle anime penanti, la porzione soddisfattoria di tutte le mie opere e di tutti i suffragi che, dopo la mia morte, mi si potrebbero fare, abbandonandoli nelle mani della Santissima Vergine, perché, a suo piacimento, le applichi alle anime dei fedeli defunti che vuol liberare dalle loro pene. Degnatevi, o Dio mio, di gradire e benedire l'offerta che in questo momento vi faccio. Così sia».

Pio IX con decreto urbi et orbi del 30 settembre 1852, concede per quest'atto: l° ai sacerdoti l'altare privilegiato quotidiano; 2° a tutti i fedeli l'indulgenza plenaria pei defunti ogni volta che si comunicano, ed ogni lunedì in cui odano la S. Messa pei medesimi, visitando in ambo i casi qualche chiesa e pregando, ecc, ; 3° per tutti ogni indulgenza concessa e da concedersi è applicabile ai defunti.

«Io consiglio ad ogni vero cristiano, dice il P. Monford, di cedere con un santo disinteresse alle anime dei defunti, tutto il frutto delle buone opere di cui può disporre. Non credo che possa farne un miglior uso, poiché con ciò le rende più meritorie e più efficaci, tanto per ottenere grazie da Dio, quanto per espiare i suoi peccati, ed abbreviare il suo Purgatorio, ed anzi per andarne del tutto esente».

Queste parole bene riassumono i preziosi vantaggi dell'atto eroico, e per dissipare ogni timore d'inconveniente che potrebbe sorgere nello spirito, aggiungeremo ancora tre considerazioni: 1° a quest'atto ci lascia la piena libertà di pregare per le anime delle quali in modo particolare ci interessiamo: l'applicazione di queste preghiere rimane subordinata alle disposizioni dell'adorabile volontà di Dio; 2° non obbliga sotto pena di peccato, ed è sempre revocabile; si può farlo senza pronunziare alcuna formola: basta volerlo e farlo di cuore. Tuttavia è cosa utile il recitare di quando in quando la formola d'offerta, per stimolare il nostro zelo; 3° l'atto eroico non ci espone in nessun modo alla molesta conseguenza di dover noi stessi subire un più lungo purgatorio; all'incontro, ci permette di fare con maggiore confidenza calcolo sulla misericordia di Dio a nostro riguardo.

Il venerabile Dionigi Cartusiano riferisce che la vergine S. Geltrude aveva fatto piena donazione di tutte le sue opere soddisfattorie a favore dei defunti. Essendo vicino alla morte, e da una parte considerando, come fanno i Santi, con molto dolore, il gran numero dei suoi peccati, e dall'altra ricordandosi che tutte le sue opere soddisfattorie erano state impiegate nell'espiazione dei peccati altrui e non dei suoi, cominciò ad affliggersi pel timore che la sua anima fosse condannata ad orribili pene. Fra queste vive inquietudini, le apparve Nostro Signore, che la consolò dicendole: «Rassicurati, figlia mia: la tua carità verso i defunti non ti procurerà alcun danno. Sappi che la generosa cessione da te fatta alle anime di tutte le tue opere, fu a me in modo singolare gradita; e per dartene una prova, ti dichiaro che tutte le pene che dovresti soffrire nell'altra vita, sin d'ora ti sono rimesse; di più, per compensarti della tua carità tanto generosa, innalzerò il prezzo ed il merito delle tue opere per darti in Cielo un grande aumento di gloria».

 

CAPITOLO XVIII.

Sollievo delle anime. - Quali devono essere l'oggetto della nostra carità? Tutti i fedeli defunti. - Sant'Andrea Avellino. - I peccatori che muoiono senza sacramenti. - S. Francesco di Sales.

Vedemmo i numerosi mezzi che la divina misericordia ha messo nelle nostre mani per sollevare le anime del Purgatorio: ma quali sono le anime che dobbiamo soccorrere?

A questa domanda bisogna rispondere, che dobbiamo pregare per le anime di tutti i fedeli defunti, omnia fidelium defunctorum, secondo l'espressione della Chiesa. Sebbene la pietà filiale c'imponga doveri particolari verso i nostri parenti e prossimi, la cristiana carità ci comanda di pregare per tutti i fedeli defunti in generale, perché tutti son nostri fratelli in Gesù Cristo, tutti sono nostro prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi.

Con queste parole fedeli defunti la Chiesa intende tutte le anime che attualmente sono nel Purgatorio. Ma quali sono queste anime? Possiamo conoscerle? - Dio si è riservata questa cognizione; e tranne che a lui piaccia di rivelarlo, pienamente ignoriamo qual è la sorte delle anime nell'altra vita. Ora assai di rado fa conoscere che un'anima si trova nel Purgatorio o nella gloria del Cielo; più ancora raramente ne rivela la riprovazione.

In questa incertezza dobbiamo pregare in generale, come fa la Chiesa, per tutti i defunti, senza pregiudizio delle anime che in modo più particolare vogliamo soccorrere.

Evidentemente potremmo restringere la nostra intenzione a quei defunti che trovansi ancora in bisogno, se, come a S. Andrea Avellino, Dio ci concedesse il privilegio di conoscere lo stato delle anime nell'altra vita. Quando questo santo religioso dell'Ordine dei Teatini, secondo la pia sua costumanza, con un angelico fervore pregava per i defunti, gli accadeva talvolta di provare in sé stesso una specie di resistenza, un sentimento di invincibile ripulsione; altre volte all'incontro provava grande consolazione, una particolare attrattiva. Ben presto comprese che cosa significavano quelle impressioni tanto diverse: la prima indicava che la sua preghiera era inutile, che l'anima che voleva aiutare era indegna di misericordia e condannata al fuoco eterno; l'altra indicava essere la sua preghiera efficace per sollievo dell'anima in Purgatorio. Parimenti, quando voleva offrire il santo Sacrifizio per qualche defunto, se all'uscir dalla sacristia sentiva come una mano irresistibile che lo riteneva, comprendeva che quell'anima era nell'inferno; ma quando era inondato di gioia e di divozione, era sicuro di contribuire alla liberazione di un'anima.

Quindi questo santo caritatevole non tralasciava i suoi suffragi che allorquando le anime, venendo a ringraziarlo, lo assicuravano della loro liberazione.

Quanto a noi, dobbiamo pregare per tutti i defunti, per i più grandi peccatori come per i più virtuosi cristiani. S. Agostino conosceva la grande virtù di Monica, sua madre: tuttavia, non contento di offrire per lei a Dio i suoi suffragi, a tutti i suoi lettori chiese di non mai cessare di raccomandarla a Dio.

Riguardo ai grandi peccatori che muoiono senza essersi esteriormente riconciliati con Dio, noi non possiamo escluderli dai nostri suffragi. C'insegna la fede incorrere la dannazione ogni uomo che muore in istato di peccato mortale; ma quali sono quelli che di fatto muoiono in questo triste stato? Dio solo ne ha la certezza. Quanto a noi non possiamo che da circostanze esteriori dedurre una conclusione di congetture, che può ingannare, e dalla quale dobbiamo astenerci.

Bisogna tuttavia confessare esservi tutto a temere per quelli che muoiono senza essersi preparati alla morte, ed ogni speranza sembra svanire per quelli che rifiutano i sacramenti. Questi ultimi lasciano la vita coi segni esteriori della riprovazione. Tuttavia bisogna lasciar il giudizio a Dio, secondo le parole: Dei judicium est: a Dio spetta il giudizio (Deut., I, 17). - Avvi maggior speranza per quelli che non sono positivamente ostili alla religione, che sono benefici verso i poveri, che conservano qualche pratica di cristiana pietà, od almeno approvano e favoriscono la pietà; vi è, dico, maggior speranza per quelli, quando avviene che muoiano subitamente, senza aver il tempo di ricevere i sacramenti.

San Francesco di Sales non voleva che si disperasse della conversione dei peccatori fino all'ultimo respiro; ed anche dopo la morte, proibiva di giudicar male di quelli che avevano condotto una vita cattiva. Ad eccezione dei peccatori la cui dannazione è manifestata dalla Scrittura, non bisogna, diceva, condannare alcuno, ma rispettare il segreto di Dio. - La principale sua ragione era che, come la prima grazia non si dà pel merito, l'ultima, che è la finale perseveranza e la buona morte, non si dà pure al merito. Ed è per questo che voleva che bene si sperasse della persona defunta, quantunque avesse fatto una morte miserabile, non potendo noi fare che congetture fondate sull'esteriore, ove anche i più capaci possono ingannarsi.

 

CAPITOLO XIX

Sollievo delle anime. - I grandi peccatori. - Il Padre De Ravignan il generale Exelmans. - La vedova in lutto ed il venerabile Curato d'Arso - Suor Caterina di S. Agostino e la peccatrice morta in una grotta.

Il Padre De Ravignan, illustre e santo predicatore della Compagnia di Gesù, amava pure sperare molto per i peccatori sorpresi dalla morte, quando peraltro non avessero avuto in cuore l'odio delle cose di Dio. Volentieri parlava dei misteri dell'ultimo momento, ed il suo sentimento pare esser stato che un gran numero di questi peccatori negli ultimi loro istanti si convertono riconciliati con Dio senza che si scorga esternamente. In certe morti avvengono misteri di misericordia e colpi di grazia, in cui l'occhio dell'uomo non vede che colpi di giustizia. Allo splendore d'un ultimo lampo, Dio talvolta si rivela alle anime la cui più grande disgrazia era stata d'ignorarlo; e l'ultimo sospiro, compreso da chi scruta i cuori, può esser un gemito che chieda il perdono, ossia un atto di perfetta contrizione.

Il generale Exelmans, parente del buon Padre, per un accidente toccatogli cavalcando fu subitamente precipitato nella tomba, e sgraziatamente non praticava la religione. Tuttavia aveva promesso di confessarsi un qualche giorno, ma non ne ebbe il tempo il Padre De Ravignan che da lungo tempo per lui pregava e faceva pregare, fu sommamente afflitto non appena udì quella morte. Ora, il giorno stesso, una persona, famigliare colle celesti comunicazioni, credette udire una voce interiore che le diceva: «Chi mai conosce l'estensione della mia misericordia? Chi conosce la profondità del mare e quant'acqua trovasi nell'oceano? Molto sarà perdonato a certe anime che ignoravano molto».

Lo storico dal quale leviamo questo racconto, il Padre De Ponlevoy, più innanzi aggiunge: «Cristiani, posti sotto la legge della speranza, non che della fede e dell'amore, dobbiamo continuamente dal fondo delle nostre pene sollevarci fino al pensiero dell'infinita bontà del Salvatore. Nessun limite, nessuna impossibilità è posta quaggiù fra la grazia e l'anima, finché rimane un soffio di vita. Bisogna dunque sempre sperare ed indirizzare al Signore umili e perseveranti istanze. Non si saprebbe dire fino a qual punto possano esser esaudite. Grandi santi e grandi dottori andarono molto innanzi parlando di questa potente efficacia delle preghiere per anime dilette, qualunque poi possa essere stato il loro fine. Un giorno conosceremo queste ineffabili meraviglie della divina misericordia. Non bisogna mai cessare dall'implorarla con una profonda confidenza».

Ecco un fatto che si leggeva nel Piccolo Messaggero del Cuor di Maria (novembre 1880).

«Un religioso, predicando gli esercizi spirituali alle signore di Nancy aveva ricordato che mai bisogna disperare della salute di un'anima, e che talvolta gli atti meno importanti agli occhi degli uomini sono dal Signore ricompensati nell'ora della morte. - Al momento di lasciar la chiesa, s'avvicinò a lui una dama in lutto e gli disse: «Padre mio, voi ci raccomandate la confidenza e la speranza: quanto mi accade pienamente giustifica le vostre parole. Io aveva uno sposo, sempre buono, affettuoso, irreprensibile, ma estraneo ad ogni pratica religiosa. Le mie preghiere, le mie parole, bene spesso arrischiate, erano rimaste senza effetto.

«Nel mese di maggio che ne precedette la morte, io aveva, secondo l'usanza, eretto nel mio appartamento un piccolo altare alla Madonna, e lo adornava con fiori. Il mio marito passava la domenica alla campagna, ed ogni volta, ritornando, mi offriva un mazzo di fiori colti da lui stesso, coi quali io abbelliva il mio oratorio. Se ne accorgeva egli? Faceva ciò unicamente per piacermi? O l'animava forse un sentimento di pietà per la Madonna? Non lo so: ma non mancò una sola domenica di portarmi i fiori.

«Nei primi giorni del mese seguente, fu subitamente colpito dalla morte, senza aver il tempo. di ricevere i soccorsi della religione. Ne fui inconsolabile, soprattutto perché vedeva delusa ogni mia speranza pel suo ritorno a Dio. In seguito all'acerbo dolore, ben presto la mia salute fu profondamente alterata, e la mia famiglia mi sforzò a partire pel Mezzodì. Passando per Lione, volli vedere il curato: d'Ars. Gli scrissi per chiedergli un'udienza ed alle sue preghiere raccomandare mio marito, morto all'improvviso. Non gli manifestai altre particolarità.

«Giunta ad Ars, era appena entrata nella stanza del venerabile curato, che mi rivolse queste meravigliose parole: «Signora, voi siete desolata. 

«Ma dunque avete dimenticato i mazzi di fiori di ogni domenica del mese di maggio? ­ Impossibile il dire qual fu il mio stupore udendo il signor Vianney ricordarmi una circostanza che non poteva conoscere che per rivelazione. Egli aggiunse: «Dio ebbe pietà di colui che aveva onorata la sua santa Madre: nel momento della morte, il vostro sposo poté pentirsi; la sua anima è nel Purgatorio: le nostre preghiere e le nostre buone opere ne la faranno uscire».

Si legge nella Vita d'una santa religiosa, Suor Caterina di S. Agostino, che nel luogo ove abitava trovavasi una donna, chiamata Maria, che nella sua giovinezza si era data in preda al disordine e che, avanzata in età, talmente si ostinava nel male, che gli abitanti del paese, non potendo soffrire quella peste in mezzo a loro, vergognosamente la cacciarono. Non trovò altro asilo che una grotta nella foresta, ove, senza assistenza e senza sacramenti, morì dopo qualche mese.

Suor Caterina, che costumava raccomandar a Dio le anime di tutti quelli di cui conosceva la morte, non pensò tuttavia di pregare per questa, con tutti giudicando che certamente era dannata. Quattro mesi dopo, la serva di Dio udì una voce che diceva: «Suor Caterina, che disgrazia è la mia! Voi raccomandate a Dio le anime di tutti: solo per la mia non avete pietà! - Chi siete voi dunque? chiese la suora. - Sono quella povera Maria morta nella grotta. - Come! Maria, siete salva? - Sì, lo sono, per la divina misericordia. Vicina a morire, spaventata alla memoria delle mie colpe ed alla vista del mio abbandono, invocai la Santa Vergine, che mi ottenne una perfetta contrizione, accompagnata dal desiderio di confessarmi. Per tal modo rientrai in grazia di Dio, e scappai dall'inferno; ma dovetti scendere nel Purgatorio, ove soffro crudelmente. Sarà abbreviato il mio tempo, e ben presto ne uscirò, se per me si celebreranno alcune messe. Oh mia buona suora, fatele celebrare, e vi prometto di pregar sempre Gesù e Maria per voi».

S'affrettò suor Caterina a far dire delle messe, e dopo alcuni giorni le comparve l'anima, brillante come una stella, che salendo al Cielo la ringraziava della sua carità.

 

CAPITOLO XX.

Motivi di aiutare le anime: eccellenza di quest'opera. Intimi legami che alle anime ci uniscono. - Cimone d'Atene ed il suo padre in prigione. - San Giovanni di Dio che dall'incendio salva gli infermi.

Potenti sono i mezzi, prodigiosi sono gli espedienti, per sollevare le anime purganti; ma ne facciamo noi un uso abbondante? Siamo noi tanto ricchi in carità quanto Dio è ricco in misericordia?, Ohimè! quanti cristiani fanno quasi niente per i defunti! E quelli che non le dimenticano, che hanno tanta carità da aiutarle coi loro suffragi, come spesso lo fanno con poco zelo e poco fervore! Paragonate i soccorsi che si danno agli infermi con quelli che si danno per le anime sofferenti: quando una persona amata è sotto il dolore, quale cura, qual sollecitudine, qual sacrifizio non si mostra per aiutarla! Ma spiegasi lo stesso zelo, per aiutar le anime, e non ci sono meno care, gementi fra i supplizi dell'espiazione?

«No, diceva S. Francesco di Sales, non ci ricordiamo abbastanza dei nostri cari trapassati. Col suono delle campane, sembra perire la loro memoria».

Donde questa triste e colpevole dimenticanza? Principale causa è la mancanza di riflessione: quia nullus est qui recogitat corde (Geremia, XII, 1). Si perdono di vista i grandi motivi che ci spronano ad esercitare la carità verso i defunti. Ed è uno scopo di stimolare il nostro zelo, che richiamiamo questi motivi e ci sforziamo di esporli in tutta la loro luce.

Si può dire che tutti i motivi si riassumono in quelle parole dello Spirito Santo: È un santo e salutar pensiero il pregare pei morti, onde siano liberati dai loro peccati, ossia dalle pene temporali dovute ai loro peccati (Macc., XII, 46). Dapprima è un'opera santa ed eccellente in se stessa, gradita e meritoria agli occhi di Dio. Poi è un'opera salutare, sovranamente vantaggiosa alla nostra salute.

Ma se noi portiamo così alto il merito della preghiera pei morti, in nessun modo devesi dedurne che per questa si abbiano da lasciare tutte le altre opere, giacché tutte le opere buone si devono esercitare a tempo e luogo, secondo le circostanze: abbiamo unicamente in vista di dare una giusta idea della misericordia pei defunti e di farne amare la pratica.

Del resto, le opere di misericordia spirituale, che tendono a salvar le anime, tutte sono ugualmente eccellenti, e non è che sotto certi aspetti che si può mettere l'assistenza ai defunti al di sotto delle opere di zelo per la conversione dei peccatori vivi.

Se per l'estrema loro necessità dobbiamo aiutare le anime, quanto più si fa stringente questo motivo, quando si pensa che quelle anime ci sono unite coi legami più sacri, coi legami del sangue? Sì, nel Purgatorio trovansi anime a noi unite colla più stretta parentela. È un padre, una madre che gemono nei tormenti, e ci tendono le braccia. Che non faremmo pel nostro padre, per la nostra madre, se languissero in un carcere? Un antico ateniese, il celebre Cimone, aveva avuto il dolore di veder cacciato in prigione suo padre da spietati creditori, cui non aveva potuto soddisfare. A colmar la disgrazia, non poté trovare i mezzi necessari per liberarlo, ed il vecchio morì tra i ferri. Desolato, inconsolabile, Cimone corre alla prigione e domanda che almeno gli si dia il corpo di suo padre per seppellirlo. Gli viene rifiutato, sotto pretesto che, non avendo pagato i suoi debiti, non poteva esser reso alla libertà. «Lasciatemi dunque prima seppellire mio padre, esclamò Cimone, e dopo io stesso verrò a prendere il suo posto nella prigione».

Si ammira questo tratto di pietà filiale: ma non dobbiamo noi imitarlo? Non abbiamo forse un padre, una madre nella prigione del Purgatorio? Non dobbiamo forse liberarli a prezzo d'ogni sacrifizio?... Più fortunati di Cimone, noi siamo in istato di pagare i loro debiti; non avremo da prendere il loro posto; per lo contrario, liberarli dalla prigione, è un esentarne noi stessi.

Si ammira la carità di san Giovanni di Dio, che per salvare poveri infermi di mezzo ad un incendio affrontò il furore delle fiamme. Senza altri mezzi che la sua carità e la sua confidenza in Dio, aveva potuto erigere l'Ospedale reale di Granata, ripieno di una moltitudine di vecchi e d'infermi d'ogni genere.

Un giorno, essendosi sviluppato il fuoco in questo ospedale, parecchi infermi stavano per perirvi miseramente. Da tutte le parti li circondavano le fiamme ed impedivano il potersi avvicinare per salvarli. Li vide Giovanni; la sua carità lo infiamma: si lancia in mezzo all'incendio, attraverso il fumo ed il fuoco arriva sino alletto degli infermi, se li carica sulle spalle e l'un dopo l'altro mette al sicuro tutti quegli infelici. Obbligato ad attraversare parecchie volte quel vaste braciere per una intera mezz'ora quanto durò il salvamento, il santo non soffrì la menoma lesione: le fiamme rispettarono la sua persona, le sue vesti e financo il menomo capello della sua testa.

E quelli che salvano non i corpi, ma le anime dalle fiamme del Purgatorio, fanno forse opera meno gradita al Signore? La necessità, le grida ed i gemiti di quelle anime sono forse meno commoventi per un cuore che ha fede? Forse che è più difficile il soccorrerli?

Al certo, noi abbiamo i più facili mezzi per soccorrerle, e Dio non chiede che ci imponiamo grandi pene. Tuttavia la carità delle anime ferventi si spinge fino ai più grandi sacrifizi, fino a condividere i dolori dei loro fratelli del Purgatorio.

 

CAPITOLO XXI.

Motivi di aiutare le anime: l'esempio di santi personaggi. - La serva di Dio Maria Villani. - La scottatura in fronte. - Il Padre Laynez. - Il Padre Fabrizio. Il Padre Nieremberg, vittima della sua carità.

Già vedemmo come S. Caterina de' Ricci e parecchie altre anime generose portarono l'eroismo fino a soffrire invece delle anime del Purgatorio: aggiungiamo ancora alcuni esempi di carità tanto meravigliosa.

La serva di Dio Maria Villani, dell'Ordine di san Domenico, notte e giorno praticava opere soddisfattorie a favore dei defunti. Un giorno, era la vigilia dell'Epifania, fece per esse lunghe preghiere, supplicando il Signore di addolcirne i patimenti in vista di quelli di Gesù Cristo, offrendogli a questo scopo i crudeli tormenti del Salvatore. La notte seguente, piacque al Cielo di manifestarle quanto quella santa pratica era gradita.

Mentre pregava, in estasi vide una lunga processione di persone vestite di bianco, splendenti per luce, che nelle loro mani portavano le diverse insegne della passione e facevano la loro entrata nella gloria. La serva di Dio conobbe nel tempo stesso che erano le anime liberate dalle ferventi sue preghiere e pei meriti della passione di Gesù Cristo.

Un altro giorno, quello della commemorazione dei morti, le fu ordinato di lavorare intorno ad un manoscritto e di passare la giornata a scrivere; ma ne provava una sensibile ripugnanza, perché avrebbe voluto consacrare tutto quel giorno alla preghiera, alla penitenza e ad altri esercizi di divozione e di sollievo delle anime del Purgatorio. Dimenticava alquanto che la obbedienza va innanzi tutto e che è scritto: Melior est obedientia quam victimae: l'obbedienza vale più delle vittime e dei più preziosi sacrifizi (Reg., XV, 22). Il Signore, vedendo la sua grande carità per le anime, degnossi apparirle, istruirla e consolarla. «Obbedite, figlia mia, le disse, fate il lavoro imposto vi dall'obbedienza e offritelo per le anime: ogni linea che oggi scriverete con questo spirito d'obbedienza e di carità otterrà la liberazione di un'anima.» - Si capisce subito che lavorò tutta la giornata col più grande ardore e che scrisse quante più poté di quelle linee tanto care a Dio.

La sua carità verso le anime non si limitava a preghiere e digiuni, ma desiderò di sostenere ella stessa una parte dei loro patimenti. Siccome un giorno pregava secondo questa intenzione fu rapita in estasi e condotta al Purgatorio. Là, fra la moltitudine delle anime sofferenti, una ne vide più delle altre crudelmente tormentata, e che le inspirò la più viva compassione. «Perché, le chiese, dovete soffrire pene tanto atroci? Non ricevete sollievo? - Sono, rispose; in questo luogo da lunghissimo tempo, e vi soffro spaventevoli tormenti a punizione delle passate mie vanità, e dello scandaloso mio lusso. Fino a questo momento non ebbi il più piccolo sollievo, perché il Signore permise che fossi dimenticata dai miei genitori, dai miei figli, da tutta la mia famiglia e dai miei conoscenti. Quando era sulla terra, data in preda agli abbigliamenti smoderati, alle mondane colpe, alle feste ed ai piaceri, di Dio e dei miei doveri non aveva che una rara e sterile memoria. La sola preoccupazione seria della mia vita era di aumentare la riputazione e le caduche ricchezze dei miei. Ne sono punita lo vedete, non serbando i miei parenti alcuna memoria di me.»

Quelle parole fecero una dolorosa impressione sopra Maria Villani. Essa pregò quell'anima a comunicarle una parte di quanto soffriva. All'istante medesimo le parve d'esser toccata in fronte Con un dito di fuoco, e fu sì forte, sì acuto il dolore che ne provò, che la fece rinvenire dalla sua estasi. Il marchio le restò sì profondamente impresso sulla fronte, che si vedeva ancora due mesi dopo, e le produceva un insopportabile dolore. La serva di Dio offrì questo dolore con preghiere ed altre opere per l'anima che le aveva parlato. Alla fine di due mesi questa le apparve, e le disse che era liberata per la sua intercessione. Da quel momento per sempre scomparve la scottatura sulla fronte.

Chi dimentica il suo amico, dopo che la morte lo ha fatto sparire dai suoi occhi, non ebbe vera amicizia. Questa sentenza, il P. Laynez, secondo generale della Compagnia di Gesù, non cessava di ripeterla ai figli di S. Ignazio: Ai pii consigli unendo l'esempio, egli alle anime del Purgatorio applicava una buone parte delle sue preghiere, dei suoi sacrifizi e delle soddisfazioni che colle sue fatiche per la conversione dei peccatori meritava dinanzi a Dio. I Padri della Compagnia di Gesù furono fedeli a quelle lezioni di carità, mostrando in ogni tempo uno zelo particolare per questa divozione, come si può vedere nel libro intitolato: Eroi e vittime della carità, nella Compagnia di Gesù. Qui ne trascriverò una sola pagina.

A Muster in Vestfalia, verso la metà del secolo XVII, scoppiò un male contagioso che ogni dì faceva innumerevoli vittime. Il timore paralizzava la carità della maggior parte e si trovavano poche persone che volessero consacrarsi agl'infelici colpiti dal flagello. Allora il Padre Giovanni Fabrizio, animato dallo spirito del Laynez e di S. Ignazio, si slanciò in quella palestra del sacrifizio. Mettendo da parte ogni personale preoccupazione, impiegava le sue giornate a visitare gl'infermi, a procurare loro i rimedi, a disporli ad una morte cristiana: li confessava, dava loro gli altri sacramenti, colle sue mani li seppelliva e poscia per la loro anima celebrava la santa Messa.

Del resto, durante la sua vita, questo servo di Dio ebbe pei morti la più grande divozione. Fra gli esercizi di pietà a lui più cari e che di più raccomandava, era quello di celebrare la Messa, pei defunti ogni volta che lo permettevano le regole liturgiche. I suoi consigli fecero si che i Padri di Munster s'impegnarono a consacrare ogni mese un giorno ai defunti; in quel dì paravano la chiesa di nero e solennemente pregavano pei morti.

Dio si degnò, come spesso lo fa, di ricompensare il Padre Fabrizio, e con parecchie apparizioni di anime incoraggiava il suo zelo. Le une lo supplicavano di affrettare la loro liberazione, le altre lo ringraziavano del soccorso loro procurato, altre ancora gli annunziavano che finalmente era per esse venuto il momento del trionfo.

Il suo più grande atto di carità fu quello che compì alla sua morte. Con una generosità veramente meravigliosa, fece il sacrifizio di tutti i suffragi, preghiere; messe, indulgenze e mortificazioni che la Compagnia applica ai defunti suoi membri: domandò. a Dio privarnelo lui stesso per farne grazia alle anime sofferenti più accette a sua divina Maestà. 

Già parlammo del Padre Giovanni Eusebio Nieremberg, gesuita spagnuolo, ugualmente celebre per le opere di pietà da lui pubblicate e per le luminose sue virtù. La sua divozione per le anime non si contentava di frequenti sacrifizi e preghiere: una generosità, spinta fino all'eroismo lo portava a soffrire per esse. Fra i suoi penitenti alla corte di Madrid vi era una dama distinta, che sotto la saggia sua direzione era giunta ad un'alta virtù in mezzo al mondo, ma era tormentata da eccessivo timore al pensiero del Purgatorio che le dovrebbe tener dietro. Cadde pericolosamente ammalata, e i suoi timori raddoppiarono al punto da perdere quasi i suoi religiosi sentimenti. Il santo confessore ebbe un bell'usare tutta l'industria del suo zelo: non poté riuscire a calmarla, e nemmeno a farle ricevere gli ultimi sacramenti.

Per colmo di disgrazia, tutto a un tratto perdette la conoscenza e ben presto si trovò ridotta agli estremi. Il Padre, giustamente intimorito pel pericolo in cui si trovava quell'anima, si ritirò in una vicina cappella, presso alla stanza della moribonda. Con grande fervore vi offrì il santo Sacrifizio per l'inferma. Nel tempo stesso, si offrì in vittima, alla divina giustizia, per soffrir egli stesso in questa vita le pene riservate nell'altra a quella povera anima.

A Dio fu cara la sua preghiera. Terminata appena la Messa, l'inferma ritornò in sé e si trovò tutta cambiata; le sue disposizioni erano tanto buone, da chiedere ella stessa i sacramenti, e li ricevette col più edificante fervore. Avendole in seguito detto il suo confessore che più non aveva a temere il Purgatorio, spirò, col sorriso sulle labbra, nella più perfetta tranquillità.

Da quel momento il Padre Nieremberg fu oppresso da ogni sorta di pene nel suo corpo e nell'anima sua. Nei sedici anni che visse ancora la sua vita più non fu che un martirio ed un rigoroso purgatorio. Nessun rimedio naturale poteva alleviare i suoi dolori: l'unico addolcimento era la memoria della santa causa per la quale li sosteneva.

 

CAPITOLO XXII.

Motivi di aiutare le anime: esempi di generosità. - San Pier Damiani e suo padre. - La giovane annamita. ­ Il portinaio del seminario e la propagazione della fede.

Non mancano gli esempi di generosa carità verso i trapassati, ed è sempre utile, il ricordarli. Non possiamo omettere la bella e commovente azione di san Pietro Damiani, vescovo d'Ostia, cardinale e dottore di S. Chiesa. Essendo ancora giovanissimo, Pietro Damiani ebbe la disgrazia di perdere la sua madre, e poco dopo, essendosi il suo padre riammogliato, cadde fra le mani d'una matrigna. Sebbene per lei si mostrasse, pieno d'affezione, quella donna non seppe amare quel tenero fanciullo: lo trattò con barbara durezza e finì coll'isbarazzarsene mettendolo al servizio del suo fratello maggiore, che lo mandò alla custodia dei porci.

Suo padre, che avrebbe dovuto proteggerlo, l'abbandonava alla triste sua sorte. Ma il fanciullo, alzando gli occhi al cielo, vi vedeva un altro Padre, nel quale mise tutta la sua confidenza. Non s'ingannava: fu appunto in quella penosa prova che il futuro cardinale di S. Chiesa, quegli che doveva sbalordire colla vasta sua penetrazione e collo splendore della sua vita edificare il mondo, fece il tirocinio della santità, appena coperto di stracci, dice la storia, e che non sempre aveva che torsi la fame.

In questo frattempo morì suo padre. Il giovane, dimenticando le durezze sofferte, come un buon figlio lo pianse e non cessava di pregar Dio per l'anima sua. Un giorno, sulla strada trovò uno scudo, che sembrava colà deposto per lui dalla Provvidenza: era una fortuna pel povero fanciullo, ma invece di servirsene per mitigare la propria miseria, il primo suo pensiero fu di portarlo ad un prete, pregandolo di celebrar la messa per l'anima di suo padre.

«Mi si permetta, dice l'abate Louvet, di riferire una memoria personale. Quando predicava la fede nella Cocincina, una povera figlia annamita, da poco battezzata, perdette la madre. A quattordici anni era obbligata a provvedere col tenue suo guadagno (cinque tien al giorno, circa otto soldi di Francia) al proprio sostentamento ed a quello dei suoi due piccoli fratelli. Quale non fu la mia sorpresa nel vederla venire, al finir della settimana, a portarmi il guadagno di due giornate, perché dicessi la Messa secondo l'intenzione di sua madre! Quei poveri fanciullini avevano digiunato una parte della settimana, per procurare alla defunta loro genitrice un piccolo suffragio.

Ecco la generosità dei poveri! Qual esempio e qual rimprovero per tanti ricchi, prodighi pei lusso, pei piaceri, ma tanto avari quando si tratta di limosine di messe a favore dei defunti!

Sebbene anzitutto bisogni consacrare le proprie limosine a far offrire il santo Sacrifizio per le anime dei nostri e per la nostra, bisogna pure destinarne una parte al sollievo dei poveri o ad altre buone opere, come le scuole cattoliche, la propagazione della fede, e molte altre, secondo le circostanze. Sante sono tutte queste liberalità, conformi allo spirito della Chiesa ed efficacissime per le anime del Purgatorio. 

L'abate Louvet sopraddetto riferisce un altro fatto che qui merita di trovare un posto. Si tratta d'un uomo povero, che fu liberala per la propagazione della fede, ma con circostanze che resero questo atto particolarmente prezioso pel futuro bisogno della sua anima nel Purgatorio.

Un povero portinaio di seminario aveva, nella lunga sua vita, soldo per soldo, ammassato la somma di ottocento lire. Non avendo famiglia, destinava quel denaro a far dir messe dopo la sua morte. Un giovine prete si preparava a lasciare il seminario per entrare nelle Missioni straniere. Il povero vecchio, saputa la cosa, fu inspirato di dargli il suo piccolo tesoro per l'opera tanto bella della propagazione della fede. Lo piglia dunque da solo e gli dice: «Caro signore, vi prego di ricevere questa piccola limosina per aiutar vi nell'opera della propagazione della fede. L'aveva riservata per far dire delle messe dopo morte, ma amo meglio rimanere un po' più lungamente nel Purgatorio, e che il nome del buon Dio sia glorificato». - Il seminarista era commosso fino alle lacrime. Non voleva accettare l'offerta troppo generosa di quel povero uomo; ma questi talmente insistette, che sarebbe stata una crudeltà rifiutarne.

Dopo alcuni mesi, moriva quel buon vecchio. Nessuna rivelazione venne ad annunziare quanto successe nell'altro mondo; ma forse che ve n'ha bisogno? Non sappiamo abbastanza che il Cuore di Gesù non si lascia vincere in generosità?

 

CAPITOLO XXIII.

Motivi di aiutare le anime: obbligo non solo di carità, ma ancora di giustizia. - Legati pii. - Il Padre Rossignoli e la proprietà sperperata. - Tommaso di Cantimprè ed il soldato di Carlo Magno.

La carità verso i defunti non è puramente facoltativa e di consiglio: è di precetto, non meno della limosina da farsi ai poveri. Come esiste un obbligo generale di carità per la limosina corporale, così, ed a più forte ragione, siamo per la legge generale della carità obbligati ad assistere i nostri fratelli sofferenti del Purgatorio.

A questo dovere di carità bene spesso si unisce una obbligazione di stretta giustizia. Quando un moribondo esprime le sue ultime volontà in materia d'opera pia; quando ai suoi eredi dà l'incarico di far celebrare tante messe, di distribuire tanta limosina, per qualsiasi opera buona: gli eredi sono per istretta giustizia obbligati, dal momento che accettano la successione d'adempirne senza dilazione lutti i pesi.

Questo dovere di giustizia è tanto più sacro, dacché spesso i legati non sono che palliate restituzioni.

Ora cosa ci dice la giornaliera esperienza? Si ha premura di adempire con zelo e religiosa cura a tutti i pii obblighi che riguardano l'anima del defunto? Ohimè! il contrario è un fatto che tutto dì avviene sotto i nostri occhi: una famiglia che va al possesso d'una fortuna, talvolta considerevole, sofisticherà, cavillerà al povero defunto i suffragi che si era riservati, e se vi si prestano le sottigliezze della legge civile, non si avrà vergogna di far annullare il testamento sotto pretesto d'artifizio. Non è per niente che l'autore dell'Imitazione ci avverte di compiere in vita opere soddisfattorie e di Don far troppo calcolo sugli eredi!

Ebbene, ecco, e lo sanno le famiglie, ecco una sacrilega ingiustizia unita ad una abominevole crudeltà! Rubare ad un povero, dice il IV Concilio di Cartagine, è un farsi suo assassino: Egentium necatores. Che dire di quelli che spogliano i defunti, e senza soccorso li lasciano fra i terribili tormenti del Purgatorio?

Quindi, coloro che si rendono rei di questo infame furto, fin da questa vita bene spesso sono puniti da Dio, ed in un modo severissimo. Si fanno talvolta le meraviglie al veder fra le mani di avidi eredi liquefarsi considerevoli fortune, una specie di maledizione sembra piombare sopra certe eredità. Nel giorno del giudizio si vedrà che la causa di queste rovine è stata bene spesso l'avarizia e l'ingiustizia di eredi che non soddisfecero ai pii legati dei quali era gravata la loro successione.

Avvenne a Milano, dice il Padre Rossignoli, che una magnifica proprietà, poco distante dalla città, fu tutta devastata dalla gragnola, mentre i campi vicini erano rimasti interamente intatti. Questo fenomeno eccitò l'attenzione e lo stupore: si ricordava il flagello d'Egitto, quella grandine che distrusse i campi degli Egiziani, e rispettò la terra di Gessen abitata dai figli d'Israele. Non si sapeva come spiegare questo mistero, quando la comparsa di un'anima del purgatorio fece conoscere che era un castigo dato ai figli ingrati e colpevoli, che non avevano eseguito l'ultima volontà del loro padre riguardo ad opere pie.

Si sa che in tutti i paesi, in tutti i luoghi si parla di case rese inabitabili da misteriose comparse con grave danno dei loro proprietari: ora quando si va al fondo delle cose, generalmente si trova un'anima dimenticata dai suoi, e che domanda la soddisfazione, dei suffragi a lei dovuti. Non siamo creduli, e diamo pure larga parte all'immaginazione, alla illusione, alla stessa malizia umana: ma rimarranno sempre fatti perfettamente provati, per insegnare agli eredi senza viscere come Dio punisce, anche in questa vita, un operare tanto ingiusto e sacrilego.

Il fatto seguente, tolto a Tommaso di Cantimprè lo prova ad evidenza. Durante le guerre di Carlomagno, un valoroso soldato aveva servito molti anni in onorifiche ed importanti cariche. La sua vita era stata quella di un cristiano, ed il tumulto degli eserciti, delle battaglie non gli aveva fatto dimenticare alcun suo dovere essenziale. Tuttavia aveva commesso una quantità di piccoli falli, comuni alla gente di sua professione. Giunto ad un'età molto avanzata, si ammalò, e vedendo avvicinarsi la morte. chiamò al suo letto un nipote orfano di cui s'era fatto padre e gli espresse l'ultima sua volontà. «Figlio mio, gli disse, sai che io non ho ricchezze da lasciarti: non ho che le mie armi ed il mio cavallo. Le mie armi saranno per te. Quanto al cavallo, quando avrò reso l'anima a Dio, lo venderai e ne dividerai il prezzo tra i poveri ed i preti, affinché questi per me offrano il divin Sacrifizio, e quelli mi soccorrano colle loro preghiere».

Il nipote piangendo, promise di eseguire tutto ciò puntualmente e senza ritardo. Quasi subito dopo morì il vecchio, e l'erede prese le armi e condusse via il cavallo. Era un animale bellissimo e di molto valore. Invece di venderlo subito, secondo l'ultima volontà del defunto, cominciò a servirsene per alcuni piccoli viaggi. Dilazionò sotto il doppio pretesto che non era incalzato ad eseguire tanto prontamente la sua promessa, e che poteva aspettare una buona occasione per averne forse un prezzo migliore. Ma finì col dimenticare il sacro obbligo che aveva da compiere. 

Erano scorsi sei mesi, quando un mattino gli apparve il defunto e gli rivolse questi severi rimproveri: «Infelice! hai dimenticato l'anima del tuo zio; hai violato il sacro impegno che ti assumesti al mio letto di morte. Ove sono le sante messe che dovevi far offrire, ove le limosine che dovevi distribuire ai poveri per l'anima mia? Per la tua colpevole negligenza, ho sofferto nel Purgatorio inauditi tormenti. Finalmente Dio ebbe di me pietà: oggi stesso entro nella felicità dei Santi.

«Ma tu per un giusto giudizio di Dio, morrai entro pochi giorni, ed in mia vece sosterrai le pene che mi sarebbero rimaste da scontare, se Dio a mio riguardo non mi avesse usato indulgenza. Tu soffrirai per tutto il tempo di cui Dio mi fa grazia, dopo comincerai le espiazioni dovute ai tuoi falli».

Alcuni giorni dopo il nipote s'infermò gravemente. Tosto chiamò un prete, raccontò la sua visione, si confessò con molte lagrime e spirò con sentimenti di sincero pentimento.
 

CAPITOLO XXIV

Motivi di aiutare le anime: obbligo di giustizia. - S. Bernardino da Siena e la vedova infedele. - Restituzioni velate. - Mancata esecuzione di ultime volontà. - Tommaso di Cantimprè e la sua ava. - S. Caterina da Siena e suo padre Giacomo.

S. Bernardino da Siena riferisce che due sposi, che non avevano figli, fecero un patto pel tempo in cui uno di esso sarebbe morto: il superstite doveva distribuire il bene posseduto dal defunto in limosine, a suffragio della sua anima. Pel primo morì il marito; e la vedova trascurò di compiere la sua promessa. Viveva ancora la madre di questa vedova: le apparve il defunto, pregandola d'andar a trovare la sua figlia per eccitarla a nome di Dio a soddisfare al suo impegno. «Se differisce, aggiunse, di distribuire in limosine la somma che destinai pei poveri, ditele da parte di Dio che fra trenta giorni, sarà colpita da morte repentina». Quando quella donna udì il grave avvertimento, osò chiamarlo un sogno, e persistette nella sacrilega sua infedeltà. Scorsero i trenta giorni, e l'infelice, salita ad un'alta stanza, cadde da una finestra e sul colpo morì.

Le ingiustizie verso i defunti, di cui parliamo ed i fraudolenti artifizi, coi quali molti cercano sottrarsi all'esecuzione dei pii legati, sono peccati gravi, delitti che meritano l'inferno. Solo col farne una sincera confessione e nel tempo stesso la debita devoluzione si sfugge alle pene eterne.

Ohimè! sì è sopratutto nell'altra vita che la divina giustizia punirà come si meritano le colpevoli detenzioni del bene dei morti. Un giudizio senza misericordia, dice lo Spirito Santo, avrà chi fu senza misericordia (Giacobbe, II, 13). Qual rigoroso giudizio non deve aspettarsi quegli, la cui abominevole avarizia per mesi, per anni, forse per secoli, lasciò l'anima d'un parente, d'un benefattore, fra gli spaventosi supplizi del Purgatorio?

Come più sopra dicemmo, questo delitto è altrettanto più grave, inquantocchè in molti casi i suffragi chiesti dal defunto per l'anima sua, non sono, in ultimo, che velate restituzioni. É ciò che troppo spesso ignorano le famiglie. Si trova assai comodo parlare di artifizi e di avidità per parte del clero; si fa annullare un testamento con questi bei pretesti, e bene spesso, forse il più delle volte, si trattava d'una necessaria restituzione. Il prete non era che l'intermediario di quell'azione indispensabile, obbligato al più assoluto segreto, in forza del sacramentale suo ministero.

Spieghiamoci più chiaramente. Un moribondo in vita sua commise ingiustizie, il che avviene più frequentemente che non si pensi anche fra persone onestissime secondo il mondo. Al punto di comparire dinnanzi a Dio, quel peccatore si confessa; vuole, com'è suo dovere, riparare tutti i danni da lui recati al prossimo; ma gli manca il tempo per farlo in persona e non vuole ai suoi figli rivelare quel triste segreto. Che fa? Sotto il velo d'un pio legato copre la sua restituzione.

Ora, se questo legato non è soddisfatto, e per conseguenza non è riparata l'ingiustizia, che sarà dell'anima del defunto? Sarà ritenuta indefinitamente in Purgatorio? Noi non conosciamo tutte le leggi della divina giustizia, ma numerose apparizioni confermano questo sentimento: tutte dichiararono che non possono essere ammesse al soggiorno della beatitudine, finché la giustizia rimane lesa. D'altra parte, non sono forse quelle anime colpevoli d'aver fino alla loro morte differito una restituzione, alla quale da sì lungo tempo erano obbligate? E se adesso i loro eredi trascurano di farlo per esse, non è forse tal cosa una deplorevole conseguenza del loro proprio peccato, delle colpevoli loro dilazioni? Res clamat ad dominum la roba d'altri vuole il suo legittimo padrone, e grida contro chi ingiustamente la ritiene.

Che se, per la cattiva volontà degli eredi, mai si dovesse fare la restituzione, è chiaro che quell'anima non rimarrebbe sempre in Purgatorio; ma in questo caso un lungo ritardo alla sua entrata in Cielo sembra essere il giusto castigo d'una ingiustizia, ritrattata, è vero, da quell'anima, ma di cui aveva lasciato la causa sempre sussistente e sempre efficace.

Si pensi quindi a queste gravi conseguenze, quando si lasciano scorrere i giorni, le settimane, i mesi, gli anni forse, senza soddisfare a un debito tanto sacro. Ohimè! quanto è debole la nostra fede! Se un animale domestico, un piccolo cane, cadesse nel fuoco, forse che si tarda a ritrarnelo? Ed ecco che i vostri genitori, i vostri benefattori, le persone che vi furono più care si torcono fra le fiamme del Purgatorio, e voi tardate, voi differite, voi lasciate passare giorni tanto lunghi e tanto dolorosi per le anime, senza darvi pena di compiere le opere che devono sollevarle!

Parlammo dell'obbligo di giustizia che incombe agli eredi di adempiere ai pii legati. Vi è un altro dovere di stretta giustizia che riguarda i figli: essi sono obbligati di pregare pei loro genitori. Reciprocamente, alla loro volta i genitori sono obbligati per diritto naturale a non dimenticare dinanzi a Dio i loro figli che li precedettero nella eternità. Ohimè! vi sono genitori inconsolabili per la morte d'un figlio, d'una amatissima figlia: eppure, invece di preghiere, loro non dànno che sterili lagrime. Ascoltate quanto a questo proposito racconta Tommaso di Cantimprè: il fatto avvenne nella sua propria famiglia.

L'avola di Tommaso aveva perduto un figlio, sul quale aveva fondato le più belle speranze. Lo piangeva giorno e notte e non voleva ricevere alcuna consolazione. Nell'eccesso della sua tristezza, dimenticava il grande dovere dell'amor cristiano, e non pensava a pregare per quell'anima sì cara. Quindi, fra le fiamme del Purgatorio, l'infelice, oggetto d'una sterile tenerezza, era tutto desolato di non ricevere alcun sollievo nelle sue pene. Dio finalmente ebbe pietà di lui.

Un giorno, nel più vivo suo dolore, quella donna ebbe una miracolosa visione. Nel mezzo di una bella strada vide una processione di giovani, belli come gli angeli, che pieni di gioia andavano verso una magnifica città. Comprese essere anime del Purgatorio che facevano la loro entrata in Cielo. Avidamente guarda per scorgere se nelle loro file scoprisse il caro suo figlio. Ohimè! il figlio non c'era; ma vide che veniva, ben lontano dietro tutte le altre, triste, sofferente, affamato e cogli abiti inzuppati d'acqua. «O caro oggetto dei miei dolori, gli gridò, perché rimani indietro di questa brillante turba? - Madre mia, rispose il figlio con voce triste, siete voi, sono le lagrime che sopra di me versate, che bagnano e macchiano le mie vestimenta, che ritardano la mia entrata nella gloria. Cessate dunque d'abbandonarvi ad uno sterile e cieco dolore. Aprite il vostro cuore a più cristiani sentimenti. Se è vero che mi amate, sollevatemi nei miei atroci patimenti: applicatemi qualche indulgenza, pregate, fate limosine per me; ottenetemi i frutti del santo Sacrifizio: con ciò mi partorirete alla vita eterno, ben più desiderabile della vita terrena che mi deste».

Allora sparve la visione: e quella madre, per tal modo richiamata ai veri sentimenti cristiani, invece di darsi in preda ad un dolore smoderato, si diede alle opere buone che dovevano sollevare l'anima del figlio.

La grande causa della dimenticanza, dell'indifferenza, della colpevole negligenza e dell'ingiustizia verso i defunti è la mancanza di fede. Quindi si veggono i veri cristiani, cui anima lo spirito di fede, fare i più nobili sacrifizi per le anime dei loro morti. Penetrando collo sguardo nel luogo delle espiazioni, come il primo ed il più santo di tutti i loro doveri riguardano il procurare ai loro parenti e amici defunti la maggior copia di suffragi. Felici questi cristiani! colle loro opere mostrano la loro fede, sono misericordiosi, ed alla loro volta otterranno misericordia.

S. Caterina da Siena ci diede un somigliante esempio. Ecco come è riferito dal suo storico, il beato Raimondo da Capua. «La serva di Dio aveva un ardènte zelo per la salute delle anime. Dirò anzitutto ciò che fece pel suo padre Giacomo. Quell'uomo eccellente aveva riconosciuto la santità della sua figlia, ed era per lei ripieno di rispettosa tenerezza; a tutti in casa comandava di non mai contrariarla in nulla, e di lasciarla praticare le sue opere buone come voleva. Quindi l'affetto che univa il padre e la figlia ogni dì cresceva. Caterina pregava continuamente per la salute di suo padre; Giacomo santamente godeva delle virtù di sua figlia, e, pei suoi meriti, faceva gran calcolo di ottener grazia da Dio.

«Finalmente la vita di Giacomo si avvicinò al suo termine, e si mise a letto gravemente ammalato. Dal momento che la figlia lo vide in quello stato, ricorse alla preghiera, e domandò la guarigione di chi tanto amava. Le fu risposto che a lui era vantaggioso il non più vivere. Allora Caterina si recò dal padre e trovò il suo spirito perfettamente disposto ad abbandonare il mondo senza rammarico, e con tutto il cuore ne ringraziò Dio.

«Ma non era soddisfatto il suo affetto figliale; ritornò a pregare per ottenere da Dio, fonte di ogni grazia, di voler non solo perdonare a suo padre tutte le colpe, ma di più, di condurlo al Cielo, senza farlo passare per le fiamme del Purgatorio. Le fu risposto che la giustizia non poteva perdere i suoi diritti, e che bisognava che l'anima fosse perfettamente pura per godere degli splendori della gloria. Caterina domandò allora con insistenza e fervore che si lasciasse vivere il padre suo finché avesse fatto espiazione completa, e che se ciò non era possibile, il Signore facesse soffrire a lei ciò che la sua giustizia richiedeva, purché l'anima del padre andasse esente dai tormenti del Purgatorio.

«Mirabile cosa! Dio cedette alla preghiera ed al desiderio della sua creatura, accettò la proposta e le rispose: «Libererò tuo padre da ogni espiazione, ma farò soffrire te, finché vivrai, la pena che gli era destinata». - Caterina, piena di gioia, esclamò: «Grazie, o Signore, della vostra parola, e si compia la vostra volontà!»

«La santa ritornò subito al letto di suo padre, entrato in agonia; lo riempì di forza e di gioia assicurandolo, da parte di Dio stesso, dell'eterna sua salute, e non lo abbandonò che dopo reso l'ultimo sospiro.

«Al momento stesso in cui l'anima di suo padre si separò dal corpo, Caterina fu assalita da violenti dolori al fianco, che le rimasero fino alla morte, senza mai lasciarle un momento di riposo.

«Mentre si celebravano i funerali e che tutti piangevano, Caterina mostrava una vera allegrezza. Consolava la sua madre e tutti, come se quella morte non la riguardasse: ciò era per aver veduto quell'anima diletta uscire trionfante dalla prigione del suo corpo e senza ostacolo lanciarsi nell'eterna luce. Dio volle così non per provarla, ma per accrescere i suoi meriti e la sua corona. Bisognava che quella santa figlia, che tanto amava l'anima di suo padre, dal suo amore figliale ricavasse qualche ricompensa, e perché aveva preferito la salute di quell'anima a quella del proprio corpo, i patimenti suoi fisici recarono vantaggio alla sua anima. Quindi sempre parlava dei suoi cari e dolci dolori, e ben ne aveva ragione, giacché quei dolori accrescevano le dolcezze della grazia in questa vita e le delizie della gloria nell'altra. Dessa mi confidò che, lungo tempo ancora dopo la morte, l'anima del padre del continuo a lei si presentava per ringraziarla della felicità che le aveva procurato. Egli le rivelava molte cose nascoste, l'avvertiva delle insidie del demonio e la preservava da ogni pericolo».

 

CAPITOLO XXV.

Vantaggi della divozione per le anime purganti: pensiero salutare e riconoscenza da parte loro. - S. Giovanni di Dio: Fate limosina per amore di voi stessi. - Santa Brigida. - S. Margherita da Cortona. - S. Filippo Neri. - Il Card. Baronio e la moribonda. - Ritorno di un prete emigrato. - Il P. Monford ed il tipografo.

Vedemmo quanto la carità verso i morti è davanti a Dio santa e salutare: Sancta cogitatio. Ci rimane a considerare. quanto è in se stessa per noi medesimi salutare: Salubris cogitatio. Se l'eccellenza dell'opera in se stessa è un sì potente motivo per farla, non ne sono un minore stimolo i preziosi vantaggi che noi vi troviamo. Da una parte essi consistono nelle grazie, che riceviamo a cambio della nostra beneficenza; dall'altra, nel fervore cristiano, che ci inspira questa buona opera.

Beati, dice il Salvatore nostro, i misericordiosi, perché otterranno misericordia (Matteo, V, 7). Beato l'uomo, dice lo Spirito Santo, che si ricorda dell'indigente e del povero: il Signore lo libererà nel giorno cattivo (Salmo 40). In verità vi dico: tutte le volte che esercitaste misericordia col minimo dei miei fratelli, a me l'avete fatta (Matt., ,XXV; 40). Siavi misericordioso il Signore, come voi lo foste coi defunti (Rut, I, 8). Queste diverse parole, nel loro senso più elevato, s'intendono della carità verso i defunti.

Tutto ciò, dice S. Ambrogio nel suo libro degli Officii, che si offre a Dio per carità ai morti, si cambia in merito per noi, e dopo morte ne ritroviamo il centuplo: Omne quod defuctis impenditur, in nostrum tandem meritum commutatur et illud post mortem centuplum recipimus duplicatum. Si può dire che il sentimento della Chiesa, dei suoi Dottori e dei suoi Santi può esprimersi con questa sola frase: Quanto fate pei morti, lo fate nel modo più eccellente per voi stessi, La ragione ne è, che quest'opera di misericordia vi sarà resa al centuplo, nel giorno in cui voi stessi sarete nel bisogno. Qui si può applicare la celebre parola di S. Giovanni di Dio, quando agli abitanti di Granata domandò di far l'elemosina per loro stessi. Quel caritatevole santo, per soccorrere ai bisogni degli infermi che manteneva nel suo spedale, percorreva le contrade di Granata, gridando: Fate limosina, miei fratelli, fate limosina per amore di voi medesimi. Si facevano le meraviglie di questa novella formo la, essendo assuefatti a udir dire: l'elemosina per amor di Dio. - Perché, si diceva al santo, chiedete limosina per amar di noi stessi? - Perché rispondeva, è il gran mezzo di riscattare i nostri peccati, secondo quella parola del Profeta: Colla limosina riscatta i tuoi peccati e le tue iniquità colla misericordia verso i poveri (Daniel, IV, 24). Facendo la limosina, curate lo stesso vostro interesse, poiché con essa vi sottraete ai più terribili castighi meritati dai vostri peccati.» Non si dovrà dire che tutto ciò sia vero riguardo alla limosina che facciamo alle povere anime del Purgatorio? L'aiutarle è un preservare noi stessi da quelle terribili espiazioni alle quali altrimenti non possiamo sfuggire. Dunque con S. Giovanni di Dio possiamo gridare: fate loro la limosina dei vostri suffragi, soccorretele per amore di voi stessi.

Dicemmo che la beneficenza verso i morti è contraccambiata e ricompensata con ogni sorta di grazie, la cui sorgente è la riconoscenza delle anime e quella di Gesù Cristo, che considera come fatto a lui stesso il bene che si fa alle anime.

Santa Brigida nelle sue Rivelazioni attesta, che dal fondo delle infiammate caverne del Purgatorio udì una voce che pronunziava queste parole: «Sia benedetto, ricompensato, chiunque ci solleva in queste pene!» Ed un'altra volta: «O Signor Iddio, piegate tutta la vostra onnipotenza per ricompensare col centuplo quelli che coi loro suffragi ci aiutano, e che ai nostri occhi fanno risplendere un raggio del divino vostro splendore».

D'altra parte è ben facile il comprendere la riconoscenza delle anime. Se aveste liberato un prigioniero dalla più dura schiavitù, non sarebbe egli riconoscente per un tal bene tizio? Quando l'imperatore Carlo V, si impadronì della città di Tunisi, mise in libertà ventimila schiavi cristiani, prima della sua vittoria ridotti alla più spaventevole condizione. Penetrati da riconoscenza pel loro benefattore, benedicendolo, lo circondavano, cantando le sue lodi. Se ad un infermo disperato rendeste la sanità, la fortuna ad un infelice caduto nella indigenza, non l'accogliereste forse la loro gratitudine e le loro benedizioni? E sentiranno diversamente anime sì sante e sì buone riguardo ai loro benefattori, esse, la cui prigionia, le cui sofferenze furono assai più dure d’ogni altra prigionia, indigenza e malattia terrena? Sopratutto vengono loro incontro nel momento della morte, per proteggerli, accompagnarli ed introdurli nell'eterna requie.

Più sopra parlammo di santa Margherita da Cortona e del suo affetto pei morti. Riferisce la storia che alla sua morte vide presso di sé una moltitudine di anime che aveva liberate e che venivano a farle corteggio per condurla in Paradiso. Una santa persona di Città di Castello, rapita in ispirito nel momento in cui Margherita abbandonava la terra, vide la beata sua anima in mezzo a quel celeste stuolo.

S. Filippo Neri, per le anime del Purgatorio aveva una tenerissima divozione, e la sua inclinazione lo portava sopratutto a pregare per quelle di cui aveva diretto la coscienza. Si credeva più obbligato verso di esse, perché la Provvidenza le aveva particolarmente a lui affidate. A suo modo di vedere, la sua carità doveva seguirle fino alla loro intera purificazione ed alla loro entrata nella gloria. Assicurava ugualmente che per loro mezzo aveva ricevuto molte grazie. Dopo la sua morte, un Padre francescano pregava nella cappella ov'erano stati deposti i venerati suoi avanzi, quando gli apparve il santo, circondato di gloria, in mezzo ad un brillante corteggio. Il religioso, guadagnato dall'aria di bontà e famigliarità con la quale il santo lo guardava, gli domandò chi erano quei numerosi beati che lo circondavano. Gli rispose il santo, essere le anime di quelli ai quali era stato utile nella mortale sua vita, e che coi suoi suffragi aveva liberati dal Purgatorio. Aggiunse che erano venute ad incontrarlo al suo uscire dal mondo, per introdurlo alla loro volta nella celeste Gerusalemme.

«Non v'è dubbio, dice il pio Padre Rossignoli, che i primi favori che le anime liberate dopo la loro entrata nella gloria, domandano alla divina misericordia, siano per quelli che loro aprirono le porte del Paradiso, e non mancheranno di pregare per essi tutte le volte che li vedranno in qualche bisogno o pericolo. Nei rovesci di fortuna, nelle malattie, negli accidenti d'ogni genere, saranno i loro protettori. Crescerà il loro zelo quando si tratterà degli interessi dell'anima, li aiuteranno potentemente a vincere le tentazioni, a praticare buone opere, a morire cristianamente, a sottrarsi alle espiazioni dell'altra vita». Il Cardo Baronio racconta che una persona assai caritatevole verso le anime si trovò in punto di morte fra vive angosce. Seri timori le insinuò lo spirito delle tenebre, ed alla sua anima velando la dolce luce delle divine misericordie, tentava gettarla nella disperazione; quando tutto ad un tratto sembrò aprirsi ai suoi occhi il Cielo e discenderne migliaia di difensori, che volarono in suo soccorso, rianimando la sua confidenza e promettendole la vittoria. Confortata da tal inatteso aiuto, domandò ai suoi difensori chi erano: «Siamo, risposero, le anime che i vostri suffragi liberarono dal Purgatorio; alla nostra volta veniamo ad aiutarvi, e ben presto vi condurremo in Paradiso». A quelle consolanti parole l'infermo si sentì tutto cambiato e ripieno della più dolce confidenza. Poco tempo dopo tranquillamente spirò, colla serenità sulla fronte e coll'allegrezza nel cuore.

Per ben comprendere la riconoscenza delle anime, dovremmo avere una più chiara nozione del benefizio che ricevono dai loro liberatori: dovremmo sapere cosa è l'entrata nel Cielo. «Chi ci dirà, scrisse l'abate Louvet, le gioie di quell'ora benedetta? Rappresentatevi la felicità di un esiliato che finalmente rientra in patria. Durante i giorni del Terrore, un povero sacerdote della Vandea sfuggì per miracolo alla morte e dovette emigrare per salvarsi. Quando alla Chiesa ed alla Francia fu resa la pace, si affrettò a rientrare nella sua parrocchia.

«In quel giorno il villaggio s'era messo a festa. Tutti i parrocchiani erano venuti incontro al loro pastore e padre; suonavano festosamente i sacri bronzi e la chiesa era ornata come nelle grandi solennità. Il vecchio curato sorridendo s'avanzava in mezzo ai suoi figli: ma quando dinanzi a lui si aprirono le porte del luogo santo, quando vi vide quell'altare, che per sì lungo tempo aveva rallegrato i suoi giorni, il cuore gli si spezzò in petto, troppo debole per sostenere tanta gioia. Con voce tremante intonò il Te Deum, ma era il Nunc dimittis della sacerdotale sua vita: cadde morto ai piedi dello stesso altare. L'esiliato non aveva avuto la forza di sopportare i gaudi del ritorno.

Se tali sono le gioie del ritorno dall'esilio nella patria terrestre, chi ci dirà quelle dell'entrata nel Cielo, la vera patria delle nostre anime? E come meravigliarsi della riconoscenza dei beati che vi introducemmo?» 

Il Padre Giacomo Monford, della Compagnia di Gesù, che per quarant'anni combatté per la causa della Chiesa, aveva sul Purgatorio composto un'opera notevole. Il libro ebbe molto spaccio, fece un gran bene alle anime, e l'editore Guglielmo Freyssen di Colonia fu uno di quelli che ne ricavò i più grandi vantaggi. Ecco quanto egli scrisse al Padre Monford nel 1649: Vi scrivo, Padre mio, per parteciparvi la doppia e miracolosa guarigione di mio figlio e di mia moglie. Nei giorni di festa in cui il mio negozio era chiuso, mi posi a leggere il libro di cui mi affidaste la stampa: Della misericordia da esercitare verso le anime del Purgatorio. Era ancora tutto penetrato da quella lettura, quando fui avvertito che mio figlio, di quattr'anni, aveva i primi sintomi d'una grave malattia. Subitamente aumentò il male, i medici disperavano, e già si pensava che dovesse morire. Allora mi venne il pensiero che forse potrei salvarlo facendo un voto in favore delle anime del Purgatorio.

«Mi recai quindi di buon mattino alla chiesa, e con fervore supplicai Dio aver pietà di me, impegnandomi con voto a distribuire gratuitamente cento copie del vostro libro ad ecclesiastici e religiosi per ricordare loro con quale zelo debbano interessarsi pei membri della Chiesa sofferente e quali siano le migliori pratiche per compiere questo dovere.

«Ero, lo confesso, pieno di speranza. Ritornato a casa, trovai il figlio migliorato. L'indomani, la sua guarigione era completa. Pieno di riconoscenza, nulla più ebbi a cuore quanto di compire la mia promessa.

«Tre settimane dopo, mi avvenne un altro accidente non meno grave. Mia moglie, rientrando in casa, fu improvvisamente presa da un tremito cosi violento in tutte le sue membra, da gettarla a terra e togliere ogni sentimento.

Inutilmente si impiegarono tutti i mezzi: il male non faceva che aggravarsi ed era perduta ogni speranza. Il suo confessore, vedendola in quello stato, mi rivolgeva parole consolanti, e già paternamente mi esortava a rassegnarmi alla volontà di Dio. Quanto a me, dopo l'esperienza fatta delle buone anime del Purgatorio, mi rifiutai di disperare. Ritornai quindi alla medesima chiesa; prostrato dinnanzi all'altare del SS. Sacramento, con tutto l'ardore di cui era capace rinnovai le mie suppliche: e feci voto di distribuire duecento copie del vostro libro, per procurare numerosi soccorsi alle anime sofferenti. Nel tempo stesso supplicai le anime che precedentemente erano state liberate d'unire le loro preghiere a quelle delle altre ancora ritenute nel Purgatorio.

«Dopo questa preghiera, tornavo a casa, quando vidi corrermi incontro i miei servi: venivano ad annunziarmi che la mia cara inferma era notevolmente sollevata. Pochissimo tempo dopo, si era pienamente ristabilita. - FREYSSEN».

 

CAPITOLO XXVI.

Vantaggi della divozione per le anime purganti: favori temporali. - L'abate Postel e la serva di Parigi. ­ La donna napoletana ed il biglietto misterioso

Il seguente fatto è riferito dall'abate Postel, traduttore del P. Rossignoli. È avvenuto a Parigi verso il 1827, e l’inserì nelle Maraviglie del Purgatorio, sotto il numero 51.

Una povera serva, cristianamente educata nel suo villaggio, aveva adottato la santa pratica di far dire ogni mese, coi tenui suoi risparmi, una messa per le anime purganti. Condotta dai suoi padroni nella capitale, non vi mancò una sola volta, facendosi d'altronde una legge d'assistere ella stessa al divin Sacrifizio e di unire le sue preghiere a quelle del sacerdote, specialmente a favore dell'anima, la cui espiazione per essere terminata non aveva bisogno che di poca cosa.

Dio ben presto la provò con una lunga malattia, che non soltanto la fece crudelmente patire, ma le fece perdere il posto ed esaurire gli ultimi suoi mezzi. Il giorno in cui poté uscire dallo spedale, il suo denaro era ridotto a venti soldi. Dopo d'avere indirizzato al Cielo una preghiera piena di confidenza, si mise in cerca d'un posto. Le si era parlato di un ufficio di collocamento all'estremità della città, e vi si recava, quando trovandosi sulla sua strada la chiesa di S. Eustachio, vi entrò. La vista di un sacerdote all'altare le ricordò che in quel mese aveva mancato alla ordinaria sua messa dei morti, e che quel giorno era precisamente quello in cui da molti anni si era procurato tale consolazione. Ma come fare? Se si privava della sua ultima lira, non le restava nemmeno con che saziar la fame. Fu un combattimento tra la sua divozione e l'umana prudenza. Vinse la divozione. «Alla fin fine, disse a se stessa, il buon Dio vede che è per lui, e non mi abbandonerà!» Entra nella sacrestia, fa la sua offerta per una messa, poscia col solito fervore vi assiste.

Qualche momento dopo, piena d'inquietudine, come ben si può comprendere, continuava il suo viaggio. Assolutamente priva di tutto, che fare? Era in questi pensieri, quando un giovane pallido, di forme svelte, d'un distinto contegno, a lei s'avvicina e le dice: «Cercate un posto, non è vero? - Sì, Signore. - Ebbene, andate nella tal via, numero tale, in casa della signora X; credo che con lei vi acconcerete e vi troverete bene». Dette queste parole, scomparve tra la folla dei passeggeri, senza aspettare i ringraziamenti che gl'indirizzava la povera giovane.

Si fa indicare la via, riconosce il numero, e sale all'appartamento. Ne usciva una domestica, che teneva sotto il braccio un fardello e mormorava parole di lamento e di collera. «C'è la signora? chiese la nuova venuta. - Forse sì, forse no, rispose l'altra: che importa a me? Aprirà la stessa signora se le piace. Io non ho più niente a fare con lei. Addio». E discende le scale.

Tremando, la povera giovane suona ed una voce soave le dice d'entrare. Si trova di fronte ad una dama avanzata in età, di venerabile aspetto, che la incoraggia ad esporre la sua domanda. «Signora, disse la serva, seppi questa mattina che abbisogna d'una cameriera, ed io le offro i miei servigi: fui assicurata che sarei stata accolta con bontà. - Ma, mia cara figlia, quanto dite è cosa ben straordinaria. Questa mattina aveva bisogno di nessuno: solo da mezz'ora licenziai una insolente domestica, e, tranne me e lei, nessuno al mondo sa la cosa. Chi dunque vi manda? - «È un signore, un giovine signore che incontrai per istrada, che per questo mi fermò, e ne benedico Iddio, abbisognando proprio di trovar posto oggi, non avendo un soldo».

La vecchia signora non poteva comprendere chi fosse quel personaggio e si perdeva in congetture, quando la serva, levando gli occhi sopra un mobile della piccola sala, scorse un ritratto. «Ecco, signora, disse; non cercate più oltre: ecco esattamente la figura del giovane che mi parlò: vengo da parte sua».

A quelle parole, la dama manda un grido e sembra vicina a perder la cognizione. Si fa ridire tutta quella storia, quella della devozione alle anime del Purgatorio, della messa del mattino, dell'incontro dell'estraneo; poscia, gettandosi al collo della povera donna, con effusione l'abbraccia e le dice: «Tu non mi sarai serva, ma da questo punto sei mia figlia! È mio figlio, l'unico mio figlio che hai veduto: il mio figlio morto da due anni, che ti è debitore della sua liberazione, non ne posso dubitare, e cui Dio permise d'inviarvi qui. Sii dunque benedetta, e d'ora innanzi preghiamo assieme per tutti quelli che soffrono prima di entrare nella beata eternità».

Per mostrare che le anime del Purgatorio anche con benefizi temporali testificano la loro riconoscenza, il P. Rossignoli riferisce un fatto avvenuto a Napoli, che ha qualche analogia col precedente.

Se a tutti non è concesso di offrire a Dio la ricca limosina di Giuda Maccabeo, che pei sacrifizi e per le preghiere a favore dei morti mandò a Gerusalemme dodicimila dramme d'argento, ben pochi però vi sono che non possano almeno fare il dono della povera vedova del Vangelo, lodata dallo stesso Salvatore. Non dava, diceva Gesù che due oboli, ma quei due oboli valevano di più dell'oro dei ricchi, perché nella sua indigenza, aveva dato quanto le era necessario per vivere (Marco, XII, 44).

Ohimè! venne un giorno in cui un povero napoletano, padre di famiglia fu cacciato in prigione per debiti, sicché la sussistenza della famiglia rimase a carico dell'infelice madre, che ormai non aveva più confidenza che in Dio. Scongiurava con viva fede la Provvidenza ad aiutarla, e sopratutto a liberare il suo marito, che gemeva in prigione pel solo delitto della sua miseria.

Andò a trovare un ricco e benefico signore, gli espose la triste sua situazione e, piangendo, lo supplicò a soccorrerla. Dio permise che non ricevesse che una piccola limosina, un carlino, moneta del paese, del valore all'incirca di cinquanta centesimi. Desolata, entra in una chiesa per supplicare il Dio dei poveri di proteggerla nella sua miseria, non avendo sulla terra altro appoggio. Era immersa nella sua preghiera e nelle sue lagrime, quando, per ispirazione del suo buon angelo, le venne in pensiero d'interessare per lei le anime del Purgatorio. Piena di confidenza, entra in sacrestia, offre la sua piccola moneta e domanda che le si faccia la carità d'una messa da morto. Un buon prete che trovavasi colà si fa premura di soddisfarla, e sale all'altare, mentre la povera donna, protesa a terra, assiste al Sacrificio ed offre le sue preghiere pei defunti.

Se ne ritornò poi consolata, come se fosse stata assicurata che Dio avrebbe esaudita la sua preghiera. Percorrendo le popolose vie di Napoli, le s'avvicina un venerando vecchio, che le chiede donde viene e dove va. La infelice gli spiega i suoi bisogni, e l'uso da lei fatto della tenue limosina ricevuta. Il vecchio si mostra assai commosso per la sua miseria, le rivolge parole d'incoraggiamento e le dà un biglietto sigillato con ordine di portarlo da parte sua ad un gentiluomo che le designa; quindi s'allontana.

Nulla più preme alla donna che di portare il biglietto all'indicato gentiluomo. Questi, aprendolo, rimane sbalordito e sul punto di venir meno: riconosce la scrittura di suo padre, morto da qualche tempo. «E donde viene questa lettera? domanda, fuor di sé. - Signore, risponde la buona donna, è un vecchio caritatevole che mi si avvicinò sulla strada. Gli esposi la mia miseria e mi disse di venire a trovarvi da parte sua e consegnarvi questo biglietto; dopo di che si allontanò. Quanto i lineamenti del suo volto, molto si rassomigliano a quelli del quadro che avete là sopra la porta».

Sempre più colpito da queste circostanze, il gentiluomo riprese il biglietto e ad alta voce lesse: «Figlio mio, tuo padre lascia il Purgatorio per una messa che la latrice di questo scritto fece celebrare stamane. Ella si trova in grande necessità, ed io te la raccomando». Lagrime di contentezza bagnano il suo volto, e rivolgendosi alla donna: «Povera madre, le disse, voi con una tenue limosina avete assicurato l'eterna felicità di chi mi diede la vita. Alla mia volta voglio assicurare la temporale vostra felicità. Io mi prenderò cura di tutti i vostri bisogni, di voi e della vostra famiglia».

Questa storia c'insegna che la più piccola carità ai membri della Chiesa purgante è preziosa dinanzi a Dio e ci attira miracoli di misericordia.

 

CAPITOLO XXVII.

Vantaggi della divozioni alle anime purganti: favori temporali e spirituali. - Cristoforo Sadoval a Lovanio. - L'avvocato che rinunzia al mondo. - Il fratello Lacci della Compagnia di Gesù ed il medico Verdiano. ­ Santa Brigida. - Santa Caterina da Bologna. ­ Il ven. Vianney, curato d'Ars.

Citiamo ancora un fatto tanto più degno di qui figurare, dacché un gran papa, Clemente VIII, vi scorse il dito di Dio e raccomandò di pubblicarlo ad edificazione della Chiesa. Parecchi autori, dice il P. Rossignoli, riferirono il meraviglioso soccorso che dalle anime del Purgatorio ricevette Cristoforo Sandoval, arcivescovo di Siviglia. Essendo ancora fanciullo, aveva l'abitudine di distribuire in limosina per le anime una parte del denaro che gli si dava per i minuti piaceri. La sua pietà non fece che crescere cogli anni! per le anime dava quanto poteva disporre, fino a privarsi di mille cose che gli sarebbero state utili o necessarie.

Nel tempo che compiva i corsi nell'Università di Lovanio, avvenne che le lettere che aspettava dalla Spagna ebbero un ritardo, e per conseguenza si trovò sprovvisto di denaro, al punto da non avere con che provvedere al proprio sostentamento. In quel momento un povero gli chiese la limosina a nome delle anime del Purgatorio: e, ciò che mai gli era successo, ebbe il dolore di doverla riffutare.

Desolato per questo incidente, entrò in una chiesa. «Se non posso dar la limosina, diceva a se stesso, per le povere mie anime, voglio almeno aiutarle pregando per esse».

Terminata appena la sua preghiera, uscendo dalla chiesa, gli si avvicinò un bel giovane, in abito da viaggiatore, che con modi rispettosi lo salutò. Cristoforo provò un sentimento di religioso turbamento, come se fosse stato alla presenza di uno spirito in forma umana. L'amabile suo interlocutore colla più grande gentilezza gli parlò del marchese di Dania, suo padre, dei suoi parenti, dei suoi amici, precisamente come uno spagnuolo, che

Sandoval, che in tutta la giornata non aveva mangiato, volentieri accettò quella graziosa offerta. Dopo il pasto, lo straniero diede a Sandoval una certa somma, pregandolo d'accettarla, perché ne facesse quell'uso che a lui piacerebbe, aggiungendo che, quando vorrebbe, se la farebbe rendere dal marchese suo padre, in Ispagna. Poscia, adducendo il pretesto di qualche affare, si ritirò, e Cristoforo mai più lo rivide. Malgrado tutte le sue indagini riguardo a quello sconosciuto, venne in chiaro di niente: nessuno, né a Lovanio, né in Ispagna, l'aveva veduto, nessuno conosceva un giovane somigliante. Quanto al denaro, era esattamente la somma di cui abbisognava il pio Cristoforo per aspettare le sue lettere in ritardo; e mai alla sua famiglia fu chiesto quel denaro.

Il Cielo a soccorrerlo aveva inviato alcuna delle anime da lui stesso soccorse colle sue preghiere e colle sue limosine. In questo sentimento fu confermato dal papa Clemente VII, cui raccontò il fatto quando si recò a Roma per ricevere le sue bolle di vescovo.

Tale è la riconoscenza delle anime sante uscite da questo mondo, da testificarla anche pei servigi a loro resi mentre erano ancora in vita. Negli Annali dei Frati Predicatori è riferito che, fra quelli che domandarono l'abito di san Domenico nell'anno 1241, si trovava un avvocato che aveva abbandonato la sua professione, in conseguenza di straordinarie circostanze. Era stato legato in amicizia con un giovane assai pio, che caritatevolmente assistette nella malattia di cui morì. Dopo la morte del suo amico, non dimenticò di pregare per l'anima sua, sebbene non fosse di grande pietà. Bastò questo perché il defunto gli procurasse il più grande benefizio, quello della conversione e della religiosa vocazione. Trenta giorni circa dopo la sua morte, apparve all'avvocato e lo supplicò di soccorrerlo, perché si trova va in Purgatorio. «Sono rigorose le vostre pene? gli domandò l'amico. - Ohimè! rispose, se tutta la terra colle sue foreste e colle sue montagne fosse in fuoco, non sarebbe un braciere come quello in cui io mi trovo immerso». L'avvocato fu preso da spavento, si rianimò la sua fede e pensando alla propria anima: «In quale stato, domandò, mi trovo agli occhi di Dio? - In cattivo stato, rispose il defunto, ed in una pericolosa professione. - Che farò io dunque? Che consiglio mi date? - Lasciate il mondo cattivo in cui vi siete impegnato, e non occupatevi che della salute dell'anima vostra». Seguì l'avvocato quel consiglio, diede tutti i suoi beni ai poveri e prese l'abito di S. Domenico.

Ecco come un santo religioso della Compagnia di Gesù seppe dopo la sua morte riconoscere i servigi del medico Verdiano, che l'aveva curato nella sua ultima malattia. Il fratello coadiutore Francesco Lacci era morto nel Collegio di Napoli nel 1598. Era un uomo di Dio, pieno di carità, di pazienza e di una tenera divozione verso la Santa Vergine. Alcun tempo dopo la sua morte, il dottore Verdiano entrò di mattina assai per tempo nella chiesa del Collegio per udire la messa prima di cominciare le sue visite. Era il giorno in cui si facevano le esequie del re Filippo II, morto quattro mesi prima. Nel momento in cui, uscendo dalla chiesa, prendeva l'acqua benedetta, si presenta a lui un religioso e gli chiede perché si sia eretto il catafalco e quali esequie si celebravano. «Quelle del re Filippo II», rispose.

Nel tempo stesso Verdiano, stupito che un religioso facesse tale domanda ad uno straniero, e non distinguendo in quella parte poco illuminata i lineamenti del suo interlocutore domandò chi era. «Sono, rispose, il fratello Francesco, che curaste nella mia malattia». Il dottore attentamente guarda e perfettamente riconosce i lineamenti del Lacci. Stupefatto e commosso: «Ma, gli dice, voi siete morto di quella malattia. Voi dunque patite nel Purgatorio e venite a chiedermi i suffragi. - Benedetto sia Iddio, io non ho più né dolore, né tristezza; non ho più bisogno di suffragi. Sono fra le gioie del Paradiso. - E il re Filippo II è desso pure in Paradiso? - Sì, vi è, ma sta sotto di me, quanto sulla terra stava sopra di me. E voi, aggiunse il Lacci, ove pensate di far oggi la vostra prima visita?» Avendogli Verdiano risposto che andava dal patrizio di Maio, infermo, il comparso l'avvertì di star in guardia contro un grave pericolo che lo minacciava in quella casa. Infatti, il medico sulla porta di quella casa trovò una grossa pietra posta in modo che, urtandola, avrebbe potuto fare una caduta mortale. Questa materiale circostanza sembra sia stata disposta dalla Provvidenza, per provare a Verdiano che non era stato il giuoco di una illusione.

Ma le anime il più sovente esercitano la riconoscenza invisibilmente colle loro preghiere. Le anime pregano per noi, non solo quando per la loro liberazione si trovano in Cielo, ma sin nel luogo del loro esilio ed in mezzo ai loro patimenti. Sebbene non possano pregare per se stesse, colle loro suppliche ottengono per noi grandi grazie. Tale è l'insegnamento espresso da due illustri teologi, Bellarmino e Suarez. «Quelle anime, dice Suarez, sono sante e care a Dio; la carità le porta ad amarci, e sanno, almeno in modo generale, a quali pericoli siamo esposti, qual bisogno abbiamo del soccorso divino. E perché dunque non pregheranno pei loro benefattori?»

Perché? Ma, si risponderà, perché nel buio loro soggiorno non li conoscono.

A questa obbiezione si può anzitutto rispondere, che le anime almeno sentono il sollievo che ricevono ed il soccorso che loro è dato: ciò basta, quand'anche ignorassero donde viene loro, per chiamare le benedizioni del Cielo sopra i loro benefattori, chiunque siano, ma che ben sono conosciuti da Dio.

Ma, di fatto, non sanno esse da chi loro viene l'assistenza nelle pene? Forti ragioni ci persuadono che non esiste per loro ignoranza su questo punto. Il loro angelo custode, che con esse dimora per dar loro tutte le consolazioni che stanno in suo potere, li priverebbe forse d'una tanto consolante cognizione? Poi, questa cognizione non è forse assai conforme al dogma della comunione dei Santi? L'unione che esiste fra noi e la Chiesa purgante non sarà forse tanto più perfetta se sarà reciproca, se le anime meglio conosceranno i loro benefattori?

Questa dottrina si trova confermata da una moltitudine di particolari rivelazioni e dalla pratica di sante persone. Già dicemmo che santa Brigida, nelle sue estasi, udì parecchie di queste anime dire ad alta voce: «Signore, Dio onnipotente rendete il centuplo a quelli che ci assistono colle loro preghiere e che vi offrono buone opere per farci godere della luce della vostra divinità».

Si legge nella Vita di S. Caterina da Bologna, che per le anime del Purgatorio aveva una divozione piena di tenerezza: che per esse spesso e con fervore pregava; che ad esse si raccomandava con grande confidenza negli spirituali suoi bisogni, ed induceva altri a farlo, loro dicendo: «Quando voglio ottenere qualche grazia dal nostro Padre del Cielo, ricorro alle anime che sono ritenute nel Purgatorio, le supplico di presentare alla divina Maestà la mia domanda in loro nome, e provo che per la loro interposizione sono esaudita». Un santo prete dei nostri tempi, la cui causa di beatificazione è cominciata a Roma, il venerabile Vianney, curato d'Ars, diceva ad un ecclesiastico che lo consultava: «Oh! se si sapesse quanto grande è il potere delle buone anime del Purgatorio sul cuore di Dio, e se bene si conoscessero tutte le grazie che per loro intercessione possiamo ottenere, non sarebbero tanto dimenticate! Bisogna per esse pregar molto, onde esse molto preghino per noi».

 

CAPITOLO XXVIII

Vantaggi della divozione per le anime purganti: riconoscenza del divino Sposo delle anime. - La venerabile Arcangela Panigarola e suo padre Gottardo. - S. Caterina da Siena e una peccatrice.

Se le anime sono riconoscenti verso i loro benefattori, Nostro Signor Gesù Cristo, che ama quelle anime, che come fatto a lui riceve tutto il bene che loro si procura, non renderà minore ricompensa, spesso fin da questa vita, e sempre nell'altra; come punirà quelli che si scordano di usare misericordia alle anime purganti.

Vediamo dapprima un esempio di castigo. La venerabile Arcangela Panigarola, religiosa domenicana, priora del monastero di S. Marta a Milano, aveva uno straordinario zelo pel sollievo delle anime del Purgatorio. Pregava e faceva pregare per tutte le persone da lei conosciute, ed anche per gli sconosciuti, la cui morte le era annunziata. Suo padre Gottardo, che teneramente amava, era uno di quei cristiani del mondo che non si danno tanto pensiero di pregare pei defunti. Morì, ed Arcangela, desolata sapendo che a questo caro defunto era debitrice, più che di lagrime, di preghiere, risolse di raccomandarlo a Dio con suffragi al tutto particolari. Ma, cosa maravigliosa, questa risoluzione non ebbe quasi alcun effetto: quella figlia, tanto pia e tanto affezionata a suo padre, poca cosa poté fare per lui. Dio permetteva che, ad onta delle sante sue risoluzioni, lo perdesse costantemente di vista per occuparsi delle altre anime. Finalmente un inaspettato avvenimento venne a darle la spiegazione di quella strana dimenticanza ed eccitare la sua divozione a favore di suo padre.

Il giorno della festa del morti, si era rinchiusa nella sua cella, unicamente occupandosi di esercizi di pietà e di penitenza in favore delle anime. Tutt'ad un tratto le appare l'angelo suo custode, la piglia per mano ed in ispirito la conduce nel Purgatorio. Là, fra le anime che scorse, riconobbe quella di suo padre, immersa in uno stagno di acqua ghiacciata. Appena Gottardo vede la sua figlia sollevandosi verso di lei, con gemiti la rimprovera di averlo abbandonato nei suoi patimenti, mentre per gli altri ha tanta carità, mentre non cessa di sollevare e liberare anime che a lei sono estranee.

Arcangela rimase come sbalordita a quei rimproveri, che riconobbe di meritare: ben tosto, versando un torrente di lagrime, singhiozzando rispose: «O padre mio amatissimo; farò quanto mi domandate: piaccia a Dio che al più presto vi liberino le mie suppliche!». Intanto non poteva riaversi dal suo sbalordimento, né comprendere come avesse dimenticato in tal modo un padre tanto amato. Avendola ricondotta il suo angelo, le disse che quella dimenticanza era stato l'effetto d'una disposizione della divina giustizia. «Dio l'ha permessa a punizione del poco zelo e tiepidezza che in vita ebbe vostro padre per Dio, per la sua anima e per quelle del suo prossimo. Dio per quelli che mancano di fervore e di carità permette che si tenga quella condotta che essi tennero con Dio e coi loro fratelli». Del resto, è la regola di giustizia che il Salvatore stabilì nel Vangelo: Si userà con voi della stessa misura.

Il Signore è maggiormente inclinato a ricompensare che a punire, e se castiga colla dimenticanza quelli che dimenticano le anime tanto care al suo cuore, magnificamente si mostrerà riconoscente con quelli che lo assistono nella persona delle sue spose sofferenti. Nel giorno delle ricompense dirà loro: Venite, o benedetti dal Padre mio; possedete il regno a voi preparato. Voi esercitaste misericordia coi vostri fratelli bisognosi e sofferenti: ora, in verità vi dico: il bene che faceste al minimo fra di essi, l'avete fatto a me stesso (Matt., XXV, 40).

Spesso financo in questa vita, Gesù con diversi favori ricompensa le anime compassionevoli e caritatevoli.

Nella metà del secolo XIV, quando S. Caterina da Siena edificava la sua città natale con ogni sorta d'opere di misericordia, una donna, per nome Palmerina, dopo di essere stata l'oggetto della sua più tenera carità, concepì per la sua benefattrice una segreta avversione, che ben presto degenerò in odio implacabile. Non potendo vederla, né udirla, l'ingrata Palmerina si scatenava contro la serva di Dio e non cessava d'infamarla colle più atroci calunnie. Caterina fece quanto poteva per addolcirla; invano: quindi, vedendo che la sua bontà, la sua umiltà ed i suoi benefizi non facevano che accendere il furore di quella disgraziata, istantemente pregò Dio di ammollirne egli stesso il cuore indurito.

L'esaudì Iddio colpendo Palmerina d'una mortale infermità; ma non bastò quel castigo per farla rientrare in se stessa: a ricambio delle più tenere cure che la santa le prodigava, la oppresse d'ingiurie e la cacciò dalla sua presenza.

Intanto s'avvicinava la sua fine, e fu chiamato un prete per amministrarle i sacramenti. L'inferma fu incapace di riceverli per l'odio che nutriva e che rifiutava di deporre. A quella triste notizia, Caterina, vedendo che l'infelice aveva già un piede nell'inferno, ne fu inconsolabile. Per tre giorni e tre notti, non cessò di supplicare Dio per lei, alla preghiera aggiungendo il digiuno. «Ecchè! Signore, diceva, permetterete che per causa mia perisca quell'anima? Ve ne scongiuro, ad ogni prezzo concedetemi la sua conversione e la sua salute. Su di me punite il suo peccato, di cui sono l'occasione; non lei, ma me dovrete colpire.»

La sua preghiera era si potente che impediva all'ammalata di morire. Da tre giorni e tre notti durava l'agonia, con grande stupore degli astanti. Per tutto quel tempo Caterina continuò ad intercedere, e finì col conseguir la vittoria. Dio non poté più a lungo resisterle e fece un miracolo di misericordia. Un celeste raggio penetrò nel cuore della moribonda, le fece vedere la sua colpa e la mosse a pentimento. La santa, cui Dio le fece conoscere, tosto accorse; ed appena la vide, l'inferma le diede tutti i segni possibili d'amicizia e di rispetto, ad alta voce s'accusò del suo fallo, piamente ricevette i sacramenti, e morì nella grazia del Signore.

Ad onta di questa sincera conversione, vi era tutto a temere che quella peccatrice, appena sfuggita all'inferno, non avesse a scontare un duro purgatorio. La caritatevole Caterina continuò a fare quanto poteva per affrettare a Palmerina il suo ingresso nella gloria.

Tanta carità non poteva rimanere senza ricompensa. «Nostro Signore mostrò alla sua sposa salva quell'anima, Era tanto brillante, mi disse, che nessuna espressione era capace di descrivere la sua bellezza. Tuttavia non era ancora rivestita della gloria dèlla beatifica visione, ma aveva la bellezza che danno la creazione e la grazia del battesimo. Nostro Signore le disse: Ecco, figlia mia, quest'anima perduta che tu mi hai fatto ritrovare. Ed aggiungeva: Non ti sembra molto bella e preziosa? E se io, che sono la suprema bontà, donde scorre ogni bellezza, sono stato preso dalla bellezza delle anime tanto da scender sulla terra e versare il mio sangue per riscattarle, quanto maggiormente dovete voi adoperarvi gli uni per gli altri, onde non si perdano creature tanto mirabili! Se ti mostrai quest'anima, è perché sempre più tu sia ardente per tutto quanto riguarda la salute delle anime.

 

CAPITOLO XXIX

Vantaggi della divozione per le anime purganti: ricompense. - San Tomaso d'Aquino e la sua sorella; il confratello Romano - L'arciprete Ponzoni e don Alfonso Sanchez - La beata Margherita e la Madre Greffier.

L'angelico dottore S. Tomaso d'Aquino, pure divotissimo per le anime, fu ricompensato con parecchie apparizioni, che furono conosciute per mezzo dell'irrecusabile testimonianza dello stesso illustre Dottore.

Offriva egli in modo particolare le sue preghiere ed i suoi sacrifizi per i defunti che aveva conosciuti o che erano della sua parentela. Quando era lettore di teologia all'Università di Parigi, perdette una sorella, che morì nel monastero di Santa Maria di Capua, di cui era badessa. Appena il santo conobbe la sua morte, con fervore ne raccomandò a Dio l'anima. Alcuni giorni dopo, essa gli comparve, scongiurandolo di aver pietà di lei, di continuare, anzi raddoppiare i suoi suffragi, perché crudelmente soffriva fra le fiamme dell'altra vita. Tomaso si diede premura di offrire a Dio tutte le soddisfazioni che poteva, e di più domandò i caritatevoli suffragi dei suoi amici. In tal modo ottenne la liberazione della sorella, venuta essa stessa a dargliene l'assicurazione.

Poco tempo dopo, essendo stato inviato a Roma dai suoi superiori, gli apparve l'anima della sorella, ma questa volta, in tutto lo splendore del trionfo e della gioia. Reso famigliare colle cose soprannaturali, il santo non temette d'interrogare l'apparsa, e domandarle che n'era dei suoi due fratelli Arnaldo e Landolfo, anch'essi da qualche tempo morti. «Arnaldo è in Cielo, rispose l'anima, e vi gode un alto grado di gloria, per aver difesa la Chiesa ed il Sommo Pontefice contro le empie aggressioni dell'imperatore Federico. Quanto a Landolfo, trovasi ancora nel Purgatorio, ove soffre molto ed ha grande bisogno di soccorsi. Quanto a te. mio caro fratello, ella aggiunse, ti aspetta in Paradiso un posto magnifico, in ricompensa di quanto hai fatto per la Chiesa. Affrettati a dar l'ultima mano ai vari lavori che hai incominciato, poiché ben presto sarai unito a noi». Riferisce la storia che infatti il santo Dottore non visse più a lungo.

Un'altra volta, lo stesso santo, facendo orazione nella chiesa di S. Domenico in Napoli, vide avvicinarglisi il confratello Romano, che a Parigi gli era successo nella cattedra di teologia. Il santo dapprima credette che arrivasse da Parigi, ignorando la sua morte; si alzò quindi, gli andò incontro e lo salutò, domandando notizie della sua salute dei motivi del suo viaggio. «Non sono più di questo mondo, gli disse il religioso sorridendo, e per la misericordia di Dio già posseggo il Bene supremo: d'ordine suo vengo ad incoraggiarvi nei vostri lavori. - Sono in istato di grazia? Chiese subito Tomaso. - Sì, fratello mio, e le vostre opere, sono a Dio gratissime. ­ E voi avete provato il Purgatorio? - Sì, per quindici giorni, causa varie infedeltà; non prima sufficientemente espiate».

Allora Tomaso, sempre preoccupato da questioni teologiche, volle approfittare dell'occasione per rischiarare il mistero della beatifica visione; ma gli fu risposto con quel versetto del salmo 47: Sicut audivimus. sic vidimus in civaitate Dei nostri: ciò che conoscemmo per mezzo della fede, vediamo coi nostri occhi nella città di Dio. Pronunziando quelle parole, sparve l'apparizione; lasciando l'angelico Dottore acceso dal desiderio dei beni eterni.

Più recentemente, nel secolo XVI, un consimile favore, forse più luminoso, fu concesso ad uno zelatore delle anime del Purgatorio, particolar amico di S. Carlo Borromeo. Il venerabile Graziano Ponzoni, arciprete di Arona, in tutta la sua vita si interessò pel sollievo delle anime. Durante la famosa peste, che nella diocesi di Milano fece tante vittime, Ponzoni, non contento di moltiplicarsi per amministrare i sacramenti agli appestati, non temeva di farsi becchino e di seppellire i cadaveri, giacché nessuno ardiva prendersi il carico di quel terribile bisogno. Con uno zelo ed una carità al tutto apostolica, aveva sopratutto assistito un gran numero di quegli infelici di Arona, e in modo conveniente li aveva sepolti nel cimitero vicino alla sua chiesa di S. Maria.

Un giorno, dopo l'uffizio dei vespri, passando vicino a quel cimitero, accompagnato da don Alfonso Sanchez, allora governatore d'Arona, tutto ad un tratto si fermò, colpito da una straordinaria visione. Temendo d'esser lo zimbello d'una allucinazione, si volse a don Sanchez e rivolgendogli la parola: «Signore, gli domandò, vedete voi lo stesso spettacolo che si presenta ai miei occhi? - Sì, rispose il governatore, che s'arrestò nella stessa contemplazione: veggo una processione di morti, che dalla loro tomba vanno verso la chiesa». Allora, assicurato della realtà dell'apparizione: «Sono probabilmente, aggiunse l'arciprete, le vittime recenti della peste, che ci fanno conoscere in tal modo d'abbisognare delle nostre preghiere». L'indomani, di buon mattino, fece suonare le campane ad adunare i parrocchiani per le solenni esequie a favore dei defunti.

Qui si veggono due personaggi cui l'elevatezza dello spirito mette in guardia contro ogni pericolo d'illusione, e che, colpiti tutti e due nel tempo stesso dalla medesima apparizione, non si decidono a credervi che dopo d'aver constatato che i loro occhi veggono lo stesso fenomeno. Qui non, può avervi parte la più piccola allucinazione, ed ogni uomo serio deve ammettere la realtà d'un fatto soprannaturale attestato da tali testimoni. Non si potrebbero ragionevolmente metter in dubbio apparizioni appoggiate dalla testimonianza d'un S. Tomaso d'Aquino, più sopra menzionate. Aggiungiamo che devesi pure stare in guardia dal rigettare con leggerezza altri fatti di simil genere, dal momento che sono attestati da persone d'una riconosciuta santità e degne veramente di fede. Senza dubbio, ci vuol prudenza, ma una prudenza cristiana, lontana egualmente dalla credulità e da quello spirito troppo ostinato che Gesù Cristo, come venne osservato, riprende nella persona d'un suo apostolo: Noli esse incredulus, sed fidelis: non siate increduli, ma credenti (Joan., XX, 27).

Monsignor Languet, vescovo di Soissons, fa la stessa osservazione, riguardo ad una circostanza ch'egli cita nella sua Vita della B. Margherita Alacoque. «Era morta la Signora Billet, dice egli, moglie del medico della casa, ossia, del convento di Paray, ove trovavasi la beata. L'anima della defunta apparve alla serva di Dio per chiederle preghiere, e nel tempo stesso la incaricò d'avvertire suo marito di due cose segrete, riguardanti la giustizia e la sua salute. Suor Margherita riferì alla Madre Greffier, sua superiora, quanto aveva veduto. La superiora si burlò della visione e di quella che a lei la riferiva; impose silenzio a Margherita, e le ingiunse di nulla dire e di nulla fare di quanto le era stato chiesto.

«L'umile religiosa ubbidì con semplicità; e, colla stessa semplicità riferì alla Madre Greffier il secondo eccitamento fattole ancora pochi giorni dopo dalla defunta, il che fu eziandio disprezzato da quella superiora. Ma nella notte seguente fu ella stessa inquietata da fracasso così orribile che si fece udire nella sua stanza, che credette morirne di spavento. Chiamò suore, e quel soccorso giunse opportunissimo, giacché era quasi svenuta. Quando ritornò in se stessa, si rimproverò la sua incredulità, e non mancò d'avvisare il medico di quanto era stato detto a suor Margherita.

«Il medico riconobbe che l'avviso veniva da Dio, e ne approfittò. Quanto alla Madre Greffier, per propria esperienza conobbe che se la diffidenza è d'ordinario il più saggio partito, non bisogna però spingerla troppo lontano, sopratutto quando la gloria di Dio ed il vantaggio del prossimo vi possono essere interessati».

 

CAPITOLO XXX.

Vantaggi della divozione per le anime purganti; santi pensieri. - Gaspare Laurenzo della Compagnia di Gesù. - Il Padre Michele della Fontana.

Oltre i vantaggi che considerammo, la carità verso i defunti è in modo singolare salutare a quelli che la praticano, perché loro inspira il fervore nel servizio di Dio e suggerisce i più santi pensieri. Pensare alle anime del Purgatorio è un pensare alle pene dell'altra vita, è un ricordarsi che ogni peccato domanda la sua espiazione, sia in questo che nell'altro mondo. Ora chi non comprende esser meglio soddisfare quaggiù, dacché tanto terribili sono i castighi futuri? Una voce sembra uscire dal Purgatorio e direi quella sentenza dell'Imitazione: «Esser meglio estirpare adesso i nostri vizi, anziché rimandarne la espiazione all'altro mondo». Ricordiamo ancora quell'altra sentenza, che si legge nello stesso capitolo: «Là, un'ora nei tormenti sarà più terribile che adesso cent'anni della più amara e rigorosa penitenza». Allora, penetrati da un salutare timore, volentieri si soffrono le pene della vita presente, e si dice a Dio con S. Agostino e S. Luigi Bertando: Domine, hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas; Signore, quaggiù adoperate ferro e fuoco, non risparmiatemi in questa vita, onde risparmiarmi nell'altra.

Il cristiano, ripieno di questi pensieri, riguarda le tribolazioni della vita presente ed in modo particolare i patimenti talvolta ben dolorosi delle malattie. come un purgatorio sulla terra, che potrà dispensarlo dal Purgatorio dopo morte.

Il 6 gennaio 1676, morì a Lisbona, nell'età di 79 anni, il servo di Dio Gasparo Laurenzo, fratello coadiutore della Compagnia di Gesù e portinaio della casa professa di questo Istituto. Era tutto carità pei poveri e per le anime del Purgatorio. Con tutto zelo serviva gl'infelici, e meravigliosamente loro insegnava a benedir Dio per la misera pena che loro doveva guadagnare il Paradiso. All'età di sessantotto anni, non accettava qualsiasi raddolcimento nei digiuni e nelle astinenze della Chiesa, e non lasciava passare alcun giorno senza almeno flagellarsi due volte. Nell'ultima sua malattia, s'accorse il fratello infermiere che neppure all'avvicinarsi della morte non lasciava il suo cilicio: tanto desiderava di morire sulla croce.

I soli dolori della sua agonia, che fu crudele, avrebbero potuto tenergli luogo delle più aspre penitenze. Domandatogli se soffriva molto, «Faccio il mio purgatorio, prima di partire pel Cielo, rispondeva, con un'aria raggiante.

Un altro servo di Dio dalla stessa santa Vergine ricevette l'assicurazione che i terreni suoi dolori gli terrebbero luogo di purgatorio. È questi il Padre Michele della Fontana, che nel sonno dei giusti s'addormentò 1'11 febbraio 1606 a Valenza nella Spagna.

Maria da parte sua non gli ricusava i suoi favori. Un giorno in cui, estenuato dalle fatiche, giaceva disteso sulla polvere, non avendo la forza di alzarsi, fu visitato da quella che a tutta ragione la Chiesa chiama la Consolatrice degli afflitti. La S. Vergine rianimò il suo coraggio dicendogli: Confidenza, figlio mio: le vostre fatiche sono per voi il purgatorio; santamente sopportate le vostre pene, ed all'uscire da questa vita l'anima vostra sarà ricevuta nel soggiorno dei beati. 

Questa visione fu pel Padre della Fontana, durante il rimanente della sua vita, e sopratutto all'ora della sua morte, una sorgente abbondante di consolazioni. Per riconoscenza di questo favore, ogni settimana praticava qualche straordinaria penitenza. Nel momento in cui spirò, un religioso d'una virtù eminente vide la sua anima salire al Cielo, in compagnia della S. Vergine, del Principe degli Apostoli, di S. Giovanni Evangelista e di S. Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù.

 

CAPITOLO XXXI.

Vantaggi della divozione per le anime purganti: salutari insegnamenti. - La B. Maria degli Angeli. - San Pietro Claver. - Santa Maddalena de' Pazzi e suor Benedetta. - Il Padre Paolo Hoffée. - Il ven. Padre Claudio De la Colombière. - Il Padre Luigi Corbinelli.

Oltre i santi pensieri che suggerisce la divozione verso le anime, queste stesse talvolta contribuiscono direttamente al bene spirituale dei loro benefattori. Nella Vita della B. Maria degli Angeli di Torino dell'Ordine Carmelitano è detto che appena si crederebbe quanto erano frequenti le apparizioni delle anime del Purgatorio, che venivano ad implorare il suo soccorso e poscia la ringraziavano della loro liberazione. Spesso s'intrattenevano colla beata, le davano utili avvisi per lei o per le sue sorelle, e le rivelarono anche le cose dell'altra vita, «Il mercoledì nell'ottava dell'Assunzione, scrive, recitando io le orazioni della sera, mi apparve una delle suore: era vestita di bianco, circondata di gloria e di splendore. e tanto bella che quaggiù nulla trovo da paragonargliela. Temendo qualche illusione del demonio, mi fortificai col segno della croce; ma essa mi fece un sorriso e poco dopo sparve. Pregai Nostro Signore di non permettere che fossi ingannata dal demonio. Alla notte seguente, mi comparve di nuovo la suora, mi chiamò per nome e mi disse: «Vengo da parte di Dio per farti sapere che godo dei beni eterni. Di' alla nostra Madre Priora che non entra nei disegni di Dio che ella sappia ciò che le deve avvenire: dille di porre la sua confidenza in S. Giuseppe e nelle anime del Purgatorio. «Ciò detto, sparve».

S. Pietro Claver, l'apostolato dei negri di Cartagena, fu aiutato dalle anime del Purgatorio nell'opera del suo apostolato. Non abbandonava le anime dei suoi cari negri dopo la morte: penitenze, preghiere, messe, indulgenze, a loro applicava, dice il P. Floriano, storico della sua vita, tutto che dipendeva da lui. Quindi avveniva spesso che quelle anime afflitte, sicure del suo credito presso Dio, venivano a domandargli il soccorso delle sue preghiere.

S. Maddalena de' Pazzi nell'apparizione d'una defunta ricevette le più belle istruzioni sulle religiose virtù. Vi era nel suo convento una suora, chiamata Maria Benedetta, che si distingueva per la sua pietà, la sua obbedienza e per tutte le altre virtù che formano l'ornamento delle anime sante.

Questa buona suora morì quasi improvvisamente, dopo alcune ore di malattia. All'indomani, che era un sabato, celebrandosi la messa per la sua anima, avendo le religiose cominciato a cantare il Sanctus, Maddalena fu rapita in estasi. Durante questo rapimento, Dio le fece vedere quell'anima nella gloria, sotto una forma corporale. Era adorna d'una stella d'oro, ricevuta a ricompensa dell'ardente sua carità; tutte le sue dita erano cariche di anelli preziosi, per la fedeltà a tutte le regole e per la cura colla quale aveva santificato le più ordinarie sue azioni. In capo portava una ricchissima corona, perché molto aveva amato l'obbedienza ed i patimenti per Gesù Cristo. Finalmente nella gloria sorpassava una grande moltitudine di vergini, e con una singolare famigliarità contemplava Gesù Cristo, per aver tanto amato l'umiliazione, secondo quella parola del Salvatore: Chi si umilia sarà innalzato. - Tale fu la sublime lezione che ricevette la santa, a ricompensa della sua carità verso i defunti.

Il pensiero del Purgatorio ci sprona a lavorare con ardore ed a fuggire i menomi falli per schivare le terribili espiazioni dell'altra vita. Il Padre Paolo Hoffée, che santamente morì ad Ingolftadt, l'anno 1608, per sé e per altri si serviva di questo stimolo. Mai perdeva di vista il Purgatorio e non cessava di sollevare le anime, che frequentemente gli apparivano per sollecitare i suoi suffragi. Essendo stato per lungo tempo superiore dei suoi fratelli in religione, spesso li esortava a santificar prima se stessi per poi meglio santificar gli altri, ed a mai trascurare la più piccola prescrizione delle loro regole;poscia con una grande semplicità aggiungeva: «Purtroppo temo, senza di ciò, che un giorno veniate, come parecchi altri, a chiedermi preghiere per togliervi dal Purgatorio». - Negli ultimi suoi momenti, altro non faceva che intrattenersi con Nostro Signore, con la santa sua Madre ed i Santi, invisibilmente consolato dalla vista d'una santissima anima, che solo da due o tre giorni l'aveva preceduto nel Paradiso, e lui stesso invitava a venire a godere finalmente della visione ed eterno amore di Dio.

Quando diciamo che il pensiero del Purgatorio ci fa impiegare i mezzi di schivarlo evidentemente supponiamo che abbiamo a temere di cadervi. Ora è fondato questo timore? - Per poco che si rifletta alla santità richiesta per entrare in Cielo ed all'umana debolezza, sorgente di tante sozzure, facilmente si comprende che purtroppo è fondato. D'altra parte i fatti più sopra allegati non mostrano forse che le anime più sante, assai spesso, hanno ancora una espiazione da scontare nell'altra vita?

Il ven. Padre Claudio de la Colombière santamente morì a Paray, il 15 febbraio 1682, come gliela aveva predetto la B. Margherita Maria. Appena spirato, una giovane divota ne annunziò la morte a suor Margherita. La santa religiosa, senza commuoversi e senza sciogliersi in dolore, disse semplicemente a quella persona: «Andate a pregare Dio per lui, e fate in modo che dovunque si preghi pel riposo dell'anima sua». Il Padre era morto a cinque ore di mattina. Il medesimo giorno, verso sera, la beata scrisse alla stessa persona un biglietto in questi termini: «Cessate di affliggervi: invocatelo. Temete niente. È più che mai potente a soccorrervi». Questi due suggerimenti fanno presumere che era stata soprannaturalmente avvertita della morte di quel santo uomo e del suo stato nell'altra vita.

La superiora fu sorpresa della tranquillità di Margherita circa la morte del santo missionario e più ancora perché non le chiedeva il permesso di fare qualche straordinaria penitenza per il riposo dell'anima sua, come usava di fare alla morte delle conoscenze, e per cui credeva doversi in particolar modo interessare. La madre superiora ne chiese la cagione alla serva di Dio, che con tutta semplicità le rispose: «Non ce n'è bisogno, perché è in istato di pregar Dio per noi, trovandosi ben collocato in Cielo per la bontà e misericordia del Sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo. Solamente, ella aggiunse, per soddisfare a qualche negligenza commessa nell'esercizio del divin amore. la sua anima è stata privata del veder Dio dal primo uscire dal corpo fino al momento in cui fu deposto nella tomba».

Aggiungeremo ancora un esempio, quello del celebre Padre Corbinelli, della Compagnia di Gesù, che morì in odore di santità nella casa professa di Roma, l'anno 1591, quasi al tempo stesso di san Luigi Gonzaga. La tragica morte di Enrico II, re di Francia, lo aveva disingannato del mondo e deciso di consacrarsi interamente a Dio.

Nell'anno 1559 Luigi Corbinelli, da Firenze, sua patria, era andato a Parigi per assistere alle nozze di Elisabetta, figlia di Enrico II, e là contemplava la gloria del monarca francese, all'apice della grandezza e della prosperità, quando lo vide improvvisamente cadere, per un colpo mortale infertogli da un imprudente giostratore. La lancia, mal diretta da Montgomery, aveva trapassato il re, che spirava immerso nel suo sangue.

Questo avvenimento fece sull'animo di Corbinelli una salutare impressione: chiaramente vedendo la vanità delle umane grandezze, rinunciò al mondo ed abbracciò lo stato religioso nella Compagnia di Gesù. La sua vita fu quella di un santo e la sua morte edificò assai quelli che ne furono testimoni. Avvenne pochi giorni prima di quella di S. Luigi Gonzaga, allora infermo al Collegio Romano. Il santo giovane annunziò al cardinale Bellarmino che l'anima del Padre CorbineIli era entrata nella gloria: e siccome il Cardinale gli domandò se non era passata pel Purgatorio, «Vi passò, rispose, ma senza fermarvisi».
 

CAPITOLO XXXII.

Vantaggi della divozione per le anime purganti: timore salutare. - Mezzi per schivare il Purgatorio. - Impiego di questi mezzi. - S. Caterina da Genova.

Se pel Purgatorio passano santi religiosi, non abbiamo noi a temere di passarvi alla nostra volta ed anzi di fermarvici più o meno lungo tempo? La nostra fede e la nostra coscienza ci dicono abbastanza che il nostro timore è ben fondato. Caro lettore, io vado più innanzi, e dico, che con un poco di riflessione, voi stesso confesserete esser probabilissimo e quasi certo che andrete al Purgatorio. Non è forse vero che, uscendo dalla vita, l'anima vostra entrerà in uno di questi luoghi mostrati ci dalla fede: l'inferno, il Cielo o il Purgatorio? Andrete all'inferno? Non è probabile, perché aborrite il peccato mortale e in niun modo vorreste commetterlo o ritenerlo sulla vostra coscienza, dopo d'averlo commesso. Andrete in Cielo? Subito rispondete che ben vi sentite indegni d'un tanto favore. - Rimane dunque il Purgatorio: e dovete confessare esser probabilissimo, quasi certo che vi entrerete.

Ponendovi dinanzi questa seria situazione, non crediate, caro lettore, che si pretenda spaventarvi o togliervi la speranza di entrar in Cielo senza Purgatorio. Al contrario, questa speranza deve rimanere nel fondo dei nostri cuori; è conforme allo spirito di Gesù Cristo, che in niun modo desidera che i suoi discepoli abbiano bisogno di future espiazioni. Anzi ha istituito sacramenti e stabilito ogni sorta di mezzi per aiutarci a pienamente soddisfare in questo mondo. Ma questi mezzi sono troppo poco impiegati; ed è principalmente un timore salutare che eccita le anime ad impiegarli.

Ora, quali sono i mezzi che abbiamo per evitare od almeno anticipatamente abbreviare ed addolcire il rigore del nostro purgatorio? Sono, come già vedemmo, i pii esercizi e le buone opere che meglio ci aiuteranno a soddisfare in questo mondo ed a trovare misericordia presso Dio, ossia i seguenti: la divozione alla Santa Vergine Maria e la fedeltà a portare il suo scapolare; la carità verso i vivi ed i morti, la mortificazione e l'obbedienza; il ricever con pietà i sacramenti, sopratutto all'avvicinarsi della morte; la confidenza nella divina misericordia, e finalmente il ricevere con santa disposizione la morte in unione alla morte di Gesù Cristo sulla croce.

Questi mezzi sono abbastanza potenti per preservarci dal Purgatorio; ma bisogna impiegarli. Ora, per impiegarli con serietà e perseveranza, è necessaria una condizione: formare la ferma risoluzione di soddisfare in questo mondo piuttosto che nell'altro. Questa risoluzione dev'esser fondata sulla fede, che ci mostra quanto è leggera la soddisfazione in questa vita e quanto è terribile nel Purgatorio. Affrettatevi, dice Gesù Cristo, a riconciliarvi col vostro avversario mentre siete con lui per istrada, affinché per disgrazia il vostra avversario non vi dia in mano del giudice, e il giudice in mano del ministro, e veniate cacciati in prigione; in verità vi dico che non uscirete di là prima d'aver pagato sino all'ultimo spicciolo (Mt., V, 25).

Riconciliarsi col proprio avversario durante il cammino, significa, secondo la sentenza del Salvatore, placare la divina giustizia e soddisfare durante il cammino della vita prima di arrivare all'ultimo termine, a quella eternità ove ogni penitenza è impossibile ed ove bisognerà scontare i rigori della giustizia. Non è forse saggio questo consiglio del Salvatore? Si può senza follia portare al tribunale di Dio un enorme debito che con facilità si avrebbe potuto soddisfare con alcune opere di penitenza, e che allora bisognerà pagare con anni di supplizi?

«Chi nella vita presente, dice santa Caterina da Genova, si purifica dalle sue colpe, con un soldo soddisfa ad un debito di mille ducati; e chi, per soddisfare, aspetta i giorni dell'altra vita, si sottomette a dare mille ducati per ciò che, in tempo opportuno, avrebbe pagato con un soldo....

Bisogna dunque cominciare con una risoluzione solida ed efficace a soddisfare in questo mondo: è la pietra fondamentale. Ben consolidato questo fondamento, bisogna impiegare i mezzi sopraccennati.
 

CAPITOLO XXXIII.

Mezzi di schivare il Purgatorio: grande divozione alla SS. Vergine. - Il Padre Girolamo Carvalho. - S. Brigida. Lo Scapolare del Monte Carmelo.

Un servo di Dio riassumeva detti mezzi e li riduceva a due, dicendo che noi purifichiamo le nostre anime coll'acqua e col fuoco: voleva dire, coll'acqua delle lagrime e della penitenza, col fuoco della carità e delle buone opere. - Tutto infatti si può ridurre a questi due esercizi. Ma siccome più che la teoria dobbiamo cercare la pratica, seguiamo il metodo indicato, e con esito praticato, dai santi e dai ferventi cristiani.

Anzi tutto per ottenere una grande purità di anima e conseguentemente per non aver molto a temere il Purgatorio, bisogna avere una grande divozione alla Santissima Vergine Maria. Del resto ella stessa vuole che i suoi divoti non s'inquietino in questa parte, che non si diano in preda ad eccessivi timori, come si degnò dichiararlo al suo servo Girolamo Carvalho, con queste parole. Rassicurati, figlio mio: io sono la Madre di misericordia per i miei cari figli del Purgatorio, come per quelli che vivono sulla terra.

Nelle Rivelazioni di Santa Brigida leggiamo qualche cosa di somigliante: Io sono, disse a quella santa la Vergine, la madre di tutti quelli che sono nel luogo dell'espiazione: le mie preghiere addolciscono i castighi che pei loro falli loro sono dati.

Quelli che santamente portano lo scapolare, hanno uno speciale diritto alla protezione di Maria. La divozione del Santo Scapolare consiste, non in una maniera di pregare come il santo Rosario, ma nella pia pratica di portare una specie di vestito, che è come la livrea della Regina dei cieli.

Lo Scapolare di Nostra Signora del Monte Carmelo, di cui qui parliamo, per la sua origine risale al secolo XII, e fu dapprima predicato dal beato Simone Stock, quinto generale dell'Ordine dei Carmelitani, nato nella contea di Kent in Inghilterra, nell'anno 1180. Egli, dopo aver passato sedici anni nella solitudine di una foresta, supplicò la Vergine SS. di fargli conoscere ciò che potrebbe fare di più gradito a lei ed al divin suo Figlio, e la Regina dei cieli gli disse di entrare nell'Ordine del Carmelo, particolarmente consacrato al suo culto. Obbedì Simone, e divenne un religioso esemplare, l'ornamento dell'Ordine dei Carmelitani, di cui venne eletto superiore generale nel 1245.

Un giorno, era il 16 maggio 1251, gli apparve la S. Vergine, circondata da una moltitudine di spiriti celesti, e col volto tutto raggiante di gioia. Essa gli presentò uno scapolare di color bruno, dicendo: «Ricevi, mio caro figlio, questo scapolare del tuo Ordine: è il segno della mia Confraternita ed il marchio del privilegio che ottenni per te e per i confratelli del Carmelo. Chiunque morrà, divotamente rivestito di questo abito, sarà preservato dal fuoco eterno. È un segno di salute, una salvaguardia nei pericoli, il pegno d'una pace e d'una speciale protezione alla fine dei secoli».

Dappertutto pubblicò il santo vegliardo la grazia ottenuta, mostrando lo scapolare, guarendo gli infermi ed operando altri miracoli, come prova della meravigliosa sua visione. Tosto Edoardo I, re d'Inghilterra, S. Luigi IX, re di Francia, e dietro il loro esempio quasi tutti i Sovrani d'Europa, insieme ad un gran numero dei loro sudditi, presero il santo abito. Fu allora che cominciò la celebre Confraternita dello Scapolare, che ben presto fu canonicamente confermata dalla Santa Sede.

Non contenta d'aver concesso questo primo privilegio, Maria fece un'altra promessa a vantaggio degli associati dello Scapolare, assicurandoli di una pronta liberazione dalle pene del Purgatorio. Circa cinquant'anni dopo la morte del B. Simone, l'illustre pontefice Giovanni XXII, facendo orazione di buon mattino, vide comparire la Madre di Dio, circondata di luce e coll'abito del Carmelo. Tra le altre cose, gli disse: «Se fra i religiosi od i confratelli del Carmelo vi sono di quelli che per le loro colpe sono condotti in Purgatorio, io come una tenera madre, scenderò in mezzo ad essi, il sabato dopo la loro morte, e li condurrò sulla santa montagna della vita eterna». È in questi termini che il Pontefice fa parlare Maria, nella celebre Bolla del 3 marzo 1322, comunemente chiamata Bolla sabbatina. La chiude con queste parole: «Accetto dunque questa santa indulgenza, la ratifico e la confermo sulla terra, come Gesù Cristo l'ha graziosamente concessa in Cielo, per i meriti della Santissima Vergine». - In seguito questo privilegio è stato confermato da un gran numero di bolle e decreti dei Sommi Pontefici.

Tale è la divozione del santo Scapolare. È sanzionata dalla pratica delle anime pie in tutta la cristianità, dal testimonio di venti due papi, dagli scritti di un numero incalcolabile di dotti autori, e da miracoli moltiplicatisi da seicento anni; di maniera che, dice l'illustre Benedetto XIV, «colui il quale osasse porre in dubbio la solidità della divozione allo Scapolare, o negare i privilegi, sarebbe un orgoglioso sprezzatore della religione».
 

CAPITOLO XXXIV

Mezzi di schivare il Purgatorio. - Privilegi del santo Scapolare. - Il ven. Padre De la Colombière. - Un ufficiale e lo Scapolare. - La Sabbatina. - S. Teresa. Una signora d'Otranto.

Fu detto che la Santa Vergine ha annesso al santo Scapolare due grandi privilegi: da parte loro i Sommi Pontefici vi aggiunsero le più ricche indulgenze. Nulla qui diremo delle indulgenze; ma crediamo utile di far ben conoscere i due preziosi privilegi, l'uno sotto il nome di preservazione, l'altro sotto quello di liberazione o di sabbatina.

Il primo è l'esenzione dalle pene dell'inferno: In hoc moriens, aeternum non patietur incendium: chi morrà con quest'abito, non soffrirà il fuoco dell'inferno. È evidente che quelli che morissero in istato di peccato mortale, anche rivestiti dello scapolare, non sarebbero esenti dalla dannazione: che tale non è il senso della promessa di Maria. Questa buona Madre ha promesso di disporre misericordiosamente le cose in modo, che quelli che muoiono rivestiti di questo santo abito, avranno una grazia efficace per degnamente confessarsi e piangere le loro colpe; o che, se sono colpiti da morte subitanea, avranno il tempo e la volontà di fare un atto di contrizione perfetta. Si formerebbe un volume di fatti miracolosi che testificano il compimento di questa promessa. Contentiamoci di citarne qualcuno.

Il venerabile Padre Claudio De la Colombière riferisce che una giovane, dapprima pia e che portava lo scapolare, ebbe la disgrazia di allontanarsi dalla buona strada, per causa di imprudenti letture e della frequenza di cattive compagnie. Invece di rivolgersi a Dio e di ricorrere alla Santa Vergine, che è il rifugio dei peccatori, s'abbandonò ad una cupa disperazione. Bentosto il demonio le suggerì un rimedio ai suoi mali, il terribile rimedio del suicidio. Corse dunque al fiume, ed ancora rivestita del suo scapolare, si precipitò nelle acque. Cosa meravigliosa! invece di affondare, galleggiava, e non trovava la morte che cercava. La vide un pescatore, e volle correre per salvarla, ma lo prevenne la misera: si tolse lo scapolare, lo gettò lungi da lei, e subito affondò. Il pescatore non poté salvarla, ma trovò lo scapolare, e riconobbe che quel sacro distintivo aveva in sulle prime impedito a quella peccatrice di morire nell'atto del suicidio.

All'ospedale di Tolone si trovava un ufficiale assai empio, che rifiutava di vedere il prete. Si avvicinava alla morte, e cadde in una specie di letargo. Si approfittò di questo stato per mettergli a sua insaputa uno scapolare. Ben tosto ritornò in sé e con furore disse: «Perché sopra di me avete messo del fuoco, del fuoco che abbrucia? Toglietelo! toglietelo!» Si levò via il santo abito ed il moribondo ricadde nel suo assopimento. Si invocò la Santa Vergine ed una volta ancora si provò a rivestire del suo abito quell'infelice peccatore. Se ne accorse, lo strappò via con rabbia e gettatolo lontano da sé, bestemmiando, spirò.

Il secondo privilegio, quello della sabbatina o della liberazione, consiste nell'essere liberato dal Purgatorio dalla Santa Vergine nel primo sabato dopo la morte. Per godere di questo privilegio bisogna osservare certe condizioni, cioè: 1° custodire la castità conveniente al proprio stato; 2° recitare il piccolo Uffizio della S. Vergine. Quelli che recitano l'Uffizio canonicale, con ciò soddisfano. Quelli che non sanno leggere, devono in luogo dell'Uffizio osservare i digiuni prescritti dalla Chiesa e far di magro tutti i mercoledì, venerdì e sabato; 3° in caso di necessità, l'obbligo dell'Uffizio, l'astinenza ed il digiuno, possono essere commutati in altre opere pie da quelli che ne hanno la facoltà.

Ricordando quanto sopra fu detto dei rigori del Purgatorio e della sua durata, si troverà che ben prezioso è questo privilegio e facili le condizioni.

I dubbi sull'autenticità della bolla sabbatina furono tolti dal grande Papa Benedetto XIV, la cui eminente scienza, dottrina e moderazione ben sono note.

Di più, gli annali dei Carmelitani riferiscono in gran numero fatti miracolosi, che confermano la promessa fatta dalla Regina dei cieli. L'illustre S. Teresa, in una delle sue opere, dice di aver veduto un anima liberata nel primo sabato, per aver fedelmente in tutta la sua vita osservate le condizioni della Sabbatina.

Ad Otranto, città del regno di Napoli, una signora dell'alta società provava la più sensibile contentezza nel tener dietro alle prediche di un Padre Carmelitano, grande promotore della divozione a Maria. Questi assicurava ai suoi uditori che ogni cristiano che porta divotamente lo scapolare e ne osserva le pratiche prescritte, all'uscire dalla vita incontrerebbe la divina Madre, e che nel sabato seguente verrebbe liberato da ogni patimento. Quella signora tosto prese l'abito della S. Vergine, risoluta di osservare le regole della Confraternita. Crebbe moltissimo la sua pietà; giorno e notte pregava Maria, in lei tutta ponendo la sua confidenza. Fra gli altri favori che domandava, implorava quello di morire in sabbato, onde esser subito liberata dal Purgatorio. Fu esaudita.

Alcuni anni dopo, caduta ammalata, malgrado la contraria assicurazione dei medici, dichiarò che la sua malattia era grave e l'avrebbe condotta alla morte. «Ne benedico Iddio, aggiunse, nella speranza d'essere ben presto con lui». - Infatti la sua malattia fece tali progressi, che i medici la giudicarono vicina a morire, e ad unanimità dichiararono che non finirebbe il giorno, che era un mercoledì. «V'ingannate ancora, disse l'inferma: vivrò tre giorni di più, e non morirò che sabbato». L'avvenimento giustificò la sua parola. Riguardando i giorni che le rimanevano come un inestimabile tesoro, ne approfittò per purificarsi ed accrescere i suoi meriti. Venuto il sabbato, rese l'anima al suo Creatore.

Un gran servo di Dio, favorito con soprannaturali comunicazioni, venne a trovare la figlia di quella virtuosa donna e le disse: Mia figlia, cessate di piangere, anzi si cambi in gioia la vostra tristezza. Da parte di Dio vengo ad assicurarvi che oggi, sabbato, in grazia del privilegio concesso ai confratelli del santo Scapolare, la vostra madre è salita al Cielo ed è stata ammessa fra gli eletti.
 

CAPITOLO XXXV.

Mezzi per schivare il Purgatorio: carità e misericordia. Il profeta Daniele ed il re di Babilonia. - S. Pier Damiani e Giovanni Patrizzi.

Vedemmo il primo mezzo per evitare il Purgatorio, cioè una tenera divozione a Maria; il secondo mezzo consiste nella carità e nelle opere di misericordia sotto ogni forma. Molti peccati le sono rimessi, disse il Salvatore, parlando della Maddalena, perché molto ha amato (Luc., V, 47). Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia (Matt., V, 7). - Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati i rimettete, e vi sarà rimesso (Luc., VI, 27). - Se agli uomini rimetterete le loro offese, il Padre nostro celeste anche a voi rimetterà i vostri peccati (Matt., VI. 14). - Date a chiunque vi domanda: date, e vi sarà dato; poiché con voi si userà la stessa misura di cui vi sarete serviti per gli altri (Luca., VI, 38). - Fatevi degli amici colle ricchezze dell'iniquità, onde quando lascerete il mondo, vi ricevano negli eterni tabernacoli (Luc., XVI, 9). - E lo Spirito Santo per bocca del reale Profeta dice: Beato colui che pensa al povero ed all'indigente: lo libererà il Signore nel giorno cattivo (Salmo 40).

Tutte queste espressioni chiaramente indicano che la carità, la misericordia, sia coi poveri, sia coi nemici e quelli che ci fanno del male, sia finalmente coi defunti che sono in una si grande necessità, ci faranno trovare misericordia al tribunale del Giudice supremo. 

I ricchi di questo mondo hanno molto a temere; Guai a voi ricchi, disse il Figliuolo di Dio, che avete le vostre consolazioni! Guai a voi che siete satolli, perché avrete fame! Guaì a voi che ora ridete, perché gemerete e piangerete (Luc., VI, 4). Certamente queste parole d'un Dio devono far tremare i beati del mondo; ma, se vogliono, hanno nelle stesse loro ricchezze un gran mezzo di salute: possono con generose limosine soddisfare pei loro peccati e pei terribili loro debiti. Vi piaccia, o re, disse Daniele all'orgoglioso Nabucodonosor, il mio consiglio: colla limosina riscattare i vostri peccati e le vostre iniquità colla misericordia verso i poveri (Dan., IV, 24). – Poiché la limosina, disse Tobia a suo figlio, libera da ogni peccato e dalla morte, e non lascerà che l'anima vada nelle tenebre. La limosina sarà d'una grande confidenza dinanzi all'altissimo Iddio, per tutti quelli che l'avranno fatta (Tobia, IV, 11). Tutto ciò conferma il Salvatore, è va ancora più innanzi quando dice ai farisei: Tuttavia fate limosina di quanto avete e tutto per voi sarà poco (Luc., XI, 41).

Qual dunque non è la pazzia dei ricchi che hanno in mano un mezzo così facile d'assicurare il loro avvenire, e non pensano ad adoperarlo? Quale pazzia d'andar ad abbruciare nell'inferno o nel Purgatorio per lasciar beni ad eredi avidi ed ingrati che forse al defunto non daranno una preghiera, né una lagrima, e neanche un ricordo!

Ben più sono accorti quei cristiani, che comprendono che dinanzi a Dio non sono che i dispensatori dei beni che da lui ricevettero; che non pensano che a disporne secondo le viste di Gesù Cristo, al quale ne dovranno render conto; che in fine se ne servono per farsi degli amici, dei difensori, dei protettori nella eternità.

Ecco quanto riferisce S. Pier Damiani in uno dei suoi opuscoli. Moriva un signore romano chiamato Giovanni Patrizzi. La sua vita, sebbene cristiana, era stata come quella della maggior parte dei ricchi assai diversa da quella del divin Maestro, povero, sofferente, coronato di spine; ma fortunatamente si era mostrato assai caritavole coi bisognosi, giungendo persino a spogliarsi delle sue vesti per coprirli. - Pochi giorni dopo la sua morte, un santo prete, stando in orazione, fu rapito in ispirito e trasportato nella basilica di S. Cecilia, una delle più celebri di Roma. Là scorse una moltitudine di vergini celesti; S. Cecilia, S. Agnese, S. Agata ed altre, che si aggruppavano intorno ad un magnifico trono, ove venne a sedersi la Regina dei cieli, circondata da una numerosa corte di angeli e di beati.

In quel momento comparve una povera donna, coperta di meschina veste, ma con una preziosa pelliccia sulle spalle. Umilmente si mise ai piedi della celeste Regina, colle mani giunte, cogli occhi lacrimosi, e sospirando, disse; «O Madre della misericordia, vi supplico di aver pietà dell'infelice Giovanni Patrizzi, morto da poco tempo e che crudelmente soffre nel Purgatorio». Tre volte ripeté la stessa preghiera, crescendo ogni volta nel fervore, ma senza ricevere alcuna risposta. Finalmente, alzando ancora la voce, aggiunse: «Ben sapete, o misericordiosissima Regina che io sono quella mendicante che, alla porta della vostra grande basilica, domandava la limosina nel cuore dell'inverno, senz'altra veste che un miserabile straccio. Oh! come tremava dal freddo! Fu allora che Giovanni, pregato da me nel nome vostro, o Signora, si tolse dalle spalle e mi diede questa preziosa pelliccia, privandosene egli stesso per coprir me. Una carità sì grande fatta in nome vostro, o Maria, non merita forse qualche indulgenza?»

A quella commovente domanda, la Regina del Cielo gettò sulla supplicante uno sguardo pieno di amore. «L'uomo pel quale preghi, le rispose, per lungo tempo è condannato ad aspri patimenti per i numerosi suoi peccati. Ma siccome ebbe due speciali virtù, la misericordia verso i poveri e la divozione per i miei altari, voglio essergli accondiscendente».

A quelle parole tutta la santa assemblea dimostrò la sua gioia e la sua riconoscenza alla Madre di misericordia. Fu condotto là Patrizzi: era pallido, sfigurato, carico di catene che gli straziavano le membra. La Vergine lo riguardò per un momento con una tenera compassione; poscia ordinò di togliergli le catene e di dargli vesti di gloria, onde potesse unirsi ai santi ed ai beati che circondavano il suo trono. All'istante fu eseguito il suo ordine, e tutto scomparve.