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   1. Che cosa è il peccato.
    2. Famiglia del peccato.
    3. Il primo uomo ha commesso otto peccati.
    4. Il peccato sta nella volontà.
    5. Il peccato è cosa orrenda e turpe.
    6. Il peccato è una febbre.
    7. Il peccato è una paralisi.
    8. Il peccato è un fuoco.
    9. Il peccato mortale è un adulterio.
  10. Il peccato mortale è un'idolatria.
  11. Il peccato mortale è il sommo male.
  12. Il peccato mortale allontana da Dio.
  13. Il peccato mortale è grave disobbedienza a Dio.
  14. Il peccato mortale è ingratitudine e disprezzo di Dio.
  15. Il peccato mortale assale direttamente Iddio.
  16. Di sua natura il peccato mortale è irreparabile.
  17. Il peccato mortale è peggiore dell'inferno.
  18. Similitudini del peccato mortale.
  19. Il peccato mortale è la più terribile delle cadute.
  20. Il peccatore è il più crudele nemico di se stesso.

 

1. CHE COSA È IL PECCATO. - Il peccato è una disobbedienza alla legge di Dio... Che cosa è il peccato? domanda il Crisostomo, e risponde: è l'abbandono spontaneo della nostra volontà al demonio, è una volontaria follia. - Che cosa è il peccato? è la completa degradazione dell'uomo, la somma sua miseria, il suo male supremo; perché pienamente opposto al bene supremo... Il peccato non è una sostanza, non è un essere, perché ogni essere è buono. Il peccato è la privazione dell'essere, è un non ente, come si esprime S. Agostino, un niente (Sentent.). Da ciò si comprende perché il profeta Amos dice ai peccatori, che essi si rallegrano nel niente (VI, 14).
Il peccato è chiamato la negazione dell'essere, il niente: 1° perché in se stesso è un non so che di spregevole, di vile; 2° perché il diletto del peccato passa in un baleno e scompare; 3° perché conduce chi lo commette ad una specie di niente, cioè alla morte presente ed all'eterna; 4° perché è la negazione dell'essere per riguardo alla virtù, ossia al bene morale; 5° perché è una privazione di bene; ora una privazione non è cosa reale e positiva, ma nominale e negativa, cioè un niente; 6° il peccato mortale separa l'uomo da Dio che è l'essere per eccellenza, il creatore di tutto, senza il quale niente fu fatto e niente vivrebbe; quindi ne risulta che il peccato mena al niente.
Signore, dice S. Agostino, siccome nessuna cosa è stata fatta senza di voi, facendo noi il peccato, che è il nulla; siamo divenuti un niente; fuori di voi pel quale fu fatta ogni cosa e senza il .quale niente fu fatto, noi siamo nulla. Misero me, divenuto così spesso un vero niente per causa del peccato! Io sono divenuto miserabile, sono stato ridotto al niente, e non l'ho saputo! Le mie iniquità mi hanno condotto al nulla. Non vi è niente di buono fuori del sommo bene; come la cecità non consiste che nella privazione della luce. Quindi il peccato è niente perché non è stato fatto. Ma se non è stato fatto, come mai può essere male? Perché il male è la privazione del Bene per il quale è stato fatto il bene. Essere senza il Verbo è male; è un non essere; senza il Verbo non c'è niente. Essere separato dal Verbo vuol dire essere senza via, senza verità, senza vita. Ecco perché senza di lui è il niente, e questo niente è il male, perché è separato dal Verbo, per il quale tutto ciò che è stato fatto è ottimo. Ma essere separato dal Verbo, per il quale ogni cosa fu fatta, non è altro che mancare, e dal fatto passare al non-fatto, poiché senza il Verbo non vi è niente (In Evang. S. Ioann.).
In se stesso e di natura sua il peccato è niente, perché commettendolo, l'uomo si attacca alle creature, e mette in loro la sua felicità, opponendole al Creatore e preferendole a Lui; ma paragonate al Creatore, le creature non sono che l'ombra dell'essere, e per conseguenza il nulla. Ecco infatti l'essenza e il nome di Dio: «Io sono
colui che sono» (Exod. III, 14). Io sono colui che solo posseggo l'essere vero; intero, immenso, infinito, eterno; le creature partecipano di me come un'ombra, perché così povero, così mal fermo, così rapido è il loro essere, che paragonato al mio si deve chiamare un niente anziché un essere. Ora posto che le creature non hanno il vero essere, non hanno nemmeno il vero bene, ma solamente l'ombra del bene; perché l'essere reale ed il bene vanno insieme uniti, e secondo l'essere e il grado di essere, si trova il bene e il grado del bene; infatti, il bene è l'intima proprietà dell'essere. Il vero bene, come il vero essere, appartiene a Dio solo e non all'uomo; perciò Dio è chiamato, nella Scrittura, solo saggio, solo potente, solo Signore, solo immortale, solo buono, solo grande, solo giusto, solo pio, solo glorioso, perché egli solo ha la sapienza, la potenza, l'immortalità, il dominio, la bontà, la grandezza, la giustizia, la santità, la gloria vera, infinita, increata.
Quando pertanto il peccatore mette la sua felicità nelle creature, e non nel Creatore, gode di un'ombra, si rallegra del niente. - Ma quanto sembrano grandi all'uomo le ombre delle creature nelle tenebre di questa vita! Al tramontare del sole le ombre proiettate dai monti si allungano e coprono tutta la terra; così pure quando Iddio tramonta per un'anima, le ombre delle cose terrene si estendono sopra di essa e la involgono tutta; il mondano le ammira e loro tiene dietro, ma la sua voglia rimane digiuna. Deh! sorga, o Signore, il vostro giorno, il giorno della vostra eterna chiarezza, e si dileguino le ombre del giorno caliginoso di questo secolo, di questo giorno di vanità e di morte. Dissipate la nebbia che ci avvolge, affinché abbandoniamo le creature ed il peccato, e ci apprendiamo a voi che siete l'essere infinito ed il vero bene...
Che cosa è il peccato? è un dolce veleno che uccide di morte angosciosissima il peccatore...; è una goccia di miele appestato che si cangia in un mare di fiele...; è una ferita alla quale non si può sopravvivere...; è una febbre accompagnata da delirio, che reca subitanea morte...; è il più formidabile nemico dell'uomo, che lo separa da Dio e lo fa schiavo di Satana... «Il peccato, dice S. Agostino, è la cagione di tutti i nostri mali» (De Morib.). «Il morto, dice S. Ambrogio, è da preferirsi al vivo, perché ha cessato di peccare; e chi non è nato si deve preferire a chi è morto, perché non ha mai saputo peccare (Serm.)».


2. FAMIGLIA DEL PECCATO. - Il libero arbitrio si può chiamare il padre del peccato, e la concupiscenza abituale la sua madre; riuniti dànno origine ad ogni misfatto. Quando il peccato non è che in embrione o mezzo composto, si chiama peccato veniale: quando è interamente formato, cioè commesso con pieno consenso e perfetta avvertenza, allora si chiama peccato mortale. Il primogenito del peccato è la morte, sia presente, che futura ed eterna; perché il peccato ha generato quella che doveva punirlo; ha partorito la sua pena... Sotto un altro aspetto, il primo padre del peccato è stato Lucifero nel cielo, ed il serpente nel paradiso terrestre. I suoi primogeniti sono il peccato degli Angeli e il peccato originale.


3. IL PRIMO UOMO HA COMMESSO OTTO PECCATI. - Adamo commise otto peccati in uno solo: 1° peccato di orgoglio, volendo essere padrone di se stesso anziché restare soggetto alla potenza divina; 2° peccato di troppa condiscendenza verso la sua donna che non ebbe il coraggio di contrariare, quando gli offrì il fruttò vietato; 3° peccato di curiosità; 4° peccato d'incredulità, non prestando fede alle minacce del Creatore; 5° peccato di presunzione, facendo poco conto del precetto fatto gli di non toccare il frutto vietato; 6° peccato di gola; 7° peccato di disobbedienza; 8° peccato d'insolenza, cercando scuse invece di confessare umilmente la propria colpa... Ecco l'origine di tutti i mali che inondano la terra da circa seimila anni.


4. IL PECCATO STA NELLA VOLONTÀ. - «Talmente necessario è al peccato il concorso della volontà che, se questa manca, non vi è più peccato», dice S. Agostino (Retract. 1. I, c. XV). Tutto dipende dalla volontà, così il bene come il male. Senza la volontà non si dà né peccato né virtù..., senza la volontà, non merito; non salute, non cielo... Quindi quella sentenza di S. Bernardo: «Cessi la volontà propria, e non vi sarà più inferno (Serm. de Resurrect.)».

5. IL PECCATO È COSA ORRENDA E TURPE. - «Noi rinunziamo ai nascondigli della turpitudine» - scriveva S. Paolo ai Corinzi (II, IV, 2). La turpitudine ama le tenebre... Perciò la medicina del peccato sta nel peccato medesimo, cioè nella considerazione della sua laidezza, della macchia che imprime nell'anima e delle sue funeste conseguenze... Molte onte e molti mali contiene infatti il peccato; anzi può dirsi che li comprende tutti; cinque però gli sono tutti propri: 1° Esso va contro alla sana ragione, che ne è disonorata. 2° Ogni peccato si oppone a qualche virtù particolare, l'orgoglio, per esempio, assale l'umiltà; la lussuria distrugge, la continenza, e via dicendo; sotto un altro aspetto, ogni peccato assale tutte le virtù a un tempo. Ora nelle virtù sta il bene e la perfezione degli uomini e degli angeli... 3° Anche quaggiù il peccato attira sopra colui che lo commette, una miriade di mali: il disonore, le malattie, i castighi, ecc... 4° E’ un'offesa fatta a Dio, è il male supremo della divinità la quale esso oltraggia e provoca. Infatti col peccato l'uomo aderisce alle creature, ai piaceri, all'oro, ecc.; le preferisce al Creatore, e in esse pone, coll'intenzione, il sommo suo bene; nega, per conseguenza, quanto è in sé, la somma bontà ed eccellenza di Dio... 5° Il peccato ci priva della vita eterna. I teologi dimostrano che, compiuto l'atto del peccato, vi rimane nell'anima una macchia
schifosa ed abituale, la quale la rende infame ed abominevole agli occhi di Dio.
Oh! se avessero i cristiani quell'idea del peccato, che ne aveva il pagano Seneca, il quale così scrive: «Ancorché sapessi che gli uomini fossero per ignorare, e Dio per perdonarmi il peccato, non lo commetterei tuttavia, avuto riguardo alla sola turpitudine di esso (In Prov.)».


6. IL PECCATO È UNA FEBBRE. - In molte cose il peccato somiglia alla febbre: 1° la febbre indebolisce il corpo; il peccato indebolisce l'anima; 2° la febbre agita il sangue e gli umori; il peccato conturba i pensieri e gli affetti; 3° la febbre si conosce allo sregolamento del polso; lo stato del peccato si manifesta dalle sollecitudini e dalle preoccupazioni che s'impossessano dell'uomo...; 4°1a febbre cagiona una sete ardente; l'anima peccatrice brucia di desideri della concupiscenza, ed è consumata dal fuoco delle passioni...; 5° la febbre comincia da brividi e finisce in un intenso calore; la febbre dell'anima comincia con la tepidezza, la negligenza, l'accidia, l'inerzia, e va a terminare nello sviluppo e nell'ardore delle passioni: superbia, gola, lussuria, collera, ecc...; 6° la febbre deprava il gusto; il peccato dà la nausea della preghiera, della mortificazione, dei sacramenti, ecc...; 7° la febbre toglie all'uomo la forza, la bellezza, la ragione, ecc...; i medesimi effetti produce in senso spirituale il peccato; 8° la febbre cagiona pene, dolori e malessere in tutto il corpo; non altrimenti fa il peccato dell'anima; 9° nella febbre un accesso succede a un altro accesso; l'anima tra vagliata dalla febbre del peccato va di caduta in caduta, di colpa in colpa.


7. IL PECCATO È UNA PARALISI. - Il peccato può anche paragonarsi alla paralisi. Infatti: 1° la paralisìa lega, per così dire, il membro che ne è colpito; il peccato incatena l'anima... 2° La paralisi impedisce ogni movimento dei nervi e dei muscoli; il peccato mette ostacolo ai movimenti della grazia e della volontà... 3° La paralisi è conseguenza dell'apoplessia; l'immobilità dell'anima nel male è conseguenza della caduta nel peccato, che si può chiamare l'apoplessia dell'anima... 4° Per la paralisìa, il corpo diventa un peso inerte: per il peccato, l'anima sottostà ad un carico che l'opprime... 5° La paralisìa è malattia quasi incurabile: spesso anche avviene che lo stato in cui il peccato riduce l'anima diventa come incurabile a cagione della cattiva volontà, del peccatore, dell'ostinazione sua nel non correggersi, della privazione delle grazie.


8. IL PECCATO È UN FUOCO. - Anche al fuoco si può paragonare il peccato per questi due effetti: 1° Il fuoco indurisce certi corpi, e scotta, liquefà, consuma altri; così il peccato scotta, indura, consuma l'anima: il peccato mortale è come un ferro rovente che, dove tocca, lascia profonda piaga... 2° Il fuoco produce fiamme; il peccato sviluppa le fiamme della lussuria, della collera, dell'odio, ecc.; accende
le vampe dell'ira e della vendetta divina; dà esca al fuoco dell'inferno: «Avete acceso il fuoco, esclama Isaia, ed eccovi cinti da fiamme; camminate al chiarore dell'incendio da voi suscitato, in mezzo alle vampe da voi mantenute» (ISAI. L, 11).


9. IL PECCATO MORTALE È UN ADULTERIO. - Commettendo il peccato, l'anima che era e doveva rimanere sposa di Gesù Cristo, lo rigetta, cede alle suggestioni del demonio, diventa adultera e si prostituisce al nemica capitale di Dio e degli uomini, adultero egli medesimo fin dal principio. O cielo, che abominazione! rapire l'anima propria a Gesù Cristo, quell'anima che egli l'i comprò a prezzo di tutto il suo sangue, e darla in braccio al diavolo! prometterla all'inferno! che demenza! che frenesia!

10. IL PECCATO MORTALE È UN'IDOLATRIA. - L'uomo che vive in peccato mortale abbandona il vero Dio e si sceglie un'altra divinità; e questa divinità è egli medesimo, è la sua volontà, sono le creature. L'avaro a.dora l'oro e l'argento; l'impudico adora la carne; il crapulone le vivande, ecc... Il peccatore si fa schiavo delle più ignobili e degradanti passioni... E non è questa una idolatria?
«Avete contaminato la mia terra, dice Iddio per bocca di Geremia ai peccatori, avete convertito la mia eredità in un luogo di abominazione» (II, 7); avete cambiato in un idolo quello che formava la vostra gloria. Stupite, o cieli, rattristatevi, o porte del cielo! Due mali ha commesso il mio popolo: ha lasciato me sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne ghiaiose che non possono tenere l'acqua» (Ib. 11-13).
Abbandonando Dio, sorgente di vita, ogni peccatore cerca acque limacciose e corrotte; infatti in ogni peccato mortale vi è: 1° allontanamento da Dio, bene increato ed infinito, e avvicinamento ai beni perituri e vili...; 2° disprezzo per Iddio e amore per le creature...; 3° rinunzia a Dio come fine ultimo e sostituzione delle creature al Creatore, perché siano nostro fine e sommo bene. E non è questa la più insolente, la più colpevole delle idolatrie?.. «Israele si è avvilito fino a Baal, dice Osea, ed è morto» (XIII, 1).

11. IL PECCATO MORTALE È IL SOMMO MALE. - Il peccato mortale è il sommo male di Dio, dell'angelo, dell'uomo, di tutte le creature, e perfino dell'inferno e dei dannati, dice il Bellarmino; perché ogni nuovo dannato aumenta i patimenti e il castigo di quelli che lo hanno preceduto nelle fiamme eterne, essendo l'uno all'altro di reciproco tormento (In Psalm.). «Peccando mortalmente, dice S. Anselmo, non solamente noi meritiamo di incorrere nella collera di Dio; ma oltraggiamo tutte le creature e le solleviamo contro di noi. La terra può dire: Invece dì sostenervi, io vi dovrei inghiottire, perché voi mi macchiate. Gli alimenti e le bevande possono dire: Invece di mantenervi la vita, noi dovremmo convertirci per voi in veleno; perché ci profanate peccando contro colui che vi ha creato. Il sole può dire: Io non devo illuminarvi per formare la vostra felicità, ma piuttosto per chiamare sopra di voi la vendetta del mio Dio che è la luce delle luci, e obbligato a punirvi» (Lib. de Simil. c. VI). Perciò dice la Scrittura, che nel gran giorno delle vendette l'universo combatterà con Dio contro gli insensati (Sap. V, 21).


12. IL PECCATO MORTALE ALLONTANA DA DIO. - «Finché noi non pecchiamo, dice il Savio, sappiamo, o Signore, che siamo numerati tra i vostri» (Sap. XV, 2). Ma se peccate, dice Isaia, le vostre colpe innalzano una barriera tra Dio e voi, vi nascondono la sua faccia e impediscono che siate esauditi (ISAI. LIX, 2). I peccatori si allontanano da Dio, e Dio si allontana da loro. E quelli che si allontanano. da Dio periranno, dice il Salmista (Psalm. LXXII, 26). La mano del Signore li scaglia da sé come quei feriti che dormono nei sepolcri, di cui ha cancellato ogni memoria dalla sua mente (Psalm. LXXXVII, 5). Geremia, parlando del popolo d'Israele che aveva peccato, diceva: «Poveri noi! l'ira tua, o Signore, ci ha investiti e rigettati e scagliati lungi da te» (Lament. V, 22).
Come la luce è opposta alle tenebre, il bello al brutto, la purezza all'immondizia, la verità alla menzogna, la sincerità alla doppiezza, la vita alla morte, la bontà alla malvagità; così la santità è opposta al peccato e Dio, santità per essenza, l'ha in orrore. Egli ama la santità di amore infinito e detesta per conseguenza di odio infinito il peccato mortale. Dice il Crisostomo che grande supplizio è il peccato anche se non ne fossimo puniti; perché il peccato ci separa da Dio. Chi pecca è il più infelice degli uomini; ma allora principalmente è più infelice, quando non è punito e non ha nulla da soffrire di penoso (Homil. ad pop.).


13. IL PECCATO MORTALE È GRAVE DISOBBEDIENZA A DIO. - Il carattere della ribellione del peccatore a Dio si rileva dalle seguenti parole di Geremia: «Udite quello che dice il Signore: Fermatevi nel vostro cammino, osservate e interrogate le strade antiche per conoscere quale sia la buona, e camminate per essa e troverete riposo alle anime vostre. Ma voi avete risposto: Non cammineremo. Ho stabilito sopra di voi delle scolte e vi ho detto: ascoltate il suono della tromba, e voi: Non ascolteremo... Già fin dal principio avete spezzato il mio giogo, rotto i miei legami, e detto: Non serviremo» (VI, 16-17), (Ib. II, 20).
La legge vi proibisce questa o quella azione, e voi, peccando, dite: Io la farò; vi ordina questa o quell'opera, e voi rispondete: Non voglio farla: Non serviamo il vostro Creatore vi comanda di vivere secondo i suoi precetti e voi rispondete: Non voglio: Non serviamo Egli insiste ancora: Udite la mia voce, e voi rispondete: Non l'ascolto: Non audiemus.
Il Signore dice: Adorerai un solo Dio e lo amerai di tutto cuore; il peccatore ostinato risponde: Non voglio né adorarlo, né amarlo, ma dare il cuore e i pensieri miei alle creature. Non nominerai il nome di Dio invano: A me piace bestemmiare: Non serviam. Osserverai le feste: La mia libertà sarebbe inceppata per l'assistenza ai divini uffizi: Non serviam. Onorerai il padre e la madre, li obbedirai e aiuterai: Non sono più un ragazzo; la mia ragione reclama i suoi diritti; ognuno provveda a se stesso: Non serviam. Genitori, allevate i vostri figliuoli nel timor di Dio, custoditeli, correggeteli, edificateli: Oh questo è troppo grave; e i nostri affari, e i nostri piaceri? N ai pagheremo estranei e li metteremo nelle loro mani: Non serviamo Rispettate il corpo e l'anima del vostro prossimo: non risse, non odi, non vendette, non scandali: Oh! il mio onore vuole una riparazione; tanto peggio per quelli che si scandalizzano: Non serviamo Mantenetevi casti di corpo e di mente: Ah! questo supera le forze
della natura. La passione è troppo gagliarda perché io tenti anche solo di reprimerla: Non serviam. Rispettate quello che non vi appartiene: Ognuno provvede al suo meglio; la vita è una guerra dove solo i timidi e gli scrupolosi hanno torto: Non serviamo
Peccatori, Gesù Cristo vuole regnare sopra di voi con la sua legge, la sua grazia, la sua gloria; ma voi, simili ai Giudei, rispondete: «Non vogliamo che costui regni sopra di noi» (Luc. XIX, 14).


14. IL PECCATO MORTALE È INGRATITUDINE E DISPREZZO DI DIO. - Dio è nostro creatore, nostro redentore, nostra provvidenza, nostro padre; ci colma di beni temporali e spirituali; ci promette una gloria e una felicità che non avranno mai fine. Ora, non è la peggiore ingratitudine servirsi dei doni di Dio per oltraggiarlo, e invece di testimoniargli riconoscenza, volgergli le spalle?
Che cosa fa l'uomo peccando? Prende la legge di Dio, risponde Abacuc, e la fa in brandelli (HABAC. I, 4); la disconosce, la disprezza, la deride, la conculca; si burla delle minacce e delle promesse di Dio. E non è questo un enorme sfregio alla divinità, un disprezzo formale di Dio medesimo?
Con la preferenza che il peccatore dà alle creature, mostra a Dio un sommo disprezzo, e rinnova il delitto di cui si resero colpevoli i Giudei preferendo Barabba a Gesù Cristo (IOANN. XVIII, 40). Preporre il male al bene, il vizio alla virtù, la terra al cielo, una turpe voluttà alle pure delizie della grazia, il niente a Dio, è tale traviamento e tale insulto di cui non può immaginarsi il più grande. Se ne lamenta amaramente Iddio: «A chi mi avete paragonato, e assomigliato?» (ISAI. XL, 25). «Udite, o cieli, e tu, o terra, ascolta: Io ho nutrito ed allevato dei figli ed essi mi hanno volto le spalle. Il bue conosce il suo padrone, e l'asino discerne la stalla del suo padrone; ma Israele non ha conosciuto me» (Ib. I, 2-3).
«Quando noi, scrive S. Agostino, commettiamo peccato o di pensieri, o di parole, o di opere, noi dirocchiamo il tempio di Dio, e facciamo ingiuria a colui che abita in noi (Lib. I Retract., c. XV)». Ma guai, egli dice, «guai a voi che mi disprezzate. Non sarete anche voi disprezzati alla vostra volta?» (ISAI. XXXIII, 1). «Chi disprezza, porta con sé chi lo giudicherà» (IOANN. XII, 48).


15. IL PECCATO MORTALE ASSALE DIRETTAMENTE IDDIO. - Ma non solamente contro la legge divina, ma contro Dio medesimo si scaglia il peccatore; egli aguzza la spada, tende l'arco, scocca le saette sue contro l'Onnipotente... Insensato! colpevole soldato di Satana, anche il tuo capo volle combattere contro Dio. Or quale fu la sua sorte? Vinto, prostrato, maledetto, fu gettato per sempre nell'inferno! Deh! non imitate il demonio, se non volete dividerne l'irreparabile rovina...
Il peccato mortale è una specie di deicidio; se Dio potesse essere ucciso lo sarebbe dalla freccia avvelenata del peccato. Il Crisostomo asserisce che, almeno col desiderio, il peccatore uccide Dio (Homil. ad pop.). e S. Tommaso vede nel peccato mortale l'annichilimento di Dio (De Peccat.).
Sì, quando la potenza del peccatore corrispondesse alla sua volontà perversa, egli distruggerebbe Iddio... Ma non potendo annientarlo né nella sua essenza, né nel cielo, né nelle sue opere, lo annienta almeno nel suo proprio cuore. E l'uomo che così opera, non sopporterebbe Dio in nessun luogo... Se avesse qualche potere su di lui, desidererebbe che non vi fosse Dio, perché non vorrebbe che ci fosse né legge che l'obbligasse ad obbedire, né giustizia che lo punisse; ora questo desiderio porta con sé il desiderio dell'annientamento di Dio...
Quando il Figlio di Dio venne su la terra, non lo hanno forse crocefisso? Se venisse un'altra volta in mezzo a noi, i peccatori gli farebbero soffrire di nuovo tutti i dolori della passione; e se Gesù potesse ancora morire, il peccato mortale gli darebbe la morte... Ci pensate voi, miseri peccatori? dal punto in cui voi giacete in colpa grave, il vostro cuore è un patibolo sul quale immolate il vostro Salvatore.
Sì, il peccato mortale è stato la vera ed unica causa della morte di Gesù Cristo. Deh! riconoscete, o peccatori, quanto sono gravi le ferite del peccato, se Gesù per guarirle dovette essere crivellato di ferite e versare tutto il suo sangue! Ah! se non fosse mortale la piaga che fa all'anima il peccato, il Figlio di Dio non sarebbe morto per rimarginarla. Riconosci, o uomo, dice S. Agostino, quello che tu vali e quello che devi. Considerando l'alta dignità che ti ha conferito la redenzione, impara a temere ed a fuggire il peccato. Vedi come la Pietà è flagellata invece dell'empio; la Sapienza è derisa invece dell'insensato; la Verità è immolata invece del mentitore; la Giustizia è condannata in luogo del colpevole; la Misericordia è tormentata invece dell'insensibile; la Purità è abbeverata di aceto, e la dolcezza satollata di fiele, invece del malvagio e dell'iracondo; l'Innocenza prende il luogo del vero colpevole; la Vita muore per risuscitare colui ch'era morto (De Passione).


16. DI SUA NATURA IL PECCATO MORTALE È IRREPARABILE. - Così enorme è la malizia di un solo peccato mortale, tanto oltraggio fa alla Maestà divina, che tutte le preghiere; le umiliazioni, le austerità, le lodi, le adorazioni dei Santi e degli angeli non basterebbero per espiare un solo peccato mortale. Tutto ciò ch'essi potrebbero fare di bello e di meraviglioso, non potrebbe menomamente velare quello che vi è di brutto e di abominevole in una sola colpa grave. Insomma, di natura sua il peccato mortale è un male irreparabile. Un esempio ce lo farà comprendere: - Quando Nabucodonosor fece gettare nella fornace accesa i tre giovanetti ebrei, esso, per quanto dipendeva da lui li bruciò, sebbene Iddio li abbia salvati, Così, allorché noi pecchiamo gravemente, uccidiamo l'anima nostra; e benché Dio possa risuscitarci, noi spegniamo, per quanto dipende da noi, fin l'ultima scintilla di vita che vi è in noi e ci assicuriamo la dannazione eterna. Bisogna guardare quello che produce il peccato, non quello che può l'onnipotenza di Dio. Chi rinunzia una volta a Dio, vi rinunzia per sempre, perché sta nella natura del peccato il rendere eterna, per quanto è in sé, la nostra separazione da Dio.
Inoltre, nessuno desidera di vedere la fine della propria felicità; ora, siccome il peccatore mette nel peccato la sua felicità, non vorrebbe mai separarsene, e quindi non porvi mai riparo, ma affondarvisi sempre di più, come osserva S. Gregorio: «Vorrebbero i peccatori, se potessero, vivere sempre per peccare sempre. Mostrano infatti che vogliono vivere sempre nel peccato, non cessando mai di peccare, mentre vivono. Non dicano adunque costoro: Perché un inferno eterno? Appartiene alla giustizia del Giudice supremo, il non porre mai termine al supplizio di coloro i quali, finché poterono, non vollero mai cessare dal peccato (De Poenit. cap. LX)».
Caduto nel peccato mortale, non poteva l'uomo aspettare né da sé né dagli angeli nessun rimedio che lo rimettesse nello stato d'innocenza e gli restituisse i beni che aveva perduto. Allora, nella sua misericordia, il Figlio di Dio, la sapienza increata, per cui tutto è stato fatto, prese una determinazione mirabile, ineffabile, incomprensibile agli Angeli e agli uomini; egli si unì alla nostra natura, e in essa e per essa ha riparato il genere umano, caduto tutto quanto nella degradazione.


17. IL PECCATO MORTALE È PEGGIORE DELL'INFERNO. - Osservato nel suo vero aspetto, il peccato è peggiore della morte, della riprovazione, dell'inferno; perché il peccato è in se stesso una macchia, un male; mentre la morte, la riprovazione, l'inferno non sono che la pena del peccato. L'inferno non è un male, ma ne è il giusto castigo: quello che è un male, è ciò che conduce all'inferno, cioè il peccato: «Se io vedessi, dice S. Anselmo, di qua il peccato mortale, di là l'inferno, e dovessi scegliere tra i due, preferirei lanciarmi nell'inferno, piuttosto che commettere il peccato (De Similit. , c. CXC)».


18. SIMILITUDINI DEL PECCATO MORTALE. - «Fuggi, figliuol mio, dal peccato, dice il Savio, come fuggiresti alla vista di un serpente; perché se tu lo avvicini, esso ti prenderà. Le sue zanne sono come denti di leone, che stritolano le anime» (Eccli. XXI, 1-3). Lo Spirito Santo paragona il peccato al serpente armato di veleno, i cui morsi sono nascosti e mortiferi; per indicarne i terribili effetti, ricorre alla similitudine dei denti del leone, i quali sbranano e stritolano la vittima...
Di un uomo caduto in peccato grave si può dire quello che esclamò il patriarca Giacobbe alla vista della tunica insanguinata di Giuseppe: «Una ferocissima belva l'ha divorato» (Gen. XXXVII, 33); oppure col Salmista: «Un cinghiale della foresta ha devastato la vostra vigna, o Signore, una fiera selvaggia l'ha desolata» (LXXIX, 14).
«Ogni iniquità è una spada a due tagli, alle cui ferite non c'è rimedio» (Eccli XXI, 4). Lo Spirito Santo, dopo di avere paragonato il peccato al serpente, al leone, al cinghiale, lo assomiglia ad una spada a due fendenti... Impariamo da questo, quanto grave e funesto sia il peccato mortale; perché egli nuoce infinitamente di più all'anima, che al corpo un serpente, un leone, una spada: o ad una vigna il cinghiale. Il peccato mortale uccide per sempre l'anima e talvolta anche il corpo.


19. IL PECCATO MORTALE È LA PIÙ TERRIBILE DELLE CADUTE. - Appena che l'anima, compagna dei santi e degli Angeli, sposa di Gesù Cristo, ha commesso un peccato mortale, già é discesa dalle altezze del cielo, e precipitando in una fogna, vive tra le bestie immonde e i rettili velenosi; si avvoltola nel fango e se ne ciba. Al contrario, l'anima esente da colpa grave è un cielo in cui l'intelligenza è il sole; la fede e la continenza, la luna; le altre virtù, sono le stelle. Tutte le virtù brillano in mezzo alle avversità di questo secolo, come gli astri nel firmamento durante la notte, dice S. Bernardo (Serm. in Psalm.).


20. IL PECCATORE È IL PIÙ CRUDELE NEMICO DI SE STESSO. - Il peccato è il sommo male della natura, dell'uomo, della società. Né l'uomo, né il demonio, né Dio medesimo possono, fare ad un uomo tanto male, quanto se ne fa egli medesimo allorché pecca mortalmente. Qui è veramente il caso di dire col Crisostomo: «Nessuno si ferisce se non da se stesso» (Hom. ad pop.); avendo la sapienza di Dio, come osserva S. Agostino, così ordinato le cose riguardo al peccato, che quello che ha formato il diletto del peccatore diventi nelle mani del Signore strumento di punizione (Lib. Confess).
«Ognuno è tormentato in quello in cui ha peccato» (Sap. XI, 17), dice il Savio; ossia ogni vizio porta con sé una pena tutta sua propria; e donde viene il peccato, deriva il supplizio che l'aspetta (CRYSOST. Homil ad pop.). Ah! voi, o Signore, avete stabilito che ogni anima sregolata sia di supplizio a se stessa, e così è (Lib. Confess). Le cose di cui abusiamo peccando, si cambiano d'ordinario in verghe che ci frustano, dice Ruperto Abate, e S. Paolino da Nola con espressiva immagine, raffigura la vita di colui che pecca, ad un molino dov'egli macina il grano del suo nemico, il demonio, il quale se ne mangia l'anima come pane (Epist. IX).
«Le iniquità dell'empio, leggiamo nei Proverbi, sono tranelli tesi ai suoi piedi, i suoi peccati sono corde che lo legano» (V, 22). «Quelli che si abbandonano al male, sono nemici della loro anima», dice Tobia (XII, 10). Quando si vive nel peccato, la vita piena della nobiltà della virtù, che è la vera vita, scompare; la specie di vita che rimane, non è altro che una vera morte con apparenza di vita. Infatti, dice il Damasceno, il peccato è la morte dell'anima
immortale: - Peccatum est immortalis animae mors (SURIUS. In Vita). Il peccatore porta continuamente con sé il pesante fardello del suo peccato; e dove trovare giogo più opprimente? Perciò avverte S. Gregorio, che il peccatore perde la felicità sia a cagione del vizio, sia per le pene che vanno congiunte al vizio (Moral.).
«Il peccato, scrive S. Tommaso, è chiamato vanità: 1° perché chi lo commette si elegge un bene immaginario; 2° chiedere la durata a questo bene, è un chiederla a qualche cosa essenzialmente transitoria e fantastica; 3° aspettarne qualche felice esito, è un illudersi; 4° attaccarvisi è cosa infruttuosa; di modo che sta bene in bocca al peccatore quel detto d'Isaia: «Invano e senza scopo ho lavorato; mi sono logorato le forze per correre dietro ad un fantasma (De peccat.)». Chiunque commette l'iniquità può ripetere con Geremia: «Il peccato mi ha condotto per un deserto, in mezzo ad una landa inospita e selvaggia, su cui non è stampata orma di piede umano, né scorre filo d'acqua» (IEREM. II, 6). Il peccatore che abbandona Dio e vive nel peccato, l°vedrà dileguarsi ogni sua speranza di benessere; 2° non produrrà frutto; 3° sarà privo della celeste rugiada della grazia e della sapienza; 4° sarà abbandonato da Dio e dagli uomini; 5° sarà esposto in vendita come uno schiavo e comprato dai demoni e dalle passioni tiranniche.
«Il peccatore, dice Geremia, avrà la sorte della felce del deserto; non vedrà mai stilla che lo rinfreschi, ma abiterà nella siccità del deserto, in un suolo seminato di sale e inabitabile» (IEREM. XVII, 6). Notate i tre effetti del peccato qui accennati dal Profeta: 1° il deserto, cioè l'allontanamento di Dio e della sua grazia; degli Angeli e dei Santi; 2° la siccità, cioè la mancanza di grazie, di virtù, di forza; 3° la sterilità, perché il peccatore non produce più buone opere.
«Gerusalemme, dice il medesimo Profeta, si è tuffata nel peccato, perciò divenne instabile; tutti quelli che la lodavano l'hanno disprezzata, perché ne videro L'ignominia» (Lament. I, 8). La prima causa dell'instabilità del peccatore viene dal suo allontanamento da Dio... La seconda sta nell'incostanza naturale al cuore dell'uomo che, essendo vastissimo e capace di molti oggetti, nutrisce una folla sterminata di desideri. Ma, per ciò appunto, nessuna creatura, né passione, né piacere, cose tutte finite e limitate, possono riempirlo o saziarlo; gli bisogna Dio, e il peccatore non l'ha... «L'anima ragionevole, dice S. Bernardo, può ben essere occupata di ogni altra cosa che non sia Dio, ma non può essere riempita di altra fuorché di Dio (Serm. in Cant.)». La terza causa deriva da ciò, che tutti i piaceri creati che l'uomo cerca seno ondeggianti, fuggitivi, e misti con molta amarezza e finiscono in tormento, essendo il disgusto e le lagrime il termine di ogni gioia. Perciò il peccatore cerca, dopo una soddisfazione fallace, una nuova gioia, e passando anche questa e volgendoglisi a nausea, va cercandone un'altra di cui si stanca quasi subito. Ecco in qual modo andando di desiderio in sazietà, e di sazietà in desiderio, egli erra infelice e vagabondo in cerca della felicità o almeno del riposo, senza che trovi né l'una né l'altro. La quarta causa è, che siccome una virtù ne porta con sé un'altra, così un vizio conduce un altro vizio. La quinta viene dai rimorsi della coscienza, che non dànno tregua all'anima. Lacerato dai rimorsi della coscienza, Caino va errante e vagabondo su la terra. La settima ha origine da una moltitudine di pensieri perversi che travagliano il peccatore; cosicché il peccato, dice S. Ambrogio, si può considerare come un ardore disordinato ed una febbre ardente dell'anima (Serm. XIV). La settima causa è che col peccato l'anima giusta perde la sua innocenza e diventa una prostituta; e perciò va in cerca di amanti tanto vani e ingannatori quanto essa. Per conseguenza il più mortale nemico del peccatore è il peccatore medesimo.

LA MALIZIA DEL PECCATO MORTALE

PUNTO I

Che fa chi commette un peccato mortale? Ingiuria Dio, lo disonora, l'amareggia. Per prima il peccato mortale è un'ingiuria, che si fa a Dio. La malizia di un'ingiuria, come dice S. Tommaso, si misura dalla persona, che la riceve, e dalla persona che la fa. Un'ingiuria che si fa ad un villano, è male, ma è maggior delitto, se si fa ad un nobile; maggiore poi, se si fa ad un monarca. Chi è Dio? è il Re de' Regi. "Dominus Dominantium est, et Rex Regum" (Apoc 17,14). Dio è una maestà infinita, a rispetto di cui tutt'i principi della terra e tutt'i santi e gli angeli del cielo son meno d'un acino d'arena. "Quasi stilla situlae, pulvis exiguus" (Is 40,15). Anzi dice Osea che a fronte della grandezza di Dio tutte le creature son tanto minime, come se non vi fossero: "Omnes gentes quasi non sint, sic sunt coram Eo" (Os 5). Questo è Dio. E chi è l'uomo? S. Bernardo: "Saccus vermium, cibus vermium". Sacco di vermi e cibo di vermi, che tra breve l'han da divorare. "Miser, et pauper, et caecus, et nudus" (Apoc 3,17). L'uomo è un verme misero che non può niente, cieco che non sa veder niente, e povero e nudo che niente ha. E questo verme miserabile vuole ingiuriare un Dio! "Tam terribilem maiestatem audet vilis pulvisculus irritare!" dice lo stesso S. Bernardo. Ha ragione dunque l'Angelico in dire che 'l peccato dell'uomo contiene una malizia quasi infinita. "Peccatum habet quandam infinitatem malitiae ex infinitate divinae maiestatis". Anzi S. Agostino chiama il peccato assolutamente "infinitum malum". Ond'è che se tutti gli uomini e gli angeli si offerissero a morire, e anche annichilarsi, non potrebbero soddisfare per un solo peccato. Dio castiga il peccato mortale colla gran pena dell'inferno, ma per quanto lo castighi, dicono tutt'i teologi che sempre lo castiga "citra condignum", cioè meno di quel che dovrebbe esser punito.

E qual pena mai può giungere a punir come merita un verme, che se la piglia col suo Signore? Dio è il Signore del tutto, perché egli ha creato il tutto. "In ditione tua cuncta sunt posita, tu enim creasti omnia" (Esther 13,9). Ed in fatti tutte le creature ubbidiscono a Dio: "Venti et mare obediunt ei" (Matth 8,27). "Ignis, grando, nix, glacies faciunt verbum eius" (Ps 148,8). Ma l'uomo quando pecca, che fa? dice a Dio: Signore, io non ti voglio servire. "Confregisti iugum meum; dixisti, non serviam" (Ier 2,20). Il Signore gli dice, non ti vendicare: e l'uomo risponde, ed io voglio vendicarmi; non prendere la roba d'altri; ed io me la voglio pigliare; privati di quel gusto disonesto; ed io non me ne voglio privare. Il peccatore dice a Dio, come disse Faraone, allorché Mosè gli portò l'ordine di Dio che lasciasse in libertà il suo popolo, rispose il temerario: "Quis est Dominus, ut audiam vocem eius? nescio Dominum" (Exod 5,2). Lo stesso dice il peccatore: Signore, io non ti conosco, voglio fare quel che piace a me. In somma gli perde il rispetto in faccia e gli volta le spalle; questo propriamente è il peccato mortale, una voltata di spalle che si fa a Dio: "Aversio ab incommutabili bono". Di ciò si lamenta il Signore: "Tu reliquisti me, dicit Dominus; retrorsum abiisti" (Ier 15,6): Tu sei stato l'ingrato, dice Dio, che hai lasciato me, poiché io non ti avrei mai lasciato: "retrorsum abiisti", tu mi hai voltato le spalle.

Iddio s'è dichiarato che odia il peccato; onde non può far di meno di odiare poi chi lo commette. "Similiter autem odio sunt Deo impius, et impietas eius" (Sap 14,9). E l'uomo quando pecca, ardisce di dichiararsi nemico di Dio, e se la piglia da tu a tu con Dio: "Contra Omnipotentem roboratus est" (Iob 15,25). Che direste, se vedeste una formica volersela pigliare con un soldato? Dio è quel potente, che dal niente con un cenno ha creato il cielo e la terra. "Ex nihilo fecit illa Deus" (2 Mach 7,28). E se vuole, con un altro cenno può distruggere il tutto: "Potest universum mundum uno nutu delere" (2 Mach 8,18). E 'l peccatore allorché consente al peccato, stende la mano contra Dio: "Tetendit adversus Deum manum suam; cucurrit adversus eum erecto collo, pingui cervice armatus est". Alza il collo, cioè la superbia e corre ad ingiuriare Dio: e s'arma d'una testa grassa, cioè d'ignoranza (il grasso è simbolo dell'ignoranza), con dire: "Quid feci?". E che gran male è quel peccato che ho fatto? Dio è di misericordia, perdona i peccatori. Che ingiuria! che temerità! che cecità!

PUNTO II

Il peccatore non solo ingiuria Dio, ma lo disonora. "Per praevaricationem legis Deum inhonoras" (Rom 2,23). Sì, perché rinunzia alla sua grazia, e per un gusto miserabile si mette sotto i piedi l'amicizia di Dio. Se l'uomo perdesse la divina amicizia, per guadagnarsi un regno, anche tutto il mondo, pure sarebbe un gran male, perché l'amicizia di Dio vale più che il mondo e mille mondi. Ma perché taluno offende Dio? "Propter quid irritavit impius Deum?" (Psal 10,13). Per un poco di terra, per uno sfogo d'ira, per un gusto di bestia, per un fumo, per un capriccio. "Violabant me propter pugillum hordei, et fragmen panis" (Ez 13,19). Allorché il peccatore si mette a deliberare di dare o no il consenso al peccato, allora (per così dire) prende in mano la bilancia, e si mette a vedere che cosa pesa più, se la grazia di Dio, o quello sfogo, quel fumo, quel gusto; e quando poi dà il consenso, allora dichiara in quanto a sé che vale più quello sfogo, quel gusto, che non vale la divina amicizia. Ecco Dio svergognato dal peccatore. Davide considerando la grandezza e la maestà di Dio dicea: "Domine, quis similis tibi"? (Psal 34,10). Ma Dio all'incontro, quando si vede da' peccatori posto a confronto e posposto ad una soddisfazione miserabile, loro dice: "Cui assimilastis me, et adaequastis me, dicit Sanctus?" (Is 40,25). Dunque (dice il Signore) valeva più quel gusto vile, che la grazia mia? "Proiecisti me post corpus tuum" (Ez 23,35). Non avresti fatto quel peccato, se avessi avuto a perdere una mano, se dieci ducati, e forse molto meno. Dunque solo Dio, dice Salviano, è così vile agli occhi tuoi, che merita d'esser posposto ad uno sfogo, ad una misera soddisfazione: "Deus solus in comparatione omnium tibi vilis fuit". In oltre, quando il peccatore per qualche suo gusto offende Dio, allora fa che quel gusto diventi il suo Dio, facendolo diventare suo ultimo fine. Dice S. Girolamo: "Unusquisque quod cupit, si veneratur, hoc illi Deus est. Vitium in corde, est idolum in altari". Onde dice S. Tommaso: "Si amas delicias, deliciae dicuntur Deus tuus". E S. Cipriano: "Quidquid homo Deo anteponit, Deum sibi facit". Geroboamo quando si ribellò da Dio, procurò di tirarsi seco anche il popolo ad idolatrare, e perciò gli presentò gl'idoli suoi e gli disse: "Ecce dii tui, Israel" (3 Reg 12,28). Così fa il demonio, presenta al peccatore quella soddisfazione e dice: Che ne vuoi fare di Dio? ecco lo Dio tuo, questo gusto, questo sfogo, prenditi questo e lascia Dio. Ed il peccatore, quando acconsente, così fa, adora per Dio nel suo cuore quella soddisfazione. "Vitium in corde est idolum in altari".

Almeno, se il peccatore disonora Dio, non lo disonorasse in sua presenza; no, l'ingiuria, e lo disonora in faccia di lui, perché Dio è presente in ogni luogo. "Coelum et terram ego impleo" (Ier 23,24). E questo lo sa già il peccatore, e con tutto ciò non si arresta di provocare Dio avanti gli occhi suoi. "Ad iracundiam provocant me ante faciem meam" (Is 65,3).

PUNTO III

Il peccato ingiuria Dio, lo disonora e con ciò sommamente l'amareggia. Non vi è amarezza più sensibile, che il vedersi pagato d'ingratitudine da una persona amata e beneficata. Con chi se la piglia il peccatore? ingiuria un Dio che l'ha creato e l'ha amato tanto, ch'è giunto a dare il sangue e la vita per suo amore; ed egli commettendo un peccato mortale lo discaccia dal suo cuore. In un'anima che ama Dio, viene Dio ad abitarvi. "Si quis diligit me, Pater meus diliget eum et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus" (Io 14,23). Notisi: "Mansionem faciemus", Dio viene nell'anima per istarvi sempre, sicché non la lascia, se l'anima non lo discaccia: "Non deserit, nisi deseratur", come si dice nel Tridentino. Ma, Signore, Voi già sapete che quell'ingrato fra un altro momento già vi caccerà, perché non vi partite ora? che volete aspettare ch'egli proprio vi discacci? lasciatelo, partitevi, prima ch'egli vi faccia questa grande ingiuria. No, dice Dio, Io non voglio partirmi, sino che proprio esso non mi discaccia.

Dunque, allorché l'anima consente al peccato, dice a Dio: Signore partitevi da me: "Impii dixerunt Deo, recede a nobis" (Iob 21,14). Non lo dice colla bocca, ma col fatto: "Recede, non verbis, sed moribus", dice S. Gregorio. Già sa il peccatore che Dio non può stare col peccato; vede già che peccando dee partirsi Dio; onde gli dice: Giacché Voi non potete starvi col mio peccato, e Voi partitevi, buon viaggio. E cacciando Dio dall'anima sua, fa ch'entri immediatamente il demonio, a prenderne il possesso. Per quella stessa porta, per cui esce Dio, entra il nemico: "Tunc vadit, et assumit septem alios spiritus secum nequiores se, et intrantes habitant ibi" (Matth 12,45). Quando un bambino si battezza, il sacerdote intima al demonio: "Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto". Sì, perché quell'anima, ricevendo la grazia, diventa tempio di Dio. "Nescitis, quia templum Dei estis?" (1 Cor 3,16). Ma quando l'uomo consente al peccato, fa tutto l'opposto: dice a Dio che sta nell'anima sua: "Exi a me, Domine, da locum diabolo". Di ciò appunto si lamentò il Signore con santa Brigida, dicendo ch'egli dal peccatore è come un re discacciato dal proprio trono: "Sum tanquam rex a proprio regno expulsus, et loco mei latro pessimus electus est".

Qual pena avreste voi, se riceveste un'ingiuria grave da taluno che aveste molto beneficato? Questa è la pena che avete data al vostro Dio, ch'è giunto a dar la vita per salvarvi. Il Signore chiama il cielo e la terra quasi a compatirlo, per l'ingratitudine che gli usano i peccatori. "Audite coeli desuper, auribus percipe terra; filios enutrivi, et exaltavi, ipsi autem spreverunt me" (Is 1,2). In somma i peccatori coi loro peccati affliggono il cuore di Dio: "Ipsi autem ad iracundiam provocaverunt, et afflixerunt spiritum sanctum eius" (Is 63,10). Dio non è capace di dolore, ma se mai ne fosse capace, un peccato mortale basterebbe a farlo morire di pura mestizia, come dice il P. Medina: "Peccatum mortale, si possibile esset, destrueret ipsum Deum, eo quod causa esset tristitiae in Deo infinitae". Sicché, come dice S. Bernardo, "peccatum quantum in se est, Deum perimit". Dunque il peccatore, allorché commette un peccato mortale, dà per così dire il veleno a Dio; non manca per lui di torgli la vita. "Exacerbavit Dominum peccator" (Hebr 10,4). E secondo dice S. Paolo, si mette sotto i piedi il Figlio di Dio: "Qui Filium Dei conculcaverit" (Hebr 10,29). Mentre disprezza tutto ciò che ha fatto e patito Gesù Cristo per togliere il peccato dal mondo.
 

Peccato e Colpa


Da "l'Evangelo come mi è stato rivelato"


•La Mente Suprema, che nulla ignora, prima che l’uomo fosse, sapeva che l’uomo sarebbe stato di se stesso ladro e omicida. E poiché la Bontà Eterna non ha limiti nel suo esser buona, prima che la Colpa fosse, pensò il mezzo per annullare la Colpa. Il mezzo: Io, il Verbo. Lo strumento per fare del mezzo uno strumento operante: Maria. 5.11


• All’uomo e alla donna, depravati da Satana, Dio volle opporre l’Uomo nato da Donna sopra sublimata da Dio, al punto di generare senza aver conosciuto uomo. Fiore che genera Fiore senza bisogno di seme, ma per unico bacio del Sole sul calice inviolato del Giglio - Maria. La rivincita di Dio!  5.13


• Dio aveva proibito la conoscenza del bene e del male, perché il bene lo aveva elargito alle sue creature gratuitamente e il male non voleva che lo conosceste, perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione, per cui più si beve di quel succo mendace e più se ne ha sete. 17.2


• Il principio della colpa fu nella disubbidienza. (…) Io, Maria, ho percorso a ritroso le vie dei due peccatori: Ho ubbidito. In tutti i modi ho ubbidito. (…) “Sì” ho detto, sì e basta. Quel “sì” ha annullato il “no” di Eva al comando di Dio. (…) La colpa è vinta, è levata, è distrutta. Essa giace sotto il mio tallone, essa è lavata nel mio pianto, distrutta dalla mia ubbidienza. 17.14


• A chi riconosce il suo fallo e se ne pente e accusa con umiltà e cuor sincero, Dio perdona. Non perdona soltanto: compensa. 24.6


• Il peccato di Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, gola, lussuria e tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l’albero dalle radici. 29.7


• Guai a incominciare e a lasciare che le colpe aumentino di peso col loro numero! Diventano pericolose e prepotenti come il Serpente infernale stesso, e trascinano nell’abisso della Geenna. (…) Avvertenza e preghiera per essere forti e avere aiuto e ferma volontà di non peccare. Poi una grande fiducia nell’amorosa giustizia del Padre. 58.4


• Pentitevi dei vostri peccati per essere perdonati e pronti al Regno. Levate da voi l’anatema del peccato. Ognuno ha il suo, ognuno ha quello che è contrario ai dieci comandi di salute eterna. Esaminatevi ognuno con sincerità e troverete il punto in cui avete sbagliato. Umilmente abbiate un pentimento sincero. Vogliate pentirvi, Dio non s’irride e non s’inganna. Pentitevi con la volontà ferma che vi porti a mutare vita, a rientrare nella Legge del Signore. Il Regno dei Cieli vi aspetta. 59.4
•L’uomo ha una ragione e un’anima. Per la ragione si deve saper condurre da uomo, per l’anima si deve saper condurre da santo. Colui che così non fa, si mette al di sotto degli animali, scende all’abbraccio coi demoni perché s’indemonia l’anima col peccato d’ira. 67.3


•In tutte le azioni dell'uomo vi è possibilità di bene e di male, a seconda di come si compiono. Amare non è peccato, se si ama santamente. Lavorare non è peccato, se si lavora quando è giusto. Guadagnare non è peccato, se ci si accontenta dell'onesto. Istruirsi non è peccato se, per l'istruzione, non si uccide l'idea di Dio in noi, mentre è peccato anche servire l'altare se lo si fa per utile proprio. 84.6


• Pentimento, pazienza, costanza, eroismo e poi, o peccatori, Io vi prometto di essere i liberatori di voi stessi. In verità vi dico che non vi è battesimo che valga, né vi è rito che serva, se non vi sono pentimento e volontà di rinunciare al peccato. In verità vi dico che non c’è peccatore tanto peccatore che non possa far rinascere col suo pianto le virtù che il peccato ha strappato dal suo cuore. 94.8


• Non vi è pentimento finché dura l’appetito per l’oggetto per cui peccammo. Ma quando uno si umilia, quando uno si mutila del membro morale di una mala passione che può chiamarsi donna o oro, dicendo: “Per Te, Signore, non più di questo”, ecco allora che veramente è pentito e Dio lo accoglie dicendo: “Vieni, mi sei caro come un innocente e un eroe”. 95.4


•Satana v’insidia per vagliarvi, ed Io pure vi circuisco per vagliarvi. I contendenti sono due: Io e lui; voi nel mezzo. Il duello dell’Amore con l’Odio, della Sapienza con l’Ignoranza, della Bontà col Male è su voi e intorno a voi. A stornare i colpi malvagi su voi, Io basto. Mi frappongo fra l’arma satanica e il vostro essere, e accetto di essere ferito in vostra vece perché vi amo, ma i colpi all’interno di voi li dovete stornare con la vostra volontà, correndo verso di Me, mettendovi nella mia via che è Verità e Vita. Chi non è voglioso di Cielo, non avrà il Cielo. 96.2


• Non vi è peccatore tanto grande che non possa alzare la faccia atterrata e sorridere a una speranza di redenzione. Basta che egli sia completo nel rinunciare alla colpa, eroico nel resistere alla tentazione, sincero nella volontà di rinascere. 96.4


• Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo non ti può perdonare?.... Ma Dio può, perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della miseria umana. Onora te stessa rendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Giustificati presso Iddio non peccando più contro la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio, è quello che vale. Sei il vizio, diventa l’onestà, diventa il sacrificio, diventa la martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore. 123.5


• Aveva dimenticato che vi è un Dio, il quale ordina onestà nei costumi. Aveva dimenticato che è proibito farsi degli dèi che Dio non sia. Aveva dimenticato di santificare il suo sabato come Io ho insegnato. Aveva dimenticato il rispetto amoroso verso la madre. Aveva dimenticato che non si deve fornicare, non rubare, non essere falsi, non desiderare la donna altrui, non ammazzare se stesso e la propria anima, non fare adulterio. Tutto aveva dimenticato.  “Non desiderare la donna d’altri” si unisce al “non fare adulterio”, perché il desiderio precede sempre l’azione. L’uomo è troppo debole per desiderare senza poi giungere a consumare il desiderio. 128.3


• Dio perdona a chi si pente. Sia il pentimento in proporzione del numero e della grandezza delle colpe ed Io vi dico, che a chi più si pente, più sarà perdonato, perché il pentimento è forma d’amore. Di operante amore. Chi si pente dice a Dio col suo pentimento: “Non posso stare col tuo corruccio, Perché ti amo e voglio essere amato”. Chi ama totalmente ha tutto perdonato. 131.5


• Vi ho detto come si purifica l’uomo: col pentimento umile e sincero. Non vi è peccato che Dio non perdoni se il peccatore è realmente pentito. Abbiate fede nella Bontà Divina. Se voi poteste giungere a capire cosa è questa Bontà, anche fossero su voi tutti i peccati del mondo, non fuggireste Dio, ma anzi, correreste ai suoi piedi, perché solo il Buonissimo può perdonare ciò che l’uomo non perdona. 132.3


• Non voglio una risurrezione forzata nei cuori. Forzerò la morte e mi renderà le sue prede, perché Io sono il Padrone della morte e della vita, ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione. Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce … poi attendo. Se lo spirito è voglioso di uscire, esce. Se non vuole così, s’infosca ancor più e sprofonda, ma se esce! … Oh, se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito. Solo l’innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio … I miei più grandi trionfi! 136.2


• Non sarebbe giustizia che uno portasse il peccato dell’altro. L’anima che ha peccato, morrà. Quella che non ha peccato non morrà e se chi ha peccato, si pente e viene alla giustizia, ecco che lui pure avrà vera vita. (…) Chi crede in Me e in Colui che mi ha mandato, avrà la vita eterna anche se fino ad ora fu peccatore. 144.4


• Tutti i peccati sono nel mondo che non è più moltitudine di figli di Dio, ma è moltitudine di figli di Satana e soprattutto è vivo il peccato che porta il più chiaro segno della paternità sua: l’odio. Il mondo odia.  157.3


• Il male non basta non farlo, bisogna anche non desiderare di farlo. (…)  Chi si affeziona smoderatamente ad una cosa ecco che pecca. 170.6


Essere tentati non è male. L’atleta si prepara alla vittoria con la lotta. Il male è essere vinti perché impreparati e disattenti. Lo so che tutto serve a tentare, lo so che la difesa snerva, lo so che la lotta stanca, ma, suvvia, pensate cosa vi acquistano queste cose. E vorreste per un’ora di piacere, di quel che sia genere, perdere un’eternità di pace?  174.10


•Finché non si vuole non avviene male, ma occorre non volere fortemente e costantemente. Forza e costanza si acquistano dal Padre, pregando con sincerità d’intenti. 183.1


•Se Io con la mia potenza distruggessi il Male, quale che sia, voi giungereste a credervi autori del Bene che in realtà sarebbe mio dono e non vi ricordereste mai più di Me. Mai più. Avete bisogno, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre. Come il figliol prodigo che si ricordò di averlo quando ebbe fame. 185.6


• Pregate con umiltà perché Dio impedisca le tentazioni. Oh, l’umiltà!  Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi ma, conoscersi. Dire: “ Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dammi possibilmente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”. Perché ricordatelo, non è Dio che tenta al Male, ma è il Male che tenta. 203.12


Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male, ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste. 204.6


•Il pentimento annulla la colpa. 211.3


• Quando un’anima ha questo desiderio di venire al Bene, e ne è trattenuta solo dal Nemico diabolico che sa di perdere la preda, e dal nemico personale dell’io che ragiona ancora umanamente applicando a Dio il suo giudizio per impedire allo spirito di dominare l’io umano, allora quell’anima è già forte contro gli assalti del vizio e dei viziosi. Ha trovato la Stella Polare e non devia più. (…)   Soffre più ora nell’ascendere, che quando discese, e deve fare da sé come da sé ha fatto quando è discesa. 231.6


• Dio è buono, con tutti è buono. Non misura con misure umane. Non fa differenza fra peccato e peccato mortale. Il peccato lo addolora, quale che sia. Il pentimento lo rende lieto e pronto al perdono. La resistenza alla Grazia lo rende inesorabilmente severo perché la Giustizia non può perdonare all’impenitente che muore tale, nonostante tutti gli aiuti avuti perché si convertisse. 234.2


• La Carità spinge a perdonare e a compatire per insegnarvi che il perdono è più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità. Venite a Chi perdona. Abbiate fede in Chi compatisce.  (…)   Il perdono! La rugiada sull’arsione del colpevole. (…) Poi dopo la promessa di perdono ecco la Sapienza che parla e dice ciò che è lecito o non lecito e richiama e scuote, non per durezza, ma per sollecitudine materna di salvare.  234.3


• Necessità prima e condizione prima per avere Dio con noi, è non avere rancore e saper perdonare. Necessità seconda, saper riconoscere che anche noi, o chi è nostro, è colpevole. Non vedere solo le colpe altrui. Necessità terza, saper conservarsi grati e fedeli, dopo aver avuto grazia, per giustizia verso l’Eterno. (…)    Il perdono è più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità.  234.5


• Dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli; molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite, con fiducia, con coraggio: Io vi apro il Cuore e le braccia. 236.7
• In verità vi dico che si fa molta festa in Cielo e giubilano gli angeli di Dio e i buoni della terra per un peccatore che si converte. In verità vi dico che non c’è cosa più bella delle lacrime di pentimento. In verità vi dico che solo i demoni non sanno, non possono giubilare per questa conversione che è un trionfo di Dio. E anche vi dico che il modo come un uomo accoglie la conversione di un peccatore è misura della sua bontà e della sua unione con Dio.  241.8


• In verità vi dico che è preferibile morire lebbroso e santo che sano e peccatore. La lebbra resta sulla Terra, nella tomba, ma il peccato resta nell’eternità. 249.2


• Fa più un perdono congiunto a lacrime e a parole d’amore che un anatema a redimere un cuore. Se la colpa è grave ma, frutto di un improvviso assalto di Satana, tanto grave che il colpevole sente il bisogno di fuggire al tuo cospetto, tu va in cerca del colpevole. 259.7


• L’uomo è debole e può peccare, ma Dio lo perdona se sorgono in lui il pentimento sincero e la voglia di non peccare più. Certo che persistere nel male è doppio peccato e su esso non scende il perdono. 263.3


• Io sono Colui che sono e chi non crede questo, già profetizzato (Es.3,13), pecca contro lo Spirito Santo la cui parola fu detta dai profeti e non è menzogna né errore e va creduta senza resistenza. Perché Io ve lo dico: tutto sarà perdonato agli uomini, ogni loro peccato e bestemmia, perché Dio sa che l’uomo non è solo spirito ma è carne, e carne tentata che soggiace a improvvise debolezze, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. (…) Negare la verità detta dallo Spirito Santo, è negare la Parola di Dio e l’Amore che quella parola ha dato per amore degli uomini, e il peccato contro l’Amore non è perdonato. (…) In verità vi dico che l’ozio è colpa, ma è meglio oziare che fare opere malvagie e anche vi dico che è meglio tacere che parlare oziosamente e malvagiamente, anche se il tacere è ozio, fatelo, piuttosto che peccare con la lingua. Io vi assicuro che di ogni parola “detta” oziosamente, sarà chiesta giustificazione agli uomini nel giorno del Giudizio e che per le parole dette, gli uomini saranno giustificati e dalle parole stesse saranno condannati. 269.9


• Voglio che abbiate fede, ma se l’avete, vengo e vi porto fuori dal pericolo. Oh, se la Terra sapesse dire: “Maestro, Signore, salvami!”. Basterebbe un grido, ma di tutta la Terra, perché istantaneamente Satana e i suoi esecutori, cadessero vinti; ma non sapete aver fede. Vado moltiplicando i mezzi per portarvi alla fede, ma essi cadono come sasso nella melma di una palude e vi giacciono sepolti. (…) E se non portò salvare il mondo perché il mondo non vuole essere salvato, salverò dal mondo coloro che per amarmi come devo essere amato, non sono più del mondo. 274.9


• L’offesa è anticarità, l’anticarità spoglia di Dio, perciò chi offende diviene nudo e solo il perdono dell’offeso rimette vesti su quella nudità, perché le riporta a Dio. Dio attende a perdonare che l’offeso abbia perdonato. Perdonare tanto l’offeso dall’uomo, come l’offensore dell’uomo e di Dio. Perché nessuno è senza offese al suo Signore. Dio perdona a noi, se noi perdoniamo al prossimo e perdona al prossimo, se l’offeso da un suo prossimo, perdona. Vi sarà fatto come fate. Perdonate se volete perdono e gioirete in Cielo per la Carità che avete dato, come di un manto di stelle sulle vostre spalle sante. 275.16


• Perdonare bisogna, come perdona Dio, il quale, se mille volte uno pecca e se ne pente, perdona mille volte, purché veda che nel colpevole non c’è la volontà del peccato, la ricerca di ciò che fa peccare, ma il peccato è solo frutto di una debolezza dell’uomo.  (…)  Perdonate sempre a chi vi fa del male, perdonate per essere perdonati, perché anche voi avete colpe verso Dio e i fratelli. Il perdono apre il Regno dei Cieli tanto al perdonato come al perdonante. 278.4
Si sente punito chi si sa in colpa. Questo essere in colpa deve dare dolore, non la punizione in sé. 293.10


• Quello che contamina l’uomo è ciò che è suo, unicamente suo, generato e partorito dal suo io, ossia ciò che egli ha nel cuore e dal cuore sale alle labbra e alla testa e corrompe il pensiero e la parole e contamina tutto l’uomo. E’ dal cuore che vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze e le bestemmie. E’ dal cuore che vengono le avarizie, le libidini, le superbie, le invidie, le ire, gli appetiti smodati, gli ozi peccaminosi. E’ dal cuore che vengono i fomiti a tutte le azioni e se il cuore è malvagio saranno malvagie come il cuore tutte le azioni. 301.6


• La Colpa d’origine sarà cancellata nei credenti in Me, ma lo spirito conserverà una tendenza al peccato che senza la Colpa originale non avrebbe avuto. Perciò occorre sorvegliare e continuamente curare il proprio spirito. (…) Perciò non bisogna oziare ma essere sempre solerti per irrobustirsi in virtù. Se uno cade in accidia o tiepidezza, più facilmente sarà sedotto da Satana, e ogni peccato grave, essendo simile a grave ricaduta, sempre più predisporrà a infermità e morte dello spirito, mentre se la Grazia, restituita dalla Redenzione, viene coadiuvata da una volontà attiva e instancabile, ecco che essa si conserva, non solo, ma si aumenta perché viene associata alle virtù conseguite dall’uomo. Santità e Grazia, sicure ali per volare a Dio!  307.7


• Peccato è l’avarizia per il domani che forse non godremo mai, ma non è peccato la parsimonia per garantirsi un pane e garantirlo ai congiunti, nei tempi scarsi. Peccato è l’egoistica cura del proprio corpo, esigendo che tutti quelli che ci stanno intorno siano preoccupati per esso, risparmiandosi ogni lavoro o sacrificio per paura che la carne soffra. Non è peccato preservarlo da inutili malattie, prese per imprudenze, le quali malattie sono poi un peso per i famigliari e una perdita di proficuo lavoro per noi. Dio ha dato la vita, è un suo dono, dobbiamo perciò usarne santamente senza imprudenze come senza egoismi. 312.3


• Il peccato non è aumento di sapienza, non è luce, non è guida, mai. E’ corruzione, è accecamento, è caos di modo che chi l’ha fatto ne saprà il sapore, ma avrà perduto la capacità di sapere molte altre cose spirituali e non avrà più un angelo di Dio, spirito di ordine e di amore, a guidarlo, ma avrà un angelo di Satana a condurlo su un disordine sempre maggiore per l’odio insaziabile che divora questi spirito diabolici. 340.2


• Chi ha peccato e si pente e resiste a ogni stimolo, acquista un merito, né gli manca l’aiuto soprannaturale per questa resistenza. Essere tentati non è peccato, anzi è battaglia che procura vittoria. (…)  Il più grande peccato è disperare della misericordia divina. (…) Il Figlio dell’uomo è venuto per perdonare, per salvare, per guarire, per portare al Cielo. 340.3


• Non c’è redenzione senza sofferenza. La mia sofferenza sarà del corpo, della carne e del sangue, per riparare i peccati della carne e del sangue. Sarà morale per riparare ai peccati della mente e delle passioni. Sarà spirituale per riparare alle colpe dello spirito. Completa sarà. 346.5


• Non vogliate peccare, perché ogni peccato è una malattia e ve ne sono di tali che possono dare la morte. Non distruggete la benedizione di Dio con il peccato; cesserebbe il vostro giubilo perché le male azioni levano la pace e dove non è pace non è giubilo. 353.1


•“Va in pace e non voler peccare”, questa frase è premio per chi non ha peccato, incoraggiamento all’ancora debole che non vuole peccare, perdono al colpevole che si pente, rimprovero temperato di misericordia a chi non ha che una larva di pentimento. 353.5


•Menzogna. L’uomo di essa si serve con facilità e non sa che così facendo si mette sulla via del male. Basta il primo passo, un passo per non potersi poi più liberare. E una trappola in discesa. 374.5


• Nessuno deve tremare di Me, neppure i peccatori, perché Io sono la Salute. Solo gli impenitenti fino alla morte, dovranno tremare del Cristo Giudice dopo essere stato il tutto Amore. 402.7


• La buona volontà in voi distrugge le tiepidezze, i quietismi, le vane presunzioni, vi obbliga a stare vigilanti. Qual è la cosa che vi fa degni di premio? La lotta e la vittoria. Potete aver vittoria se non avete lotta? La presenza si Satana obbliga ad una vigilanza continua. L’Amore poi, che vi ama, rende la presenza non inesorabilmente nociva. Se state presso l’Amore, Satana tenta ma, viene reso incapace di nuocere veramente. Sempre, nelle grandi e nelle piccole cose. 412.4


• Nulla di inutile, di totalmente nocivo è nel Creato. Solo il Male è nettamente e solamente nocivo e guai a quelli che se ne lasciano mordere. Uno dei frutti del suo morso è l’incapacità di distinguere più il Bene dal Male, è la deviazione della ragione e della coscienza pervertita verso cose non buone ed è la cecità spirituale per la quale, non si vede più risplendere la potenza di Dio sulle cose, anche minute. 412.2


•“Ma chi ha fatto il vostro spirito, come ha fatto il vostro corpo, non può esigere, almeno con uguale misura, il rispetto all’interno come avete per l’esterno? O stolti che mutate i due valori e ne invertite la potenza, ma non vorrà l’Altissimo un’ancor maggior cura per lo spirito, fatto a sua somiglianza e che per la corruzione perde la Vita eterna? 414.6


• Manca nella maggioranza degli uomini, la volontà di Bene e perciò il Bene sterilisce e muore o vive così stentato che non lievita: rimane lì. Non vi è colpa grave, ma non vi è neppure sforzo a fare il massimo bene, perciò lo spirito giace inerte, non morto ma infruttifero. Badate che non fare il male, basta solo ad evitare l’Inferno. Per godere subito del bel Paradiso, occorre fare il bene, assolutamente, per quanto si riesce a fare, lottando contro noi stessi e contro gli altri. 417.7


• Temete di quelli che dopo avervi fatti morire vi possono mandare all’inferno, ossia dei vizi, dei cattivi compagni, dei falsi maestri, di tutti coloro che v’insinuano il peccato o il dubbio nel cuore, di quelli che tentano di corrompere l’anima più del corpo e portarvi al distacco da Dio e a  pensieri di disperazione nella divina Misericordia. Di questo avete a temere, Io ve lo ripeto, perché allora sarete morti in eterno. 421.7


• Siate misericordiosi per ottenere misericordia. Nessuno è tanto senza peccato da poter essere inesorabile verso il peccatore. Guardate i vostri pesi prima di quelli che gravano sul cuore altrui. Levate prima i vostri dal vostro spirito e poi rivolgetevi a quelli degli altri per mostrare agli altri non rigore che condanna ma amore che ammaestra e aiuta a liberarsi dal male. 423.7


• La colpa quando è che si forma? Quando c’è la volontà di peccare, la conoscenza di peccare e la persistenza a voler peccare anche dopo che si è conosciuto che quell’azione è peccato. Tutto è nella volontà con cui uno compie un atto, sia esso virtuoso o peccaminoso. Quando uno fa un atto apparentemente buono, ma non sa di fare atto buono e anzi crede di fare atto cattivo, fa colpa come se non facesse un atto cattivo e viceversa. 448.8


• L’eccessivo e disordinato amore di religione e di patria è peccato, perché diviene egoismo, e l’egoismo è sempre ragione e cagione di peccato. L’egoismo è peccato perché semina nel cuore una mala volontà che fa ribelli a Dio e ai suoi comandi. La mente dell’egoista non vede più Dio nettamente né le sue verità. La superbia fuma nell’egoista e offusca la verità. Nella caligine la mente, che non vede più la luce schietta della verità come vedeva prima di divenire superba, inizia il processo dei perché e dai perché passa al dubbio, dal dubbio al distacco non solo dall’amore e dalla fiducia in Dio e nella sua giustizia, ma anche dal timore di Dio e del suo castigo. Perciò ecco la facilità di peccare e dalla facilità di peccare ecco la solitudine dell’anima che si allontana da Dio e non avendo più la volontà di Dio a guidarla cade nella legge della sua volontà di peccatore. Oh, una brutta catena, la volontà del peccatore, della quale un estremo è in mano a Satana e l’altro estremo tiene ai piedi dell’uomo una palla pesante per tenerlo lì, schiavo nel fango, curvo, nelle tenebre.  Può mai allora l’uomo non fare colpe mortali? Può non farle se non ha più che mala volontà in sé? Allora, solo allora, Dio non perdona, ma quando l’uomo ha della volontà buona e compie anche atti spontanei di virtù, certo finisce di possedere la Verità, perché la buona volontà conduce a Dio e Dio, il Padre santissimo, si curva amoroso, pietoso, indulgente ad aiutare, a benedire, a perdonare i suoi figli che hanno buona volontà.  448.9


• Il pentimento del peccatore, la buona volontà di riparare, ambedue nati da un vero amore per il Signore, detergono la macchia della colpa e rendono degni del perdono divino. (…)  La Grazia che Io sto per rendervi, vi aiuterà a praticare la giustizia, la quale aumenta tanto più, quanto più è praticata, il diritto che vi dà uno spirito senza macchia di entrare nella gioia del Regno dei Cieli. 452.6
• L’uomo che sorge dopo un perdono, dopo un pentimento, dopo un proponimento sincero, ha una volontà, ma ha anche il peso, il retaggio della passioni e abitudini del passato. Bisogna saperlo aiutare a liberarsene e con molta discrezione, senza fare allusioni al passato, sono imprudenti verso la carità e verso la creatura umana. Ricordare al colpevole pentito la colpa, è avvilirlo. Basta la sua coscienza risvegliata a far questo. 458.4


• Circondate col vostro amore i fratelli risorti alla grazia perché la buona compagnia impedisca nuove cadute. Non vogliate essere da più di Dio che non respinge il peccatore che si pente e lo perdona e riammette in sua compagnia, e se quel peccatore vi ha fatto del male che non è più riparabile, non vendicatevi ora che non è più un prepotente che si teme, ma perdonate e abbiate una grande pietà perché egli fu povero del tesoro che ogni uomo può avere sol che voglia: la bontà. Amatelo perché col dolore che vi ha dato, vi ha dato un mezzo di meritare un premio più grande in Cielo. 458.5


•L’uomo è un abisso profondo in cui sono tutti gli elementi del bene e del male. Aiutano a crescere e farsi re, i primi, gli aiuti di Dio. Aiutano a svilupparsi e a regnare nocivi, le passioni e le cattive amicizie. Tutti i germi del male e tutti gli aneliti al bene sono latenti nell’uomo per volere amoroso di Dio, per volere malvagio di Satana che suggestiona, che tenta, che aizza, mentre Dio  attira, conforta, ama. Tenta sedurre Satana, lavora a conquistare, Dio. Non sempre vince Dio perché la creatura è pesante finché non elegge l’amore a sua legge ed essendo pesante scende e appetisce più facilmente a ciò che è appagamento immediato e delle parti più basse dell’uomo.   459.5


•E’ necessario diffidare di se stessi e fare molta attenzione al prossimo nostro, per non unire il veleno di una coscienza impura a quello che già fermenta in noi. Quando si comprende che un amico è rovina del cuore, quando le sue parole turbano la coscienza, quando i suoi consigli danno scandalo, occorre saper lasciare l’amicizia che è dannosa. Persistendo si finirebbe a perire nello spirito, perché si passerebbe ad azioni che allontanano da Dio che impediscono alla coscienza indurita di comprendere le ispirazioni di Dio. Se ogni uomo colpevole di gravi peccati potesse, volesse parlare dicendo come giunse a quei peccati, si vedrebbe che alle origini ci fu sempre una cattiva amicizia. (…)
Pregate, pregate, perché in verità vi dico che il gran Serpente sibila intorno a voi che siete in gran pericolo, e chi non vigilerà, perirà. 459.5


• Il dover fare sforzo nel dire la colpa trattiene dalla stessa, e se si è compiuta, la pena dell’accusarsi è già penitenza che redime. Se poi uno soffre, non tanto per orgoglio di sé e per paura del castigo, ma perché sa che mancando ha dato dolore, allora, Io te lo dico, la colpa si annulla. E’ l’amore che salva.468.4


• Il proprio “io” !!! Grande amico, grande tentatore, grande nemico e grande giudice. Mentre è amico sincero e fedele se fosti buono, sa essere amico insincero se buono non sei e dopo esserti stato complice, si eleva a giudice inesorabile e ti tortura con i suoi rimproveri. 468.6


• Ogni caduta ha premesse nel tempo. Più la caduta è grave e più ha una preparazione. Gli antefatti spiegano il fatto. Non si precipita e non si sale d’improvviso, né nel Bene, né nel Male, vi sono coefficienti lunghi e insidiosi alle discese e pazienti e santi alle ascese. 468.7


• Amare anche chi vi odia, perché Dio vi ha per primo dato l’esempio di amare gli uomini che col peccato mostrano odio a Dio. Perdonate sempre come Dio ha perdonato agli uomini mandando il suo Verbo Redentore a cancellare la Colpa, motivo di rancore e separazione. 469.3


•I divieti (comandamenti) non sono minacce ma, inviti di Dio che vuole gli uomini beati e non dannati, benedetti e non maledetti. 472.8


• La superbia è la lussuria della mente, ed è il peccato più grande, essendo lo stesso peccato di Lucifero. Dio tante cose perdona e la sua Luce splende amorosa a illuminare le ignoranze e fugare i dubbi, ma non perdona alla superbia che lo deride dicendosi più grande di Lui.(…) La mente del superbo fornica con Satana contro Dio e contro l’amore.(…) Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la Trina forma dell’Amore, la lussuria è disordine, disordine guidato da una intelligenza libera e cosciente che sa che il suo appetito è male, ma lo vuole saziare ugualmente. La lussuria è disordine e violenza contro le leggi naturali, contro la giustizia e l’amore verso Dio, verso noi stessi, verso i fratelli nostri. Ogni lussuria, quella carnale, come quella che mira alle ricchezze e potenze della Terra. 486.5


• Il Figlio dell’Uomo gusterà tutta l’amarezza dei peccati passati, presenti e futuri, sino all’ultimo peccato, nel suo spirito, avanti di essere il Redentore, e oltre la sua gloria ancora soffrirà nel suo spirito d’Amore, nel vedere che l’Umanità calpesta il suo Amore. 486.9


• Chi accarezza pensieri di senso e suscita con letture e spettacoli cercati e con abitudini malsane sensazioni di senso, è impuro come chi commette la colpa materialmente. Oso dire: è maggiormente colpevole, perché va col pensiero contro natura oltre che contro morale. Non parlo poi di chi trascende a veri atti contro natura. L’unica attenuante di costui è in una malattia organica o psichica. Chi non ha tale scusante è di dieci gradi inferiore alla bestia più lurida. 494.5


• Quanto più uno è buono e più è pietoso verso i colpevoli. Non indulge alla colpa per se stessa, questo no, ma compatisce i deboli che alla colpa non hanno saputo resistere. 494.6


• Per quanto uno sia colpevole, va sempre trattato con rispetto e carità; non gioire del suo annichilimento, non accanirsi contro, neppure con sguardi curiosi. Pietà, pietà per chi cade! 494.7


• Non direi peccatrici solo quelle la cui colpa è palese. Sono peccatrici anche quelle che spingono altri a peccare e di un peccato più astuto. Fanno insieme la parte del Serpente e del Peccatore. 495.2


• La creatura che è giunta a vivere spiritualmente non cade in colpa grave. La sua parte umana può avere ancora debolezze, ma lo spirito forte veglia e le debolezze non divengono colpe gravi, mentre l’uomo che è ancora carne e sangue, pecca e incontra l’uomo. Ora, se l’uomo che gli deve indicare Dio e formare lo spirito, gli incute paura, come può il colpevole abbandonarsi a lui? 495.3


• In verità, in verità vi dico: non vi è che una schiavitù, quella del peccato. Soltanto chi commette peccato è uno schiavo e di una schiavitù che nessuna moneta riscatta, e verso un padrone inesorabile e crudele, perdente ogni diritto alla libera sovranità nel Regno dei Cieli. (…)  Il peccato fa l’uomo schiavo del padrone più crudele e senza termine: Satana. La servitù, in questo caso, l’Antica Legge, fa l’uomo timoroso di Dio come di un Essere intransigente. La figliolanza, ossia il venire a Dio insieme al suo Primogenito, con Me, fa l’uomo libero e felice che conosce e ha fiducia nella carità del Padre suo. 507.7


• I desideri del demonio sono di peccato e di violenza; fin dal principio egli era omicida e non perseverò nella verità perché egli, che si ribellò alla Verità, non può avere in sé amore alla verità. Quando egli parla, parla come egli è, ossia da bugiardo e tenebroso, perché in verità egli è bugiardo  e ha generato e partorito la menzogna dopo essersi fecondato con la superbia e nutrito con la ribellione. Tutta la concupiscenza è nel suo seno ed egli la sputa e la inocula ad avvelenare le creature. E’ il tenebroso, lo schernitore, lo strisciante rettile maledetto, è l’Obbrobrio e l’Orrore. Da secoli e secoli le sue opere tormentano l’uomo e i segni e i frutti di esse sono davanti agli intelletti degli uomini. 507.9


• Chi ha guastato lo spirito dell’uomo, voi lo sapete, è Satana, il Serpente, l’Avversario, il Nemico, l’Odio. Chiamatelo come volete, ma perché l’ha guastato? Per una grande invidia: quella di vedere l’uomo destinato al Cielo dal quale egli era stato cacciato. Volle per l’uomo l’esilio che egli aveva avuto. Perché era stato cacciato? Per essersi ribellato a Dio. Voi lo sapete, ma in che? Nell’ubbidienza. Al principio del dolore sta una disubbidienza. (…)   Io dunque devo soffrire per vincere, per cancellare non uno o mille peccati, ma lo stesso Peccato per eccellenza che, nello spirito angelico di Lucifero o in quello che animava Adamo, fu e sarà sempre, sino all’ultimo uomo, peccato di disubbidienza a Dio.  515.3


• Satana è calunniato molte volte, addebitando a esso ogni causa di rovina spirituale, e calunniato ancor più è Dio, al quale si addebitano tutti gli eventi. Dio non viola la libertà dell’uomo, Satana non può prevalere su una volontà ferma nel bene. In verità vi dico che settanta volte su cento l’uomo pecca per sua volontà e non risorge dal peccato perché sfugge dall’esaminarsi. Anche se la coscienza, con un imprevisto moto, si drizza in lui e urla la verità che egli non ha voluto meditare, l’uomo soffoca quel grido, annulla quella figura che gli si drizza davanti all’intelletto severa e dolente, altera con sforzo il suo pensiero suggestionato dalla voce accusatrice e non vuole dire ad esempio: “ma allora noi, io, non possiamo raggiungere la verità perché abbiamo superbia della mente e corruzione della carne”. 515.5


• L’azione buona fatta antecedentemente al peccato resta e vale per il perdono, quando però il peccatore dopo il peccato si pente. Per questo Io vi dico, di non lasciarvi sfuggire occasione di fare azioni buone, onde stiano come monete a sconto dei vostri peccati, quando, per grazia di Dio, di essi vi pentite. 516.4


• Su perdono concesso, si ritorna sopra solo se la creatura torna a peccare e ritorna a giudicarlo per il peccato nuovo, non già per quello che è stato perdonato. 522.6


•“Il tuo è un grande delitto, hai molto da riparare, ma Io Misericordia, ti dico che se anche fossi lo stesso demonio e avessi su di te tutti i delitti della Terra, se tu vuoi, puoi riparare a tutto ed essere perdonato da Dio, dal vero, grande, paterno Iddio. Se tu vuoi. Unisci la tua volontà alla mia. Io pure voglio che tu sia perdonato, unisciti a Me. Donami il tuo povero spirito, infamato, rovinato, rimasto pieno di cicatrici e di avvilimento dopo che hai lasciato il peccato. Io lo metterò nel mio Cuore, là dove metto i più grandi peccatori e lo porterò con Me nel Sacrificio redentore. Il Sangue più santo, quello del mio Cuore, l’ultimo Sangue del Consumato per gli uomini, si spargerà sulle più grandi rovine e le rigenererà. Per ora abbi speranza, una speranza più grande del tuo immenso delitto, nella misericordia di Dio, perché essa è senza confine, o uomo, per chi sa confidare in essa”. 524.4


• Sono il Redentore. Ho preso corpo d’uomo per salvarvi, per distruggere il peccato, non per peccare. L’ho preso per levare i vostri peccati, non per peccare con voi. L’ho preso per amarvi, ma di un amore che dà la sua vita, il suo sangue, la sua parola, tutto, per portarvi al Cielo, alla Giustizia, non per amarvi da bruto e neppure da uomo perché Io sono più che uomo. 532.6


• Dal Male, che si è volontariamente formato, Dio trae ancora un fine buono: quello di servire a far possessori gli uomini di una gloria meritata. Le vittorie sul Male sono la corona degli eletti. Se il Male non potesse suscitare una conseguenza buona per i volonterosi di volontà buona, Dio lo avrebbe distrutto. Perché nulla di quanto è nel Creato, deve essere totalmente privo incentivo o di conseguenza buoni. 537.7


• Molti non sanno distinguere fra tentazione e colpa consumata. La prima è una prova che dà merito e non leva grazia, la seconda è caduta che leva merito e grazia. Altri non sanno distinguere fra eventi naturali e colpe e si fanno scrupolo di aver peccato mentre, non hanno che ubbidito a leggi naturali buone; distinguo, dicendo “buone”, le leggi naturali dagli istinti sfrenati. (…) Se non è peccato cedere al bisogno di riposo e di cibo, è invece peccato, la gozzoviglia, l’ebrietà, l’ozio prolungato. 539.6
• Bisogna saper distinguere fra parola oziosa e parola utile. E’ oziosa e generalmente nell’ozio fiorisce il peccato, quando si parla delle manchevolezze altrui con chi non può nulla su esse. Allora è semplicemente mancanza di carità, anche se le cose dette sono vere, come è mancanza di carità rimproverare più o meno acerbamente senza unire al rimprovero, il consiglio e parlo di rimproveri giusti. Gli altri sono ingiusti e sono peccato contro il prossimo. Ma quando uno vede un suo prossimo che pecca e ne soffre perché peccando colui offende Dio e danneggia la sua anima e da solo sente che non è capace di misurare l’entità dell’altrui peccato, né si sente sapiente  a dire parole di conversione, allora si rivolge a un giusto, a un sapiente e confida il suo affanno, allora, non fa peccato, perché le sue confidenze sono volte a por fine ad uno scandalo e a salvare un’anima. 555.1


• Tu devi sempre aver presente questo settenario d’interrogativi:
Chi: Chi ha peccato?
Cosa: Qual è la materia del peccato?
Dove: In che luogo?
Come: In che circostanze?
Con che o con chi: Lo strumento o la creatura che fu materia al peccato?
Perché: Quali gli stimoli che hanno creato l’ambiente favorevole al peccato?
Quando: In che condizioni e reazioni e se accidentalmente o per abitudine malsana?
Perché la stessa colpa può avere infinite sfumature e gradi a seconda di tutte le circostanze che l’hanno creata e degli individui che l’hanno compiuta. (…)
Talora l’uomo confonde il peccato con la tentazione. (…) Allora prima di condannare devi considerare e toccare dolcemente e prudentemente il cuore che ti piange davanti per sapere tutti i lati della colpa, della supposta colpa o dello scrupolo. 555.2


• Se è colpa maledetta, essere avidi senza bisogno e senza pietà, rubando al povero e contro giustizia vessando i cittadini, i servi o i popoli, meno grave, molto meno grave, è la colpa di chi avendo avuto negato un pane dal suo prossimo, lo ruba, per sfamare se stesso e le sue creature. Ricorda che se tanto per il lussurioso come per il ladro è di misura nel giudicare: il numero, le circostanze e la gravità della colpa, è anche di misura nel giudicare, la conoscenza da parte del peccatore, del peccato che ha commesso nel momento in cui lo commetteva. Perché se uno fa con piena conoscenza, pecca più di chi fa per ignoranza, e chi fa con libero consenso della volontà, pecca più di chi è forzato al peccato. (…)
Perdona settanta volte sette e anche settanta volte settanta i peccati dei tuoi fratelli e dei figli tuoi, perché chiudere le porte della Salute ad un malato, solo perché ricaduto nella malattia, è volerlo far morire. 555.3


• La Terra ha un duplice dovere di sacrificio: quello di lode e quello d’espiazione, perché l’Umanità che la copre, ha peccato nei Primi uomini e pecca continuamente, aggiungendo al peccato di disamore  a Dio, quegli altri mille delle sue aderenze alle voci del mondo, della carne, di Satana. Colpevole, colpevole Umanità che avendo somiglianza con Dio, avendo intelligenza propria e aiuti divini, è peccatrice sempre e sempre più. Gli astri ubbidiscono, le piante ubbidiscono, gli elementi ubbidiscono, gli animali ubbidiscono e così come sanno, lodano il Signore. Gli uomini non ubbidiscono e non lodano a sufficienza il Signore. (…)
Se un Dio ha dovuto incarnarsi per placare la Giustizia divina per il gran Peccato, per i molti peccati degli uomini, nel tempo della verità, solo i sacrifici degli spiriti degli uomini possono placare il Signore. 555.7


• Il Dio vero è Padre degli uomini, giusto, ma buono. Premia chi ha fede e non fa pagare agli innocenti le colpe non loro. 564.7


• La corruzione non entra dal di fuori. Non è un moto di penetrazione dall’esterno all’interno, ma è moto che dall’interno, dal cuore, dal pensiero, esce a penetrare a pervadere l’involucro: la carne. Per questo Io ho detto che è dal cuore che escono le corruzioni. Ogni adulterio, ogni lussuria, ogni peccato sensuale, non ha origine all’esterno, ma viene dal lavorio del pensiero che, corrotto, veste di solleticante aspetto tutto ciò che vede. (…) Tutti possono essere tentati, ma peccatori sono solo quelli che vogliono esserlo. (…)
Non è peccato là dove non è consenso alla tentazione. E’ già peccato là dove anche senza consumare l’atto, si accoglie la tentazione e la si contempla; sarà peccato veniale, ma è già via al peccato mortale. 567.23


• Io ti dico che anche dopo il Delitto dei delitti, se il colpevole di esso corresse ai piedi di Dio con vero pentimento e piangendo lo supplicasse di perdonarlo offrendosi all’espiazione con fiducia, senza disperare, Dio lo perdonerebbe e attraverso l’espiazione, il colpevole salverebbe ancora il suo spirito. 567.25


• Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura, è la coscienza che le crea. Satana poi, aizza queste ombre che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore e ne fa larve orrende che portano alla disperazione, e la disperazione porta all’ultimo delitto: al suicidio. (…) 605.16


• Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti, per essa potete avere il Cielo o l’Inferno. Meditate che cosa vuol dire persistere nella colpa.
Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo essere confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza contro se stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. L’aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l’aspetto di uno spettro d’orrore.605.18


• L’albero del Bene e del Male si drizza davanti ad ogni uomo, per presentargli col più invitante e appetitoso aspetto i suoi frutti del Male, mentre tra le fronde, con ingannevole voce di usignolo, sibila il Serpente tentatore. Sta all’uomo, creatura dotata di ragione e di un’anima datagli da Dio, saper discernere e volere il frutto buono tra i molti che buoni non sono e che danno lesione e morte allo spirito; e quello cogliere, anche se pungente e faticoso a cogliersi, amaro a gustarsi e meschino d’aspetto. La sua metamorfosi per cui diviene tanto più liscio e morbido al tatto, dolce al gusto, bello all’occhio, avviene solo quando, per giustizia di spirito e ragione, si sa scegliere il frutto buono e ci si è nutriti del suo succo, amaro ma santo. 645.12

Dai Quaderni


•L’amore è il microscopio dell’anima. Più uno ama Me e vede le cose attraverso Me e più vede le macchioline della sua coscienza. Queste non mi allontanano perché Io so come siete fatti. Non mi allontano se l’anima le subisce come inevitabili ma non le provoca e cerca subito di mondarsi.
I massi sono i peccati mortali. La polvere i peccati veniali; anche le imperfezioni sono polvere, più fina, ma sempre polvere e bisogna levarla perché se si accumula, per quanto ogni sua molecola sia impalpabile, insignificante, finisce per asfissiare l’animo e renderlo sporco. 31.5.43


•Amo i peccatori perché è per loro che Io divenni Redentore e salii in Croce. I loro peccati mi danno dolore ma non estinguono il mio amore per loro, non estinguono il desiderio di stringerli al mio seno pentiti. Amo le piccole anime che non sono prive d’imperfezioni ma che sono ricche d’amore che annulla le imperfezioni. 4.6.43


•Un’anima che perde la grazia perde tutto. Per lei inutilmente il Padre l’ha creata, per lei inutilmente il Figlio l’ha redenta, per lei inutilmente lo Spirito Santo l’ha infusa dei suoi doni, per lei inutilmente sono i sacramenti. E’ morta. Ramo putrido che sotto l’azione corrosiva del peccato si stacca e cade dall’albero vitale e finisce di corrompersi nel fango.
Non tutte le anime in grazia possiedono la grazia nella stessa misura, non perché Noi la si infonda in misura diversa, ma perché in maniera diversa voi la sapete conservare in voi. Il peccato mortale distrugge la grazia, il peccato veniale la sgretola, le imperfezioni la anemizzano. 6.6.43


• Hai mai pensato che è stato lo spirito di vendetta che ha rovinato voi, figli di Adamo e mandato, Me. figlio di Dio, sulla croce?
Lucifero – era il bello fra i belli creati da Me – dal baratro dove era piombato, brutto in eterno dopo la blasfema rivolta al suo Creatore, fu assetato di vendetta. Al primo peccato di superbia, unì così una serie interminabile di delitti, vendicandosi nei secoli dei secoli. La prima vendetta fu sui miei creati, Adamo ed Eva. Nella perfezione della mia Creazione il suo dente avvelenato mise il segno della sua bestialità comunicandovi la sua stessa libidine di lussuria, di vendetta, di superbia. Da allora il vostro spirito duella in voi contro i veleni del morso infernale. (…)
In  verità ti dico, che oltre i due terzi della razza umana, appartengono alla categoria che vive sotto il segno della Bestia. Per questa inutilmente Io sono morto.
La legge dei segnati dalla Bestia è in antitesi con la Legge mia. In una domina la carne e genera opere di carne, nell’altra domina lo spirito e genera opere di spirito. Quando lo spirito domina, là è Regno di Dio, quando domina la carne, là è regno di Satana. 7.6.43


• Quando una colpa c’è realmente, ma il colpevole  ne è così umiliato da giudicarsi da sé meritevole di condanna, Io, Misericordia, dico: “Non ti condanno, và e non peccare più”, come ho detto all’adultera.11.6.43


• Per colpirmi gli uomini hanno coraggio, ma per venirmi accosto, attratti dal mio amore, no. Credono ciecamente nel Male e nel Principe del Male, quello lo seguono senza paura appena si manifesta in una delle sue infinite forme dagli infiniti nomi, ma non credono, o credono molto malamente, nel Bene e nel Dio del Bene e , davanti alle sue manifestazioni, fuggono. Sono coperti di colpe e imitano Adamo, quando si nascose al Creatore dopo aver peccato nell’Eden.
Per non aver paura della mia Voce e del mio Volto, bisogna aver l’anima sgombra di colpe gravi. Le imperfezioni permettono ancora che in voi sussista quel minimo di coraggio che vi permetta di udire, senza tramortire, la mia Parola. Se per meritarla aveste dovuto essere senza imperfezioni, nessun mortale l’avrebbe udita, tolta mia Madre.(…)
Peccato, anche veniale, vuol dire parentela col demonio. Dove è demonio, non può essere Dio. 24.6.43


• Le colpe continue, sempre più perfide che gli uomini commettono, per istigazione del Nemico mio e vostro, legano la mia Misericordia, la mia Grazia, il mio Perdono. Ecco cosa sono le mie Mani legate e chi sono quelli che le legano con la fune del Male: Satana e i suoi figli, e le mie Mani vorrebbero invece essere libere per perdonare, medicare, consolare, benedire.      Il mio sguardo è pieno di dolore per tutti gli oltraggi che sono recati a Me nel Sacramento e nella mia Legge, Legge calpestata, Sacramento profanato. L’altare del Sacramento è sempre colpito, non vedi in ciò il segno di Satana? (…) La stanchezza è sul mio Volto perché constato sempre più, fino a qual punto sono morto invano per tanta umanità, perché mi accorgo sempre più che nulla – non parole, non miracoli, non castighi, non grazie – serve a far pensare che Io sono Dio e che solo in Dio è  Bene e Pace. 30.6.43


• Satana è invidioso e astuto, quindi spiega la sua intelligenza dove occorre più sforzo per strappare un’anima al Cielo. Un uomo di mondo, che vive per la carne, non c’è bisogno di tentarlo, Satana sa che egli lavora già di suo per uccidere la sua anima e lo lascia fare, ma un’anima che vuole essere di Dio, attira tutto il suo livore. Le anime non devono tremare, non devono accasciarsi. Essere tentati, non è un male, è male cedere alla tentazione.
Vi sono le grandi tentazioni; davanti ad esse le anime rette si mettono subito in difesa, ma vi sono le piccole tentazioni che possono farvi cadere senza che ve ne accorgiate. Sono le armi raffinate del Nemico; le usa quando vede che l’anima è guardinga e attenta per le grandi. Allora trascura i grandi mezzi e ricorre a questi, così sottili che entrano in voi da qualunque parte. Perché permetto questo? Dove sarebbe il merito se non ci fosse lotta? Potreste dirvi miei se non bevete al mio calice? 1.7.43


• Ogni peccato, ogni bestemmia, ogni maledizione a Dio, ogni perdita di fede, ogni tradimento è per Me un colpo di flagello. Doppiamente doloroso perché Io, ora non sono più il Gesù sconosciuto di venti secoli fa, ma sono il Gesù conosciuto. Il mondo sa quello che fa, ora e mi colpisce ancora. 4.7.43


•La superbia uccide tutte le virtù, la carità per prima. Conduce quindi con sé la perdita della luce di Dio. Il superbo, mi spiega Gesù, non tratta con santo rispetto il buon Padre dei Cieli, non ha viscere di misericordia per i fratelli, si crede superiore alle debolezze della carne e alle regole della Legge. Pecca perciò continuamente e dello stesso peccato che fu causa della rovina di Lucifero prima, d’Adamo e della progenie d’Adamo poi, ma soprattutto uccide la carità. Distrugge perciò l’unione con Dio. 6.7.43


• Pregate il Padre che vi cancelli dal novero dei suoi debitori. Se lo farete con animo umile, sincero, contrito, piegherete l’Eterno in vostro favore.
Condizione essenziale per essere perdonati, è di perdonare. Se vorrete solo e non darete pietà al vostro prossimo, non conoscerete perdono dell’Eterno. Dio non ama gli ipocriti e i crudeli e chi respinge il perdono al fratello, respinge il perdono del Padre a se stesso. 7.7.43


• I padri e le madri che peccano verso i figli hanno bisogno, riguardo alla vita eterna, dell’aiuto dei figli e del perdono dei figli, per avere alleggerita la pena. 10.7.43


• Quando voi negate a Dio l’amore, cadete, per naturale conseguenza, in potere del principe del Male. Lasciate la Luce e le tenebre vi avvolgono. Comincia allora il tormento che è la fase preparatoria delle pene future. 11.7.43


• Tutti i delitti, tutti i peccati commessi contro di Me, intangibile ormai alla sofferenza umana ma suscettibile ancora alle offese recate al mio Spirito, sono segnati nei libri che ricordano le opere degli uomini. Tutti i tradimenti, dopo i miei benefici, tutte le abiure, tutte le negazioni e i peccati contro la Verità da Me portata, tutti i peccati contro lo Spirito Santo che ha parlato per bocca mia e che per merito mio è venuto a illuminare la Parola del Verbo, tutte queste trafitture, fatte nei secoli dalla razza che Io volli salvare pur sapendola così restia al Bene, saranno presenti nell’interno degli spiriti adunati, i quali, nella Luce folgorante del mio balenare, riconosceranno quello che fecero con la loro pervicace volontà d’impugnare ciò che fu detto e fatto da Uno che non poteva mentire, né fare opere non utili secondo la legge divina d’amore. (…) Ogni giudizio è rimesso al Figlio, ma il Figlio farà giudizio anche delle colpe commesse contro il Padre e lo Spirito.
Il portatore di Vita, il Vivente eterno e l’eterno Immolato che il mondo volle morto, ucciso come si uccide il delinquente che nuoce (…) è Colui che aprirà le porte alla Morte vera e immetterà in essa corpi e anime dei suoi trafittori. Il portatore della Vita che si vive in Cielo, chiuderà le porte dell’Inferno sul numero intoccabile dei maledetti, i quali hanno preferito la Morte alla Vita. 17.8.43


• I delitti della Terra hanno tutti i nomi di bestemmia, come li ha la Bestia con cui la Terra e i suoi abitanti si sono alleati pur di trionfare. I sette peccati stanno come ornamento orrendo sul capo della Bestia che trasporta Terra e terrestri ai pascoli del Male e i dieci corni, numero metaforico, dimostra le infinite nefandezze compiute, pur di ottenere, a qualunque costo, quanto vuole la sua feroce cupidigia. 22.8.43


• Chi ha ucciso il suo spirito con vita terrena di peccato, viene a Me, nel giudizio particolare, con uno spirito già morto. La risurrezione finale, farà sì, che la sua carne riprenda il peso dello spirito morto per morire con esso totalmente. Mentre chi ha vinto la carne nella vita terrena, viene a Me, nel giudizio particolare, con uno spirito vivo che, entrando nel Paradiso, aumenta il suo vivere. 22.8.43


• La disonestà non consiste soltanto nel rubare, nel mentire, nel nuocere al prossimo; sono disonestà il mancare verso Dio, il derubare Lui di quel rispetto amoroso che è dovere dell’uomo verso il suo Creatore. E’ disonestà far servire i suoi doni per atti malvagi, tutti i suoi doni e specie il dono della vita.(…)
Le tentazioni è inevitabile che ci siano, ma esse non fanno male; male fate voi quando cedete ad esse e non dite che esse sono più forti di voi. No. Il Padre dà, secondo, quanto avete voi da dare. La tentazione richiede 10 di forza per resisterle? Dio ve ne dà 10 e anche di più. Il male è che siete voi che desiderate di cedere al male, e allora che può Dio se voi distruggete le forze di Dio con la vostra volontà perversa e vi abbandonate al bacio della tentazione? (…) In un corpo corrotto stanno fetori di morte, in anime corrotte stanno manifestazioni di peccato. 31.8.43


• La Colpa, ha sconvolto alle radici dell’uomo, quel complesso perfetto di carne e spirito, di carne non dissimile in moti e sentimenti, dallo spirito di cui era solo più pesante ma non contraria e tanto meno nemica. (…) La colpa ha sconvolto quell’armonico contorno che Dio aveva messo intorno al suo figlio perché fosse re e re felice.
Caduto l’amore dell’uomo verso Dio, cadde l’amore della Terra verso l’uomo. La ferocia si scatenò sulla Terra fra gli inferiori, fra gli inferiori e l’uomo e, orrore degli orrori, fra l’uomo e l’uomo. (…) Ecco allora che una pianta è nata dal seme della Colpa; fu una pianta d’amaro frutto e di pungenti rami: il dolore. 23.9.43


• In verità vi dico, che fra chi uccide un corpo in un impeto d’ira e chi uccide un’anima o una reputazione con lenta e premeditata azione, che fra chi ruba una borsa e chi ruba una persona ai suoi familiari, è molto più colpevole, il colpevole verso lo spirito, che non l’altro.  (…) Tornate al Signore Iddio vostro. L’ora è piena, piena in tutti i modi. Quattro sono i calici colmi; due divini e due infernali. In questi ultimi è strage per la terra e morte per lo spirito. Negli altri, divini, è Giustizia in uno e Misericordia nell’altro. 1.10.43


• Se gli uomini mi dessero il loro cuore! Non vi sarebbe più il peccato sulla terra, non vi sarebbero più i vizi che vi fanno ammalare carne e spirito, non vi sarebbero più le crudeltà reciproche che feriscono, non vi sarebbe più quel dolore spasmodico di chi piange solo e incompreso. Sarebbe la salvezza del mondo il dare i vostri cuori a Me. 3.10.43
Il peccato è la causa che vi separa da Dio e fa di voi una putrefacente carne corrotta, pasto di Satana che vi ha avvelenato per divorarvi, preda della sua fame di divoratore d’anime e di nemico di Dio, Creatore delle anime. (…)
In verità vi dico, che base di tutti gli errori che si commettono sulla Terra, è il peccato che separa l’uomo dalla Grazia. 10.10.43


•“Non piangete, vi compatisco, sono qui per mondarvi, per aiutarvi. Venite. Il Dio di amore vi dà il suo Sangue per pulirvi dal fango e il suo Cuore per asilo sicuro. Venite, uomini che Satana insidia. Vicino a Me, Satana non viene. Alzate la testa verso Iddio, non vi avvilite. Ho voluto esser tentato per provare, come uomo, ciò che è la seduzione di Satana per compatirvi, non con mente di Dio, ma con esperienza di uomo, nelle vostre tentazioni. Non vi avvilite. Mi basta che non vogliate peccare. Mi basta che non disperiate dopo il peccato. La prima cosa offende Me: Dio. La seconda offende Me: Salvatore. Non bisogna mai dubitare del vostro Salvatore, mai. A chi ha fede nella potenza del Salvatore, è riservato ogni perdono. Ve lo dico Io che sono la Verità”. 12.10.43


• Se l’uomo riflettesse a ciò che fa, a ciò che perde, a quale delitto, a quale furto giunge levando alla sua anima il suo candore battesimale, quale sacrilegio compie profanando in sé la vera immagine di Dio: Spirito di Grazia, di Bellezza, di Bontà, di Purezza, di Carità infinita. Se riflettesse al deicidio che compie uccidendo la sua anima, oh, no, l’uomo dotato di ragione, non peccherebbe; ma l’uomo è un re stolto che disperde con la sua volontà malata, i tesori del suo regno e mette in repentaglio il possesso del suo stesso regno. 12.10.43


• La bruttezza fisica è venuta all’uomo come una delle tante conseguenze della colpa. La colpa non ha lesionato soltanto lo spirito, essa ha portato tale lesione anche alla carne. Dallo spirito, che aveva perduto la Grazia, sono venuti istinti contro natura, che hanno avuto per frutto le mostruosità della razza. Se l’uomo non avesse conosciuto il peccato, non avrebbe conosciuto certi stimoli e non avrebbe contratto alleanze deprecate e maledette che hanno poi pesato, nei secoli dei secoli, con marchio di bruttezza sulla prima originaria bellezza. Anche quando l’uomo non giunse ad avvilire se stesso con certe colpe, la cattiveria, portata sino alla delinquenza, segnò stigmate sui volti dei malvagi e sui loro discendenti, stigmate che ancora oggi studiate per reprimere la delinquenza.
Dovreste cominciare voi, scienziati che le studiate, a levare le prime stigmate del vostro cuore, quelle che vi fanno ribelli a Dio, alla sua Legge, alla sua Fede. Occorre curare lo spirito, non reprimere le colpe della carne e del sangue. Se l’uomo, curando se stesso per primo, curasse poi l’educazione spirituale dei fratelli, riconoscendo questo spirito come motore dei vostri atti e non negandolo con le parole e più con le opere di tutta la vita, la delinquenza diminuirebbe sino a divenire manifestazione sporadica di qualche povero malato di mente. 15.10.43


• Oh, se il mondo si sforzasse d’imitare Maria! Il Male in tutte le sue diverse manifestazioni che vanno dalle rovine di anime alle rovine di famiglie, dalle rovine di famiglie alle rovine delle Nazioni e dell’intero globo terracqueo, cadrebbe vinto per sempre, perché Maria tiene il Male sotto il suo calcagno verginale e, se Maria fosse vostra Regina e voi foste veramente suoi figli, sudditi e imitatori, il Male non potrebbe più farvi del male. 15.10.43


•Non vi dovete tanto preoccupare del male e della morte nel senso umano della parola, quanto del Male e della Morte nel senso soprannaturale, il più vero, perché la vostra attuale, è veste che si posa, la vostra attuale, è dimora che si lascia, ma oltre questo giorno vi attende un futuro in cui diverrete possessori di ciò che è vera vostra parte. 8.11.43


• Io mi sono distrutto per fare di Me fuoco di purificazione per i peccati degli uomini. Vogliate non peccare. Vogliatelo solo, il resto lo farò Io che vi amo divinamente. Ditevelo: “Non vogliamo peccare” e cercate di non farlo. Come malati da tremenda malattia, ormai superata, giorno per giorno, vedrete cadere la febbre del male e aumentare le forze della salute. Vi tornerà il gusto a ciò che è buono e giovevole. 10.11.43


• La mia Misericordia  è pronta ad assolvere purché ricorriate a lei con fede e umiltà. La mia bontà è più incline a liberarvi dal male e dalla sventura che a lasciarvi, purché non dubitiate di Me. La mia Sapienza sa, fino a che punto, posso spingere la prova per ogni mio singolo figlio. Se passassi quel segno sarei imprudente, quindi non più perfetto, quindi, non Dio. Non temete, vi dico, non temete, credete in Me e nel nome mio. 30.12.43


•Fra le molte cose che il mondo nega, gonfio di orgoglio e d’incredulità quale è ora, è la potenza e la presenza del demonio. L’ateismo che nega Dio, nega logicamente anche Lucifero, il creato da Dio, il Ribelle a Dio, l’Avversario di Dio, il Tentatore, l’Invidioso, l’Astuto, l’Instancabile, il Simulatore di Dio. (…)
Non negate l’esistenza di Satana, figli che perite per negare sempre, per negare tutto. Non è fola di donnicciole e non è superstizione medioevale. E’ realtà vera.
Satana c’è ed è instancabile nell’agire. In alto, Dio è instancabile nel bene, in basso, Satana è instancabile nel male. (…)
Ricordate che metaforicamente, artificialmente o realmente, Satana agisce subdolamente nelle tenebre. Vi circuisce con avvolgimenti e sottigliezze di serpente in agguato nel folto di una macchia. 8.1.44


•Satana, dopo aver tentato di distruggere il Cristo, tentandolo, la Chiesa dandole epoche oscure, il Cristianesimo con gli scismi, la società civile con le sètte, ora, alla vigilia della sua manifestazione preparatoria alla finale, tenta di distruggere le vostre coscienze dopo aver già distrutto il vostro pensiero. Sì, distrutto, distrutto non come capacità di pensare da uomini, ma da figli di Dio. Il razionalismo, la scienza separata da Dio, hanno distrutto il vostro pensiero da dèi ed ora pensate come il fango può pensare: a livello di terra. Non vedete Dio, impresso col suo sigillo sulle cose che il vostro occhio vede. (…)
Ora Satana assale le coscienze, offre l’antico frutto: piacere, avidità di sapere, superba e sacrilega speranza di ottenere, mordendo nella carne e nella scienza, d’essere dèi. Il piacere fa di voi degli animali arsi dalla lussuria, repellenti, malati, condannati in questa e nell’altra vita ai morbi della carne e alla morte dello spirito. 8.1.44


• Come posso Io andare a chi ha in sé odio che fermenta? E l’imprecazione non è forse odio che fermenta? contro Me, contro il prossimo, contro la volontà di Dio, contro voi stessi. Sappiate che , anche se è contro voi stessi, è da Me riprovata perché Io aborro i cuori e le    bocche che odiano, sia che odino Me Dio, o i fratelli, creature di Dio, o loro stessi, opera di Dio. 19.1.44
Molte volte il fomite del peccato entra per la gola. In un corpo golosamente nutrito, anche gli altri appetiti sorgono. Viene la concupiscenza nella sua triplice veste, perché i fumi dell’eccesso di cibo, svegliano la sensualità, eccitano la superbia e, conseguentemente, spingono l’uomo a essere avido di denaro, perché per possedere la donna e il potere, occorre molto denaro. Nel fermentare delle passioni muore la fede e l’anima si stacca da Dio, preparandosi così ad adorare il primo idolo che le viene presentato. 8.2.44


• Tu hai visto le mie sofferenze, esse sono state volte a riparare le vostre colpe. Niente nel mio corpo è stato escluso da esse, perché niente nell’uomo è esente da colpe e tutte le parti del vostro io fisico e morale (…) sono strumenti di cui vi servite per compiere il peccato; ma Io sono venuto per annullare gli effetti del peccato col mio Sangue e il mio dolore, lavando le vostre singole parti fisiche e morali in essi, per mondarle e per renderle forti contro le tendenze colpevoli.
Le mie Mani sono state ferite e imprigionate, dopo essersi stancate di portare la Croce, per riparare tutti i delitti fatti dalla mano dell’uomo. (…)
I Piedi del vostro Salvatore, dopo essersi affaticati e contusi sulle pietre del mio cammino di Passione, sono stati trafitti, immobilizzati, per riparare tutto il male che voi fate con i piedi, facendo di essi il mezzo per andare ai vostri delitti, furti, fornicazioni. (…)
Le mie Carni si sono maculate, contuse, lacerate, per punire in Me tutto il culto esagerato, l’idolatria che voi date alla carne e di chi amate per capriccio di senso o anche per affetto, che in sé non è riprovevole ma che rendete tale, amando un genitore, un coniuge, un figlio, un fratello, più di quanto amate Dio. (…)
Io ho fatto delle mie Carni una piaga, per levare alle vostre il veleno del senso, del non pudore, del non rispetto, dell’ambizione e ammirazione della carne destinata a tornare polvere. Non è col culto della carne che si porta la carne alla bellezza; è con il distacco da essa che si dà ad essa la Bellezza eterna nel Cielo di Dio.
La mia Testa fu torturata da mille torture: delle percosse, del sole, delle urla, delle spine, per riparare alle colpe della vostra mente. Superbia, impazienza, insopportabilità, insofferenza pullulano come un fungaio nel vostro cervello. Io ho fatto di esso un organo torturato, chiuso in uno scrigno decorato di sangue, per riparare a tutto ciò che sgorga dal vostro pensiero.(…)
Quante impazienze voi avete per dei nonnulla, quante incompatibilità per delle inezie, quante insofferenze per dei semplici malesseri!
I miei organi non furono esenti dal soffrire. Non uno di essi. 20.2.44


• La colpa è radice alla colpa. Una nasce sull’altra, e la marea del male cresce e Dio non può piegarsi là, dove vede affezione alla colpa; e se è penoso che gli innocenti soffrano per un’espiazione generale, è giusto che coloro che non sanno svellere dal loro cuore la colpa, provino l’abbandono di Dio con tutto il suo tossico che morde le viscere e fa urlare di spasimo. 27.2.44


• La Terra urla come creatura impaurita dai mostri che l’abitano; l’Universo trema di orrore alla vista dei delitti che coprono la Terra; Io, Dio vostro, fremo d’ira divina per la vostra corruzione di carne, di mente, di spirito. Né la pietà del Salvatore, né quella della Vergine e dei santi, placa col loro pregare l’ira mia. 25.3.44


• La carità non può esistere dove vive l’iniquità, perché la carità è Dio e Dio non convive col Male; perciò chi ama il Male, odia Dio, odiando Dio aumenta le sue iniquità e sempre più si separa da Dio – Carità. Ecco un cerchio dal quale non si esce e che si stringe per torturarvi. Potenti o umili, avete aumentato le vostre colpe, trascurato il Vangelo, deriso i Comandamenti, dimenticato Iddio – poiché non può dire di ricordarlo chi vive secondo la carne, chi vive secondo la superbia della mente, chi vive secondo i consigli di Satana – avete calpestato la famiglia, avete rubato, bestemmiato, ammazzato, testimoniato il falso, mentito, fornicato, vi siete fatti dell’illecito, lecito. (…)
E’ la catasta delle piccole colpe singole quella che crea la base alla Colpa. Se ognuno vivesse santamente senza avidità di carne, di denaro, di potere, come potrebbe crearsi la Colpa? I delinquenti ci sarebbero ancora ma sarebbero resi innocui perché nessuno li servirebbe. (…) Per quanto Satana li aiutasse, il suo aiuto sarebbe reso nullo dall’unità contraria di tutta l’umanità fatta santa dal vivere secondo Dio e l’umanità avrebbe inoltre Dio con sé. Dio benigno verso i suoi figli ubbidienti e buoni. La carità sarebbe dunque nei cuori, viva e santificante, e l’iniquità cadrebbe. 28.3.44


• Contro il potere del Demonio, ogni potere ha la Croce. 29.3.44


•Anche se tutto sembra perduto, confida; anche se l’abisso del Male erutta i suoi demoni per straziare la Terra e fecondarla e generare l’Anticristo e l’abisso dei Cieli pare chiudersi per decreto del Padre da cui procediamo, Noi, il Verbo e lo Spirito, siamo ancora operanti e amanti per salvarvi e difendervi. Io – Carità e il Verbo – Carità, Io – Santificazione e il Verbo – Redenzione, non cessiamo l’Uno di effondere i meriti del suo Sangue, l’Altro i carismi del suo potere, per il bene di voi. 9.4.44


• Il peccatore morto alla Grazia non è felice, pare lo sia, ma non lo è, e se anche ha dei momenti di ebbrezza che non gli fanno comprendere il suo stato, non mancano mai le ore in cui un richiamo della vita gli fa sentire la sua condizione di separato da Dio. Allora è la desolazione, quella tortura che Dio fa gustare ai suoi prediletti perché siano come il suo verbo: Salvatori.
L’abbandono di Dio! L’orrore più grande della morte. (…) Se gli uomini sapessero sempre cercare Gesù! La pianta della disperazione cesserebbe di gemere il suo tossico, perché morirebbe per sempre. 20.5.44


• Voi siete templi vivi in cui Dio abita. La colpa scaccia il divino Ospite (…) Quando la creatura non è più in stato di grazia, il suo angelo, piangendo, venera l’opera del suo Creatore. Non può venerare altro. 26.6.44


• Non soltanto la morte del peccatore è orribile, ma anche la sua vita. Non bisogna illudersi sul loro aspetto esterno, è una vernice, una tenda messa a coprire la verità. In verità ti dico che un’ora, soltanto un’ora della pace del giusto, è incalcolabilmente più ricca di felicità che non la più lunga vita di peccato.
L’apparenza è diversa? Sì, è diversa, ma come agli occhi del mondo non appare la ricchezza di gioia di un mio santo, così anche agli occhi del mondo non appare il baratro d’inquietudine e di scontento che è nel cuore dell’ingiusto e che, come da cratere di vulcano in eruzione, erutta continuamente vapori acri, corrodenti, velenosi, che sempre più intossicano quello sciagurato. Sì, per cercare di soffocare l’inquietudine, chi non agisce nel bene, cerca darsi le soddisfazioni che possono appetire al suo animo traviato, perciò soddisfazioni di male, perché dal suo fermento, non può venire che veleno. 13.7.44


•Io chiamo morti quelli che, per non essersi dati tutti alla Vita, sono resi pesanti e tardi, freddi e inerti come corpi morti o morenti. Morti non sono unicamente i ‘grandi’ morti senza più traccia di vita, quelli cioè che per le loro colpe sono di Satana. Sono morti anche quelli che per la loro tiepidezza, per il loro quietismo, non hanno slanci verso il Bene. Sono come sassi non sepolti nelle viscere del suolo, ma posati su esso. Un sasso, anche se non è sepolto, non si muove per forza propria, ci vuole un piede che lo rotoli, una mano che lo scagli perché esso vada oltre.
Queste anime, che Io chiamerei embrioni di anime perché con la loro apatia si sono atrofizzate divenendo animucce esili e deboli al sommo, non sono diverse da questi sassi. La mia mano, misericordiosamente, talora le raccoglie e le scaglia, per vedere di farle desiderose di moto, ma esse non procedono che per quello che Io le lancio, poi ricadono nell’immobilità. 31.7.44


•La carità non può esistere dove vive l’iniquità, perché la carità è Dio e Dio non convive col Male; perciò chi ama il Male, odia Dio, odiando Dio aumenta le sue iniquità e sempre più si separa da Dio – Carità. Ecco un cerchio dal quale non si esce e che si stringe per torturarvi. Potenti o umili, avete aumentato le vostre colpe, trascurato il Vangelo, deriso i Comandamenti, dimenticato Iddio – poiché non può dire di ricordarlo chi vive secondo la carne, chi vive secondo la superbia della mente, chi vive secondo i consigli di Satana – avete calpestato la famiglia, avete rubato, bestemmiato, ammazzato, testimoniato il falso, mentito, fornicato, vi siete fatti dell’illecito, lecito. (…)
E’ la catasta delle piccole colpe singole quella che crea la base alla Colpa. Se ognuno vivesse santamente senza avidità di carne, di denaro, di potere, come potrebbe crearsi la Colpa? I delinquenti ci sarebbero ancora ma sarebbero resi innocui perché nessuno li servirebbe. (…) Per quanto Satana li aiutasse, il suo aiuto sarebbe reso nullo dall’unità contraria di tutta l’umanità fatta santa dal vivere secondo Dio e l’umanità avrebbe inoltre Dio con sé. Dio benigno verso i suoi figli ubbidienti e buoni. La carità sarebbe dunque nei cuori, viva e santificante, e l’iniquità cadrebbe. 28.3.44


•Più l’uomo è debole – e il peccato è debolezza per lo spirito, debolezza che tanto più cresce quanto più grave è il peccato o più numeroso e ripetuto e giunge ad uccidere come per consunzione le forze dell’anima -  e tanto meno è capace di comprendere, agire, pentirsi e salvarsi. 4.8.44


•L’albero del bene e del male si drizza davanti ad ogni uomo. Sta all’uomo, creatura dotata di ragione e di un’anima datagli da Dio, saper discernere e volere il frutto buono fra i molti che buoni non sono. 8.8.4


•La più grande delle indulgenze è quella della carità che copre la moltitudine dei peccati. Per tutti i cristiani, i quali devono fare un atto di fede continua e di carità continua per godere di questa indulgenza e per meritarla. 18.9.44

 

Dal libro di AZARIA


•Non bisogna mai mentire neppure nelle sfumature. Az. 24 – 24.3.46


•Satana lavora, dove vi sono posti vuoti di Dio. Az. 42 -  31.3.46


• I colpevoli, da Adamo e Eva in poi, non sanno che fuggire, o tentare di fuggire dal cospetto di Dio, anche chi nega esservi un Dio, se per improvvisa riflessione ha un baleno di ammissione che Dio può anche essere, non fa che fuggire … per dimenticare questa Esistenza. E così fa l’assassino, il ladro, il corruttore, tutti i colpevoli e tanto più lo fanno, quanto più la loro colpa è grande, quanto più si ripete più e più volte; anzi giungono a nuove colpe per stordirsi con la pseudo certezza che Dio non è, perché li lascia fare. Il poter uccidere, seviziare, rubare, usurpare, per loro è prova che essi sono “i super-uomini”, gli “dei” e nessuno è al di sopra di loro. In questa ragione di volersi dire che essi sono “dei”, che Dio non è; che non c’è seconda Vita, Giudizio, Castigo, che ognuno è libero di fare ciò che è utile, a qualunque costo, con qualunque mezzo, è la spiegazione dei ripetuti e sempre più gravi peccati dei grandi peccatori. Az. 47 -  7.4.46


• Ogni peccato, ogni omissione, ogni imperfezione, che cos’è se non un momentaneo o pertinace collasso dell’amore nell’uomo?
Il peccato mortale, ostinato, impenitente, è il pertinace collasso dell’amore, il coma, l’agonia mortale che termina nella morte eterna. Il peccato veniale è un meno profondo collasso, ma tiene sempre in torpore l’anima. L’imperfezione è ancor meno. Se involontaria, è appena un cedimento di un attimo della vigilanza amorosa. (…) L’assolutore che corrobora che tiene sempre pronti all’appello, in modo da non dover temere, è l’amore.
Riparare con l’amore al più o meno grave collasso d’amore avuto. Riconquistare il Dio perduto con l’amore. (…)
In questa e nell’altra vita le colpe non meritevoli di dannazione, si riparano con l’amore. Quando lo spirito ha imparato ad amare in modo da non offendere più l’Amore, allora è beato.
Non temere la morte improvvisa, non il giudizio di Dio. Non sono cose che fanno paura ma, temi di mancare alla Carità. Le mancanze alla Carità provocano il rigore di Dio, e solo chi deve incontrare quel rigore deve aver paura della morte. Az.145 - 2.6.46


•Il timore di Dio che preserva dalle colpe, dà vista sicura allo spirito dell’uomo e lo spirito che “vede”, può credere in Dio e nelle sue Parole e così salvarsi da morte spirituale. (…)
Il timore precede sempre l’amore è, dirò così, l’incubazione dell’amore, è la metamorfosi del sentimento in un grado più alto. (…)
L’uomo che teme, si sente ancora il “castigato” per la Colpa antica e per le sue attuali; l’uomo che ama, si sente il “perdonato” per i meriti di Cristo e rivestito di essi, tanto che il Padre non lo vede più come suddito, ma come figlio. (…)
Il colpevole, col solo timore si pente, ma il suo pentimento è ancora muto e oscuro perché soffocato, come una fiamma sotto al moggio, dalla paura del Dio Giudice. Il colpevole che al timore congiunge l’amore, ha sospiri, e la sua anima è già in una luce che lo aiutano a parlare al Padre e a vedere il suo stato spirituale, per cui, non solo le colpe gravi ma anche le veniali e le imperfezioni si disvelano (…).
Il colpevole poi che ha l’amore come sua forza, non solo ha il pentimento perfetto – perché si pente non già per tema di castigo, ma per spasimo di aver addolorato il suo amato Dio – ma ha nell’amore stesso, la prima assoluzione. Veramente, poche volte, chi ama con tutto se stesso, giunge alle colpe mortali; solo un assalto improvviso e feroce di Satana e della carne, lo possono abbattere per un momento, ma generalmente l’amore preserva dal cadere e tanto è più forte e altrettanto è più debole il peccare, sia in numero che in gravità, sino a ridursi il peccare, a ridursi in imperfezioni appena apparenti in coloro che hanno raggiunto l’assoluto nell’amore e perciò la santità. Az.182 -  23.6.46


•Chi non ama resta nella morte, ossia nel peccato, perché il peccato, in tutte le sue forme, è odio. Il figlio che non rispetta i genitori e li opprime di pretese e di egoismo, chi nuoce al suo prossimo con la violenza, il furto, la calunnia, l’adulterio, è omicida. Non occorre uccidere per essere omicida; anche chi fa morire di vergogna o di dolore, anche chi porta le anime alla disperazione per azioni che levano loro pace, fede, onore, stima, mezzo di lavorare e vivere, e far vivere i suoi familiari; anche chi porta con la sua ferocia sanguinaria o con la sottile persecuzione morale a disperare di Dio e a morire odiandolo, sono omicidi dei fratelli ed è come se tentassero di uccidere Dio, in una nuova Crocifissione, perché Dio è nei fratelli vostri e i  vostri fratelli sono in Dio di cui sono figli. L’omicida dei fratelli, colui che odia i fratelli materialmente, moralmente o spiritualmente,  non colpisce essi solo, ma colpisce, attraverso essi, Dio e come tutti i deicidi, è un morto. Az. 184 – 23.6.46


•Ricordati sempre che il tuo e mio Signore, ti ha insegnato che la forza che ottiene il perdono di Dio a un peccatore, è il perdono dell’offeso. E’ un capovolgimento della petizione dell’Orazione di Gesù SS. “Padre, perdona a noi i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori” dice il Pater. La misericordia di un cuore che tutto e tutti assolve dicendo: “Sono degli infelici, non dei malvagi”, grida invece: “Padre, perdona ai nostri debitori perché noi abbiamo loro tutto già perdonato”. Az. 225  - 4.8.46


•Male insanabile non è essere nati fra le tenebre del Gentilesimo o di una idolatria e neppure fra le nebbie di una fede eretica nella quale persiste un ricordo del Vero, delle parti della Vera Religione ma private di Vita perché separata dal Corpo mistico che è l’unico Corpo vivente; ma male è, essendo nati nella Chiesa, vivere da eretici, pagani, separati e morti per il peccato. Az. 241 – 18.8.46


•Il denaro è uno dei tranelli che Satana ha creato per la rovina dell’uomo, ma, come tutte le z Cristo. Può essere redenta anche la ricchezza se usata a fine santo. E, io te lo dico, non c’è fine più santo di usare la ricchezza per le opere di misericordia. E quasi tutte le opere di misericordia corporali e spirituali sono compiute da chi è missionario, ossia il sacerdote buono perché tutta la Terra è terra di missione e fuor della porta della sua chiesa, sulla soglia del suo convento, il Sacerdote o il Religioso trova l’idolatra, l’incredulo, l’ateo, il “morto”, il germe informe da portare in grembo della Chiesa Madre perché Essa lo partorisca a Dio.  Az. 245 -18.8.46


•Come una lebbra è la bugia e sempre più si aggrava dopo la prima macchia. Nessuno vorrebbe essere lebbroso, nessuno voglia essere bugiardo. La menzogna è, oltre che danno a se stessi, danno al proprio spirito e anche danno ai fratelli. Az.20.10. 46  296


•Se vi adirate, guardatevi dal peccare. (…) Non si può impedire all’io di soffrire per un’offesa ricevuta, ma ciò non è peccare. Peccare è quando si ribatte offesa a offesa mancando alla carità. (…) Il sacrificio del vostro risentimento, se siete voi gli offesi, della vostra superbia se siete gli offensori, vale ben più del sacrificio materiale e della preghiera macchinale. E nulla è l’offerta o la preghiera e anche il Sacramento, se non è preceduta dalla carità che è perdono e umiltà. Az. 20.10.46   297


•La superbia non fa dell’uomo un superuomo ma un pigmeo, ma un animale, unicamente un animale ragionevole – e poco anche questo, perché la superbia offusca la ragione – un animale e non più un dio e ciò per l’assenza dello Spirito Santo che fugge dai superbi e dagli impuri. Del resto la superbia è l’impurità dello spirito. La presenza dello Spirito di Dio divinizza l’uomo, la superbia lo priva di questo Spirito e l’uomo discende. Az. 27.10.46


•Prudenza nelle parole. Quanto si pecca con le parole! Parole licenziose, parole di mormorazione, parole d’ira, parole vane. Sappiate vegliare sulla lingua, facendola organo di lode a Dio e di edificazione ai fratelli e non strumento di ferita o di frastuono. Az. 27.10.46 - 307

 


Dall'Epistola ai Romani


•La tribolazione e l’angoscia sono sempre compagne dell’anima dell’uomo che fa il male, anche se non appare agli occhi degli altri uomini.
Chi è colpevole non gode di quella pace che è frutto della buona coscienza. Le soddisfazioni della vita, quali che siano, non bastano a dar pace. Il mostro del rimorso assale i colpevoli con assalti improvvisi, nelle ore più impensate e li tortura. Talora serve a farli ravvedere, talaltra a farli maggiormente colpevoli, spingendoli a sfidare Dio, spingendoli a cacciarlo del tutto dal loro “io”, perché il rimorso viene da Dio e da Satana. Il primo lo desta per salvare, il secondo per finire di rovinare, per odio, per scherno.
L’uomo colpevole, che è già di Satana, non pensa che è il suo tenebroso re che lo tortura dopo averlo sedotto ad essergli schiavo e accusa Dio del rimorso che sente agitarsi in lui e cerca di dimostrarsi che non teme Dio, che cancella Iddio coll’aumentare le sue colpe senza paura (…) nell’intento di soffocare la voce sotto quella di trionfi più o meno grandi e temporanei. Ma l’angoscia resta, la tribolazione resta. (…) Ma la tribolazione e l’angoscia della vita non sono che un minimo saggio della tribolazione e angoscia dell’oltre vita, poiché l’inferno, la dannazione, sono orrori che anche l’esatta descrizione di essi, data da Dio stesso, è sempre inferiore a ciò che essi sono. Rm. 58 - 14.1.48


•Timore di Dio non è terrore di Dio, questo ricordino i malati di scrupoli, i quali offendono Dio nel suo amore e paralizzano se stessi in un perpetuo tremore. Ricordino che un’azione non buona, diventa più o meno peccato, a seconda che uno è convinto che sia peccato, o è incerto che lo sia, o non crede affatto che lo sia. Perciò se uno fa anche un’azione non veramente peccaminosa ma è convinto che essa lo sia, fa cosa ingiusta, mentre se uno fa cosa non giusta ignorando che sia tale, veramente ignorando che sia tale, Dio non imputa quella cosa come colpa. Rm. 71 - 22.1.48


• Timore non è terrore, però anche timore di Dio non è quietismo. I contrari degli scrupolosi sono i quietisti, sono quelli che per un eccesso di fiducia, ma fiducia disordinata, non si danno premura di fare il bene perché sono sicuri che Dio è così buono da essere sempre contento di tutto, e con ogni studio, seduti nella loro staticità sonnolenta, cercano di restarvi, chiudendo la mente alle verità che a loro non piace di sapere, ossia a quelle che parlano di castigo, di purgatorio, di inferno, del dovere di fare penitenza, di lavorare a perfezionarsi. Sono anime torbide e superbe, sì, perché i quietisti sono dei superbi. Superbi credendosi già perfetti al punto di essere certi di non peccare mai. Rm. 72
Per il peccato d’Adamo entrarono la malattia, le deformità, la morte fra gli uomini, perché la malizia, accesasi dove prima era solo fiamma di pura carità, condusse gli uomini a perversioni del senso e sentimento, origine di ogni malattia o mostruosità che si manifesti nell’uomo. Da radici corrotte vengono alberi, fronde e frutti corrotti, e posto che la corruzione iniziale aumentò continuamente per nuovi pervertimenti, la carne dell’uomo, sempre più scontò e sconta e sconterà, la dolorosissima conseguenza della decadenza di troppi uomini, da uomini a bruti. Rm. 108 - 27.2.48


• Dio soffre del Male che vede, ma ne soffre per ciò che esso produce in voi, non per se stesso. Egli è sopra ogni sforzo del Male e neppure l’instancabile e astuta potenza che ha nome Satan, può recare offesa alla sua Perfezione. Satan offende Dio in voi, ma se voi siete dei forti, Satan non avrebbe maniera di offendere Dio per mezzo vostro. (…)
Non riflettete che Satan è astuto, che è predace, che non si accontenta di tentare o vincere voi, ma che più che a voi, mira a schernire Dio, a strappargli le anime, a deridere e disperdere il Sacrificio di Cristo col renderlo nullo per molti di voi e per molti altri appena sufficiente a risparmiarvi la dannazione. Rm. 114 - 28.2.48


• Il Decalogo, con la parte positiva “Farai” e negativa “Non farai”, crea il peccato con tutte le sue conseguenze. Poiché si pecca quando si sa di peccare e l’uomo dopo la Legge, non ebbe più la scusa di dirsi  “Non sapevo di peccare”. Il Decalogo è pietà, punizione e prova. Come “prova” era l’albero che sorgeva in mezzo all’Eden. Senza prova non ci può essere saggio dell’uomo. E’ detto che Dio prova l’uomo, così come l’orafo saggia l’oro nel crogiolo. Solo le virtù forti, la carità soprattutto, aderiscono al  comando negativo della Legge, perché generalmente l’uomo, per insinuazione satanica e per fomiti latenti, appetisce a ciò che è proibito, onde veramente eroici sono coloro che schiacciano senso e tentazione sotto il peso del loro forte amore e non tendono le avide mani al frutto proibito. Rm. 116 - 28.2.48


•La dolorosa realtà del Peccato d’origine e le dolorose conseguenze reali di esso, sono sovente negate o messe in dubbio da molti, da troppi. Tra questi non mancano quelli che più di tutti dovrebbero essere convinti della realtà del peccato originale e delle sue conseguenze, per gli studi compiuti e soprattutto per le loro esperienze di ministero che mette di continuo sotto i loro occhi, saggi, della decadenza dell’uomo che, da creatura perfetta, per il peccato d’origine, si è mutata in creatura debole e imperfetta sotto gli assalti di Satana e di ciò che è intorno e dentro l’uomo, meravigliosa creazione invidiata e turbata dal Nemico di Dio.Rm.125 - 28.5.48


• Il libero arbitrio e i fomiti lasciati dalla Colpa prima, sono un pericolo di morte per la creatura creata ad immagine e somiglianza divina, predestinata alla grazia e alla gloria, ma sono un pericolo santo, venuto dalla Santità infinita, permesso dall’infinito Amore, per poter dare con giustizia ad ogni creatura, ciò che essa ha meritato col suo amore o col suo disamore nel tempo della carne e con l’aiuto della carne e con la vittoria della volontà spirituale sulla carne per amore di Dio e aspirazione al Cielo. Rm. 193 - 8.1.50


• Nelle opposte voci del Bene e del Male che Dio lascia per saggiare gli uomini e dal Male stesso trae motivo di gloria eterna per i suoi figli adottivi, eroici nel vincere il Male e volere il Bene, la volontà libera dell’uomo ha modo di conquistare il posto che lo attira più fortemente. Ogni azione dell’uomo trae origine dalla sua volontà. Se la sua volontà è buona, l’uomo farà azioni buone, o almeno desidererà fortemente di farle. Se la sua volontà è cattiva, l’uomo farà azioni cattive, o almeno desidererà fortemente di farle. (…)
“Il male non basta non farlo, bisogna anche non desiderare di farlo”.  Rm. 203 -  26.1.50


• I veri figli di Dio, viventi secondo lo spirito, pur obbligati a lottare contro gli assalti del male e della carne, restano fedeli all’ordine, all’armonia, all’amore verso Dio e il prossimo e finiscono a fondersi alla Perfezione eterna, mentre coloro che volontariamente eleggono la sapienza della carne, nemica a Dio e alla sua Legge, dopo il transitorio e impuro trionfo terreno, conoscono la disperazione dei respinti da Dio e l’orrore dell’Abisso il cui re è Satana. Rm.204 - 26.1.50


• Il peccatore che vive e muore nel peccato, è omicida di se stesso nelle sue due nature così strettamente unite da farne una cosa sola. Non si può uccidere impunemente la natura soprannaturale dell’uomo senza coinvolgere nella morte eterna anche la natura naturale dell’uomo e non si può vivere da bruti senza uccidere precocemente anche la natura animale: la carne con le malattie, conseguenze dei vizi. Rm. 210 – 8.2.50


• Ho spiegato come sia stata la smisurata vanità di essere come Dio, quella che causò la Colpa e le sue conseguenze. Tutta la creazione, per colpa della vanità folle dell’uomo, che era il capolavoro della creazione, conobbe la bruttura del Peccato e dei peccati contro Dio e contro il prossimo.Rm. 214 – 3.3.50


• Un’azione non buona, per divenire peccato, occorre che sia compiuta con piena avvertenza, dunque, ognuno, in alto o in basso che sia, esamini se stesso, consideri il perché di ogni suo atto, ed esame e considerazione siano veramente sinceri, come lo è il coltello del chirurgo nel mettere a nudo anche le radici più profonde di un male. Visto che la sua azione non è buona, la recida dalla sua volontà per levarle la vita e non si limiti a questo, ma affondi la scure di una retta coscienza nel proprio terreno, nella propria umanità, per levare anche le radici e i succhi che favoriscono il sorgere, nel cuore, nella mente e nello spirito, di piante non buone perché superbe e bruci tutto sul fuoco della carità. Rm.284 – 16.11.50

Dai Quadernetti


•Ogni volta che l’ora della morte spirituale incombe su voi, preghi la Madre universale per tutti i suoi poveri figli, per lo spirito di questi suoi poveri figli, per quello spirito fatto e dato alle creature da quello stesso Dio che l’ha creata e scelta a Sposa e Madre, fatto e dato per fare, di essi, dei suoi figli e sudditi del suo Regno eterno. (…)
Per questa sua natura di Madre del Salvatore, Ella ha potere di salvazione. Invocatela con fede vera ed Ella vi salverà ora e nell’ora della morte. 44.7

Penitenza

Maria Valtorta


•Il Padre mi ha mandato nel mondo. Io mando voi nel mondo a continuare la mia evangelizzazione. Miserie di ogni sorta verranno a voi chiedendo sollievo. Siate buoni pensando alla miseria vostra quando rimaneste senza il vostro Gesù. Siate illuminati. Nelle tenebre non è lecito vedere. Siate mondi per dare mondezza. Siate amore per amare. Poi verrà Colui che è Luce, Purificazione e Amore. Intanto, per prepararvi a questo ministero, Io vi comunico lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi. A chi li riterrete, saranno ritenuti. L’esperienza vostra vi faccia giusti per giudicare. Lo Spirito Santo vi faccia santi per santificare. 627.17


•Dove vivono i sacerdoti? Nel Tempio, e un cristiano sarà un tempio vivo. Che fanno i sacerdoti? Servono Dio con le preghiere, i sacrifici e la cura dei fedeli. E il cristiano servirà Dio con la preghiera, il sacrificio e la carità fraterna. E ascolterete la confessione dei peccati così come Io ho ascoltato le vostre e quelle di molti e ho perdonato, dove ho visto vero pentimento.
Vi agitate? Perché? Avete paura di non saper distinguere? Ho già parlato altre volte sul peccato e sul giudizio del peccato. Ricordate nel giudicare, di meditare sulle sette condizioni per le quali un’azione può essere o non essere peccato e di gravità diversa. Riassumo. Quando si è peccato e quante volte. Chi ha peccato, con chi, con che cosa-Quale la materia del peccato, quale la causa, perché si è peccato.
Ma non temete. Lo Spirito Santo vi aiuterà. Quello che con tutto il mio cuore vi scongiuro di osservare, è una vita santa. Essa aumenterà talmente in voi le luci soprannaturali che giungerete a leggere senza errore nel cuore degli uomini e potrete, con amore o con autorità, dire ai peccatori pavidi, di svelare la loro colpa o ribelli a confessarla; lo stato del loro cuore, aiutando i timidi, umiliando gli impenitenti.
Ricordatevi che la Terra perde l’Assolutore e che voi dovete essere ciò che Io ero: giusto, paziente, misericordioso ma non debole.
Vi ho detto: ciò che slegherete in Terra sarà sciolto in Cielo e ciò che legherete qui sarà legato in Cielo, però, con misurata riflessione giudicate ogni uomo senza lasciarvi corrompere da simpatie o antipatie, da doni o minacce, imparziali in tutto e per tutti com’è Dio, avendo presente la debolezza dell’uomo e le insidie dei suoi nemici.
Vi ricordo che talora Dio permette anche le cadute dei suoi eletti, non perché a Lui piaccia vederli cadere, ma perché da una caduta, può venire un bene futuro più grande.
Porgete dunque la mano a chi cade perché non sapete se quella caduta non sia la crisi risolutiva di un male che muore per sempre, lasciando nel sangue una purificazione che produce salute. Nel nostro caso, che produce santità.
Siate invece severi con quelli che non avranno rispetto al Sangue mio e con l’anima appena monda dal lavacro divino, si getteranno nel fango una e cento volte. Non malediteli, ma siate severi, esortateli, richiamateli settanta volte sette e ricorrete all’estremo castigo nel reciderli dal popolo eletto, solo quando la loro pertinacia in una colpa che scandalizza i fratelli, vi obbliga ad agire, per non farvi complici delle loro azioni. 635.8


•Il dover fare sforzo nel dire la colpa trattiene dalla stessa e se si è compiuta, la pena dell’accusarsi è già penitenza che redime. E se poi uno soffre, non tanto per orgoglio di sé e per paura del castigo, ma perché sa che mancando ha dato dolore, allora, Io te lo dico, la colpa si annulla. E’ l’amore che salva. 468.4


•Ogni caduta ha premesse nel tempo. Più la caduta è grave, e più ha una preparazione. Gli antefatti spiegano il fatto. Non si precipita e non si sale d’improvviso. Né nel bene, né nel male. Vi sono coefficienti.  468.7


•Atto di contrizione.           Orazione:
“Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a ………., perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.
Gesù, infinita Misericordia, che dall’alto della Croce invocasti il perdono del Padre per i tuoi nemici e crocifissori, ottienici il perdono del Padre per averlo offeso tante volte offendendo Te, SS. Verbo del Padre, perché di averlo offeso è il nostro dolore.
Gesù, infinita Misericordia, che tanto perdonasti gli Apostoli da ottenere per essi dal Padre lo Spirito Santo da essi offeso non amando Dio sopra ogni cosa – Te, Dio Incarnato, vilmente da loro abbandonato – e il prossimo loro – Te, Amico e Maestro perfetto – ottienici il perdono dello Spirito Santo    per le nostre colpe contro il duplice amore, perché di avere offeso l’amore, essenza stessa di Dio, noi ci doliamo.
Perdonaci Gesù – Tu, Specchio del Padre, Tu, Frutto del Divino Amore – di tutte le nostre colpe contro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché l’avere offeso la Triade SS., è il nostro dolore, e Tu solo ci puoi levare le macchie delle colpe, perché per rendere monde le nostre anime, hai versato tutto il tuo SS. Sangue.
Vogliamo amarti, o Signore!
Soccorri la nostra debolezza. Soccorrici quando cadiamo.
Infondici il tuo amore perché Tu possa vivere in noi, instaurare in noi il Regno di Dio, farci “una cosa sola” con Te, con Te che sei Uno col Padre e con Lui e lo Spirito Santo formi il Dio Uno e Trino, nostro principio e nostro Fine, Origine d’ogni nostro bene presente ed eterno.
Vivi Tu solo in noi, vivi col tuo Spirito, con quel tuo Spirito tutto amore che è lo stesso Spirito che dal Padre e da Te procede e le nostre anime assecondino i tuoi più leggeri impulsi, onde ogni nostra apparente azione sia la veste alle tue reali e nascoste azioni in noi. Così avvenga per la completa fusione, anzi più, per il completo annichilimento della creatura per far vivere solo Tu in noi.
Vivere e agire movendo, o eterno e santissimo Movente  …….
Vivi Tu solo in noi, o Figlio del Padre che col Padre e lo Spirito Santo sei un unico Dio, di modo che il Padre guardando noi, Te suo diletto veda, e ci ami in Te e per Te nostro Ospite divino, e per stare con Te in noi inabiti.
Vivi Tu solo in noi, o Verbo incarnato, che fosti concepito per opera dell’Amore eterno e che mai da Lui sei diviso, onde, pregando lo spirito nostro per lodare l’adorabilissima Divinità Una e Trina e per invocarla per le nostre necessità e dolori, sia ancora la voce dello Spirito Santo che sale al Trono di Dio per dargli lode perfetta e supplica giusta, accettevoli entrambe al Signore.
Non ti chiedo, o Amore SS. di farmi vivere una mia personale vita nella grazia, ma ti chiedo di vivere Tu, Grazia, in me, perché io viva realmente la vita della Grazia e mi trasformi e super ricrei in un vero Cristo”.  26.5.49


•Per il consentire alla colpa, l’uomo merita il castigo, tanto più grave quante e quali sono le colpe, né viene annullato del tutto il debito dovuto a Dio col Sacramento della Penitenza che cancella il peccato, ma richiede ancora espiazione per esso. Ebbene, la bontà del Padre dà alla creatura di espiare sulla Terra, facendo servire alla conquista del Bene eterno, quelle stesse cose, le membra, l’intelletto, lo spirito che avevano stoltamente servito al male. Ecco allora che l’uomo può, con ciò che servì al peccato, servire alla giustizia e riparare il passato conquistando la santificazione. Az. 221 -  28.7.46