Crea sito

CAPITOLO I

Il Purgatorio nel disegno di Dio. - Preghiera pei defunti. - La parola purgatorio. - Dottrina cattolica - Questioni controverse.

Nella nostra santa religione il Purgatorio tiene un gran posto, formando una delle parti principali dell'opera di Gesù Cristo ed entrando in un modo essenziale nella economia della salute degli uomini.

La Santa Chiesa, presa nella sua totalità, si compone di tre parti: la Chiesa militante, la Chiesa trionfante e la Chiesa purgante, ossia il Purgatorio.

Questa triplice Chiesa forma il corpo mistico di Gesù Cristo e le anime del Purgatorio sono sue membra, come lo sono i fedeli nella terra e gli eletti nel Cielo. Le tre Chiese sorelle hanno tra loro incessanti relazioni, una continua comunicazione chiamata la comunione dei Santi. Altro oggetto non hanno queste relazioni che di condurre le anime alla gloria: le tre Chiese vicendevolmente si aiutano a popolare il Cielo che è la città permanente, la gloriosa Gerusalemme.

Le relazioni che noi, membri della Chiesa militante sulla terra, abbiamo colle anime del Purgatorio, consistono nel soccorrerle nelle loro pene. Dio ci ha posto in mano la chiave delle misteriose loro prigioni, ossia la preghiera per i defunti, la devozione per le anime del Purgatorio.

Questa preghiera, i sacrifici ed i suffragi per i defunti fanno parte del culto cristiano, e la devozione verso le anime del Purgatorio è una devozione che lo Spirito Santo colla carità diffonde nel cuore dei fedeli: Santa e salutare cosa è il pregare pei morti, onde siano liberati dai loro peccati (II Macc., XII, 46).

Per essere perfetta la divozione verso i defunti dev'essere animata al tempo stesso da uno spirito di timore e di confidenza. La santità di Dio e la sua giustizia c'ispirano da una parte un salutare timore; dall'altra l'infinita sua misericordia ci dà un'illimitata confidenza. Dio è la stessa santità assai più di quello che il sole sia la luce, ed al suo cospetto non può sussistere ombra alcuna di peccato: I vostri occhi, dice il Profeta, sono puri e non possono sostenere la vista del peccato (Abacuc, I, 13). Quindi, quando nella creatura si trova il peccato, la santità di Dio ne domanda l'espiazione, e quando questa espiazione si fa tutta in rigore della divina giustizia, dessa è ben terribile. Ed è perciò che la Scrittura dice ancora: Santo e terribile è il suo nome (Sal. 110), come se dicesse: terribile è la sua giustizia perché la sua santità è infinita.

Terribile è la giustizia di Dio, e con un estremo rigore punisce i più leggeri falli. E la ragione ne è che questi falli, per leggeri che siano ai nostri occhi, in niun modo lo sono dinanzi a Dio. Il menomo peccato gli dispiace immensamente, ed in causa dell'infinita santità, la più piccola trasgressione prende enormi proporzioni e damanda un'espiazione adeguata. Ecco ciò che spiega la terribile severità delle pene dell'altra vita e che deve riempirei di un santo spavento.

Il timore del Purgatorio è un timore salutare; esso non solo c'investe di una caritatevole compassione per le anime sofferenti, ma ancora d'uno zelo vigilante per noi stessi, Pensate al fuoco del Purgatorio, e farete di tutto per schivare i menomi falli; pensate al fuoco del Purgatorio, e praticherete la penitenza per soddisfare alla divina giustizia in questo mondo piuttosto che nell'altro.

Tuttavia non dimentichiamo la misericordia di Dio, che non è meno infinita della sua giustizia. Questa ineffabile bontà di Dio deve calmare i nostri troppo vivi timori e colmarci d'una santa confidenza, secondo quelle parole: In voi ho posto la mia confidenza, e mai non rimarrò confuso (Salmo 70).

Ora questo doppio sentimento si attinge al dogma del Purgatorio ben compreso: dogma che contiene il doppio mistero della giustizia e della misericordia di Dio: della giustizia che punisce e della misericordia che perdona.

La parola purgatorio ora si prende per un luogo, ora per uno stato intermedio fra l'inferno ed il cielo. Esso è propriamente la situazione delle anime che nel momento della morte si trovano in stato di grazia, ma non hanno pienamente espiato i loro falli, né raggiunto il grado di purezza necessario per godere della vista di Dio.

Dunque il Purgatorio è uno stato passeggero che va a terminare nella vita beata. Non è una prova in cui si possa meritare o demeritare, ma uno stato di soddisfazione e d'espiazione. L'anima è arrivata al termine della sua mortale carriera: questa vita era un tempo di prova, tempo di merito per l'anima e tempo di misericordia da parte di Dio. Spirato che sia questo tempo, da parte di Dio non vi è altro che giustizia, e da parte sua l'anima non può più né meritare, né demeritare. Essa rimane fissa nello stato in cui la trovò la morte; e siccome fu trovata nella grazia santificante, è sicura di non più decadere da questo felice stato e di arrivare all'immutabile possesso di Dio. Tuttavia, siccome è aggravata da certi debiti di pene temporali, deve soddisfare alla divina giustizia, assoggettandosi a queste pene in tutto il loro rigore.

Tale è il significato della parola purgatorio, e tale è lo stato delle anime che vi si trovano.

Ora la Chiesa in questa parte propone due verità, nettamente definite come dogma di fede: prima, che vi è un Purgatorio; seconda, che le anime che sono nel Purgatorio possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli, sopratutto col santo sacrificio della Messa.

Oltre questi due punti dommatici, vi sono parecchie questioni dottrinali non decise dalla Chiesa e che più o meno sono chiaramente risolte dai Dottori. Queste questioni si riferiscono: 1° al luogo del Purgatorio; 2° alla natura delle pene; 3° al numero ed allo stato delle anime che sono nel Purgatorio; 4° alla durata delle loro pene; 5° all'intervento dei vivi in loro favore ed all'applicazione dei suffragi della Chiesa.

 

CAPITOLO II

Luogo del Purgatorio. - Dottrina dei Teologi. - Catechismo del Concilio di Trento. - S. Tomaso.

Sebbene la fede nulla ci dica di preciso intorno al luogo del Purgatorio, l'opinione più comune, che meglio si concilia col linguaggio della Scrittura e che è più generalmente accolta dai Teologi, lo colloca nelle viscere della terra, non lontano dall'inferno dei reprobi. I Teologi, dice Bellarmino, sono quasi un animi nell'insegnare che il Purgatorio, almeno il luogo ordinario delle espiazioni, è posto nel seno della terra, che le anime del Purgatorio ed i reprobi trovansi negli stessi spazi sotterranei, in quelle profonde regioni dalla Scrittura chiamate inferni.

Nel Simbolo degli Apostoli noi diciamo che Gesù Cristo dopo la sua morte discese all'inferno. «Il nome d'inferni, dice il Catechismo del Concilio di Trento, significa quei luoghi nascosti, in cui sono tenute prigioni le anime che non ancora ottennero l'eterna beatitudine. Uno è una nera ed oscura prigione, in cui le anime dei reprobi sono del continuo tormentate, cogl'immondi spiriti, da un fuoco che giammai si spegne. Questo luogo, che è l'inferno propriamente detto, si chiama ancora geenna e abisso.

«Vi è un altro inferno, in cui trovasi il fuoco del Purgatorio. In esso le anime dei giusti soffrono per un certo tempo, ond'essere pienamente purificate, prima che abbiano aperta l'entrata nella patria celeste; giacché niente di macchiato potrebbe mai entrarvi.

«Un terzo inferno era quello in cui venivano ricevute, prima della venuta di Gesù Cristo, le anime dei santi, e nel quale godevano un tranquillo riposo, esenti da dolori, consolate e sostenute dalla speranza di loro redenzione. Sono quelle anime sante che nel seno di Abramo aspettavano Gesù Cristo e che furono liberate quando scese all'inferno. Allora il Salvatore subitamente in mezzo ad esse sparse una brillante luce, che li riempì d'una gioia infinita e fece loro godere della sovrana beatitudine, che travasi nella visione di Dio. Allora si verificò quella promessa di Gesù al ladrone: Oggi sarai con me in Paradiso». «Un sentimento probabilissimo, dice san Tomaso, e che d'altronde s'accorda colle parole dei Santi e colle particolari rivelazioni, si è che per l'espiazione del Purgatorio vi sarebbe un doppio luogo. Il primo sarebbe destinato alla generalità delle anime, ed è situato abbasso, vicino all'inferno; il secondo sarebbe per casi particolari, e da esso sarebbero uscite tante apparizioni». Adunque il santo dottore, come molti altri con lui, ammette che talvolta la giustizia divina assegna un luogo speciale alla purificazione di certe anime, e permette anche che appariscano, sia per istruire i vivi, sia per procurare ai defunti i suffragi di cui hanno bisogno, sia per altre ragioni degne della sapienza e della misericordia di Dio.

Tale è il compendio generale della dottrina sul luogo del Purgatorio. Non essendo questo un trattato di controversia, non aggiungiamo né prove, né confutazioni, che possono vedersi negli autori come Suarez e Bellarmino. Ci contenteremo di far osservare che l'opinione degl'inferni sotterranei nulla ha da temere dalla scienza moderna. Una scienza puramente naturale è incompetente nelle questioni che, come questa, appartengono all'ordine soprannaturale. D'altra parte sappiamo che gli spiriti possono trovarsi in un luogo occupato dai corpi, come se questi corpi non esistessero. Qualunque pertanto sia l'interno della terra, sia tutto di fuoco, come comunemente dicono i geologi, o sia in tutt'altro stato, niente si oppone che non possa servire di soggiorno a spiriti ed ancora spiriti rivestiti d'un corpo risuscitato. L'apostolo S. Paolo c'insegna che l'aria è ripiena d'una folla di spiriti delle tenebre. Noi dobbiamo combattere contro le potenze delle tenebre, contro gli spiriti maligni sparsi nell'aria (Efes., VI, 12). D'altra parte sappiamo che gli angeli buoni, che ci proteggono, non sono meno numerosi in questo mondo. Ora, se gli angeli e gli altri spiriti possono abitare la nostra atmosfera senza che il mondo fisico ne provi la minima modificazione, come non potranno le anime dei morti dimorare nel seno della terra?

 

CAPITOLO III

Luogo del Purgatorio (segue). - Rivelazioni dei Santi.

Santa Teresa aveva una grande carità per le anime del Purgatorio, e Iddio ne la ricompensava anche in questa vita, facendole spesso vedere quelle anime che ella aveva colle sue preghiere liberate da quel luogo d'espiazione. Essa ordinariamente le vedeva uscire dal seno della terra ed innalzarsi gloriose negli spazi del firmamento.

«Mi si annunciò, ella scrive, la morte di un religioso, stato per l'innanzi molto tempo provinciale. Io aveva avuto assai relazione con lui, ed egli mi aveva sempre reso buoni uffizi. Questa notizia mi portò non poco turbamento: sebbene egli fosse stato assai commendevole per molte virtù, io era in apprensione per la salute dell'anima sua, essendo egli stato per circa vent'anni superiore, ed io temo sempre molto per quelli che ebbero in vita il carico delle anime. Tutta piena di tristezza, mi porto ad un oratorio, e colà scongiurava Nostro Signore d'applicare a quel religioso il poco bene da me fatto in vita e di supplire al rimanente coi meriti suoi infiniti perché venisse quell'anima liberata dal fuoco del purgatorio.

«Mentre con tutto il fervore di cui era capace chiedeva questa grazia, vidi al mio lato destro uscire quell'anima dal fondo della terra e salire al Cielo fra i trasporti dell'allegrezza più pura. Questa visione, assai breve nella sua durata, mi lasciò piena di gioia, e senz'ombra di dubbio sulla verità di quanto aveva veduto.

«Una religiosa della mia comunità, grande serva di Dio, era morta da due giorni. Per lei si celebrava l'ufficio dei morti nel coro: una sorella diceva la lezione ed io stava in piedi per dire il versetto; a mezzo la lezione vidi l'anima di quella religiosa uscire, come quella di cui dissi più sopra, dal fondo della terra ed andarsene al Cielo. Questa visione fu puramente intellettuale, mentre la precedente mi si era presentata sotto immagini: ma sì l'una che l'altra lasciano nell'anima un'uguale certezza.

Un fatto consimile è riferito nella Vita di san Luigi Bertrando, dell'Ordine di S. Domenico. Questa Vita scritta dal P. Antisi, religioso dello stesso Ordine, che aveva vissuto col santo, è inserita negli Acta Sanctorum, sotto il 13 ottobre. - Nel 1557, quando S. Luigi Bertrando abitava nel convento di Valenza, scoppiò la peste in quella città. Il terribile flagello, moltiplicando i suoi colpi, tutti minaccia va gli abitanti, e ciascuno tremava per la propria vita. Un religioso della comunità, il P. Clemente Benat, volendo con fervore prepararsi alla morte, fece al santo una confessione generale di tutta la vita; e lasciandolo, «Mio Padre, gli disse, se ora piace a Dio di chiamarmi, verrò a farvi conoscere il mio stato nell'altra vita». Poco tempo dopo difatti morì, e la notte seguente apparve al santo. Gli disse che era ritenuto nel Purgatorio per alcuni leggeri falli che gli rimanevano da espiare, e lo supplicò di farlo raccomandare alla comunità. Tosto il santo comunicò questa domanda al Padre priore, il quale si affrettò di raccomandare l'anima del defunto alle preghiere ed ai santi sacrifizi di tutti i fratelli riuniti in capitolo.

Sei giorni dopo, un uomo della città, che nulla sapeva di quanto era successo nel convento, essendo venuto a confessarsi dal Padre Luigi, gli disse che l'anima del P. Clemente gli era comparsa. «Ho veduto, affermò egli, aprirsi la terra e tutta gloriosa uscirne l'anima del Padre defunto; essa rassomigliava, aggiunse, ad un astro risplendente e si sollevava nell'aria verso il cielo».

Leggiamo pure nella Vita di S. Maddalena de' Pazzi (27 maggio), scritta dal suo confessore, il P. Cepari della Compagnia di Gesù, che quella serva di Dio fu testimone della liberazione pi un'anima colle seguenti circostanze. Da qualche tempo era morta una delle sue sorelle in religione. Un giorno la santa, pregando dinanzi al SS. Sacramento, vide dalla terra uscire l'anima di quella sorella, ancora prigioniera nel Purgatorio. Era avvolta in un mantello di fiamme, difendendola al disotto del mantello dai più vivi ardori del fuoco una veste d'abbagliante bianchezza; un'ora intera rimase ai piedi dell'altare, adorando, con un indicibile annientamento, il Dio nascosto sotto le specie eucaristiche.

Quell'ora di adorazione, che faceva alla presenza di Maddalena, era l'ultima della sua penitenza. Spirata quell'ora, si alzò e spiccò il volo verso il cielo.

Piacque a Dio di far vedere in ispirito la triste dimora del Purgatorio ad alcune anime privilegiate, che in seguito dovevano, ad edificazione di tutti i fedeli, rivelare quei dolorosi misteri. Di questo numero fu S. Francesca Romana (9 marzo), fondatrice delle Oblate, morta a Roma nel 1440, dove le sue virtù ed i suoi miracoli sparsero la più viva luce. Dio la favorì di grandi lumi sullo stato delle anime nell'altra vita. Dessa vide l'inferno e gli orribili supplizi; vide ancora l'interno del Purgatorio e l'ordine misterioso, direi quasi, la gerarchia delle espiazioni, che regna in quella parte della Chiesa di Gesù Cristo. Per obbedire ai suoi superiori, che credettero doverle imporre quest'obbligo, fece conoscere tutto ciò che Dio le aveva manifestato; e le sue visioni, scritte sotto la sua dettatura dal venerabile canonico Matteotti, direttore dell'anima sua, hanno tutta l'autenticità che si possa su tal materia richiedere.

Ora la serva di Dio dichiarò che, dopo d'aver sofferto un inesprimibile spavento alla vista dell'inferno, uscì da quell'abisso e fu condotta dalla celeste sua guida, l'arcangelo Raffaele, nelle regioni del Purgatorio. Là più non regnava né l'orrore del disordine, né la disperazione, né le tenebre eterne: la divina speranza vi spandeva la sua luce, e le si disse che quel luogo di purificazione si chiamava anche soggiorno della speranza. Vi vide anime che soffrivano crudelmente, ma erano visitate dagli angeli ed assistite nei loro patimenti.

Il purgatorio, disse, è diviso in tre distinte parti, che sono come le tre grandi province di quel regno del dolore. Sono poste l'una sopra l'altra, ed occupate dalle anime di diverse categorie. Queste anime tanto più sono profondamente seppellite quanto più sono macchiate e lontane dalla liberazione.

La regione inferiore è ripiena d'un fuoco ardentissimo, ma che non è tenebroso come quello dell'inferno: è un vasto mare acceso, che getta immense fiamme. Vi sono immerse innumerevoli anime: sono quelle che si resero colpevoli di peccati mortali, che debitamente confessarono, ma non sufficientemente espiarono durante la vita. Allora la serva di Dio conobbe che, per ogni peccato mortale perdonato, bisogna scontare una pena di sette anni di Purgatorio. - Questo termine non si può prendere evidentemente come una misura fissa, poiché i peccati mortali differiscono nella enormità, ma come una tassa media.

Sebbene le anime siano avvolte nelle stesse fiamme, le loro sofferenze non sono le stesse: variano secondo il numero e la qualità dei loro peccati.

In questo purgatorio inferiore la santa distinse laici e persone consacrate a Dio. I laici erano quelli che, dopo una vita di peccato, avevano avuto il bene di sinceramente convertirsi; le persone consacrate a Dio erano quelle che non erano vissute secondo, la santità del loro stato e tutte queste si trovavano nella parte inferiore. In quello stesso momento vi vide scendere l'anima d'un prete che conosceva, ma di cui non volle fare il nome. Osservò che aveva il capo avvolto in un velo che copriva una macchia, la macchia della sensualità. Abbenchè avesse tenuto una vita edificante, quel prete non aveva sempre osservato una stretta temperanza e aveva fatto troppa ricerca delle soddisfazioni della mensa.

Quindi la santa fu condotta nel Purgatorio intermedio, destinato alle anime che meritarono pene meno rigorose. Là vide tre spazi distinti: il primo rassomigliava ad una vasta ghiacciaia, ove vi era un freddo inesprimibile; il secondo, al contrario, era come un immenso calderone ripieno d'olio e di pece bollenti; il terzo, come una stagno di liquido metallo, rassomigliante ad oro o ad argento fuso.

Il Purgatorio superiore, che la santa non descrive, è il soggiorno delle anime che, essendo già state purificate dalle pene dei sensi, altro quasi più non soffrono che la pena del danno, e s'avvicinano al felice momento della loro liberazione.

Tale nella sostanza è la visione di S. Francesca relativamente al Purgatorio.

Ora ecco quella di S. Maddalena de' Pazzi, carmelitana di Firenze, quale nella sua Vita la racconta il P. Cepari. È un quadro particolareggiato del Purgatorio, mentre la precedente visione non lo descrisse che a grandi linee.

Qualche tempo prima della santa sua morte, che fu nel 1607, la serva di Dio Maddalena de' Pazzi, trovandosi verso sera con parecchie religiose nel giardino del convento, fu rapita in estasi e vide dinanzi a lei aprirsi il Purgatorio. Nel tempo stesso, come più tardi fece conoscere, una voce la invitò a visitare tutte le prigioni della divina giustizia, onde veder da vicino quanto siano degne di pietà le povere anime che le abitano.

In quel momento la si udì dire: Sì, ne farò il giro. Accettava di fare quel doloroso viaggio.

Infatti cominciò ad andar attorno pel giardino, che è grandissimo, per due ore intere, fermandosi di tempo in tempo. Ogni volta che interrompeva il suo cammino, attentamente considerava le pene che a lei si mostravano. Allora si vedeva attorcigliarsi le mani per compassione, pallido si faceva il suo viso, il suo corpo si curvava sotto il peso del dolore dinanzi allo spettacolo che aveva sotto gli occhi.

Con voce lamentevole cominciò ad esclamare: «Misericordia, Dio mio, misericordia! Scendete, o sangue prezioso, e dalla loro prigione liberate queste anime. Povere anime! voi soffrite tanto crudelmente, e tuttavia siete contente ed allegre! Le segrete dei martiri, a confronto di queste, erano deliziosi giardini. Tuttavia ve ne sono delle ancor più profonde. Quanto mi terrei fortunata, se mi fosse dato di discendervi!»

Intanto vi discese, giacché fu veduta continuare il suo viaggio. Ma fatti che ebbe alcuni passi, si arrestò spaventata e, mandando un grande sospiro, esclamò: «E che! anche dei religiosi in questi tristi luoghi! Buon Dio, come sono tormentati! Oh! Signore!». Non ispiegava i loro patimenti. ma l'orrore che provava contemplandoli la faceva sospirare quasi ad ogni passo.

Di là passò ai luoghi meno lugubri: erano le prigioni delle anime semplici e dei fanciulli, la cui ignoranza e la poca ragione ne attenuano assai i falli. Anche i loro tormenti le parvero molto più tollerabili di quelli degli altri. Là non vi era che ghiaccio e fuoco. Osservò che quelle anime presso di sé avevano i propri angeli custodi, che assai li fortificavano colla loro presenza.

Avendo fatto alcuni passi, vide anime molto più infelici, e fu udita esclamare: «Oh! quanto orribile è questo luogo!», e vide ancora distintamente le pene diverse che soffrivano le anime nel Purgatorio secondo la qualità delle loro colpe.

Finalmente, la santa uscì dal giardino, pregando Dio di non renderla più testimone d'uno spettacolo così straziante: non sentiva la forza di sopportarlo. Tuttavia la sua estasi durava ancora, e conversando col suo Gesù, gli disse: «Signore, fatemi conoscere qual è il vostro disegno nello scoprirmi quelle terribili prigioni, che tanto poco conosceva e che ancora meno comprendeva... Ah! ora lo veggo: voi voleste farmi conoscere l'infinita vostra santità e farmi sempre più odiare i menomi peccati, tanto abominevoli ai vostri occhi».

Citiamo una terza visione riguardante l'interno del Purgatorio, quella di S. Liduina di Schiedam, morta il 14 aprile 1433, e la cui storia, scritta da un prete suo contemporaneo, ha la più perfetta autenticità. Questa vergine ammirabile, vero prodigio di pazienza cristiana, fu in preda ai dolori di tutte le più crudeli malattie per ben trentotto anni. I suoi dolori le rendevano impossibile il sonno; nella preghiera passava le lunghe notti, ed allora spesso rapita in ispirito, dal suo angelo custode era condotta nelle misteriose regioni del Purgatorio. In esse vedeva dimore, prigioni, segrete diverse, le une più tristi delle altre; vi incontrava anime che conosceva, e le erano mostrati i vari loro patimenti.

Si potrebbe dimandare: Qual era la natura di questi viaggi estatici? È difficile lo spiegarlo; ma si può con chiudere da certe altre circostanze che avevano più realtà di quel che si sarebbe indotti a credere. La santa inferma faceva simili viaggi e pellegrinaggi sulla terra, ai santi luoghi della Palestina, alle chiese di Roma ed ai monasteri del vicinato. Dai luoghi per tal modo percorsi riportava le più esatte cognizioni.

Un religioso del monastero di S. Elisabetta, trattenendosi un giorno con lei e parlando delle celle, del capitolo, del refettorio della sua comunità, ella di tutta la sua casa gli fece una esatta e particolareggiata descrizione, come se tutta vi avesse passato la sua vita.. Avendole il religioso fatto conoscere la sua sorpresa: «Sappiate, Padre mio, disse, che io ho percorso il vostro monastero, visitai tutte le celle, vidi gli angeli custodi di tutti quelli che le abitano».

Ora ecco uno dei viaggi della nostra santa nel Purgatorio.

Un disgraziato peccatore, di scandalosissima vita, si era finalmente convertito, in grazia delle preghiere di Liduina; per le pressanti sue esortazioni fece una sincera confessione di tutti i suoi disordini, ne ricevette l'assoluzione, ma non ebbe il tempo di far molta penitenza, essendo poco dopo morto di peste.

La santa offrì per la sua anima molte preghiere e patimenti; e qualche tempo dopo, essendo stata condotta dal suo angelo al Purgatorio, desiderò sapere se ancor vi era quel convertito e qual fosse il suo stato. «Vi è, rispose la celeste sua guida, e soffre molto. Sareste disposta a sostenere qualche pena per diminuire le sue? - Senza dubbio, ella rispose: per aiutarla sono pronta a tutto».

Tosto l'angelo la condusse in un luogo di spaventevoli torture: «Qui dunque si trova l'inferno, fratello mio? chiese la santa, tutta compresa d'orrore. - No, sorella mia, rispose l'angelo: ma questa parte del Purgatorio è vicina all'inferno».

E guardando da ogni parte, vide come un'immensa prigione, circondata da muraglia di prodigiosa altezza, la cui nerezza e le mostruose pietre facevano orrore. Avvicinandosi a questo sinistro recinto, udì un confuso rumore di voci lamentevoli, di grida di furore, di catene, dì strumenti di tortura, di colpi violenti che i carnefici scaricavano sulle loro vittime. Questo rumore era tale che tutti i fracassi del mondo nelle tempeste e nelle battaglie non vi si potrebbero paragonare.

«Qual luogo orribile è mai questo? chiese Liduina al suo buon angelo. - È l'inferno, rispose. Volete che ve lo faccia vedere? - No, di grazia, rispose ella, tutta agghiacciata per lo spavento: è tanto orrendo il fracasso che odo da non poterne più: come mai potrei sopportare la vista di quegli orrori?» .

Continuando il misterioso suo viaggio, vide un angelo tristamente seduto sull'orlo d'un pozzo. «Chi é quest'angelo? domandò alla sua guida. - È, rispose, l'angelo custode del peccatore la cui sorte vi sta a cuore. La sua anima è in quel pozzo, ove fa un purgatorio speciale». Liduina a queste parole gettò al suo angelo uno sguardo espressivo: desiderava vedere quell'anima a lei tanto cara, e sforzarsi di trarla da quella spaventevole prigione. Il suo angelo, che la comprese, avendo sollevato il coperchio di quel pozzo con un atto della Sua potenza, ne sfuggì un turbine di fiamme insieme a grida lamentevoli. ­ «Riconoscete questa voce, le chiese l'angelo. ­ Ohimè! sì, rispose la serva di Dio. - Desiderate veder quest'anima?» Alla sua risposta affermativa l'angelo la chiamò per nome; e subito la nostra vergine vide comparire, all'apertura del pozzo, uno spirito tutto in fuoco, simile ad un metallo incandescente, che con una voce malamente articolata le disse: «O Liduina, serva di Dio, chi mi concederà di contemplare la faccia dell'Altissimo?».

La vista di quell'anima, in preda al più terribile tormento del fuoco, produsse nella nostra santa tale ambascia, che la cintura che portava attorno al corpo, sebbene nuova e fortissima, si ruppe in due; e non potendo più a lungo sostenere quella vista, tostamente rinvenne dalla sua estasi. Le persone presenti, accorgendosi del suo spavento, le domandarono che cosa avesse. «Ohimè! rispose, quanto sono terribili le prigioni del Purgatorio! È per soccorrere le anime che acconsento a discendervi: senza questo motivo non vorrei provare i terrori che mi cagiona uno spettacolo tanto terribile».

Alcuni giorni dopo, lo stesso angelo, che aveva veduto tanto triste, le apparve con una faccia giuliva; le fe' sapere che l'anima del suo protetto era uscita dal pozzo ed era passata al purgatorio ordinario. Non poteva bastare alla carità di Liduina questo sollievo parziale: continuò a pregare pel povero sofferente e ad applicargli i meriti dei suoi patimenti, finché lo seppe entrato nella gloria del Paradiso.

 

CAPITOLO IV

Luogo del Purgatorio. - Il diacono Pascasio ed il vescovo di Capua. - Il B. Stefano francescano ed il religioso nel suo stallo. - Teofilo Raynaud e l'inferma di Dole.

Secondo S. Tomaso ed altri dottori, la divina giustizia assegna un luogo speciale sulla terra per la purificazione di certe anime. Questo sentimento si trova confermato da parecchi fatti; fra i quali in primo luogo uno ne citeremo che riferisce san Gregorio Magno nei suoi Dialoghi.

«Quando io era giovane ed ancora laico, scrive il santo Papa, udii narrare dai vecchi che erano ben informati, come il diacono Pascasio apparve a Germano, vescovo di Capua. Pascasio diacono di quella sede apostolica, e del quale ancora possediamo gli eccellenti libri sopra lo Spirito Santo, era uomo d'eminente santità, dedito alle opere di carità, tutto zelo pel sollievo dei poveri e affatto dimentico di se stesso. Essendo sorta una contestazione riguardo ad una elezione pontificale, Pascasio si separò dai vescovi ed abbracciò il partito di colui che l'episcopato non aveva approvato. Ora, ben presto egli morì, con una riputazione di santità da Dio confermata con un miracolo: una luminosa guarigione avvenne il giorno dei suoi funerali al semplice contatto della sua dalmatica.

«Molto tempo dopo, Germano, vescovo di Capua, fu dai medici inviato ai bagni di Sant'Angelo negli Abruzzi. Quale non fu il suo stupore nel trovare colà lo stesso diacono Pascasio, in uno stato di espiazione! - e: Io qui, disse l'apparizione, espio il torto che ebbi di schierarmi nel cattivo partito. Ve ne supplico, pregate per me il Signore; saprete che foste esaudito dal punto che più non mi vedrete in questi luoghi».

Germano cominciò a pregare pel defunto, e al termine di alcuni giorni, essendo ritornato, inutilmente cercò Pascasio, che era scomparso.

«Non ebbe, conclude S. Gregorio, che a sostenere un temporaneo castigo dopo questa vita, avendo peccato per ignoranza e non per malizia».

Sembra che la divina giustizia condanni talvolta le anime a far la loro penitenza nel luogo stesso in cui commisero i falli. Si legge nelle cronache dei Fratelli Minori che il B. Stefano, religioso di quell'istituto, aveva una singolare divozione pel santo Sacramento, passando una parte delle sue notti in adorarlo. In una di queste circostanze, essendo solo nella cappella in mezzo alle tenebre, rotte appena dal chiarore d'una piccola lampada, tutto ad un tratto scorge in uno stallo un religioso, profondamente raccolto e colla testa sepolta nel suo cappuccio. Stefano gli si avvicina e domanda se ha il permesso di lasciare a quell' ora la sua cella. - «Io sono un religioso defunto, risponde. Qui devo fare il mio purgatorio dopo la sentenza della giustizia di Dio, perché qui ho peccato per tiepidezza e negligenza nel divino uffizio. Il Signore mi permette di farvi conoscere il mio stato, onde mi aiutiate colle vostre preghiere».

Commosso da queste parole, il B. Stefano subito si mise in ginocchio per recitare il De profundis ed altre preghiere; ed osservò che mentre pregava il volto del defunto si apriva alla gioia. - Parecchie volte ancora, nelle seguenti notti, la visione avvenne allo stesso modo, mostrandosi il religioso ogni volta più contento, a misura che s'avvicinava alla sua liberazione. Finalmente dopo un'ultima preghiera del B. Stefano, si alzò dal suo stallo e scomparve in mezzo a luminosa gloria.

«Il fatto seguente ha qualche cosa di sì meraviglioso, che esiteremmo, dice il canonico Postel, a riprodurlo, se non fosse stato inserito in molte opere, secondo il Padre Teofilo Raynaud, distinto teologo e controversista del secolo XVII che lo riferisce come un fatto avvenuto ai suoi tempi e quasi sotto i suoi occhi. L'abate Louvet aggiunge che il vicario generale dell'arcivescovo di Besançon, dopo averne esaminato tutti i particolari, ne aveva riconosciuta la verità. - Nell'anno 1629, a Dòle, nella Franca Contea, Uga Roy, donna di mediocre condizione, era obbligata al letto per una pneumonia che faceva temere per la sua vita. Il medico, avendo creduto doverla salassare, ebbe l'inettezza di tagliarle l'arteria del braccio sinistro, il che la ridusse propriamente agli estremi.

L'indomani sul far del giorno, vide entrare nella sua stanza una giovane tutta vestita di bianco, con un contegno di bella modestia, che le chiede se è contenta di ricevere i suoi servizi e d'essere curata da lei. L'inferma, felice per questa offerta, risponde che niente le tornerà più gradito, e tosto la forestiera accende il fuoco, s'accosta ad Uga, dolcemente la ripone nel suo letto; poscia comincia a vegliarla e servirla come farebbe la più affezionata infermiera. Cosa meravigliosa! Il contatto delle mani di quella sconosciuta fu tanto benefico, che la moribonda se ne trovò grandemente sollevata e ben tosto si sentì interamente guarita. Allora essa volle assolutamente sapere chi fosse l'amabile sconosciuta, e la chiamò per interrogarla; ma questa si allontanò dicendo che ritornerebbe alla sera. Intanto lo sbalordimento, la curiosità furono estremi, quando si seppe di quella subitanea guarigione, e nella città di Dòle non si parlava che del misterioso avvenimento.

Quando la sconosciuta ritornò alla sera, disse ad Uga Roy, senza più cercare di nascondersi: «Sappiate, mia cara nipote, che io sono la vostra zia Leonarda Collin, morta da diciassette anni, lasciandovi erede della poca mia sostanza. Grazie alla divina bontà, io sono salva, e di tanta felicità sono debitrice alla Santa Vergine Maria, per la quale ebbi una grande divozione. Senza di lei io sarei perduta. Quando subitamente mi colpì la morte, era in peccato mortale, ma la Vergine misericordiosa in quel momento mi ottenne una perfetta contrizione, e così mi scampò dall'eterna dannazione. D'allora in poi io sono nel Purgatorio, ed il Signore mi permette di venire a compiere la mia espiazione servendovi per quaranta giorni. Terminato questo tempo, sarò liberata dalle mie pene se da parte vostra avrete la Carità di fare per me tre pellegrinaggi a tre santuari della Santa Vergine».

Uga, sbalordita, non sapendo che pensare di questo linguaggio, non potendo credere alla realtà di quella apparizione e temendo qualche insidia dello spirito maligno, consultò il suo confessore, il P. Antonio Rolland, gesuita, che la consigliò a minacciare alla sconosciuta gli esorcismi della Chiesa. Questa minaccia non la inquietò: tranquillamente disse che non temeva gli esorcismi della Chiesa. «Essi hanno forza, aggiunse, contro i demoni ed i dannati, ma nessuna contro le anime predestinate ed in grazia di Dio, come sono io». - Uga non era convinta. «Come mai, chiese alla giovane, potete essere la mia zia Leonarda? Questa era vecchia, debole, spiacevole e bisbetica, mentre voi siete giovane, dolce ed amabile. - Ah! mia nipote, rispose l'apparsa, il vero mio corpo si trova nella tomba, ove rimarrà fino alla risurrezione; quello che voi vedete è un altro corpo, miracolosamente formato dall'aria, per darmi modo di parlarvi, di servirvi e d'avere i vostri suffragi. Quanto al mio carattere difficile, collerico, diciassette anni di terribili sofferenze ben m'insegnarono la pazienza e la dolcezza. D'altronde, sappiate che in Purgatorio si è confermati in grazia, segnati col sigillo degli eletti, e perciò stesso esenti da ogni vizio».

Dopo tali spiegazioni, non era più possibile la incredulità. Uga, meravigliata al tempo stesso e riconoscente, con tutta contentezza ricevette i servizi che le erano resi durante i segnati quaranta giorni. Dessa sola poteva vedere ed udire la defunta, che veniva a certe ore e tosto scompariva. Appena le sue forze lo permisero, con tutta la divozione compì i pellegrinaggi che erano stati richiesti.

Al termine dei quaranta giorni, cessarono le apparizioni. Leonarda si mostrò un'ultima volta per annunziare la sua liberazione; allora trovavasi in uno stato d'incomparabile gloria, scintillante come un astro, e portava sul viso l’espressione della più perfetta beatitudine. Alla sua volta testificò alla nipote la propria riconoscenza, le promise di pregare per lei, per tutta la sua famiglia, e la impegnò a ricordarsi sempre, in mezzo alle pene della vita, del fine supremo di nostra esistenza, che è la salute dell'anima.

 

CAPITOLO V.

Pene del Purgatorio: loro natura e rigore. - Dottrina dei Teologi. - Bellarmino. - S. Francesco di Sales. ­ Timore e speranza.

Nel Purgatorio come nell'inferno v'è una doppia pena: la pena del danno e la pena del senso.

La pena del danno (damnum) consiste nell'essere privato per un tempo della vista di Dio, che è il bene supremo, l'oggetto beatifico, pel quale sono fatte le anime nostre, come per la luce gli occhi. È una sete morale, dalla quale è tormentata l'anima.

La pena del senso, o il dolore sensibile, è somigliante a quello che proviamo nella nostra carne. La fede non ne definì la natura, ma è comune sentimento dei Dottori, che consista nel fuoco ed in altri generi di sofferenze. - Il fuoco del Purgatorio è della natura, dicono i Padri, di quello dell'inferno di cui parla il ricco Epulone: Quia crucior in hac fiamma: soffro, dice egli, crudelmente in questa fiamma.

Quanto al rigore di queste pene, siccome sono inflitte dalla più equa giustizia, sono proporzionate alla natura, alla gravità ed al numero dei falli. Ognuno riceve secondo le sue opere, ognuno deve pagare i debiti che ha con Dio. Ora questi debiti sono inegualissimi. Ve ne sono di quelli che, accumulati durante una lunga vita, ascendono ai diecimila talenti del Vangelo, ossia a milioni ed a miliardi; mentre altri si restringono a qualche obolo, leggero avanzo di ciò che non fu espiato sulla terra. - Ne segue che le anime soffrono pene assai differenti, che nelle espiazioni del Purgatorio vi sono innumerevoli gradi e che le une sono incomparabilmente più rigorose delle altre.

Tuttavia, parlando in generale, i Dottori convengono nel dire che rigorosissime sono queste pene. È lo stesso fuoco, dice S. Gregorio, che tormenta i dannati e purifica gli eletti. Quasi tutti i Teologi, dice Bellarmino, insegnano che i reprobi e le anime del Purgatorio soffrono l'azione dello stesso fuoco.

Bisogna tener per certo, scrive lo stesso Bellarmino, che non vi è proporzione tra i patimenti di questa vita e quelli del Purgatorio. Sant'Agostino nettamente lo dichiara nel suo commentario sopra il salmo 31: «Signore, dice egli, non mi punite nel vostro furore, e non rigettatemi con quelli ai quali direte: Andate al fuoco eterno; ma non punitemi nemmeno nella vostra collera: piuttosto purificatemi talmente in questa vita, da non aver bisogno d'esser purificato dal fuoco nell'altra. Sì, io temo questo fuoco, acceso per quelli che saranno salvati, è vero, ma che non lo saranno che passando prima pel fuoco». Senza dubbio, saranno salvati dopo la prova del fuoco; ma terribile sarà questa prova, questo tormento sarà più insopportabile di tutto quanto di più doloroso si può soffrire in questo mondo. ­ Ecco ciò che dice S. Agostino, e ciò che dopo di lui dicono San Gregorio, il venerabile Beda, S. Anselmo e S. Bernardo. S. Tomaso va ancora, più innanzi, sostenendo che la menoma pena del Purgatorio sorpassa tutte le pene di questa vita, comunque possano essere. Il dolore, diceva il B. Pietro Lefèvre, è più profondo e molto più intenso quando direttamente investe l'anima e lo spirito, che non quando li assale per l'intermezzo del corpo. Il corpo mortale ed i sensi stessi assorbono e stornano una parte delle pene fisiche ed anche morali.

L'autore del libro della Imitazione esprime questa dottrina con una sentenza pratica e viva. Parlando in generale delle pene dell'altra vita: Là, dice egli, un'ora di tormento sarà più terribile che qui cento anni della più rigorosa penitenza.

Per provare questa dottrina, è certo, aggiunge Bellarmino, che tutte le anime soffrono nel Purgatorio la pena del danno. Ora questa pena sorpassa ogni sensibile patimento. Ma per non parlare che della sola pena del senso, noi sappiamo quanto è terribile il fuoco, per debole che sia, che noi accendiamo nelle nostre case, e quanto dolore apporta la più leggera scottatura; ora ben altrimenti terribile è quel fuoco che non si nutre con legna, né con olio, e che nulla è capace di spegnere. Acceso dal soffio di Dio per essere istrumento della sua giustizia si attacca alle anime e le tormenta con un'incomparabile attività.

Quanto dicemmo e quanto ancora abbiamo a dire, inspira quel salutare timore che ci è raccomandato da Gesù Cristo. Ma temendo che certi lettori, dimenticando la confidenza cristiana che deve temperare i nostri timori, si diano in braccio ad un eccessivo spavento, alla dottrina precedente avviciniamo quella di un altro dottore della Chiesa, S. Francesco di Sales, il quale presenta le pene del Purgatorio temperate dalle consolazioni che le accompagnano.

«Dal pensiero del Purgatorio, diceva quel santo ed amabile direttore di anime, possiamo cavare più consolazione che timore. La maggior parte di quelli che tanto temono il Purgatorio, pensano piuttosto al loro proprio interesse che agli interessi della gloria di Dio: il che proviene dal riguardare unicamente le pene di quel luogo, senza considerare nel tempo stesso la felicità e la pace che alle anime Dio fa gustare. È vero che i tormenti sono tanto grandi che i dolori più atroci di questa vita non vi si possono paragonare, ma le interiori soddisfazioni altresì vi sono tali, da non esservi sulla terra prosperità o contentezza che le possa uguagliare.

«Le anime si trovano in una continua unione con Dio. Sono perfettamente sommesse alla sua volontà; o, per dir meglio, la loro volontà è talmente trasformata in quella di Dio, che non possono volere che ciò che Dio vuole: di maniera che, se loro fosse aperto il Paradiso, piuttosto si precipiterebbero nell'inferno, anziché comparire dinanzi a Dio colle sozzure che in sé veggono ancora. Volontariamente ed amorosamente vi si purificano, perché così piace a Dio. Esse vogliono essere come piace a Dio, e per tutto il tempo che a lui piacerà.

«Esse sono impeccabili, e non possono avere il menomo moto d'impazienza, né commettere la menoma imperfezione. Amano Dio più di se stesse e più di ogni cosa: l'amano d'un amore pieno, puro, disinteressato. Esse sono consolate dagli angeli, sono assicurate della loro salute e ripiene di una speranza che nella sua aspettazione non può esser delusa. L'amarissima loro amarezza gode una profondissima pace. Se quanto al patire è una specie d'inferno, è un paradiso quanto alla dolcezza dalla carità sparsa nel loro cuore: carità più forte della morte e più potente dell'inferno; carità le cui lampade sono tutte di fuoco e di fiamma (Cant. VIII).

«Stato felice! continua il santo vescovo, felice stato, ben più da desiderarsi che da temersi, poiché quelle fiamme sono fiamme di amore e di carità».

Ecco gli insegnamenti dei Dottori; ne deriva che se rigorose sono le pene del Purgatorio, non sono senza consolazioni. Il buon Gesù, che senza alcun addolcimento bevette il suo calice tanto amaro, volle addolcire il nostro. Addossandoci la sua croce in questa vita, vi spande la sua unzione, e purificando le anime del Purgatorio come l'oro nella fornace, tempera i loro ardori con consolazioni ineffabili. Noi non possiamo pèrdere di vista questo elemento consolatore, questo lato luminoso, nei quadri talvolta ben tetri che avremo a contemplare.

 

CAPITOLO VI

Pene del Purgatorio: pena del danno. - S. Caterina da Genova. - S. Teresa. - Il Padre Nieremberg.

Dopo d'aver udito i Teologi e i Dottori della Chiesa, ascolteremo i Santi che parlano delle pene dell'altra vita, e che narrano ciò che Dio fece loro vedere con comunicazioni soprannaturali.

S. Caterina da Genova, nel suo Trattato del Purgatorio, dice che «le anime provano un tormento tanto forte, che nessuna lingua potrebbe narrarlo, né alcun intelletto concepirne la menoma idea, se Dio non lo facesse conoscere con una grazia speciale.

«Nessuna lingua, aggiunge, saprebbe esprimere, né mente alcuna saprebbe farsi un'idea di ciò che è il Purgatorio. Quanto alla gravezza della pena, uguaglia l'inferno».

S. Teresa, nel Castello dell'anima, parlando della pena del danno, in tal modo si esprime: «La pena del danno, o la privazione della vista di Dio, sorpassa tutto quanto si può immaginare di più doloroso; perché le anime, spinte verso Dio, come verso il centro di tutte le loro aspirazioni, ne sono dalla sua giustizia continuamente respinte. Figuriamoci un naufrago, il quale, dopo d'essersi per lungo tempo dimenato contro le onde, sta per toccare la riva, ma sempre se ne vede allontanato da una mano irresistibile: quale dolorosa angoscia! Mille volte di più è quella delle anime del Purgatorio»

Il Padre Nieremberg della Compagnia di Gesù, che morì in odore di santità a Madrid nel 1638, racconta un fatto avvenuto a Treveri e che, dice li P. Rossignoli, fu riconosciuto dal vicario generale di quella diocesi, come quello che presentava tutti i caratteri della verità. Il giorno di Ognissanti, una giovane di rara pietà vide comparirsi dinanzi una dama di sua conoscenza, morta poco prima, che, vestita di bianco, con un velo dello stesso colore in testa, teneva in mano un lungo rosario, segno della tenera divozione che sempre aveva professato per la Regina del Cielo. Essa implorava la carità della pia sua amica, dicendo che altra volta aveva fatto voto di far celebrare tre messe all'altare della S. Vergine, e che non avendo potuto compierlo, questo debito accresceva i suoi dolori. La pregò quindi di compierlo in sua vece.

Volentieri la giovane concesse la carità domandatale; e quando le tre messe furono celebrate, di nuovo le apparve la defunta, testificandole la sua gioia e la sua riconoscenza. Anzi continuò ad apparirle tutto il mese di novembre, quasi sempre nella chiesa. La sua amica la vedeva in adorazione dinanzi al SS. Sacramento, compresa di un rispetto di cui niuno potrebbe dare un'idea: non potendo ancora vedere il suo Dio faccia a faccia, sembrava che volesse compensarsene contemplandolo almeno sotto le specie eucaristiche. Durante il santo sacrifizio della Messa, al momento dell'elevazione, il suo aspetto talmente si faceva raggiante, che la si sarebbe detta un serafino disceso dal Cielo; la giovane ne andava tutta in ammirazione, e confessava di nulla aver veduto di così bello.

Intanto scorrevano i giorni, e, ad onta delle messe e preghiere offerte per lei, quest'anima santa rimaneva nel suo esilio, lungi dagli eterni tabernacoli. Il 3 dicembre, festa di S. Francesco Saverio la sua protettrice dovendo comunicarsi nella chiesa dei Padri Gesuiti, quell'anima l'accompagnò alla sacra mensa e stette poi ai suoi fianchi in tutto il tempo del ringraziamento, come per partecipare alla felicità della santa comunione e così godere della presenza di Gesù Cristo.

L'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione, ritornò ancora, ma tanto brillante che la sua amica non poteva rimirarla. Visibilmente si avvicinava al termine della sua espiazione. Finalmente il 10 dicembre, nel tempo della santa messa apparve in uno splendore ancor più meraviglioso, dopo d'essersi profondamente inchinata dinanzi l'altare; ringraziò la pia amica per le sue preghiere ed in compagnia del suo angelo custode salì al Cielo.

Alcun tempo prima, quest'anima santa aveva fatto conoscere che non pativa più che la pena del danno, ossia della privazione di Dio; ma aggiunse che questa privazione le cagionava un supplizio intollerabile. - Questa rivelazione giustifica la parola di S. Giovanni Grisostomo nella sua 47.a omelia: Supponete, dice egli, tutti i tormenti del mondo: non ne troverete che uguagli quello d'essere privo della vista benefica di Dio.

Infatti, il supplizio del danno, di cui qui si tratta, è, secondo tutti i Santi e tutti i Dottori, assai più rigoroso della pena del senso. È vero che nella vita presente non sapremmo comprenderlo, perché troppo poco conosciamo il sommo bene pel quale siamo creati. Ma nell'altra vita, questo bene ineffabile si presenta alle anime come il pane ad un uomo affamato, come l'acqua viva a colui che muore di sete, come la salute ad un infermo martoriato da lunghe sofferenze; in esse eccita desideri infuocati che le tormentano senza potersi soddisfare.

 

CAPITOLO VII.

Pene del Purgatorio: pena del senso: tormento del fuoco e tormento del freddo. - Il ven. Beda e Dritelmo.

Se poco comprendiamo la pena del danno, la cosa corre diversamente riguardo alla pena del senso: il tormento del fuoco, il supplizio di un crudo e intenso freddo, spaventa la nostra sensibilità. Ed è per questo che la divina misericordia, volendo nelle nostre anime eccitare un santo timore, non parla troppo della pena del danno, ma del continuo ci mostra il fuoco, il freddo ed altri tormenti che costituiscono la pena del senso. Ecco quanto vediamo nel Vangelo e nelle particolari rivelazioni, colle quali a lui piace di manifestare di tempo in tempo ai suoi servi i misteri dell'altra vita.

Citiamo alcune di queste rivelazioni. Ecco dapprima ciò che, dopo il venerabile. Beda, riferisce il pio e dotto cardinale Bellarmino.

L'Inghilterra è stata testimone ai nostri giorni, scrive Beda, d'un insigne prodigio, paragonabile ai miracoli dei primi secoli della Chiesa. Per eccitare i vivi a temer la morte dell'anima, Dio ha permesso che un uomo, dopo d'essersi addormentato del sonno della morte, ritornasse alla vita corporale e rivelasse ciò che aveva veduto nell'altro mondo. Le spaventevoli, inaudite particolarità che raccontò, e la sua vita di straordinaria penitenza che corrispondeva alle sue parole, produssero in tutto il paese la più viva impressione. Riassumerò le circostanze principali di questa storia.

Nel Northumberland vi era un uomo chiamato Dritelmo, che con tutta la sua famiglia viveva assai cristianamente. Cadde infermo, e di giorno in giorno il suo male si aggravò al punto che finalmente fu ridotto agli estremi e morì con grande desolazione della sua moglie e dei suoi figli. Questi in pianto passarono la notte vicino al suo corpo; ma l'indomani, prima di seppellirlo lo videro tutto ad un tratto riprendere la vita, sollevarsi e porsi a sedere. A quella vista furono compresi di tale spavento, che tutti presero la fuga, ad eccezione della moglie, che sola, tutta tremante, rimase col suo marito risuscitato. Tosto egli la rassicurò; «Non temete, le disse: è Dio che mi ridona la vita; egli vuole nella mia persona mostrare un uomo risuscitato dalla morte. Io devo vivere ancora qualche tempo sulla terra; ma la nuova mia vita sarà ben differente da quella condotta sin qui».

Allora s'alzò, pieno di salute, diritto se ne andò alla chiesa del luogo, e vi rimase lungo tempo in orazione. Non rientrò in casa che per congedarsi da quelli che sulla terra gli erano stati cari; loro dichiarò che non voleva più vivere che per prepararsi alla morte e li consigliò a far altrettanto da parte loro. Poscia avendo diviso i suoi beni in tre parti, ne diede una ai suoi figli, un'altra alla sua moglie, riservando per sé la terza per farne limosine. Quando tutto ebbe distribuito ai poveri ed egli stesso fu ridotto alla estrema indigenza, andò a picchiare alla porta di un monastero e supplicò l'abate a riceverlo come religioso penitente, che sarebbe il servo di tutti gli altri.

L'abate gli diede una cella in luogo appartato, che abitò pel rimanente dei suoi giorni. Tutto il suo tempo divideva in tre esercizi: la preghiera, i lavori più duri e le straordinarie penitenze. I più rigorosi digiuni erano per lui poca cosa; lo si vedeva d'inverno tuffarsi nell'acqua agghiacciata e rimanervi ore ed ore in preghiera, fino a recitare tutti i salmi del Salterio di Davide.

La vita sì mortificata di Dritelmo, i suoi occhi sempre abbassati, i lineamenti del suo volto, dinotavano un'anima colpita dal timore dei giudizi di Dio. Conservava un perfetto silenzio, ma per l'edificazione degli altri lo si sforzò a dire quanto Dio avevagli mostrato dopo la sua morte. Allora in tal modo raccontava la sua visione:

«All'uscire dal mio corpo, fui accolto da un benevolo personaggio, che tosto si fece mia guida; aveva il volto raggiante e sembrava circondato da luce. Arrivammo in una valle larga, profonda ed immensamente estesa, tutta di fuoco da una parte, tutta di neve e ghiaccio dall'altra; qui bracieri e turbini di fiamme, là il più intenso freddo ed il soffio di un vento glaciale.

«Quella misteriosa valle era piena d'innumerevoli anime che, agitate come da una furiosa tempesta, continuamente si portavano dall'una all'altra parte. Quando non potevano sopportare la violenza del fuoco, cercavano di rinfrescarsi fra il ghiaccio e la neve; ma non trovandovi che un nuovo supplizio, si rigettavano in mezzo alle fiamme.

«Con istupore io considerava queste continue vicissitudini d'orribili tormenti, e per quanto poteva estendersi la mia vista, non vedeva che moltitudini d'anime, che sempre soffrivano e mai avevano riposo. Il solo loro aspetto ispirava spavento. In sulle prime credetti di veder l'inferno; ma la mia guida, che camminava dinanzi, si volse a me e mi disse: «No, qui non è l'inferno dei reprobi, come voi pensate. Volete sapere che luogo è questo? Ebbene questa vane in cui vedete tanto fuoco e tanto ghiaccio, è il luogo ove sono punite le anime di quelli che trascurarono per tutta la loro vita di confessarsi e che sino alla fine differirono la loro conversione. Grazie ad una speciale misericordia di Dio, prima di morire ebbero la fortuna di pentirsi sinceramente, di confessare e detestare i loro peccati. Perciò non sono riprovate, e nel giorno del giudizio entreranno nel regno dei cieli. Anzi parecchie di loro ottengono la loro liberazione prima di questo tempo pel merito delle preghiere, delle limosine e dei digiuni fatti dai vivi in loro favore, sopratutto in virtù del sacrifizio della messa che si offre a loro sollievo».

Tale era il racconto di Dritelmo. Quando gli si domandava perché tanto duramente trattava il suo corpo, perché si tuffasse nell'acqua agghiacciata, rispondeva che aveva veduto altri tormenti ed un freddo assai più rigorosi. Se si facevano le meraviglie come egli potesse sostenere quelle strane austerità: «Io vidi, diceva, penitenze ben più sorprendenti». - Per tal modo, fino al giorno in cui Dio lo richiamò a lui, non cessò di affliggere il suo corpo, ed abbenchè indebolito dalla vecchiaia, non volle avere addolcimento qualsiasi.

Questo avvenimento produsse una profonda sensazione in Inghilterra; gran numero di peccatori, commossi dai discorsi di Dritelmo e colpiti dalla austerità della sua vita, sinceramente si convertirono.

Questo fatto, aggiunge il Bellarmino, mi pare d'una incontestabile verità; oltre all'essere conforme a quelle parole della scrittura: Passeranno dal freddo della neve ai brucianti ardori del fuoco (Giobbe, XXIV, 19), il venerabile Beda lo riferisce come un fatto recente e ben conosciuto. Di più, fu seguito dalla conversione d'un gran numero di peccatori, il che è un segno delle opere di Dio, che suole fare i prodigi per ottenere frutto nelle anime.

 

CAPITOLO VIII.

Pene del Purgatorio. - Antonio Pereyra. - Apparizione di Foligno. - Il religioso domenicano di Zamorra. - Stanislao Chocosca. - La beata Caterina da Racconigi.

Ai fatti precedenti aggiungiamo ancora il seguente, ricavato dagli annali della Compagnia di Gesù, cioè il prodigio avvenuto nella persona di Antonio Pereyra, fratello coadiutore di detta Compagnia, morto in odore di santità nel Collegio di Evora in Portogallo, il 10 agosto 1645. - Quarantasei anni prima, nel 1599, e cinque anni dopo la sua entrata nel noviziato, questo fratello fu colpito da una mortale malattia nell'isola di San Michele, una delle Azzorre; e pochi istanti dopo d'aver ricevuto gli ultimi sacramenti, sotto gli occhi di tutta la comunità che assisteva alla sua agonia, sembrò rendere l'anima, e ben presto divenne freddo come un cadavere. L'apparenza quasi impercettibile d'un leggero palpito di cuore fu il solo ostacolo ad una pronta sepoltura. Si lasciò dunque per tre giorni intieri sul suo letto di morte; di già si scoprivano nel suo corpo segni evidenti di decomposizione, quando tutto ad un tratto, il quarto giorno, aprì gli occhi, respirò e parlò.

Allora gli fu imposto per obbedienza di raccontare al suo superiore, il P. Luigi Pinheyro, tutto quanto gli era avvenuto, dopo le ultime angosce della sua agonia; ed ecco il sunto della relazione scritta di sua propria mano: «Dapprima, dice egli, dal mio letto di morte vidi il mio Padre S. Ignazio, accompagnato da alcuni dei nostri Padri del Cielo, che veniva a visitare i suoi figli infermi, cercando quelli che gli sembravano degni d'esser da lui e dai suoi compagni offerti a Nostro Signore. Quando fu vicino a me, credetti per un momento che seco mi avrebbe condotto, ed il mio cuore balzava per la gioia; ma ben presto mi indicò di che cosa doveva correggermi prima d'aver una sì grande fortuna».

Tuttavia allora, per una misteriosa disposizione della Provvidenza, l'anima del fratello Pereyra momentaneamente si distaccò dal suo corpo, e tosto la vista d'una orribile truppa di demoni, che si precipitavano su di lei, la riempì di spavento. Ma nel tempo stesso il suo angelo custode e S. Antonio da Padova, suo compatriota e suo patrono, scendendo dal Cielo, misero in fuga i suoi nemici, e la invitarono ad andare, in loro compagnia, a cominciar a vedere e gustare per un momento qualche cosa delle gioie e dei dolori dell'eternità: «Mi condussero dunque alternativamente, aggiunge, egli, verso un luogo di delizie, dove mi mostrarono una corona di gloria incomparabile, ma che non aveva ancora meritato; poscia sull'orlo del pozzo dell'abisso, ove vidi le anime maledette cadere nel fuoco eterno con tanta furia come i grani di frumento gettati sopra una macina che si volge senza riposo; la voragine infernale era come una di quelle fornaci ove per un momento la fiamma e come soffocata sotto l'ammasso del materiale che vi si precipita, ma per risollevarsi, nutrendosene, con più spaventevole violenza».

Di là condotto al tribunale del Giudice supremo, Antonio Pereyra udì d'essere condannato al fuoco del Purgatorio; ed assicura che nulla quaggiù varrebbe a far comprendere ciò che vi si patisce, né lo stato d'angoscia in cui vi si è ridotti pel desiderio e per la dilazione, del godimento di Dio e della beata sua presenza.

Quindi, quando la sua anima fu di nuovo riunita al corpo per comando di Nostro Signore, né i novelli patimenti della malattia, che colla cura giornaliera del ferro e del fuoco, per sei interi mesi terminò di far cadere a brani la sua carne, irrimediabilmente attaccata dalla corruzione di quella prima morte; né le spaventevoli penitenze alle quali non cessò d'abbandonarsi per quanto glielo permetteva l'obbedienza, nei quarant'anni della novella sua vita, poterono saziare la sua sete di dolori e di espiazioni. «Tutto ciò, diceva, è un niente, dopo quanto la giustizia e la misericordia infinita di Dio mi fecero, non solo vedere, ma soffrire». Finalmente, come autentico sigillo di tante meraviglie, il fratello Pereyra, in particolare, scoprì al suo superiore i segreti disegni della Provvidenza sulla futura ristorazione del regno del Portogallo, allora ancora lontana di più d'un mezzo secolo. Ma senza paura si può aggiungere, che la più irrecusabile garanzia di tutti questi prodigi fu la sorprendente santità, alla quale Antonio Pereyra non cessò per un solo istante di innalzarsi.

Lo stesso rigore si manifesta in una apparizione più recente, nella quale una religiosa, morta dopo una vita esemplare, manifestò i suoi patimenti in modo da gettar lo spavento in tutte le anime. Il fatto avvenne il 16 novembre 1869 a Foligno, vicino ad Assisi, in Italia, producendo un gran rumore nel paese; e, oltre la prova sensibile lasciata, un'inchiesta fatta nelle dovute forme dalla competente autorità incontestabilmente ne stabilì la verità.

Vi era nel convento delle Terziarie francescane di Foligno una suora chiamata Teresa Gesta, che da molti anni era maestra delle novizie, ed incaricata al tempo stesso del povero vestiario della comunità. Era nata a Bastia, in Corsica, nell'anno 1727, ed era entrata nel monastero nel 1826.

Suor Teresa era un modello di fervore e di carità e «non bisogna far le meraviglie, diceva il direttore, se con qualche prodigio Dio la glorificava dopo morte». Morì improvvisamente d'un colpo d'apoplessia fulminante il 4 novembre 1859.

Dodici giorni dopo, il 16 novembre, una suora, per nome Anna Felicita, che la surrogava nel suo ufficio, saliva alla guardaroba e stava per entrarvi, quando udì dei gemiti che sembravano venire dall'interno della camera. Un poco spaventata, s'affrettò ad aprire la porta: vi era nessuno. Ma nuovi gemiti si fecero udire, e così bene distinti che, ad onta dell'ordinario suo coraggio, si sentì invasa dalla paura. - Gesù! Maria! esclamò, che è ciò? - Non aveva finito, che udì una voce lamentevole, accompagnata da questo doloroso sospiro: - Ah! mio Dio, quanto soffro! - Stupefatta, la suora riconobbe tosto la voce della povera suor Teresa. Allora tutta la stanza si riempì d'un denso fumo, ed apparve l'ombra di suor Teresa, che si dirigeva verso la porta, pian piano scivolando lungo il muro. Giunta vicina alla porta, con forza gridò: Ecco una prova della misericordia di Dio! Dicendo queste parole batté l'assicello più alto della porta, e vi lasciò l'impronta della mano destra nel legno bruciato, come da un ferro rovente: poscia scomparve.

La suora Anna Felicita era rimasta mezza morta per lo spavento. Tutta conturbata, si mise a gridare ed a chiamar aiuto. Accorse una delle sue compagne, poi una seconda, indi tutta la comunità: si stringono attorno a lei, e tutte meravigliano di sentire un odore di legno bruciato. Suor Anna Felicita dice loro quanto successe e loro mostra sulla porta la terribile impronta. Subito esse riconoscono la mano di suor Teresa, che era in modo notevole piccola. Spaventate, si danno alla fuga, corrono al coro, si mettono a pregare, passano la notte in preghiere ed a far penitenza per la defunta, e l'indomani tutte fanno per lei la comunione.

La notizia si sparge al di fuori, e le varie comunità della città uniscono le loro preghiere a quelle delle Francescane. - Al dopodomani, 18 novembre, essendo suor Anna Felicita entrata nella sua cella per coricarsi, intese chiamarsi per nome, e perfettamente riconobbe la voce di suor Teresa. All'istante stesso, un globo di luce tutto risplendente comparve dinanzi e lei, rischiarando la cella come in pieno giorno, e udì Suor Teresa che, con voce allegra e trionfante, disse queste parole: Io sono morta in venerdì, giorno della passione, ed anche in venerdì vado alla gloria! Siate forti nel portare la croce, siate coraggiose per soffrire; amate la povertà. Poscia aggiungendo con affetto: Addio, addio, addio! si trasfigurò in nuvola leggera, bianca, abbagliante, volò al cielo e scomparve.

Nell'inchiesta che subito fu aperta, il 23 novembre, alla presenza d'un gran numero di testimoni, si aprì la tomba di suor Teresa e l'impronta bruciata della porta con tutta esattezza si trovò conforme alla mano della defunta. «La porta coll'impronta bruciata, aggiunge monsignor De Ségur, è con venerazione conservata nel convento. La stessa madre badessa, testimone del fatto, si degnò mostrarmela».

Volendo assicurarmi dell'esattezza perfetta di queste particolarità riferite da Mons. De Ségur, ne scrissi al vescovo di Foligno. Mi fu risposto coll'invio di una Relazione perfettamente circostanziata e conforme al racconto precedente, ed accompagnata da un fac-simile della miracolosa impronta. Quella Relazione spiegava la causa della terribile espiazione cui fu assoggettata Suor Teresa. Dopo aver detto: Ah! mio Dio, quanto soffro! aggiunse che ciò era per avere, nell'esercizio del suo uffizio di guardarobiera, mancato in alcuni punti alla stretta povertà prescritta dalla regola.

Dunque la divina giustizia punisce ben severamente i più piccoli falli. 

Qui si potrebbe domandare perché suora comparsa, facendo la misteriosa impronta sulla porta, la chiamò una testimonianza della misericordia di Dio. Si è perché, dandoci un somigliante avvertimento, Dio ci fa una grande misericordia; ci stimola nel modo più efficace ad aiutare le anime e provvedere a noi stessi.

Dacché parlammo d'una impronta bruciata, riferiamo un fatto analogo, avvenuto in Ispagna e che colà ebbe una grande celebrità. Ecco come lo racconta Ferdinando di Castiglia nella Sua Storia di S. Domenica. Santamente viveva un religioso domenicano nel suo convento di Zamorra, città del regno di Leone. Era stretto in amicizia con un fratello francescano, esso pure uomo di grande virtù. Un giorno, trattenendosi assieme delle Cose eterne, vicendevolmente si promisero che il primo che morisse, se Dio lo permetteva, sarebbe apparso all'altro per dargli salutari avvisi. Per primo morì il frate Minore; ed un giorno che il suo amico, il figlio di S. Domenico, preparava il refettorio, gli apparve. Dopo d'averlo con rispetto ed affetto salutato, gli disse essere del numero degli eletti; ma che prima di godere della celeste beatitudine, molto gli restava a soffrire per un'infinità di piccoli falli di cui durante la vita non aveva avuto sufficiente pentimento. «Nulla, aggiunse, può sulla terra dare un'idea dei tormenti che soffro, e Dio mi permette di mostrarvene un sensibile effetto». - Dicendo queste parole, stese la mano destra sulla tavola del refettorio, ed un segno restò improntato sul legno carbonizzato, come se vi fosse stato applicato un ferro rovente.

Tale fu la lezione di fervore che il defunto francescano diede al suo amico vivo, e giovò non solo a lui, ma a tutti quelli che videro quel segno del fuoco, tanto profondamente significativo, giacché quella tavola divenne un oggetto di divozione, venendosi da tutte le parti a contemplarla. «Si vede ancora a Zamorra, dice il P. Rossignoli, al momento in cui scrivo; per conservarla si ricoprì con una lastra di rame». E solo dopo la rivoluzione non si poté più trovare, al pari di tanti altri ricordi religiosi.

Per fare maggiormente impressione sui nostri sensi, piacque a Dio di far provare ad alcuni santi personaggi un leggero saggio delle pene espiatrici, come una goccia del calice amaro che devono bere le anime, come scintille del fuoco che le divora.

Lo storico Bzovio nella sua Storia della Polonia sotto l'anno 1590, riferisce un fatto miracoloso, successo al venerabile Stanislao Chocosca uno dei luminari dell'Ordine di S. Domenico in Polonia. Un giorno in cui questo religioso, pieno di carità per i defunti, recitava il santo rosario, vide comparirgli vicino un'anima tutta divorata dalle fiamme. Siccome lo supplicava di aver pietà di lei e di addolcire gli intollerabili dolori che le faceva soffrire il fuoco della divina giustizia, il santo le chiese se quel fuoco era più doloroso di quello della terra: «Ah! esclamò quell'anima, tutti i fuochi della terra paragonati a quelli del Purgatorio, sono come un zefiro rinfrescante: Ignes alii levis auree locum tenent, si cum ardore meo comparentur». - Stanislao penava a crederlo: «Vorrei, disse, farne la prova. Se Dio lo permette, pel vostro sollievo e pel bene dell'anima mia, consento a sostenere una parte delle vostre pene. - Ohimè! voi non lo potreste. Sappiate che un uomo mortale senza morire all'istante non potrebbe sopportare un tal tormento. Tuttavia Dio vi permette d'averne un leggero saggio: stendete la mano». Chocosca stese la mano, ed il defunto vi lasciò cadere una goccia del suo sudore, o almeno di un liquido che ne aveva l'apparenza. All'istante il religioso, mandando un acuto grido, cadde a terra privo di sensi, tanto fu terribile il dolore.

Accorsero i suoi confratelli e si diedero a procurargli quelle cure che erano richieste dal suo stato. Quando ritornò in sé, ancora tutto pieno di spavento, raccontò l'orribile fatto avvenutogli e di cui tutti vedevano la prova.

 

CAPITOLO IX

Pene del Purgatorio - Il religioso ammalato. - Durata d'un quarto d'ora al Purgatorio. - Il fratello Angelico. - Una religiosa defunta e la beata Quinzioni.- L'imperatore Maurizio.

Ciò che ancora dimostra il rigore del Purgatorio è che il tempo più breve ivi sembra lunghissimo. Tutti sanno che presto passano i giorni della gioia e sembrano corti, mentre ci torna lunghissimo il tempo del patire. Oh! quanto lentamente scorrono le ore della notte per i poveri infermi che le passano nell'insonnia e nei dolori! Oh! quanto sembrerebbe lungo un minuto, se durante questo minuto si dovesse tener la mano immersa nel fuoco! Si può dire che più intense sono le pene che si soffrono, e più lunga sembra la minima durata. Questa regola ci dà un nuovo mezzo d'apprezzare le pene del Purgatorio.

Negli annali dei Frati Minori, sotto l'anno 1285, si trova il seguente fatto. Un religioso, che da lungo tempo soffriva una dolorosa malattia, si lasciò vincere dallo scoraggiamento e supplicò Dio di farlo morire per esser liberato dai suoi mali. Non pensava che il prolungamento della sua malattia era una misericordia di Dio, che con ciò voleva risparmiargli le più rigorose sofferenze.

A risposta della sua preghiera, Dio incaricò il suo angelo custode di offrirgli la scelta, o di morire immediatamente e sostenere tre giorni di Purgatorio, o di continuare per un anno ancora nella sua malattia e poscia andare direttamente al Cielo. L'infermo non esitò, e scelse i tre giorni di Purgatorio. Morì dunque all'istante ed andò al luogo d'espiazione.

Dopo un'ora venne a visitarlo nei suoi patimenti il suo angelo. Vedendolo, il povero paziente si lamentò perché l'avesse lasciato si lungo tempo nei suoi supplizi. «Eppure, aggiunse, mi avevate promesso che non vi sarei stato che tre giorni. - Quanto tempo, domandò l'angelo, pensate voi d'aver già patito? - Almeno parecchi anni, rispose, ed io non doveva soffrire che tre giorni. - Sappiate, riprese l'angelo, che non è che da un'ora che vi trovate qui. Il rigore della pena v'inganna circa il tempo, facendo che un istante vi sembri un giorno, ed un'ora degli anni. ­ Ohimè! disse allora gemendo, ben fui cieco, ben imprudente nella scelta che feci. Pregate Dio, mio buon angelo, che mi perdoni e mi permetta di ritornare sulla terra. Sono pronto a soffrire le più crudeli malattie non solo per un anno, ma per tutto quel lungo tempo che a lui piacerà. Piuttosto dieci anni di dolorose malattie che un'ora sola in questo soggiorno d'inesprimibili torture».

Il seguente fatto è tolto da un pio autore citato dal P. Rossignoli. Due religiosi d'eminente virtù vicendevolmente si eccitavano a condurre la più santa vita. Uno di essi s'infermò, e per visione conobbe che ben presto morirebbe, che sarebbe salvo, e che solo rimarrebbe in Purgatorio fino alla prima messa che si celebrerebbe per lui. Pieno di gioia a questa notizia, s'affrettò di farne parte al suo amico, e lo scongiurò di non tardare dopo la sua morte a celebrare la messa che doveva aprirgli il Cielo.

Morì l'indomani mattina, ed il suo santo compagno, senza perder tempo, andò ad offrire per lui il divin sacrifizio. Finito questo, facendo il suo ringraziamento e continuando a pregare per il defunto, questi gli apparve raggiante di gloria; ma con amichevole lamento gli domandò perché aveva tanto differito a celebrare quella sola messa di cui aveva bisogno. - «Mio fortunato fratello, rispose il religioso, ho tanto differito, voi dite? Non vi capisco. - Eh! non mi avete forse lasciato partire più di un anno, prima di dir la messa per me? - Fratello mio, vi dico il vero, subito dopo la vostra morte cominciai il santo sacrifizio: non vi fu l'intervallo di un quarto d'ora». Allora il beato esclamò: «Oh! quanto dunque son terribili queste pene espiatrici, dacché mi fecero credere lunghissimo tempo il breve spazio di alcuni minuti! Servite Dio, fratel mio, con esatta fedeltà onde evitare siffatti castighi. Addio; io volo al Cielo, ove ben presto verrete a raggiungermi».

Questo rigore di giustizia riguardo alle anime più ferventi, si spiega colla infinita santità di Dio che scopre macchie in ciò che a noi si presenta di più puro. Gli annali dell'Ordine di S. Francesco parlano d'un religioso per la sua eminente pietà soprannominato l'Angelico. Morì santamente in un convento dei Frati Minori a Parigi, ed uno dei suoi confratelli, dottore in teologia, persuaso che dopo una vita sì perfetta fosse andato diritto al Cielo e che Don avrebbe abbisognato di preghiere, omise di celebrare per lui le tre messe d'obbligo secondo lo statuto per ogni defunto. Dopo alcuni giorni, meditando, passeggiava in un luogo solitario, quando a lui si presentò il defunto, tutto circondato di fiamme, e con voce lamentevole gli disse: «Caro maestro, vi scongiuro, abbiate pietà di me! - Ecchè! fratello Angelico, abbisognate del mio soccorso? - Io sono ritenuto nel fuoco del Purgatorio, ed aspetto il frutto del santo sacrifizio che tre volte dovevate offrir per me. - Amatissimo fratello, credetti che già foste in possesso della gloria. Dopo una vita fervente ed esemplare come la vostra, non potei immaginare che vi rimanesse qualche pena da scontare. - Ohimè! ohimè! riprese il defunto, nessuno crederebbe con quale severità Iddio giudica e punisce la sua creatura. L'infinita sua santità scopre nelle migliori nostre azioni dei lati difettosi, imperfezioni che a lui dispiacciono. Si fa render conto fino all'ultimo quattrino: usque ad novissimum quadrantem».

Nella Vita della B. Stefanina Quinzioni, religiosa domenicana, si parla d'una suora, chiamata Paola, che morì nel convento di Mantova, dopo una lunga vita, santificata colle più eccellenti virtù. Il corpo era stato portato alla chiesa e, scoperto, collocato nel coro in mezzo alle religiose. Durante l'ufficio, la B. Quinzioni si era inginocchiata presso la bara, a Dio raccomandando la defunta, a lei stata carissima; quando quella tutt'ad un tratto, lasciando cadere il crocifisso postole fra le mani, stende il braccio sinistro, e pigliata la mano destra della beata, strettamente la serra, come farebbe un'inferma che nell'ardore della febbre chiede soccorso ad un'amica. Per un tempo considerevole la tenne stretta, poscia ritirò il braccio, che inanimato ricadde nella bara. Le religiose, stupite per questo prodigio, ne domandarono la spiegazione alla beata. Rispose che, quando la defunta le serrava la mano, una voce non articolata le aveva parlato nel fondo del cuore, dicendo «Soccorretemi, mia sorella, soccorretemi nei terribili supplizi che patisco. Oh! se sapeste la severità del Giudice che vuole il nostro amore! Quale espiazione esige pei menomi falli prima d'ammetterci alla ricompensa! Se sapeste quanto bisogna essere puri per veder la faccia di Dio! Pregate, pregate e fate penitenza per me, che più non posso aiutarmi».

La beata mossa dalla preghiera della sua amica, si abbandonò ad ogni sorta di penitenze e d'opere soddisfattorie, finché una novella rivelazione le fece conoscere che suor Paola era finalmente liberata dai suoi supplizi ed ammessa alla gloria. Riferisce la storia che l'imperatore Maurizio, ad onta delle sue buone qualità che l'avevano reso caro a S. Gregorio Magno, sul finire della vita commise un fallo considerevole e l'espiò con una esemplare penitenza.

Avendo perduto una battaglia contro il re degli Avari, ricusò di pagare il riscatto dei prigionieri, sebbene per testa non si chiedesse che la sesta parte d'un soldo d'oro, il che faceva meno d'una lira di nostra moneta. Questo sordido rifiuto fece montare in tale collera il barbaro vincitore, che tosto fece trucidare i soldati romani in numero di ben dodicimila. Allora l'imperatore conobbe il suo fallo, e tanto vivamente lo sentì che inviò denaro e ceri alle chiese principali ed ai principali monasteri perché vi si pregasse il Signore di punirlo piuttosto in questa che nell'altra vita.

Queste parole furono esaudite. L'anno 602, avendo voluto obbligare le sue truppe a passar l'inverno al di là del Danubio, con furore si ammutinarono, cacciarono il loro generale Pietro, fratello di Maurizio, e proclamarono imperatore un semplice centurione di nome Foca. La città imperiale seguì l'esempio dell'armata. Maurizio fu obbligato a fuggire di notte, dopo aver abbandonato tutte le insegne della sua potenza, che altro non facevano che spaventarlo. Tuttavia fu ancora riconosciuto. Fu arrestato colla sua moglie, con cinque suoi figli e le tre figlie, ossia tutti i suoi figliuoli, ad eccezione del maggiore di nome Teodosio, che già aveva fatto coronare imperatore e che per allora sfuggì al tiranno. Maurizio ed i cinque suddetti figli furono senza pietà sgozzati vicino a Calcedonia. La carneficina cominciò dai giovani principi, fatti morire sotto gli occhi di quel padre infelice, che non si lasciò sfuggire una sola parola di lamento. Pensando alle pene dell'altra vita, si stimava fortunato di poter soffrire nella vita presente; e durante tutta la strage, dalla sua bocca non uscirono che quelle parole del salmista: Signore, giusto voi siete e retti sono i vostri giudizi (Salmo 118).

 

CAPITOLO X

Pene del Purgatorio. - S. Perpetua. - S Geltrude. - S. Caterina da Genova. - S. Maddalena de' Pazzi. - La beata Margherita della Visitazione.

Come già dicemmo, la pena del senso ha diversi gradi d'intensità: è meno terribile per le anime che non hanno peccati gravi da espiare, o che avendo già terminata questa più rigorosa espiazione, s'avvicinano alla loro liberazione. Allora molte di queste anime non altro soffrono che la pena del danno, anzi già in esse cominciano a brillare i primi raggi della gloria e a gustare come le primizie della beatitudine.

Quando santa Perpetua vide nel Purgatorio il suo fratellino Dinocrate, questo fanciullo più non sembrava patire crudeli torture. Ella stessa, l'illustre martire, scrisse il racconto di quella visione, nella sua prigione di Cartagine, ov'era stata rinchiusa per la fede di Gesù Cristo, durante la persecuzione di Settimio Severo nel 205. Le apparve il Purgatorio sotto la figura d'un arido deserto, ove vide il suo fratello Dinocrate morto all'età di sette anni. Il fanciullo aveva un'ulcere sulla faccia, e tormentato dalla sete invano cercava dissetarsi alle acque d'una fontana, che gli stava dinanzi, ma di cui erano troppo alti i margini per arrivarci.

La santa martire comprese che l'anima di suo fratello era nel luogo delle espiazioni e che chiedeva il soccorso delle sue preghiere. Pregò dunque per lui; e tre giorni dopo, in una nuova visione vide lo stesso Dinocrate in mezzo ad un giardino delizioso: il suo volto era bello come quello di un angelo; era vestito d'una ricchissima veste; gli orli della fontana si erano abbassati dinanzi a lui; con una coppa d'oro ne attingeva le vive acque e a lunghi sorsi si dissetava. - Conobbe allora la santa che l'anima del suo fratellino godeva finalmente delle gioie del Paradiso.

Nelle Rivelazioni di S. Geltrude leggiamo che una giovane religiosa del suo monastero, da lei singolarmente amata per le sue grandi virtù, era morta coi più bei sentimenti di pietà. Mentre ardentemente raccomandava quest'anima cara a Dio, fu rapita in estasi, ed ebbe una visione. Le fu mostrata la defunta dinanzi al trono di Dio, circondata d'una brillante aureola e coperta di ricche vesti. Però era triste e preoccupata; i suoi occhi erano abbassati, come si vergognasse di comparire alla presenza di Dio: si sarebbe detto che voleva nascondersi e fuggire. Geltrude, tutta sorpresa, al divino Sposo delle Vergini domandò la causa di quella tristezza e di quell'imbarazzo in un'anima tanto santa. «Dolcissimo Gesù, esclamò, perché nella vostra bontà non invitate la vostra sposa ad avvicinarsi a voi e ad entrar nella gioia del suo Signore? Perché la lasciate in disparte triste e timorosa?» ­ Allora Nostro Signore, con un sorriso d'amore, fece segno a questa sant'anima d'avvicinarsi; ma essa ancora più turbata, dopo d'avere esitato un poco, tutta tremante, profondamente s'inchinò e si allontanò.

A quella vista S. Geltrude, direttamente indirizzandosi all'anima: « Ecchè! figlia mia, le disse, vi allontanate quando il Signore vi chiama? Voi che tutta la vita sospiraste dietro a Gesù, ora che vi stende le braccia, indietreggiate dinanzi a lui! - Oh! madre mia, rispose quell'anima, non sono ancora degna di comparire dinanzi all'Agnello immacolato: ho ancora delle macchie che contrassi sulla terra. Per avvicinarsi al sole di giustizia, bisogna essere più puri del raggio della luce: io non ho ancora quella perfetta purità che vuol contemplare nei suoi Santi. Sappiate, che se mi fosse aperta la porta del Cielo, non oserei varcarne la soglia prima di essere interamente purificata dalle più piccole macchie: mi sembra che il coro delle vergini che seguono l'Agnello con orrore mi respingerebbe. - Eppure, riprese la santa abadessa, vi veggo circondata di luce e di gloria! - Quanto vedete, rispose l'anima, non è che la frangia del vestimento della gloria: per indossare quella veste ineffabile del Cielo, bisogna aver nessun'ombra di macchia».

Questa visione ci mostra un'anima assai vicina alla gloria, ma nel tempo stesso indica che questa anima ha lumi ben diversi dai nostri riguardo all'infinita santità di Dio. La chiara cognizione di quella santità le fa ricercare, come un bene, le espiazioni di cui abbisogna per essere degna degli sguardi di Dio tre volte santo.

E ciò è pure quanto insegna espressamente S. Caterina da Genova. Si sa che questa santa ricevette da Dio lumi al tutto particolari sullo stato delle anime nel Purgatorio: scrisse un opuscolo, intitolato Trattato sul Purgatorio, che gode d'un'autorità simile alle opere di S. Teresa, ove, al capo VIII, in tal modo si esprime:

«Il Signore è tutto misericordia e tiene le braccia aperte per riceverci nella sua gloria. Ma veggo altresì che questa divina essenza è d'una tale purità, che l'anima non saprebbe sostenere il suo sguardo, se non è assolutamente immacolata. Se in sé trova il minimo atto d'imperfezione, piuttosto che rimanere con una macchia alla presenza della divina maestà, si precipiterebbe nel fondo dell'Inferno. Trovando dunque il Purgatorio creato per levarle le sue sozzure, vi si butta dentro; e stima esser effetto d'una grande misericordia l'esser dato a lei un luogo ove possa liberarsi dall'impedimento alla suprema felicità cui anela».

Si legge nella vita di S. Maddalena de' Pazzi, che una delle sue suore di nome Maria Benedetta, religiosa d'eminente virtù, morì fra le sue braccia. Nella sua agonia vide una moltitudine di angeli, che con aria giuliva la circondavano, aspettando che esalasse l'anima per portarla nella celeste Gerusalemme; e al momento in cui spirò, la santa li vide ricevere quell'anima beata sotto la forma d'una colomba, la cui testa era dorata e con essa scomparire.

Tre ore dopo, vigilando e pregando vicino al santo corpo, Maddalena conobbe che l'anima della defunta non era né in Paradiso, né fra i tormenti, ma in un luogo particolare ove, senza soffrire alcuna pena sensibile, era priva della vista del suo Dio.

L'indomani, celebrandosi la messa per l'anima di Maria Benedetta, al Sanctus Maddalena fu di nuovo rapita in estasi, e Dio le fece vedere quell'anima beata in seno alla gloria del Paradiso. 

Maddalena si permise di domandare al Salvatore Gesù perché non avesse più presto ammessa alla sua santa presenza quell'anima teneramente amata. Le fu risposto che nella sua ultima malattia suor Benedetta s'era mostrata troppo sensibile alle cure che per lei si prendevano, il che per qualche tempo aveva interrotta l'abituale sua unione con Dio, e la perfetta sua conformità al divino volere.

Terminiamo quanto abbiamo a dire sulla natura delle pene con alcune particolarità che troviamo nella Vita della B. Margherita Maria della Visitazione. Sono tolte in parte dalle Memorie della madre Greffier, quella superiora la quale, saggiamente diffidente riguardo alle grazie straordinarie concesse alla beata Margherita, non cominciò a riconoscerne la verità che dopo mille prove. La madre Filiberta Emmanuele di Montoux superiora d'Annecy, morì il 2 febbraio 1683, dopo una vita che edificò tutto l'istituto. La madre Greffier la raccomandò particolarmente alle preghiere di suor Margherita. Dopo alcun tempo, questa disse alla sua superiora che Nostro Signore le aveva fatto conoscere essere a lui carissima quell'anima, pel suo amore e per la fedeltà al suo servizio; che le riservava un'ampia ricompensa nel cielo, dopo che avesse terminato di purificarsi nel Purgatorio.

La beata vide la defunta nel luogo delle espiazioni. Nostro Signore gliela mostrò nei patimenti, dove riceveva grandi sollievi dall'applicazione dei suffragi e delle opere buone che ogni giorno per lei si offrivano in tutto l'Ordine della Visitazione. La notte dal giovedì santo al venerdì, mentre Suor Margherita ancor pregava per lei, gliela fece vedere come posta sotto il calice contenente l'ostia all'altare portatile dell'adorazione: là partecipava ai meriti della sua agonia nell'orto degli Ulivi.

Il giorno di Pasqua, che in quell'anno cadeva il 18 aprile, la beata la vide come in un principio di felicità, in atto di desiderare e di sperare prossima la vista ed il possesso di Dio.

Finalmente, quindici giorni dopo, il 2 maggio, domenica del Buon Pastore, la vide come immergersi dolcemente nella gloria, melodiosamente cantando il cantico dell'amor divino.

Ecco come la B. Margherita rende ella stessa conto di quest'ultima apparizione in una lettera indirizzata il giorno stesso, 2 maggio 1683, alla madre di Saumasie a Digione:

«Viva Gesù! La mia anima si sente penetrata da una sì grande gioia che a stento posso contenerla in me stessa. Permettetemi, mia buona madre, di comunicarla al vostro cuore che col mio non forma che un solo in quello di Nostro Signore. Questa mattina, domenica del Buon Pastore, due delle mie buone anime sofferenti, allo svegliarmi. vennero a darmi l'addio: oggi il divin Pastore le riceveva nel suo eterno ovile, con più d'un milione d'altre anime. Tutt'e due, unite a quella beata moltitudine, se ne andavano con inesprimibili cantici d'allegrezza. Una è la buona madre Filiberta Emmanuele di Montoux, l'altra la mia sorella Giovanna Caterina Gàcon. Una ripeteva del continuo queste parole: L'amore trionfa, l'amore gode, l'amore gioisce in Dio. L'altra diceva: Beati sono i morti che muoiono nell'esatta osservanza delle loro regole. Tutt'e due vogliono che vi dica da parte loro, che ben può la morte separare gli amici, ma non disunirli.

«Se sapeste quanto l'anima mia fu inondata dalla gioia! Giacché loro parlando le vedeva a poco a poco inabissarsi nella gloria, come uno che si affoga in un vasto oceano. Esse vi chiedono un rendimento di grazie all'augustissima Trinità, un Laudate e tre Gloria Patri. Avendole pregate di ricordarsi di noi, esse mi dissero che l'ingratitudine non è mai entrata in cielo».

 

CAPITOLO XI

Pene del Purgatorio: diversità di esse. - Il fanciullo Biagio Massei - La ven. Francesca del Santissimo Sacramento. - S. Corpreo.

Secondo le rivelazioni dei Santi, nelle pene afflittive del Purgatorio vi è una grande diversità. Benché il fuoco sia il supplizio dominante, vi è anche il tormento del freddo, vi è la tortura delle membra, e vi sono supplizi applicati ai sensi differenti del corpo umano. Questa diversità di pene è ordinata dalla divina giustizia, e sembra sopratutto rispondere alla natura dei peccati, esigendo ognuno di essi il suo proprio castigo, secondo quelle parole: Quia per quae quis peccat, per haec et torquetur: l'uomo è punito in quello in cui pecca (Sap., XI, 17). Del resto, fa d'uopo che sia così pel castigo, esistendo la medesima diversità per le ricompense. Ognuno nel Cielo riceve secondo le sue opere, e, come dice il venerabile Beda, ognuno riceve la sua corona, la sua veste di gloria: veste che pel martire ha lo splendore della porpora e pel confessore lo splendore d'una abbagliante bianchezza.

Il celebre Biagio Massei, risuscitato da S. Bernardino, vide nel Purgatorio una grande diversità di pene. Questo miracolo si trova narrato diffusamente negli Acta Sanctorum, appendice al 20 maggio.

Poco tempo dopo la canonizzazione di S. Bernardino da Siena, morì a Cascia nel regno di Napoli un fanciullo di undici anni, chiamato Biagio Massei. I suoi genitori gli avevano inspirato la divozione che essi stessi nutrivano per quel nuovo santo, e questi seppe ricompensarli. Il giorno dopo la morte portandosi a seppellire, Biagio si risvegliò come da un profondo sonno, e disse che Bernardino lo richiamava alla vita per narrare le meraviglie fattegli vedere nell'altro mondo.

Si comprende lo stupore e la curiosità che eccitò un tal fatto. Per un mese intero Biagio non fece che parlare di ciò che aveva veduto, e rispondere alle domande mossegli dai visitatori. Parlava colla semplicità d'un fanciullo, ma nel tempo stesso con un'esattezza di espressione, con una cognizione della vita futura ben superiore alla sua età.

Al momento della sua morte, diceva, S. Bernardino s'era a lui presentato, e l'aveva preso per mano dicendogli: «Non aver paura, ma guarda bene tutto quanto ti mostrerò, per ritenerlo e raccontarlo in seguito».

Nell'inferno Biagio vide orrori inesprimibili, ed i vari supplizi dai quali erano tormentati gli orgogliosi, gli avari, gli impudici e gli altri peccatori. Fra questi, parecchi ne riconobbe che aveva veduto durante la vita, ed anzi due ne vide arrivare appena morti, uno dei quali era dannato per aver posseduto beni malamente acquistati. Il figlio suo, colpito da questa rivelazione come da un fulmine, e d'altra parte conoscendo la verità delle cose, s'affrettò a fare piena restituzione; e non contento di quest'atto di giustizia, per non esporsi a dividere un giorno la triste sorte del padre, ai poveri distribuì il rimanente della sua fortuna ed abbracciò la vita monastica.

Di là condotto al Purgatorio, Biagio vide pure spaventevoli supplizi, diversi secondo i peccati di cui erano il castigo. Vi riconobbe un gran numero di anime, e parecchie di esse lo pregarono d'avvertire i propri parenti e prossimi della loro dolorosa situazione, indicando pure i suffragi e le buone opere di cui abbisognavano. Quando veniva interrogato sullo stato di un defunto, senza. esitare rispondeva e dava le più precise particolarità: «Vostro padre, disse ad uno di quelli che lo visitavano, trovasi al Purgatorio fin dal tal giorno: vi incaricò di distribuire in elemosina la tal somma, e non l'avete fatto». - «Il vostro fratello, disse ad un altro, vi aveva detto di far celebrar tante messe, e ne conveniste con lui; ma non avete compito il vostro impegno: rimangono ancora da soddisfare tante messe».

Biagio parlava pure del cielo, ove in ultimo era stato condotto, ma ne parlava pressappoco come S. Paolo, il quale, essendo stato rapito al terzo cielo, con o senza il suo corpo, ciò che non sapeva, aveva udite parole misteriose, non possibili a ridirsi da bocca mortale. Ciò che sopratutto aveva colpito gli sguardi del fanciullo era l'immensa moltitudine di angeli che circondano il trono di Dio, e l'incomparabile bellezza della S. Vergine Maria, innalzata al disopra di tutti i cori degli Angeli.

La vita della venerabile madre Francesca del santo Sacramento, religiosa di Pamplona, offre parecchi fatti che mostrano come le pene sono proporzionate ai falli da espiare. Questa grande serva di Dio aveva le più intime comunicazioni colle anime del Purgatorio, tanto che in gran numero venivano e riempivano la sua cella, umilmente, ognuna alla sua volta, aspettando che le aiutasse colle sue preghiere. Spesse volte, per meglio eccitare la sua compassione, le apparivano cogli strumenti dei loro peccati, divenuti nell'altra vita strumenti di tortura. Un giorno vide un religioso circondato di oggetti preziosi, quadri, poltrone, accesi. Egli, contrariamente alla povertà religiosa aveva nella sua cella ammassato queste cose: dopo la morte formavano il suo tormento. Altri erano preti coi loro paramenti in fuoco: la stola cambiata in catena ardente, le mani coperte di schifose ulceri. In tal modo erano puniti per aver senza rispetto celebrato i divini misteri.

Un giorno le apparve un notaio con tutte le insegne delle sua professione, le quali erano in fuoco e, circondando il suo corpo, lo facevano soffrire in modo orribile. «Impiegai questa penna, questo inchiostro, questa carta, le diceva, a compilar atti illeciti. Aveva anche la passione del giuoco e queste carte brucianti che sono costretto a tener continuamente in mano, formano il mio castigo. Questa borsa accesa contiene i miei guadagni illeciti e me li fa espiare,..

Da tutto ciò si ricava una grande e salutare lezione. Le cose create sono date all'uomo come mezzi per servire Dio: egli ne deve fare strumenti di virtù e di buone opere; se ne abusa e ne fa strumento di peccato, è giusto che siano rivolte contro di lui e siano strumenti del suo castigo.

La vita di S. Corpreo, vescovo d'Irlanda, che si trova nei Bollandisti sotto il 6 marzo, ci dà un altro esempio dello stesse genere. Un giorno che questo santo prelato stava pregando dopo l'uffizio, vide alzarsi dinanzi a lui un orribile personaggio, pallido il viso, con un collare di ferro attorno al collo, e sulle spalle un miserabile mantello tutto stracciato. «Chi sei? Domandò il santo, senza turbarsi. - Sono un'anima passata all'altra vita. - Donde viene il triste stato in cui ti veggo? - Dai miei falli che mi tirarono addosso questi castighi. Malgrado la miseria cui ora sono ridotto, sono Malachia, già re d'Irlanda. In quest'alta posizione poteva far molto bene; era allora il mio dovere: lo trascurai: ecco perché son punito. - Non hai fatto penitenza dei tuoi falli? - Non ne ho fatto a sufficienza, per la colpevole debolezza del mio confessore, che piegai ai miei capricci offrendogli un anello d'oro. Ed è perciò che ora porto al collo questo collare di fiamme. - Vorrei sapere, riprese il vescovo, perché sei coperto di questi brandelli. - È ancora per castigo: non ho vestito quelli che erano nudi, non ho soccorso i poveri colla carità, col rispetto e colla liberalità comandata dalla mia dignità di re e dal mio titolo di cristiano. Ed ecco perché vedete me pure vestito da povero e coperto d'una veste di confusione».

La storia aggiunge che S. Corpreo, essendosi messo a pregare con tutto il suo capitolo, alla fine di sei mesi ottenne un alleggerimento di pena, ed un po' più tardi, l'intera liberazione del re Malachia.
 

CAPITOLO XII.

Pene del Purgatorio: loro durata. - Sentimento dei Dottori in proposito: il ven. Bellarmino. - S. Ludgarda e un religioso cistercense. - Apparizione del papa Innocenzo III. - S. Vincenzo Ferreri.

La fede non ci fa conoscere la precisa durata delle pene del Purgatorio: in generale sappiamo che è misurata dalla divina giustizia e ad ognuno proporzionata secondo la gravità ed il numero dei suoi falli non ancora espiati. Dio tuttavia, senza pregiudicare alla sua giustizia, può abbreviare queste pene aumentandone l'intensità: anche la Chiesa militante può ottenere la remissione, totale o parziale, col santo sacrifizio della Messa e con altri suffragi offerti pei defunti.

Secondo il comune sentimento dei Dottori, le pene espiatrici sono di lunga durata. «È fuor di dubbio, dice Bellarmino, che le pene del Purgatorio non sono limitate né a dieci né a venti anni, e che talvolta durano secoli interi. Ma, dato anche che la loro durata non oltrepassi i dieci o vent'anni, si calcola per niente sostenere per dieci o vent'anni pene dolorosissime, pene inconcepibili, senza alcun sollievo? Se uno fosse assicurato che per vent'anni dovesse soffrire nei piedi od alla testa o ai denti un qualsiasi violento dolore, non bramerebbe forse di morire cento volte anziché vivere in quel modo? E se a lui fosse data la scelta o d'una vita tanto miserabile o della perdita di tutti i suoi beni, starebbe in forse a sacrificare la sua fortuna per liberarsi da quel tormento? Ecchè? per liberarci dalle fiamme del Purgatorio, avremo difficoltà d'abbracciare i rigori della penitenza? Non crederemo di praticare gli esercizi più penosi, le vigilie, i digiuni, le limosine, le lunghe preghiere, e sopra tutto la contrizione accompagnata da gemiti e da lacrime?»

Nella Vita di santa Ludgarda, scritta dal suo contemporaneo Tomaso di Cantimprè, si parla di un religioso, fervente assai, ma che per un eccesso di zelo fu condannato a quaranta giorni di Purgatorio. Era un abate dell'Ordine dei Cistercensi, per nome Simone, tenuto in grande venerazione da Ludgarda; la santa da parte sua volentieri seguiva i suoi avvisi, e le frequenti relazioni avevano formato fra essi una specie d'intimità spirituale.

Ma l'abate non era coi suoi soggetti tanto dolce come verso la santa. Severo per se stesso, lo era pure nella sua amministrazione, e spingeva l'esigenza della disciplina fino alla durezza, dimenticando la lezione del Maestro che insegna ad, essere dolci ed umili di cuore. Venuto a morte, siccome S. Ludgarda ardentemente pregava per lui e s'imponeva penitenze pel sollievo dell'anima sua, egli le apparve e confessò d'essere condannato a quaranta giorni di Purgatorio. Fortunatamente aveva in Ludgarda un'anima generosa e potente. Ella fu prodiga delle sue preghiere e delle sue austerità; indi, avendo ricevuto da Dio l'assicurazione che il defunto sarebbe in breve liberato, la santa caritatevole rispose: Signore, non cesserò di piangere, non cesserò d'importunare la vostra misericordia, finchè non lo vegga liberato dalle sue pene. Infatti lo vide ben presto apparirle pieno di riconoscenza, risplendente di gloria e nel colmo della felicità.

Giacché citai S. Ludgarda, parlerò della celebre apparizione di papa Innocenzo III. Confesso che questo fatto da principio non mi parve da narrarsi ed avrei voluto non parlarne. Mi ripugnava il pensare che un papa, ed un tal papa, era stato condannato ad un lungo e terribile purgatorio. Si sa infatti che Innocenzo III, che presiedette il celebre Concilio di Laterano nel 1215, fu uno dei più grandi pontefici che occuparono la Sede di S. Pietro: la sua pietà ed il suo zelo gli fecero compiere le più grandi cose per la Chiesa di Dio ce per la santa disciplina. Ora, come ammettere che un tal uomo fosse stato al supremo tribunale giudicato con tale severità? Come conciliare questa rivelazione di S. Ludgarda colla divina misericordia?

Avrei dunque voluto non vedervi che un'illusione, e cercava ragioni in appoggio a questa idea. Ma, tutto all'opposto, trovai che l'autenticità dell'apparizione è ammessa dai più gravi autori e che nessuno la rigetta. Del resto, lo storico Tomaso di Cantimprè è assai affermativo e nel tempo stesso assai riservato: «Notate, lettore, scrive terminando il suo racconto, che dalla bocca stessa della pia Ludgarda appresi i falli rivelati dal defunto, e che qui non li sopprimo che per rispetto a un sì grande Papa».

D'altra parte, considerando il fallo in se stesso, vi si trova forse una vera ragione che obbliga a metterlo in dubbio? Non si sa forse che Dio non è accettatore di persone? che dinanzi al suo tribunale i papi sono come gli ultimi fedeli? che tutti, grandi e piccoli, dinanzi a lui sono uguali e che ognuno riceve secondo le sue opere? Non si sa forse che quelli che governano gli altri hanno una grande responsabilità e dovranno rendere un conto severo? Judicium durissimum his qui praesunt fiet: un giudizio di tutto rigore è riservato ai superiori (Sap., VI, 6): è lo Spirito Santo che lo dichiara. Ora, Innocenzo III regnò diciott'anni, in tempi assai difficili. E, aggiungono i Bollandisti, non è forse scritto che imperscrutabili sono i giudizi di Dio e spesso ben differenti dai giudizi degli uomini? Judicia tua abyssus multa (Ps. 35).

Dunque non si potrebbe con ragione mettere in dubbio la realtà dell'apparizione. D'altronde non veggo alcuna ragione di sopprimerla, poiché Dio non rivela questa sorta di misteri se non perché si facciano conoscere ad edificazione della sua Chiesa.

Ora, il papa Innocenzo III morì il 16 luglio 1216. Lo stesso giorno apparve a S. Ludgarda nel suo monastero di Aywieres nel Brabante. Sorpresa al vedere un fantasma circondato di fiamme, gli domandò chi era e ciò che voleva. «Sono, le rispose, il papa Innocenzo. - possibile che voi, nostro padre comune, siate in tale stato? ­ Non è che troppo vero: pago la pena di tre falli che ho commesso e che poco mancò non mi cagionassero l'eterna mia rovina. Grazie alla santa Vergine Maria, ne ottenni il perdono, ma mi rimane a scontarne la espiazione. Ohimè! quanto è terribile! e durerà per secoli, a meno che voi non mi soccorriate. In nome di Maria, che mi ottenne il favore di venire a pregarvi, aiutatemi!» Disse e sparve. Ludgarda annunziò la morte del papa alle sue sorelle, e con esse si diede a pregare e a far esercizi di penitenza in favore dell'augusto e venerato defunto, il cui trapasso fu loro annunziato alcune settimane dopo dalla pubblica voce.

S. Vincenzo Ferreri, il celebre taumaturgo dell'Ordine di S. Domenico, che con tanta forza predicò la grande verità del giudizio di Dio, aveva una sorella che in niun modo era commossa, né dalle parole, né dagli esempi del santo suo fratello. Era ripiena dello spirito del mondo, abbacinata dalle sue vanità, inebriata dei suoi piaceri, ed a grandi passi correva all'eterna sua rovina. Intanto per la sua conversione pregava il santo, e finalmente la sua preghiera fu esaudita. L'infelice peccatrice cadde mortalmente inferma; e nel momento di morire, rientrando in se stessa, si confessò con un sincero pentimento.

Alcuni giorni dopo la sua morte, mentre il fratello per lei celebrava il divin sacrifizio, gli apparve in mezzo alle fiamme, in preda a due mali intollerabili. «Ohimè! fratello mio, diss'ella, io sono condannata a questi supplizi fino al giorno dell'ultimo giudizio. Però, voi potete aiutarmi. Sì potente è la virtù del santo sacrifizio! Per me offrirete una trentina di messe: ne spero il più felice effetto». Il santo si diede premura d'assecondare quella domanda, celebrò le trenta messe, ed il trentesimo giorno, la sua sorella gli apparve circondata dagli Angeli e in atto di salire al Cielo. Grazie alla virtù del divino sacrifizio, una espiazione di parecchi secoli si trovò ridotta a trenta giorni.

Questo fatto ci dimostra al tempo stesso la durata delle pene in cui un'anima può incorrere, ed il potente effetto della santa Messa, quando Dio degnasi applicarla ad un'anima. Ma questa applicazione, come quella di altri suffragi, non si effettua sempre, almeno non sempre con la stessa pienezza.

 

CAPITOLO XIII

Pene del Purgatorio: loro durata (segue). - Narrazione del P. Schoofs. - Apparizione d'un religioso benedettino. - Una causa della lunga durata delle pene. - Rivelazione di un prete defunto. - Altri fatti.

Riguardo alla lunga durata del Purgatorio per certe anime, citiamo qui un fatto più recente e più vicino a noi. Il P. Filippo Scoofs, della Compagnia di Gesù, che morì a Lovanio nel 1878, raccontava il fatto seguente, avvenuto ad Anversa nei primi anni del suo ministero in quella città. Ritornava dall'aver predicato una missione ed era rientrato nel Collegio di Nostra Signora, posto allora nella contrada dell'Imperatore, quando, fu avvertito ch'era chiamato in parlatorio. Disceso tosto, vi trovò due giovani nel fior dell'età con un fanciullo di nove o dieci anni, pallido e malaticcio. «Padre, gli dissero, ecco un povero fanciullo che abbiamo raccolto, e che merita la vostra protezione, perché è buono e pio. Noi gli diamo il vitto e l'educazione; e dopo più d'un anno che fa parte della nostra famiglia fu non meno felice che ben disposto. Solo da alcune settimane, cominciò a dimagrire ed a deperire come voi vedete. - Qual è la causa di questo cambiamento? chiese il Padre. - Sono spaventi, risposero: il fanciullo è svegliato tutte le notti da apparizioni. A quanto ci assicura, ai suoi occhi si presenta un uomo; lo vede tanto chiaramente come ci vede noi qui in pieno giorno. Da ciò terrori, continue agitazioni. Padre, veniamo a domandarle un rimedio. - Amici miei, rispose il P. Scoofs, presso il buon Dio vi sono rimedi per tutte le cose. Cominciate voi due dal fare una buona confessione ed una buona comunione; pregate il Signore che vi liberi da ogni male, e siate senza timore. Quanto a te, mio fanciullo, disse al ragazzo, prega bene, poscia dormi pure tranquillamente, sicché venendo alcuno non ti possa svegliare». Indi li congedò, dicendo di ritornare, se ancora avveniva qualche cosa.

Passano quindici giorni, ed eccoli di ritorno. «Padre, dicono, noi compimmo le vostre prescrizioni, ed ecco che le apparizioni continuano come prima. Il fanciullo vede sempre comparire lo stesso uomo; - Questa sera, rispose il P. Scoofs, vegliate alla porta del fanciullo con l'occorrente per iscrivere le risposte. Quando vi avvertirà della presenza di quell'uomo, avvicinatevi, in nome di Dio domandategli chi è, l'epoca della sua morte, il luogo che abitò e la ragione della sua venuta».

L'indomani ritornarono, portando la carta in cui erano scritte le risposte ricevute. «Abbiamo veduto, dissero, l'uomo che il fanciullo vedeva». Poscia si spiegarono: era un vecchio, di cui non appariva che il busto e che portava una foggia antica di vestire. Loro aveva detto il suo nome e la casa da lui abitata ad Anversa. Era morto nel 1636, esercitava la professione di banchiere in quella stessa casa, la quale lui vivente, comprendeva altresì le case che oggidì sono attigue a destra ed a sinistra. Tra parentesi diciamo, che in seguito si scoprirono negli archivi della città d'Anversa i documenti che comprovano la esattezza di quelle indicazioni. Aggiunse che si trovava al Purgatorio, che poco si era pregato per lui, e supplicava le persone della casa di fare una comunione in suo suffragio; finalmente domandava che si facesse un pellegrinaggio a Nostra Signora delle Febbri a Lovanio, e un altro a Nostra Signora della Cappella a Bruxelles. «Farete bene, disse il P. Schoofs, a compiere queste opere: e, se ancora ritorna lo spirito, prima di farlo parlare, esigete che reciti il Pater, l'Ave Maria, ed il Credo».

Compirono essi le opere indicate con tutta la possibile pietà, ed in quella circostanza avvennero conversioni. Quando tutto fu terminato, ritornarono i giovani. «Padre, egli ha pregato, dissero al P. Schoofs, ma con un accento di fede e di pietà indicibile. Giammai udimmo pregare in tal modo. Qual rispetto nel suo Pater! Quale amore nella sua Ave Maria! Quale fermezza nel suo Credo! Ora sappiamo cosa vuol dire pregare. In seguito ci ringraziò delle nostre preghiere che lo avevano grandemente sollevato; anzi, diceva egli, ne sarebbe stato interamente liberato, senza il fallo di una giovanetta di conoscenza che aveva fatto una confessione sacrilega. Questa parola, soggiunsero, l'abbiamo riferita alla giovinetta: essa impallidì e confessò il suo fallo; poscia, correndo dal confessore, si diede premura di riparare al tutto».

«Dopo quel giorno, aggiungeva il P. Schoofs terminando il suo racconto, quella casa non fu più turbata. La famiglia che l'abitava, rapidamente prosperò ed oggidì è ricca. I due fratelli continuano a vivere in modo esemplare, e la loro sorella si fece religiosa in un convento, ove attualmente è superiora».

Tutto induce a credere che la prosperità di quella famiglia sia dovuta al defunto da lei soccorso. Questi, dopo i suoi due secoli di Purgatorio non aveva più bisogno che d'un residuo d'espiazione e d'alcune opere che chiese. Compite queste opere, fu liberato, ed avrà voluto testificare la sua gratitudine ottenendo le benedizioni di Dio per i suoi liberatori.

Il seguente fatto fu riferito con prova autentica dal giornale Le Monde. n. del 4 aprile 1860. Successe in America, in un'abbazia di Benedettini, posta nel villaggio di Latrobe. Durante l'anno 1859 avvenne una serie di apparizioni. Se n'era impossessata la stampa americana ed aveva trattato coll'ordinaria sua leggerezza queste gravi questioni; e a porre fine a questa sorta di scandalo, l'abate Wimmer, superiore della casa, indirizzò ai giornali la seguente lettera:

«Ecco la verità: nella nostra abbazia di San Vincenzo, presso Latrobe, il 10 settembre 1859 un novizio vide comparire un religioso benedettino in abito completamente corale. Questa apparizione si rinnovò ogni giorno dal 18 settembre fino al 19 novembre, tanto dalle undici ore a mezzodì, quanto da mezzanotte a due ore di mattina. Il 19 novembre soltanto il novizio interrogò lo spirito alla presenza d'un altro membro della comunità, e gli domandò qual era il motivo delle sue apparizioni. Egli rispose che soffriva da oltre settantasette anni, per aver tralasciato di celebrare sette messe d'obbligo; che già in diverse epoche era comparso a sette altri benedettini, ma che non era stato inteso; che ancora sarebbe costretto di comparire undici anni se esso, il novizio, non lo soccorresse. Finalmente lo spirito domandava che per lui fossero celebrate queste sette messe; di più il novizio per sette giorni doveva restar ritirato, conservando un profondo silenzio; e per trenta giorni recitare tre volte il salmo Miserere, a piedi nudi e colle braccia in croce.

«Tutte queste condizioni furono adempite dal 20 novembre al 25 dicembre; dopo la celebrazione dell'ultima messa scomparve l'apparizione.

«Durante questo tempo, lo spirito si era mostrato ancora parecchie volte, esortando il novizio nei termini più pressanti a pregare per le anime del Purgatorio; giacché, diceva, esse soffrono terribilmente, e sono profondamente riconoscenti a quelli che concorrono alla loro liberazione. Aggiunse, cosa ben triste a dire, che dei cinque preti già decessi nella nostra abbazia, nessuno ancora si trovava in Cielo, ma tutti soffrivano nel Purgatorio. Non deduco conclusioni, ma tutto ciò è esatto».

Questo racconto, firmato dalla mano dell'abate, è un documento storico irrecusabile. Quanto alla conclusione che il venerabile prelato ci lascia la cura di cavar da questi fatti è evidentemente molteplice. A noi basti, vedendo un religioso soffrire nel Purgatorio dopo settantasei anni, l'imparare ciò che bisogna pensare della durata delle future espiazioni, tanto per i preti e religiosi, quanto per i semplici fedeli che vivono in mezzo alla corruzione del mondo.

Una causa troppo frequente della lunga durata del Purgatorio, si è il privarsi del gran mezzo stabilito da Gesù Cristo per abbreviarlo, ritardando, quando si è gravemente infermi, a ricevere gli ultimi sacramenti. Questi sacramenti destinati a preparare le anime all'ultimo passaggio, a purificarle delle reliquie dei loro peccati ed a risparmiar loro le espiazioni dell'altra vita, domandano, per produrre i loro effetti, che l'infermo li riceva colle dovute disposizioni: Ora, per poco che si differisca il riceverli e che si lascino indebolire le facoltà dell'infermo, queste disposizioni sono difettose. Che dico? troppo spesso avviene che, in conseguenza di queste imprudenti dilazioni, l'infermo muore privo totalmente di questi soccorsi tanto necessari, la conseguenza ne è che il defunto, se non è dannato, discende nei più profondi abissi del Purgatorio con tutto il peso dei suoi debiti.

Michele Alix parla di un ecclesiastico, il quale, invece di ricevere prontamente i soccorsi degli infermi, e di dare il buon esempio ai fedeli si rese colpevole di negligenza in questa parte e ne fu punito con cent'anni di Purgatorio. Trovandosi gravemente infermo ed in pericolo di morte, quel povero prete avrebbe dovuto riconoscere il suo stato e chiedere assai per tempo i soccorsi dalla Chiesa riservati ai suoi figli per l'ora estrema. Niente fece; e, sia che, per una illusione troppo comune agli infermi, non volesse confessare la gravezza della sua situazione, sia che subisse quel fatale pregiudizio che a tanti fedeli cristiani fa temere di ricevere gli ultimi sacramenti, egli mai li chiedeva, né pensava a riceverli. Ma si conoscono le sorprese della morte: l'infelice differì e tanto tardò che morì senza aver il tempo di ricevere né Viatico, né Olio Santo. Ora, Dio volle in questa circostanza dar un grande avvertimento. Lo stesso defunto rivelò ad un confratello che era condannato a cento anni di Purgatorio. «In tal modo, diss'egli, sono punito del mio ritardo a ricevere la grazia dell'ultima purificazione. Se avessi ricevuto i sacramenti, come avrei dovuto fare, sarei sfuggito alla morte per la virtù dell'Estrema Unzione, ed avrei avuto il tempo di fare la penitenza».

Il fatto seguente appartiene alla storia della Compagnia di Gesù. Due Scolastici o giovani religiosi di questo Istituto facevano i loro studi nel Collegio Romano verso la fine del secolo XVI, i fratelli Finetti e Rudolfini. Tutti due erano modelli di pietà e di regolarità; tutti due pure ricevettero un avviso dal Cielo che, secondo la regola, scoprirono al proprio direttore spirituale, ed era che Dio loro aveva fatto conoscere la vicina morte e l'espiazione che loro rimaneva da fare nel Purgatorio; l'uno doveva rimanervi due anni e l'altro quattro. Morirono difatti l'uno dopo l'altro.

Tosto i fratelli di religione fecero per le loro anime le più ferventi preghiere ed ogni sorta: di penitenze. Sapevano che se la santità di Dio impone ai suoi eletti lunghe espiazioni, possono essere abbreviate ed interamente rimosse coi suffragi dei vivi.

Se Dio è severo con quelli che ricevettero molte cognizioni e grazie, è d'altra parte assai indulgente coi poveri e coi semplici, purché lo servano con rettitudine e pazienza. S. Pietro Claver, della Compagnia di Gesù, apostolo dei negri di Cartagena, conobbe il Purgatorio di due anime, che erano vissute povere ed umili sulla terra: questa espiazione si riduceva ad alcune ore. Ecco quanto leggiamo nella Vita del gran servo di Dio.

Aveva indotto una virtuosa negra, di nome Angela, a ritirarne presso di sé un'altra, chiamata Orsola, l'attratta in tutte le membra e tutta coperta di piaghe. Un giorno che andava a visitarla, come faceva di quando in quando, per confessarla e portarle alcune piccole provvisioni, con aria mesta la caritatevole ospitaliera gli disse che Orsola stava per spirare. No, no, rispose il Padre consolandola, ha ancora quattro giorni di vita e non morirà che sabato. Arrivato il sabato, egli dice la messa secondo la sua intenzione, ed uscì per andare a disporla alla morte. Dopo d'esser stato per alcun tempo in preghiera: Consolatevi, disse all'ospite con un'aria sicura: Dio ama Orsola; ella morrà oggi, ma non istarà che tre giorni in Purgatorio. Solo quando sarà con Dio, si ricordi di pregare per me e per quella che fin adesso le fece da madre. Morì difatti a mezzogiorno ed il compimento d'una parte della profezia non poco servì per far maggiormente credere l'altra.

Trovandosi un altro giorno per confessare una povera inferma che soleva visitare, conobbe che stava per morire. Estremamente afflitti erano i genitori, ed egli stesso, che non aveva creduto che dovesse tanto presto morire, non poteva consolarsi di non averla assistita negli ultimi suoi momenti. Si mise subito a pregare vicino al suo corpo, poscia tutto ad un tratto levandosi con un'aria serena: Una tal morte, disse, merita più la nostra invidia che le nostre lagrime: quest'anima non è condannata che a ventiquattro ore di Purgatorio. Con fervore delle nostre preghiere sforziamoci ad abbreviar il tempo delle sue pene.

Tanto basti circa la durata delle pene. Vediamo che si prolungano per un tempo spaventevole; anche le più brevi, dato il loro rigore, sono sempre lunghe. Sforziamoci di abbreviarle per gli altri, di anticipatamente addolcirle per noi, o meglio ancora, di interamente prevenirle.

Ora, si prevengono togliendone le cause. Quali sono queste cause? Qual è la materia delle espiazioni nel Purgatorio?

 

CAPITOLO XIV

Materia delle espiazioni nel Purgatorio. - Dottrina dello Suarez e di S. Caterina da Genova a tal riguardo. ­ Giovanni Sturton. - Visione di S. Liduina.

Perché le anime, prima d'esser ammesse alla visione di Dio, hanno in tal modo a soffrire? Qual è la materia, quale il soggetto di queste espiazioni? Il fuoco del Purgatorio che cosa deve purificare e consumare in esse? Sono, dicono i Dottori, le macchie provenienti dai loro peccati.

Ma che s'intende qui per materia? Secondo la maggior parte dei Teologi non è la colpa del peccato, ma la pena o il carico della pena proveniente dal peccato.

Per ben comprenderla, bisogna ricordarsi che ogni peccato produce nell'anima un doppio effetto, che si chiama il debito (reatus) della colpa e quello della pena, rendendo il peccatore non soltanto colpevole, ma degno ancora di pena o castigo. Ora, dopo perdonata la colpa, d'ordinario rimane a scontare la pena in tutto o in parte, e dev'essere soddisfatta in questa o nell'altra vita. Le anime del Purgatorio non hanno più alcuna macchia di colpa: ciò che avevano di colpa veniale al punto della loro morte, disparve nell'ardore della pura carità di cui si sono accese nell'altra vita: ma portano tutto il debito delle pene che non hanno deposto prima di morire.

Questo debito proviene da tutti i falli commessi durante la vita, sopratutto dai peccati mortali rimessi, quanto alla colpa, con una sincera confessione, ma che si trascurò d'espiare con frutti degni di penitenza esteriore.

Tal è la dottrina così dallo Suarez riassunta nel suo trattato del Sacramento della penitenza:

«Conchiudiamo dunque, dice egli, che tutti i peccati veniali coi quali un uomo giusto muore, sono rimessi quanto alla colpa nel momento in cui l'anima si separa dal corpo, in virtù d'un atto di amor di Dio o di contrizione perfetta, che allora fa di tutti i passati suoi trascorsi. Infatti, l'anima in quel momento perfettamente conosce il suo stato ed i peccati di cui è colpevole dinanzi a Dio, essendo nel tempo stesso padrone delle sue facoltà per operare; d'altronde, da parte di Dio, le è dato il soccorso più efficace per operare secondo la misura di grazia santificante che possiede. Ne deriva che, in questa perfetta disposizione, l'anima opera senza il menomo ritardo, tutta intera direttamente si porta verso il suo Dio, e, per un atto di suprema detestazione. si trova sciolta da tutti i suoi peccati veniali. Quest'atto efficace ed universale basta per cancellarli quanto alla colpa».

Dunque scompare ogni macchia di colpa; ma resta a scontare la pena in tutto il suo rigore e per tutta la sua durata, a meno che le anime non siano aiutate dai vivi. Per se stesse più non potrebbero ottenere qualsiasi remissione, perché, passato il tempo del merito, non possono più meritare, non possono che soffrire, e in tal modo pagare alla terribile giustizia di Dio quanto le devono, fino all'ultimo quadrante: usque ad novissimum quadrantem (Matth., V, 26).

Questi debiti di pena sono le reliquie del peccato ed una sorta di macchia, che impedisce la visione di Dio e mette ostacolo all'unione dell'anima coll'ultimo fine. «Non esistendo la macchia o la colpa del peccato nelle anime del Purgatorio, scrive S. Caterina da Genova, non vi è altro ostacolo alla loro unione con Dio tranne le reliquie del peccato, di cui devono purificarsi. Questo ostacolo, che sentono in sé, loro produce il supplizio del danno, di cui parlo, e ritarda il momento in cui l'istinto che le porta verso Dio come suprema loro beatitudine, riceverà la piena sua soddisfazione. Esse chiaramente veggono ciò che è dinanzi a Dio il più piccolo ostacolo cagionato dalle reliquie del peccato, e che per necessità di giustizia ritarda la piena sazietà del beatifico loro istinto. Perciò in esse nasce un fuoco d'un estremo ardore e simile a quello dell'inferno, ad eccezione della colpa del peccato».

Dicemmo che il totale del debito delle pene nel Purgatorio proviene da tutti i falli non espiati sulla terra, ma sopratutto dai peccati mortali rimessi solo quanto alla colpa. Ora, gli uomini la cui vita intera scorre nell'abito del peccato mortale e che fino alla morte differiscono di convertirsi, supposto che Dio loro conceda questa grazia eccezionale, avranno a scontare, ben s'intende, spaventevoli espiazioni. L'esempio del barone Sturton è tale da farli riflettere.

Il barone Giovanni Sturton, nobile inglese, in fondo al cuore era cattolico, abbenché, per conservare le sue cariche alla corte, regolarmente assistesse alle funzioni protestanti; anzi in casa sua nascondeva un prete cattolico con grande suo pericolo, volendosi di lui servire per riconciliarsi con Dio al punto di morte. Ma fu colpito da un accidente, e come spesso avviene, per un giusto giudizio di Dio, non ebbe il tempo di realizzare il suo voto di tardiva conversione. Intanto hi divina misericordia, tenendo conto di quanto aveva fatto per la Santa Chiesa perseguitata, gli aveva concesso la grazia di fare in punto di morte un atto di contrizione perfetta, e ottenere così la salute. Ma ben cara doveva pagare la sua negligenza. 

Passarono lunghi anni; la sua consorte si rimaritò, ebbe figli, ed è una delle sue figlie, lady Arundel, che come testimonio oculare narra questo fatto.

«Un giorno mia madre pregò il P. Corneille, gesuita di molto merito, che più tardi doveva morire martire della fede cattolica, di celebrare la messa per l'anima di Giovanni Sturton, suo primo marito. Accettò l'invito, e stando all'altare, tra la consacrazione ed il Memento dei morti, si fermò lungo tempo come assorto in orazione. Dopo la messa, in una esortazione rivolta agli astanti, ci fece conoscere una visione avuta durante il sacrifizio. Aveva veduto un'immensa foresta che si stendeva dinanzi a lui, ma era tutta in fuoco e non formava che un vasto braciere; nel mezzo si agitava il defunto barone, mandando lamentevoli grida, piangendo e confessando la vita colpevole tenuta nel mondo e alla corte. Dopo d'aver particolarmente confessati i suoi falli, l'infelice aveva terminato colle parole dalla Scrittura messe in bocca a Giobbe: Pietà, pietà, voi almeno che siete i miei amici, giacché la mano del Signore mi ha colpito! Poscia era scomparso.

«Mentre Corneille raccontava queste cose, piangeva molto, e noi tutti, membri della famiglia, che in numero di ventiquattro persone l'ascoltavamo, ci abbandonammo pure al pianto, e tutto ad un tratto, mentre il Padre parlava, scorgemmo sul muro, al quale era appoggiato l'altare, come un riflesso di ardenti carboni».

Tale è il racconto di lady Arundel, che si può leggere nella Storia d'Inghilterra di Daniel.

S. Liduina vide nel Purgatorio un'anima che soffriva molto per i peccati mortali, incompletamente espiati sulla terra. Ecco come questo fatto è riferito nella Vita della santa. Un uomo che per lungo tempo era stato schiavo del demonio della lussuria, ebbe finalmente il bene di convertirsi. Infatti si confessò con grande contrizione; ma, prevenuto dalla morte, non ebbe il tempo di soddisfare con un'equa penitenza per i numerosi suoi peccati. Liduina, che lo conosceva, molto pregava per lui.

Dodici anni dopo la sua morte pregava ancora, quando in una delle sue estasi, in cui dal suo angelo custode era condotta al Purgatorio, udì una lugubre voce che usciva da un profondo pozzo. «È l'anima di colui, disse l'angelo, pel quale pregaste con tanto fervore e costanza». Fu stupita di trovarlo ancora in quel luogo sì profondo dodici anni dopo la sua morte. L'angelo vedendo che èra profondamente commossa le chiese se voleva soffrire qualche cosa per la sua liberazione: «Con tutto il mio cuore», rispose quella vergine caritatevole. Da quel punto quindi soffrì nuovi dolori e terribili tormenti che sembravano sorpassare le forze umane; tuttavia tutto sopportò con coraggio, sostenuta da una carità più forte della morte, finché a Dio piacque sgravarnela. Allora, come ritornata alla vita, respirò, e nel tempo stesso vide quell'anima per la quale tanto aveva sofferto, uscir dall'abisso bianca come la neve, e spiccar il volo verso il Cielo.

 

CAPITOLO XV

Materia delle espiazioni nel Purgatorio: vanità e peccati di gioventù. Una signorina di elevata condizione. La beata Maria Villani. - La principessa Gida di Svezia.

Le anime che si lasciano accecare dalle vanità del mondo, se hanno la fortuna di sfuggire alla dannazione, avranno a scontare terribili espiazioni.

Apriamo le Rivelazioni. di Santa Brigida, che nella Chiesa godono una giusta considerazione. Al capo VI vi si legge che un giorno la santa si vide trasportata in ispirito in un luogo del Purgatorio, e che, fra molti altri, vi conobbe una giovane signorina di alta nascita, che in altri tempi si era abbandonata al lusso ed alla mondanità. Quell'anima infelice le fece conoscere tutta la sua vita e la triste sua situazione. «Fortunatamente diss'ella, prima di morire mi confessai con sufficienti disposizioni per sfuggire all'inferno; ma quanto soffro per espiare la vita mondana che la sventurata mia madre non mi impedì di condurre! Ohimè! aggiungeva gemendo, questo capo che si compiaceva delle acconciature e che cercava di attirare gli sguardi, ora è divorato dalle fiamme al di dentro e al di fuori, e queste fiamme sono tanto dolorose che mi sembra di morire del continuo. Queste spalle e queste braccia, che faceva ammirare, sono crudelmente strette fra catene di ferro rovente. Questi piedi, già addestrati alla danza, sono ora attorniati da vipere che li straziano coi loro morsi e li insozzano coll'immonda loro bava; tutte queste membra che caricava di gioie, di fiori, di vari acconciamenti, ora sono in preda a spaventevoli torture. Ah! madre, madre mia, esclamava quell'anima, quanto a mio riguardo foste colpevole!». Già dicemmo che non bisogna pigliar letteralmente quanto è detto delle membra tormentate, poiché l'anima è separata dal suo corpo; ma Dio, supplendo alla mancanza degli organi corporei, fa provare a quest'anima le sensazioni che si descrivono.

La storia della santa ci dice che essa raccontò la sua visione ad una cugina della defunta, la quale pure si abbandonava alle illusioni delle vanità mondane. Ne fu tanto colpita la cugina, che rinunziò al lusso ed ai pericolosi mondani divertimenti per consacrarsi alla penitenza in un Ordine austero.

Citiamo ancora un esempio dei castighi riservati ai mondani nel Purgatorio, quando non sono, come il ricco avaro del Vangelo, sepolti nell'inferno. La beata Maria Villani, religiosa domenicana, aveva vivissima divozione per le anime del Purgatorio, che spesse volte a lei si fecero vedere, sia per ringraziarla, sia per chiedere le sue preghiere e le sue buone opere. Siccome un giorno con gran fervore pregava secondo la loro intenzione, fu in ispirito trasportata nel luogo della espiazione. Fra le anime che vi soffrivano ne vide una più crudelmente tormentata delle altre, in mezzo a orribili fiamme che tutta intera l'avvolgevano. Mossa a compassione la serva di Dio interrogò quest'anima. «Sono qui, ella rispose, da lunghissimo tempo, punita per le mie vanità e per lo scandaloso mio lusso. Fino a questo momento non ebbi il menomo sollievo. Quando era sulla terra, occupata della mia toeletta, dei miei piaceri, delle feste e delle gioie mondane, ben poco pensa va ai miei doveri di cristiana, e non li compiva che con pigrizia. La mia sola preoccupazione seria era di aumentare la riputazione e la fortuna dei miei. Ora vedete come sono punita: più non si ricordano di me; i miei parenti, i miei figli, gli amici miei più intimi di altre volte, tutti mi dimenticarono».

Maria Villani pregò quell'anima di farle sentire qualcosa di ciò che pativa; e tosto a lei parve che la toccasse un dito di fuoco sulla fronte, ed il dolore che ne provò la fece subito uscir dall'estasi. Ora, il segno restò così profondo e tanto doloroso, che si vedeva ancora due mesi dopo, e crudelmente ne soffriva la santa religiosa. Ella sostenne quel dolore con ispirito di penitenza a pro della defunta che a lei si era manifestata, e al termine d'un certo tempo, quell'anima stessa venne ad annunziarle la sua liberazione.

Spesso i buoni cristiani non abbastanza pensano a far penitenza per i peccati della loro gioventù: bisognerà che un giorno li espiino colle rigorose penitenze del Purgatorio. Ciò avvenne alla principessa Gida, nuora di S. Brigida, come si può leggere negli Atti dei Santi, 24 marzo, vita di S. Caterina.

S. Brigida si trovava a Roma colla sua figlia, S. Caterina, quando questa vide apparirle lo spirito di Gida, di cui non sapeva la morte. Trovandosi un giorno a pregare nell'antica basilica del Principe degli Apostoli, Caterina si vide dinanzi una donna vestita d'una bianca veste e d'un nero mantello, che le chiedeva preghiere per una defunta. «È una delle vostre compatriote, aggiunse, che ha bisogno che s'abbia interesse per l'anima sua. - Il suo nome? domandò la santa. - È la principessa Gida, di Svezia, moglie del vostro fratello Carlo». Allora Caterina pregò la straniera di accompagnarla presso la sua madre Brigida per annunziarle questa triste notizia. «Io sono, disse la sconosciuta, incaricata d'un annunzio per voi sola, e non mi è permesso di fare altre visite, dovendo subito ripartire. Del resto, non avete a dubitare della verità del fatto: entro pochi giorni arriverà un altro inviato di Svezia, portandovi la corona d'oro della principessa Gida. A voi l'ha lasciata per testamento, per assicurarsi il soccorso delle vostre preghiere; ma a lei accordate questo caritatevole aiuto fin da quel momento, poiché ne ha un pressante bisogno». Ciò detto si allontanò.

Caterina volle seguirla, ma le fu impossibile il ritrovarla, sebbene la sua foggia di vestito facilmente la potesse distinguere; interrogò quelli che pregavano nella chiesa; nessuno aveva veduto quella straniera. Colpita e sorpresa per questo incontro, s'affrettò di ritornare dalla sua madre e le raccontò quanto le era successo. Sorridendo S. Brigida rispose: «È la stessa nostra nuora che vi è comparsa. Nostro Signore si degnò farmi conoscere il tutto per rivelazione. La cara defunta è morta con sentimenti consolanti di pietà, il che le ottenne il favore di venire a voi ad implorar preghiere. Dessa ha ancora da espiare i numerosi falli della sua giovinezza. Dunque tutte due facciamo quanto possiamo per sollevarla. La corona d'oro che vi invia, ne impone un'obbligazione più stringente».

Alcune settimane dopo, un ufficiale della Corte del principe Carlo arrivò a Roma, portando la corona e la notizia del trapasso della principessa Gida. La corona, che era bellissima, fu venduta, ed il prezzo impiegato in messe e buone opere pel sollievo della defunta.

 

CAPITOLO XVI

Materia delle espiazioni nel Purgatorio: lo scandalo e l'immortificazione. - Il pittore e il religioso carmelitano. - Espiazioni dell'immortificazione.

Quelli che ebbero la disgrazia di dar cattivo esempio e di perdere o di ferire le anime collo scandalo, devono procurare di riparare al tutto in questo mondo, se nell'altro non vogliono scontare una terribile espiazione. Non invano Gesù Cristo ha gridato: Guai al mondo per causa dei suoi scandali! Guai a colui pel quale avviene lo scandalo!.

Ecco ciò che riferisce il P. Rossignoli nelle sue Maraviglie del Purgatorio. Un pittore di gran talento e d'una vita esemplare, aveva però una volta fatto un quadro poco conforme alle severe leggi della cristiana modestia. Era una di quelle malaugurate pitture, che, sotto pretesto d'arte qualche volta si trovano nelle migliori famiglie e la cui vista produce la perdita di tante anime. L'arte vera è una ispirazione del Cielo, che solleva l'anima a Dio; il genio verista che non si indirizza che ai sensi, che agli occhi non presenta che bellezze di carne e di sangue, non è che un'ispirazione dello spirito immondo; le sue opere ben possono essere brillanti: non sono opere di arte, e falsamente loro si dà un tal nome: sono infami produzioni di una vergognosa immaginazione. Il pittore, di cui parliamo, in questa parte aveva ceduto all'impulso del cattivo esempio. Però, ben presto, rinunziando a questo cattivo genere, s'era obbligato a non far più che quadri religiosi od almeno perfettamente irreprensibili.

Finalmente si mise a dipingere un gran quadro nel convento dei Carmelitani Scalzi, quando fu colto da una mortale malattia. Sentendosi morire, domandò al gran Priore il favore d'essere sotterrato nella chiesa del monastero, e legò alla comunità il prezzo, assai alto, del suo lavoro, coll'onere di celebrare messe in suffragio dell'anima sua. 

Egli morì piamente, e passarono alcuni giorni, quando un religioso, che dopo il mattutino era rimasto in coro, lo vide comparire in mezzo alle fiamme e mandare grida dolorose. - «Ecchè! disse il religioso, avete a sostenere siffatte pene dopo una vita tanto cristiana ed una morte sì santa? - Ohimè! rispose, è per un cattivo quadro stato da me dipinto. Quando mi trovai al tribunale del Giudice supremo una folla di accusatori vennero a deporre contro di me, dichiarando d'essere stati eccitati a cattivi pensieri ed a malvagi desideri per una immodesta pittura dovuta al mio pennello. In conseguenza di questi cattivi pensieri gli uni si trovavano al Purgatorio, gli altri nell'inferno. Questi ultimi chiedevano vendetta, dicendo che, essendo stato io la causa della loro perdita eterna, almeno meritava lo stesso castigo. Allora la Santa Vergine ed i Santi, che glorificai colle mie pitture, presero, a difendermi: rappresentarono al Giudice che quella sgraziata tela era un'opera della giovinezza, di cui mi era pentito, che più tardi l'aveva riparata con una quantità di quadri religiosi, che per le anime erano stati una sorgente di edificazione.

«In vista di queste ragioni da una parte e dall'altra il Giudice supremo dichiarò che, pel mio pentimento e per le mie buone opere, sarei esente dall'eterna dannazione ma nel tempo stesso mi condannò a soffrire quelle fiamme, finché la maledetta pittura venga abbruciata, sicché non possa più scandalizzare alcuno».

Epperò il povero sofferente prego il religioso carmelitano di procurare perché il quadro fosse distrutto. «Ve ne prego, aggiunse: da parte mia andate dal tale, proprietario del quadro; ditegli in quale stato mi trovi per averlo dipinto cedendo alle sue istanze, e scongiuratelo di fame il sacrifizio. Se ricusa, guai a lui! Del resto per mostrare che tutto ciò non è un'illusione e per punizione del suo fallo, ditegli che entro poco tempo perderà i suoi due figli, Se rifiuta di obbedire agli ordini di Colui che ci creò, sarà punito eziandio con una morte prematura».

Il religioso non tardò a fare quanto la povera anima gli domandava, e si recò dal possessore del quadro. Questi, conosciuta la cosa, pigliò il quadro e lo gittò sul fuoco. Tuttavia, secondo la parola del defunto, in meno d'un mese perdette i suoi due figli. Passò il rimanente della vita a far penitenza del male che aveva commesso comandando e in casa sua conservando quella immorale pittura.

Se tali sono le conseguenze d'un quadro immodesto, come saranno puniti gli scandali in altro modo funesti dei cattivi libri, dei cattivi giornali, delle cattive scuole e delle cattive conversazioni? Vae mundo a scandalis! Vae homini illi per quem scandalum venit! Guai al mondo pe' suoi scandali! Guai all'uomo pel quale avviene lo scandalo! (Matth., XVIII, 7).

Vi sono poi oggidì molti cristiani affatto estranei alla voce ed alla mortificazione di Gesù Cristo. La loro vita molle e sensuale non è che una connessione di piaceri; hanno paura di tutto ciò che è sacrifizio; appena osservano le strette leggi del digiuno e dell'astinenza prescritta dalla Chiesa. Dacché non vogliono sottomettersi ad alcuna penitenza in questo mondo, riflettano bene a quella che loro sarà imposta nell'altro. E’ certo che in questa vita mondana non fanno che accumular debiti; non facendo penitenza, non si paga alcun debito, e così si arriva ad un totale che spaventa l'immaginazione. 

La venerabile serva di Dio Francesca di Pamplona, che fu favorita di parecchie visioni intorno al Purgatorio, un giorno vi vide un uomo del mondo, che sebbene fosse stato un cristiano assai buono, doveva passar cinquantanove anni nelle espiazioni in causa della sua ricerca dei comodi. Un altro per la stessa ragione vi passò trentacinque anni, ed un terzo, che per di più aveva avuto la passione del giuoco, vi dimorò sessantaquattro armi. Ohimè! questi malaccorti cristiani lasciarono dinanzi a Dio sussistere tutti i loro debiti, e ciò che facilmente potevano pagare con alcune opere di penitenza, dovettero poi soddisfare con anni di supplizi.

Se Dio si mostra severo coi ricchi e coi felici del mondo, non lo sarà maggiormente coi principi, coi magistrati, coi genitori, e generalmente con tutti quelli che hanno il carico delle anime ed autorità sopra gli altri? Un severo giudizio aspetta i superiori (Sap., VI, 6).

 

CAPITOLO XVII

Materia delle espiazioni: la tiepidezza. - S. Bernardo ed il religioso cistercense. - Il Padre Seurin e la religiosa di Loudun.

I buoni cristiani, i preti, i religiosi, che con tutto il loro cuore vogliono servir Dio, molto devono star in guardia contro lo scoglio della tiepidezza e della negligenza. Dio vuol essere servito con fervore; i tiepidi e i trascurati eccitano il suo disgusto, giungendo egli fino a minacciare la sua maledizione a quelli che negligentemente fanno le cose sante. Basti dire che severamente punirà nel Purgatorio ogni negligenza nel suo servizio.

Fra i discepoli di S. Bernardo che colla loro santità profumavano la celebre vallata di Chiaravalle, uno se ne trovò, la cui negligenza tristamente contrastava col fervore dei suoi confratelli.

Mentre si cantava la messa dei suoi funerali, un religioso della comunità, vecchio d'una virtù non comune, per un lume interiore conobbe che la sua anima, senza essere dannata, era nello stato più infelice. - La notte seguente gli apparve in persona il defunto con un aspetto esteriore miserabile e profondamente desolato, che gli disse: «Conoscete l'infelice mio stato; ora mirate i tormenti ai quali sono abbandonato in punizione della mia colpevole tiepidezza». Ciò detto, condusse il vecchio sull'orlo di un pozzo largo e profondo, tutto ripieno di fumo e di fiamme. «Ecco il luogo aggiunse, ove i ministri della divina giustizia hanno ordine di tormentarmi; essi non cessano di precipitarmi in questo abisso, dal quale subito mi ritirano per precipitarmi di nuovo, senza darmi un istante di tregua».

L'indomani, al mattino, quel religioso andò a trovare S. Bernardo per partecipargli la sua visione. Il santo abate, che aveva avuto una somigliante apparizione, vi vide un avviso del Cielo dato alla sua comunità. Convocò tosto il capitolo, e con le lacrime agli occhi raccontò la duplice visione, esortando i suoi religiosi a soccorrere con caritatevoli suffragi il loro povero con fratello defunto e ad approfittare di quel triste esempio per conservarsi nel fervore e schivare le più piccole negligenze nel servizio di Dio.

Citiamo un altro esempio, tutto adatto a stimolare l'ardore dei pii fedeli. Una santa religiosa di nome Maria dell'Incarnazione, del monastero delle Orsoline di Loudun, apparve qualche tempo dopo la morte alla sua superiora, donna di intelligenza e di merito, che ne scrisse i particolari al Padre Seurin della Compagnia di Gesù. La sua lettera, si trova inserita nella corrispondenza del Padre: «Il 6 novembre, gli scriveva, fra le tre e le quattro di mattina, Suor Maria dell'Incarnazione si presentò a me con una faccia dolcissima, che, più che sofferente, pareva umiliata: tuttavia ben m'accorsi che soffriva molto.

«In sulle prime, vedendola vicino, provai un grande spavento, ma siccome nulla aveva di spaventevole in se stessa, tosto mi rassicurai. Le chiesi in quale stato si trovava, e se potessimo renderle qualche servizio. Rispose: «Soddisfo col Purgatorio alla divina giustizia». - La pregai di dirmi che cosa ve la riteneva. Allora mandando un profondo sospiro, rispose: «Sono parecchie negligenze nei comuni esercizi; una certa debolezza ch'ebbi nel lasciarmi trascinare dall'esempio delle religiose imperfette; finalmente, e sopratutto, l'abito che ebbi di ritenere presso di me cose di cui non aveva il permesso di disporre e di servirmene secondo i miei bisogni e secondo le mie inclinazioni. Oh! se si sapesse, continuò la buona suora, il male che si fa alla propria anima non dandosi alla perfezione, e quanto duramente un giorno si dovrà espiare le soddisfazioni prese contro il lume della coscienza si avrebbe ben altro ardore a farsi violenza in vita! Oh! Dio vede le cose con occhio ben diverso dal nostro, e ben altrimenti le giudica».

«La pregai di dirmi se soffriva molto. - «I miei dolori, rispose, sono incomprensibili a quelli che non li sentono». Dicendo queste parole, s'avvicinò al mio volto, come per congedarsi da me: ma mi sembrò che fosse un carbone di fuoco che mi bruciasse, sebbene il suo volto non toccasse il mio, ed il mio braccio avendo un po' rasentato una sua manica, si trovò bruciato: ne provai un vivo dolore».

Un mese dopo di nuovo apparve a questa medesima superiora per annunciarle la sua liberazione.

 

CAPITOLO XVIII

Materia delle espiazioni: negligenza nella santa Comunione. - Luigi di Blois. - S, Maddalena de' Pazzi e la defunta in orazione.

Alla tiepidezza si unisce la negligenza nel prepararsi al convito eucaristico. Se la Chiesa non cessa di chiamare i suoi figli alla sacra mensa, se desidera che spesso si comunichino, sempre intende che lo facciano colla pietà e col fervore voluto da un sì grande mistero. Ogni volontaria negligenza in un'azione tanto santa, è un'offesa alla santità di Gesù Cristo, offesa che dovrà essere riparata con una giusta punizione. Il venerabile Luigi di Blois, nel suo Specchio Spirituale, parla di un gran servo di Dio, che per mezzo soprannaturale conobbe quanto severamente queste sorta di falli sono puniti nell'altra vita. Ricevette la visita di un'anima del Purgatorio, che implorava il suo soccorso in nome della amicizia che altre volte li univa; sosteneva, diceva essa crudeli tormenti per la negligenza, colla quale s'era preparata a ricevere la santa Eucaristia, nei giorni del suo terreno pellegrinaggio. Non poteva essere liberata che con una fervente comunione, che compensasse la passata sua tiepidezza. - Il suo amico si diede premura di sodo disfarla, fece una comunione con tutta la purezza di coscienza, con tutta la fede, con tutta la possibile divozione: ed allora vide l'anima santa apparirle brillante d'uno splendore incomparabile e ascendente al Cielo.

L'anno 1589, nel monastero di S. Maria degli Angeli a Firenze, morì una religiosa assai stimata dalle sue sorelle, ma che ben presto apparve a S. Maddalena de' Pazzi, per impetrare il suo soccorso nel rigoroso purgatorio al quale era condannata. Stava la santa dinanzi al Sacramento dell'altare, quando scorse la defunta inginocchiata in mezzo alla chiesa ed atteggiata a profonda adorazione e in uno strano stato. Aveva intorno a sé un mantello di fiamme che sembrava consumarla, ma una veste bianca, di cui era coperto il suo corpo, in parte la difendeva dall'azione del fuoco. Stupefatta, Maddalena desiderò sapere che significava quella apparizione, e le fu risposto che quell'anima così soffriva per avere avuto troppo poca divozione verso il SS. Sacramento. Malgrado le prescrizioni e le sante usanze dell'Ordine, non si era comunicata che assai di rado e con negligenza, ed era per ciò che la divina giustizia l'aveva condannata ad adorare ogni giorno la sant'Eucaristia e subire il tormento del fuoco ai piedi di Gesù Cristo. Tuttavia a ricompensa della verginale sua purità, raffigurata nella bianca veste, il divino Sposo aveva d'assai mitigato i suoi patimenti.

Tale fu la cognizione che il Signore diede alla sua serva. Essa ne fu grandemente commossa e con tutti i suffragi che stavano in suo potere si sforzò d'aiutare la povera anima. Di spesso raccontò questa apparizione e se ne servì per esortare le sue figlie spirituali allo zelo per la santa Comunione:

 

CAPITOLO XIX.

Materia delle espiazioni: mancanza di rispetto nella preghiera. - La Madre Agnese di Gesù e suor Angelica. - S. Severino di Colonia. - Il Padre Streit della Compagnia di Gesù.

Dobbiamo trattare santamente le cose sante: ogni irriverenza negli esercizi religiosi sommamente dispiace al Signore. La venerabile Agnese di Langeac, priora del suo convento, molto raccomandava alle religiose il rispetto ed il fervore in tutte le loro relazioni con Dio. ricordando quelle parole della Scrittura: Maledetto chi fa l'opera di Dio negligentemente!

Morì una suora della comunità, chiamata Angelica, e la pia superiora pregava vicino alla sua tomba, quando d'un tratto dinanzi a lei vide la sorella defunta, in abito da religiosa, e nel tempo stesso sentì come una fiamma ardente che le si accostava alla faccia. Suor Angelica la ringraziò di averla eccitata al fervore, ed in particolare di averle spesso in vita ripetuto quella parola dei libri santi: Maledetto colui che fa l'opera di Dio negligentemente! - «Continuate, madre mia, aggiunse, ad eccitare le sorelle al fervore, sicché lo conservino con suprema diligenza e lo amino con tutto il cuore, con tutta la potenza dell'anima loro. Se si potesse comprendere quanto sono rigorosi i tormenti del Purgatorio, di certo niuno si abbandonerebbe alla minima negligenza».

Questo avvertimento riguarda particolarmente i sacerdoti, di cui continue e più sublimi sono le relazioni con Dio: se ne ricordino sempre e giammai lo dimentichino, sia che offrono a Dio l'incenso della. preghiera, sia che dispensino i divini tesori dei Sacramenti, sia che all'altare celebrino i misteri del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Ecco ciò che riferisce S. Pietro Damiani nella sua lettera a Desiderio.

San Severino, arcivescovo di Colonia, coll'esempio di tutte le virtù edificava la sua Chiesa: la sua vita tutta apostolica, le sue grandi fatiche per la dilatazione del regno di Dio nelle anime dovevano meritargli gli onori della canonizzazione. Tuttavia, dopo la sua morte, comparve ad uno dei canonici della sua cattedrale per chiedere preghiere. Quel degno sacerdote non poteva comprendere che un santo prelato, quale aveva conosciuto Severino, avesse bisogno di preghiere nell'altra vita. «È vero, disse il defunto, Dio mi fece la grazia di servirlo con tutto il cuore e di lavorare per lungo tempo nella sua vigna, ma spesso io l'ho offeso col modo troppo frettoloso con cui recitai il santo uffizio. Gli affari e le preoccupazioni di ogni giorno talmente mi assorbivano, che, giunta l'ora della preghiera, di questo gran dovere mi sdebitavo con poco raccoglimento, ed alcune volte in ore diverse da quelle fissate dalla Chiesa. Adesso espio queste infedeltà, e Dio mi permette di venir a domandare le vostre preghiere».

Aggiunge la storia, che per questo sol fatto Severino stette sei mesi nel Purgatorio.

Il 12 novembre 1643, nel noviziato di Brunn (Boemia) morì il Padre Filippo Streit della Compagnia di Gesù, religioso d'una grande santità. Tutti i giorni faceva l'esame della sua coscienza colla più diligente cura, e con questo mezzo acquistò una grande purezza d'anima. Alcune ore dopo la sua morte, glorioso apparve ad un Padre del suo Ordine, il venerabile Martino Strzeda. Un sol fallo, egli disse, l'impedì d'andare diritto al Cielo e per otto ore lo ritenne nel Purgatorio, e fu di non aver creduto con sufficiente fiducia alle parole del suo superiore, che alletto di morte si sforzava di calmare le ultime sue inquietudini di coscienza, e di cui con maggior perfezione avrebbe dovuto riguardare l'assicurazione come la voce stessa di Dio.

 

CAPITOLO XX.

Materia delle espiazioni: immortificazioni della lingua. - Durando, religioso benedettino. Le suore Geltrude e Margherita. - S. Ugo di Cluny ed il violatore del silenzio.

Un altro difetto, da cui il cristiano che vuole schivare i rigori del Purgatorio deve molto guardarsi, perché facilmente vi si cade, è l'immortificazione della lingua. Oh! quanto è facile fallare nelle parole! Quanto è raro parlare a lungo senza proferire qualche parola contraria alla dolcezza, alla umiltà, alla sincerità, alla cristiana carità! Le stesse persone pie sono soggette a questi falli; quando sfuggirono a tutte le altre insidie del demonio, si lasciano prendere, dice san Girolamo, in un'ultima rete, la maldicenza. Ascoltiamo ciò che riferisce in proposito Vincenzo di Beauvais.

Quando il celebre Durando, che nell'undecimo secolo illustrò l'Ordine di S. Benedetto, era ancora semplice religioso, si mostrava un modello di regolarità e di fervore; ma aveva un difetto: la vivacità del suo spirito lo portava a parlar troppo; eccessivamente amava la parola ridendo spesso alle spese della carità. Ugo, suo abate, gli fece su questo oggetto correzioni, predicendo gli pure che, se non si correggeva, certamente avrebbe avuto nel Purgatorio a scontare queste giovialità fuor di luogo.

Durando non diede troppa importanza a questi avvisi, e continuò ad abbandonarsi senza tanto freno allo sregolamento della lingua. Dopo la sua morte, si realizzò la predizione dell'abate Ugo. Durando apparve ad un religioso suo amico, supplicandolo d'aiutarlo colle sue preghiere, perché era crudamente punito per l'intemperante suo linguaggio. In seguito a questa apparizione, si riunì la comunità, si stabilì d'osservare, per otto giorni, un rigoroso silenzio, e di praticare altre buone opere, per sollevare il defunto. Queste caritatevoli preghiere produssero il loro effetto: dopo qualche tempo, Durando comparì di nuovo per annunziare la sua liberazione.

Il fatto seguente è tolto da Cesario. «In un monastero dell'Ordine dei Cistercensi, dice quell'autore, vivevano due giovani religiose, per nome suor Geltrude e suor Margherita. La prima, sebbene d'altra parte virtuosa, non vigilava abbastanza sulla sua lingua; frequentemente violava il prescritto silenzio, alcune volte anche nel coro, prima e dopo l'uffizio. Invece di raccogliersi con rispetto nel luogo santo e di preparare il suo cuore alla preghiera, si dissipava rivolgendo a suor Margherita, che le stava al fianco, inutili parole, di modo che, oltre alla violazione della sua regola ed alla mancanza di pietà, era per la sua compagna un soggetto di scandalo. Morì ancor giovane, ed ecco che poco tempo dopo la sua morte, suor Margherita, andando all'uffizio, la vede. venire essa pure a sedersi nello stallo che occupava vivendo.

«A quella vista la suora fu per svenire. Ripresi i sensi, raccontò alla sua superiora quanto vedeva. Questa le disse di non inquietarsi; ma, se ricompariva la defunta, di chiederle in nome del Signore la causa della sua venuta.

«Ricomparve difatti l'indomani, allo stesso modo, e, secondo l'ordine della superiora, Margherita le disse: «Mia cara suor Geltrude, donde e vieni e che vuoi? - Vengo, rispose ella a soddisfare alla divina giustizia nel luogo ove peccai. «E' qui, in questo santo luogo, consacrato alla preghiera, che offesi Dio con parole inutili e contrarie al religioso rispetto, col cattivo esempio dato alla comunità, e collo scandalo che diedi a te in particolare, Oh! se tu sapessi, «aggiunse, quanto soffro! sono divorata dalle fiamme; soprattutto la mia lingua ne è crudelmente tormentata». Scomparve quindi dopo di aver domandate preghiere».

Quando S. Ugo, che nel 1409 succedette ad Odilone, governava il fiorente monastero di Cluny, uno dei suoi religiosi che era stato poco fedele alla regola del silenzio, venuto a morire comparve al santo abate per implorare il soccorso delle sue preghiere. Aveva la bocca piena di schifose ulceri, a punizione, diceva, delle sue parole inutili. - Ugo ordinò a tutta la sua comunità sette giorni di silenzio, che si passarono nel raccoglimento e nella preghiera. Allora di nuovo comparve il defunto, liberato dalle ulceri, colla faccia raggiante, a testificare la sua riconoscenza pel caritatevole soccorso ricevuto dai suoi confratelli.

Se tale è il castigo delle parole semplicemente oziose, quale sarà quello delle parole più colpevoli?

 

CAPITOLO XXI

Materia delle espiazioni: mancamenti di giustizia - Il Padre d'Espinoza ed i pagamenti.

Una moltitudine di rivelazioni ci mostrano che Dio con un implacabile rigore punisce tutti i peccati contrari alla giustizia ed alla carità. In materia di giustizia sembra esigere che la riparazione si faccia prima che sia rimessa la pena; come nella Chiesa militante, i suoi ministri devono esigere la restituzione per rimetter la colpa: senza restituzione nessuna remissione.

Il P. Rossignoli parla d'un religioso della sua Compagnia chiamato Agostino d'Epinoza, la cui santa vita non era che un atto di continuo suffragio alle anime del Purgatorio. Essendo morto un ricco che da lui si confessava, senza aver sufficientemente regolati i suoi affari, gli apparve e dapprima gli chiese se lo conosceva. - «Senza dubbio, rispose il Padre: pochi giorni prima della vostra morte vi ho confessato. - Sappiate dunque, disse il defunto, che per grazia speciale di Dio vengo a scongiurarvi di placare la sua giustizia fare per me quanto non potei fare io stesso. Seguitemi...»

Il Padre dapprima va dal suo superiore, gli rende conto di quanto gli si chiede ed inste per avere il permesso di seguire lo strano suo visitatore. Ottenuto il permesso, esce e segue l'apparso, che, senza pronunziare una parola, lo conduce ad uno dei punti della città. Là questi prega il Padre di aspettar un poco, s'allontana e scompare per un momento; poscia ritorna con un sacco di denaro, pregando il Padre di portarlo, e tutti due rientrano in convento, nella cena del religioso. Allora il morto gli consegna un biglietto scritto, e mostrando il denaro: «Tutto questo, dice, è a vostra disposizione; abbiate la carità di disporne per soddisfare i miei creditori, i cui nomi sono indicati su questo biglietto, colla somma loro dovuta. Di quanto in seguito rimarrà della somma, impiegatelo in buone opere a vostra elezione, pel riposo dell'anima mia». Dette queste parole, scomparve, ed il Padre si fece dovere di compiere tutte le sue intenzioni.

Erano appena passati otto giorni che di nuovo si fece vedere al Padre d'Espinoza. Questa volta ringraziò il Padre con effusione. «Per la caritatevole esattezza, gli disse, colla quale avete pagato i debiti da me lasciati sulla terra, e in grazia ancora delle sante messe che per me avete celebrato, ora sono libero da tutte le mie pene, ed ammesso all'eterna beatitudine».

 

CAPITOLO XXII

Materia delle espiazioni: peccati contro la carità. - La B. Margherita Maria e due persone di elevata condizione nelle pene del Purgatorio. Parecchie anime punite per mancanza di concordia.

Dicemmo che la divina giustizia si mostra in modo particolare rigorosa per i peccati commessi contro la carità verso il prossimo. La carità, infatti, è la virtù che più sta a cuore al divin Maestro e che raccomanda ai suoi discepoli come quella che li deve distinguere agli occhi di tutti. Il segno, dice egli, al quale si conoscerà che voi siete miei discepoli, è la carità che avrete gli uni per gli altri. Non è dunque da stupirsi che la durezza col prossimo ed ogni altra mancanza di carità siano nell'altra vita severamente punite.

Ed eccone anzitutto alcune prove, tolte dalla storia della B. Margherita Maria. «Seppi da suor Margherita, dice la Madre Greffier nelle sue Memorie, che una giovane pregava per due persone di grande considerazione nel mondo, che erano spirate. Tutte due le vide nel Purgatorio: l'uno le fu mostrata come condannata per molti anni a quelle pene, malgrado i solenni funerali ed il gran numero di messe che per lei si celebravano. Tutte quelle preghiere e quei suffragi erano dalla divina giustizia applicati invece alle anime di alcuni di coloro che erano stati rovinati per la sua mancanza di carità e d'equità a loro riguardo. Siccome a quella povera gente niente era rimasto per far pregare Dio per essi dopo la loro morte, Dio vi suppliva come s'è detto. - L'altra si trovava in Purgatorio per altrettanti giorni quanti anni era vissuta sulla terra. Nostro Signore fece conoscere a suor Margherita, che fra tutte le opere buone fatte da questa persona aveva particolarmente avuto considerazione alla carità colla quale aveva sopportato i difetti del prossimo e dissimulati i dispiaceri a lei fatti».

Un altra volta Nostro Signore mostrò alla beata Margherita una quantità d'anime del Purgatorio, le quali per esser state discorde nella loro vita dai propri superiori, e per aver avuto con essi alcune discordie erano state severamente punite e private dopo morte del soccorso della S. Vergine e dei Santi, e della visita dei loro angeli custodi. Parecchie di quelle anime erano destinate a rimaner lungo tempo fra le orribili fiamme; anzi alcune di esse non avevano alcun indizio di predestinazione, tranne quello di non odiar Dio; altre che furono in religione, e nella loro vita avevano avuto poca unione e carità colle sorelle, erano private dei loro suffragi, e non ne ricevevano perciò alcun soccorso.

 

CAPITOLO XXIII.

Materia delle espiazioni: mancanza di carità e di rispetto al prossimo. - S. Luigi Bertrando ed il defunto che chiede perdono. - Il Padre Nieremberg.

La vera carità è umile e si piega al suoi fratelli, tutti rispettandoli come se fossero superiori. Le sue parole, sempre amichevoli e piene di riguardo per tutti, niente hanno che sappia d'amaro o di freddo, niente che sappia di disprezzo, perché partono da un cuore umile come quello di Gesù. Con cura altresì schiva tutto quello che potrebbe turbar l'unione; e se sorge qualche differenza, fa tutti i passi, tutti i sacrifizi, per ristabilire la riconciliazione, secondo quelle parole del divin Maestro: Se fai l'offerta all'altare, e là ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta all'altare, e va prima a riconciliarti col tuo fratello, e poscia ritorna a fare la tua offerta (Matteo, V, 23).

Un religioso avendo mancato di carità verso san Luigi Bertrando, dopo morte ebbe un terribile castigo. Fu immerso nel fuoco del Purgatorio fino a che fu soddisfatta la divina giustizia; di più, non poté esser ammesso alla patria degli eletti prima d'aver compito un atto esteriore di riparazione, che servì d'esempio ai vivi. Ecco come il fatto è riferito nella Vita del santo.

Quando san Luigi Bertrando dell'Ordine di S. Domenico dimorava nel convento di Valenza, nella comunità si trovava un giovane religioso, che dava troppa importanza alla scienza umana. Senza dubbio, le lettere e l'erudizione hanno il loro pregio, ma, come dice lo Spirito Santo, cedono al timor di Dio ed alla scienza dei Santi: Non super timentem Dominum (Eccli., XXV, 13). Questa scienza dei Santi, che venne ad insegnare l'eterna Sapienza, consiste nella umiltà e nella carità. Ora il giovane religioso, di cui parliamo, poco ancora istrutto di questa scienza divina, si permise di rimproverare al Padre Luigi il poco suo sapere e dirgli: «Ben si vede, Padre mio, che non siete molto dotto! - Fratel mio, rispose il santo con una dolce fermezza, Lucifero fu assai sapiente, e tuttavia fu riprovato».

Il frate che aveva commesso questo fallo non pensò a ripararlo. Tuttavia non era un cattivo religioso, e qualche tempo dopo quel fatto, caduto infermo, assai bene ricevette tutti i Sacramenti e morì nella pace del Signore. Scorse un tempo assai lungo, durante il quale S. Luigi fu nominato priore. Un giorno, rimasto questi nel coro dopo il mattutino, gli apparve il defunto, circondato da fiamme, e dinanzi a lui umilmente inchinandosi, gli disse: «Padre mio Perdonatemi le parole offensive a voi in altri tempi rivolte. Dio non permette che vegga la sua faccia prima che voi non mi abbiate perdonato quel fallo e poscia per me celebrato il santo sacrificio della Messa». Il santo volentieri gli perdonò e l'indomani per lui offrì la Messa.

La notte seguente, trovandosi ancora in coro, vide di nuovo comparirgli il defunto, ma glorioso ed ascendente al Cielo.

Il Padre Eusebio Nieremberg, religioso della Compagnia di Gesù, autore del libro Differenza fra il tempo e l'eternità, dimorava in un collegio di Madrid, ove morì in odore di santità nel 1658. Questo servo di Dio, singolarmente divoto delle anime del Purgatorio, pregava un giorno con fervore nella chiesa del collegio per un Padre morto da poco. Il defunto, che per lungo tempo aveva insegnato la teologia, non si era mostrato meno buon religioso che dotto teologo; sopra tutto aveva avuto una gran divozione alla Santa Vergine; ma alle sue virtù s'era frammischiato un vizio: mancava di carità nelle sue parole e frequentemente parlava dei difetti del prossimo.

Ora, siccome il P. Nieremberg raccomandava la sua anima a Dio, gli apparve quel religioso e gli rilevò il suo stato. Era dato in preda a gravi tormenti per aver spesso parlato contro la carità. La sua lingua, in modo particolare strumento dei suoi falli, era tormentata da mi cocente fuoco. La Santa Vergine, in ricompensa della tenera divozione per lei avuta, gli aveva ottenuto di venire a chiedere preghiere, e nel tempo stesso doveva servire di esempio ai suoi confratelli per insegnar loro a vigilare con tutta la cura su ogni parola. - Il Padre Nieremberg avendo pregato e per lui fatto molta penitenza, finalmente ottenne la sua liberazione.