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PRELUDIO​

A principio della trattazione si espone un fatto storico, narrato e comprovato dal­l'autorità di un grande luminare della Chiesa, San Giovanni Bosco.

Nel 1881 il Conte Colle, di Tolone, pre­gò Don Bosco che andasse a benedire il fi­glio diciassettenne, Luigi, gravemente in­fermo. Il Santo si portò dall'ammalato e restò ammirato dell'ingenuità e del can­dore del giovane; sembrava un altro San Luigi Gonzaga. Dopo circa un mese, il Colle ricevette gli ultimi Sacramenti ed il 3 aprile moriva. Prima di spirare, disse ai genitori: Vado in Paradiso; me l'ha detto Don Bosco! - Il Santo Educatore scrisse un opuscolo su Luigi Colle, presentandolo quale mo­dello alla gioventù.

Iddio permise che Luigi apparisse una ventina di volte a Don Bosco, facendogli conoscere la felicità che egli godeva in Pa­radiso. Tutto registrò Don Bosco e tutto oggi è pubblicato. Qui riporto i tratti sa­lienti di qualche apparizione, lasciando la penna a Don Bosco.

e Mi apparve Luigi Colle in un mare di luce, bellissimo nell'aspetto, con vesti bianco-rosate e sul petto ricami d'oro, con una collana a vari colori, bianco, nero e rosso; ma con questi tre ve n'erano infi­niti altri, da non potersi descrivere. Gli domandai: Perché vieni, caro Luigi?

- Non è necessario che io venga; non ho bisogno di camminare.

- Sei felice?

- Godo perfetta felicità.

- Non ti manca proprio nulla?

- Soltanto la compagnia del babbo e della mamma.

- Perché non ti fai loro vedere?

- E perché vuol sapere quello che Dio ha riservato a sé? Ci vuole la permissione di Dio. Se io parlassi a loro, le mie parole, non otterrebbero il medesimo effetto. Bi­sogna che queste passino per lei.

- Cosa devo dire ai tuoi genitori? - Che si facciano precedere dalla luce e si procaccino amici nel Cielo.

Dice Don Bosco: Il volto di Luigi era radioso e di una luminosità che cresceva sino ad abbagliare la vista; i suoi linea­menti erano i medesimi che da vivo.

- Dimmi, Luigi: Tu sei morto o vivo? - Sono vivo.

- Eppure sei morto!

- Il mio corpo è sepolto; ma io vivo. - Non è il tuo corpo quello che io vedo?

- Non è il mio corpo. - È il tuo spirito?

- Non è il mio spirito. - È la tua anima? - No!

- Cosa è dunque ciò che io vedo? - È la mia ombra.

- Ma un'ombra come può parlare? - Per permissione di Dio.

- E l'anima tua dov'è?

- È presso Dio, sta in Dio e lei non può vederla.

- E tu in che modo vedi noi?

- In Dio si vedono tutte le cose; il passato, il presente e l'avvenire vi si ve­dono come in uno specchio.

- Che cosa fai in Cielo?

- Dico: “Gloria a Dio!” A Dio si rèn­dono grazie! Grazie a Colui che ci ha creati, a Colui dal quale tutto ha princi­pio! Grazie! Lodi! Alleluia! ...

Continua Don Bosco: Luigi prese a ma­gnificare la grandezza delle opere di Dio, parlando in latino: Se si andasse in treno­diretto dalla terra al sole, vi s'impieghe­rebbe non meno di trecentocinquant'anni. Per arrivare poi all'altra parte del sole, vi sarebbe uguale distanza. Ogni nebulosa è cinquanta milioni di volte maggiore del sole, e la sua luce per giungere alla terra impiega dieci milioni di anni. La luce del sole percorre trecentomila chilometri al secondo ...

Basta, basta! - esclamò Don Bosco. La mia mente non ti può più tener dietro.

- Eppure è soltanto il principio della grandezza delle opere di Dio!...

- Dimmi ancora: Come va che tu sei in Paradiso ed anche qui?

- Più presto della luce e con la rapi­dità del pensiero io vengo qui, nella casa dei miei genitori e altrove.

- Dimmi qualche cosa utile ai gio­vani!

- Bisogna che i fanciulli si comuni­chino con frequenza. Devi ammetterli presto alla Santa Comunione. Dio vuole che si nutrano della Santa Eucaristia.

- Ma come si fa a comunicarli, quan­do sono ancora troppo piccoli?

- Dai quattro ai cinque anni si mostri loro la Santa Ostia e preghino Gesù guar­dandola. I fanciulli devono essere ben com­presi di tre cose: amore di Dio, Comunione frequente e amore al Sacro Cuore di Gesù.

- Prima di lasciarmi, dammi un'altra spiegazione! I tuoi genitori ed io pregam­mo perché tu non morissi. Perché non fu esaudita la nostra preghiera?

- Fu meglio che io non guarissi.

- Come mai? Avresti fatto opere buone, avresti dato molte consolazioni ai genitori, ti saresti occupato maggiormente a far glorificare Iddio ...

- Ne è lei ben sicuro? Pronunziò lei stesso la sentenza, amara per me, amara per i miei genitori, ma tuttavia fu per il mio bene. Quando lei domandava il mio ristabilimento in salute, la Santa Vergine diceva a Gesù: Luigi adesso è mio figlio; lo voglio prendere ora che è mio!

- Quando ci dovremo preparare noi per venire in Paradiso?

- In seguito le darò la spiegazione che desidera ... » -

L'apparizione cessò.

Quando Don Bosco fece la narrazione di tutto ai Conti Colle, osservò: È indicibile la bellezza degli ornamenti che rivestiva­no la persona di Luigi. La sola corona che gli cingeva la fronte, avrebbe richiesto non giorni o mesi, ma anni per esaminarla par­ticolarmente, divenendo sempre più bril­lante e dilatandosi a misura che la si con­templava. -

La Contessa Colle prese appunti sulla narrazione avuta ed aggiunse: Don Bosco era commosso quando parlava ed i suoi occhi si bagnavano di lacrime. -

Il suddetto episodio farà meglio com­prendere certi quesiti che verranno toccati nel corso della trattazione.

Veniamo alla dimostrazione dell'esi­stenza del Paradiso.

 

PARTE PRIMA

ESISTENZA

Ignoranza disastrosa.

Il treno era in moto. I viaggiatori scam­biavano qualche parola; parlavano del più e del meno.

Una donna carica di acciacchi esclamò: Che vita! Meno male che si muore e ci si va a riposare in Paradiso! -

Un tale rispose: Ma che Paradiso! Quan­do si muore, tutto finisce! Non c'è Paradiso e neppure inferno!

- Scusate, signore, se m'intrometto io! Come Sacerdote sono tenuto a dire la mia parola. Avete detto: Non c'è Paradiso! Quest'affermazione è una conclusione e alle conclusioni si giunge dopo molto stu­dio. A quali studi religiosi vi siete appli­cato per essere convinto di ciò che avete as­serito?

- Non occorre studiare la Religione per avere delle convinzioni!

- Io invece ho studiato seriamente il problema religioso da cinquant'anni e sono sicuro di non errare, dicendo: « Il Paradi­so c'è! v. Studiate, meditate, aprite gli occhi e sappiate guardare!

- Cosa intende dire?

- Che tanti parlano come voi, perché non sanno guardare! D'ordinario si guarda in basso, a destra o a sinistra, e si trascura di guardare dentro ed in alto!

- Spiegatevi meglio!

- Si guarda in basso per cercare dena­ri, piaceri corporali, tutto ciò insomma che soddisfa momentaneamente. Si volgono gli occhi a destra ed a sinistra, per vedere come fanno gli altri: nel commercio, in famiglia, lungo le vie ... Bisogna guarda­re anche dentro ... nel proprio cuore, nella coscienza, per constatare il marciume morale e per scrutare il mistero della più grande aspirazione umana, che è la felicità! È necessario puntare lo sguardo in alto, per conoscere con l'intelligenza il Creatore di quest'universo meraviglioso! Se si guar­dasse meglio, si parlerebbe con più assen­natezza!...

La ragione.

Il Paradiso, l'eterno godimento o felicità perfetta, deve esistere. La ragione umana ne vede la convenienza.

L'istinto è una forza misteriosa, natura­le, che spinge a qualche cosa; finché un istinto non trova l'oggetto corrispondente, sta a disagio. Si avverte la sete; si va allora in cerca di acqua; il corpo vivente va in smania finché non si sia dissetato.

La natura creata, frutto d'infinita sa­pienza, non froda gli esseri nel loro istinto. Ad ogni istinto corrisponde l'oggetto adeguato. Si avverte la fame e c'è il pane; si hanno gli occhi ed esiste la luce; l'intel­ligenza tende alla verità e riesce a scoprirla; il cuore umano ha l'istinto di amare e trova l'oggetto del suo amore. Anche gli animali trovano l'oggetto del loro istinto: il gatto trova il topo e il cane la lepre. ..

Ma tra tutte le tendenze della creatura umana ce n'è una prepotente, incessante, tormentosa; è la sete della felicità, della gioia perfetta.

È un fatto che tutti cercano la felicità, o nell'amore o nella ricchezza o nella sod­disfazione dell'amor proprio; ed è anche un fatto che nessuno sulla terra è felice. Si hanno dei momenti di gioia, misti quasi sempre a qualche amarezza. Ma chi può di­re: Io ho trovato la gioia vera, perfetta, duratura? - Nessuno! Comunemente si esclama: La felicità non esiste; è una chi­mera! -

Se c'è in tutti gli uomini la tendenza alla felicità, necessariamente questa deve esistere. Se così non fosse, noi ci troverem­mo davanti ad un assurdo: la natura, che non inganna gli esseri, neppure le bestie, nelle loro tendenze, ingannerebbe l'uomo, il re del creato!

 

Un fatto.

Persone bizzarre se ne incontrano.

Si racconta che un tale aveva allestito un grazioso villino. Sul cancello pose una targa con lo scritto: “Il proprietario cede gratuitamente il villino a chi è felice”.

Da lì a poco passò per quei pressi un bel giovane, novello sposo. Colpito dalla lusinghiera dicitura, esclamò: Il villino ap­partiene a me! Io sono felice! - Si presentò al padrone. Questi, sicuro del fatto suo, rivolse delle domande: Ma voi siete proprio felice?

- Sì! Sono giovane; godo ottima sa­lute; ho bell'aspetto; sono anche ricco; ho trovato una sposa ideale ...

- Eppure voi non siete felice; se vera­mente foste tale, non desiderereste il mio villino ... I beni, di cui vi credete rico­perto, sono passeggeri. Sarete sempre gio­vane? Vi aspetta la vecchiaia. Avete la salute? Domani potreste essere a letto in­fermo. Siete ricco? Avete più preoccupa­zioni di un semplice benestante. La vostra sposa è ideale? Vedrete quanti crepacuori potrebbe darvi nella convivenza! ... Do­vete convenire con me a dire: Per il mo­mento ho delle gioie, ma realmente non sono felice! -

La felicità deve esistere. Se la vita dell'uomo fosse soltanto terre­na, cioè se tutto cessasse con la morte, l'uo­mo sarebbe un vero deluso. Si ha un'anima spirituale, intelligente e volitiva, distinta ma non separata dal corpo. Lo spirito non può essere distrutto nè dal tempo nè da forza materiale. L'anima sussiste anche dopo la separazione dal corpo e se non può trovare la felicità nella vita terrena, pas­seggera, deve trovarla fuori dal créato, nella vita dell'al di là.

L'assurdo.

Questa vita è incompleta. Ripugnano alla ragione gli assurdi. Se non ci fosse il Paradiso, o il premio nell'altra vita, perché

fare il bene e compiere atti di eroismo, si­no ad affrontare la morte? Perché operare il bene, se non si aspetta una ricompensa? Sulla terra molte opere buone non sono ricompensate, anzi neppure conosciute. Il senso di giustizia esige che i malvagi sia­no puniti. Quanti malfattori restano inve­ce impuniti nel mondo! Quanti onesti ed amanti della giustizia sono oppressi! Se tutto finisse con la morte, si dovrebbe dire: Meglio essere malvagi che onesti! - Ma questa proposizione è contraria alla retta ragione, la quale esige la ricompensa del bene e la punizione del male.

A certe verità, d'importanza capitale, quale sarebbe l'esistenza della felicità per­fetta, l'intelligenza umana può portare solo un piccolo contributo, chiamato di conve­nienza. Ma gli argomenti fortissimi ed in­concussi li appresta la Rivelazione Divina.

Chi non crede al Paradiso? Taluni, per millanteria o per falsa con­vinzione, dicono che il Paradiso non esiste.

I motivi dell'incredulità sono:

1. L'igno­ranza delle verità rivelate da Dio;

2. L'ir­riflessione sul problema o sul perché della esistenza dell'uomo sulla terra;

3. L'inte­resse personale.

Commentiamo il terzo punto.

Chi non osserva i Comandamenti di Dio e si lascia dominare dalle passioni, ha inte­resse di dire a sé ed agli altri: « Il Para­diso non c'è! », - perché, ammettendolo, deve necessariamente ammettere anche l'inferno, il che non gli fa comodo.

I più restii a credere al Paradiso sono coloro che vivono nell'impurità. Se si parla di questa verità ai giovanotti ed alle gio­vani di condotta poco morale ed anche a quelli che convivono senza il Sacramento del Matrimonio, o si arrabbiano, o rispon­dono con una risatina di scherno, o si allon­tanano crollando le spalle, ovvero escla­mano: Sciocchezze! ... Il Paradiso è solo in questa vita! -

Sono troppo sensuali e non possono as­surgere allo spirituale. L'uomo animale non comprende le cose dello spirito di Dio!

 

La Rivelazione.

Che esista Iddio, Creatore dell'univer­so, è certo. Rimando il lettore ad una mia pubblicazione « Perché credo! ».

Che sia esistito Gesù Cristo, nessuno lo mette in dubbio, neppure i più insensati storici o filosofi; e poi, venti secoli di storia sono imperniati sul Cristo e l'attuale uma­nità o crede in Lui ovvero lo combatte.

La vita e gl'insegnamenti di Gesù sono stati e sono tuttora minuziosamente stu­diati dai più grandi geni. I quattro Van­geli, scritti in diversi luoghi e in diverse lingue dai discepoli di Gesù, concordano perfettamente; i primi lettori del Vangelo, testimoni dei fatti narrati, non poterono impugnare nulla, neppure i più accaniti nemici della dottrina del Cristo. Nessun fatto dell'umanità è cosi solido come la esistenza storica di Gesù.

Non mi propongo di dimostrare la Di­vinità di Gesù Cristo, avendo fatto ciò in altre pubblicazioni: « Il mistero della Tri­nità» e «Il Cristo... così ci amò! ... ».

Alla mia tesi basta un rapido accenno. Gesù disse di essere il Figlio di Dio, uguale all'Eterno Padre, e di essere venuto al mondo per redimerlo dal peccato ed in­segnare la via del Paradiso. Fu condan­nato a morte per questo motivo, quale be­stemmiatore. Provò la sua Divinità con la sublimità della sua dottrina, che di certo non aveva appreso nella bottega di Naza­ret. Si mostrò padrone di tutti gli elementi della natura, operando ad un semplice cenno innumerevoli e strepitosi miracoli; cambiare l'acqua in vino, moltiplicare i pani, calmare il mare in tempesta, impe­rare ai demoni, liberare da ogni malattia, chiamare a vita i morti e... risorgere Egli stesso da morte.

Gesù con i miracoli intendeva dimostra­re che era il Figlio di Dio Incarnato, vero Dio e contemporaneamente vero uomo, e per conseguenza presentava la sua dottrina come divina, assolutamente vera, pena l'in­ferno a chi l'avesse rigettata.

Il premio divino.

Gesù insegnò la sua celeste dottrina, perfetta sotto tutti gli aspetti, conforme alla retta ragione, apportatrice di vera pa­ce, però richiedente sacrifici, ed anche gra­vi, quali sarebbero la perfetta purezza anche nei pensieri e l'amore dei nemici.

Per invogliare a seguirlo, era necessario presentare un premio, in qualche modo adeguato ai sacrifici; e Gesù, non una vol­ta, ma di continuo diceva: Il premio sarà eterno! ... Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché mio discepolo, in ve­rità vi dico, che non perderà la sua ricom­pensa (S. Matteo, XI, 42).

Il maestro per eccitare gli alunni allo studio, ricorda loro gli esami e la promo­zione; il capitano ricorda ai soldati, pronti alla battaglia, il frutto della vittoria: la gloria e la libertà. Osserviamo come Gesù si sia comportato durante la vita pubblica nel promettere il premio delle buone opere.

Le Beatitudini.

Gesù, vista la folla, salì sul monte e, come fu seduto, gli si accostarono i suoi discepoli. Allora egli cominciò ad ammae­strarli, dicendo:

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli.

Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che piangono, perché saran­no consolati.

Beati i famelici ed i sitibondi della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveran­no misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati i pacifici, perché saranno chia­mati figli di Dio.

Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.

Beati voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e, mentendo, diranno di voi ogni male per cagione mia. Rallegra­tevi ed esultate, ché grande sarà la vostra ricompensa in Cielo (S. Matteo, V, 1...).

 

Episodio Evangelico.

Un giovane si accostò a Gesù e gli disse: Buon Maestro, che dovrò fare di bene per avere la vita eterna? - E Gesù gli rispose: Se vuoi entrare nella vita (in Paradiso), osserva i Comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre ed ama il prossimo tuo come te stesso. -

Ed il giovane a Lui: Tutto questo l'ho osservato sin da fanciullo. Che altro mi manca?

- Se vuoi essere perfetto, va', vendi quanto hai, dàllo ai poveri e avrai un teso­ro nel Cìelo; poi vieni e seguimi! - Ma il giovane, udito ciò, si allontanò contristato assai, perché era molto ricco.

Allora Gesù disse ai discepoli: In verità vi dico che difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei Cieli! E vi dico di più: È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli! -

Udito questo, i discepoli esclamaro­no: Chi potrà dunque salvarsi? -

E Gesù, guardatili, disse loro: Questo è impossibile all'uomo; ma a Dio è possi­bile tutto (S. Matteo, XIX, 16).

San Pietro, riflettendo sulle parole di Gesù, desideroso di andare in Paradiso, ma nello stesso tempo timoroso di non salvarsi, chiese al Maestro a nome dei di­scepoli: Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che cosa ce ne verrà? - Gesù soggiunse: In verità vi dico che voi che mi avete seguito, nella rigenerazione, quando il Figlio dell'uomo sederà sul trono della sua gloria, sederete anche voi sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. E chi avrà lasciato casa, fratelli o sorelle, padre o madre, o moglie o figli o i campi per amore del mio nome, riceverà il centuplo in questo secolo e poi avrà la vita eterna! (S. Matteo, XIX, 27).

 

Incoraggiamento.

Gesù Cristo per incoraggiare tutti ad andare in Paradiso, portò la parabola de­gli operai. Un padrone uscì di buon matti­no in cerca di operai per la sua vigna; tro­vatili, pattuì la paga del giorno. Uscì anche all'ora terza e poi all'ora sesta ed alla nona; trovati degli uomini oziosi, li mandò nella sua vigna. Verso il tramonto, cioè un'ora prima che finisse il lavoro, mandò altri alla vigna. Alla fine della giornata, tutti ricevettero la paga.

Questa parabola dimostra che il Pa­radiso è riservato non solo a quelli che sin dall'infanzia si danno a Dio, ma pure a quelli che si rimettono sulla buona strada nella gioventù o nella virilità o nella vec­chiaia; possono salvarsi pure coloro che nel­l'ultima ora della vita detestano il male e ritornano a Dio.

Gesù provò questa verità, allorché dal­l'alto della Croce disse al ladrone pentito: Oggi sarai con me in Paradiso! (S. Luca, XXIII, 43).

 

Minaccia divina.

Come il pastore rivolge tutte le premure al gregge e lo guida e conduce al pascolo, sopportando il caldo ed il freddo, attraversando valli e burroni ed esponen­do anche la vita per difendere una sola pecorella, così Gesù, Pastore Eterno delle anime, ha dato la vita per procurare loro il Paradiso. Tra quelli che ascoltavano i suoi divini insegnamenti, c'erano i Farisei, che con la loro ipocrisia falsavano la legge di Dio, vivevano male essi e spingevano gli altri ad imitarli. Gesù vedeva nei Farisei dei lupi rapaci e li rimproverò fortemente minacciandoli di non ammetterli in Para­diso:

- Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché serrate in faccia alla gente il Regno dei Cieli; né ci entrate voi, né lasciate en­entrare chi è alla porta! (S. Matteo, XXIII, 13). -

Il servo vigilante.

Gesù desiderava che il pensiero del Pa­radiso fosse dominante in ognuno e perciò raccomandava la vigilanza continua:

- State vigilanti! Beato quel servo che il padrone, venendo, troverà vigilante. Vi dico in verità che lo preporrà a tutti i suoi beni (S. Luca, XII, 43).

Portò la parabola dei talenti, per invo­gliare a lavorare per l'altra vita: Disse il padrone al servitore: Bene, servo buono e fedele! Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul molto. Entra nel gaudio del tuo Signore (in Paradiso). (S Matteo, XXV, 21).

I beni.

Il padre desidera il vero bene dei fi­gli. Sapendo Gesù che gli uomini corrono facilmente dietro ai beni della terra, cioè alla ricchezza ed ai piaceri, esorta i suoi seguaci ad arricchirsi dei beni celesti, eter­ni: Non vogliate accumulare tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consu­mano ed i ladri dissotterrano e rubano; ma fatevi dei tesori nel Cielo! (S. Matteo, VI, 19), - Fatevi degli amici col mammona d'iniquità (cioè, fate elemosina), affinché quando morrete essi vi ricevano negli Eter­ni Tabernacoli (S. Luca, XVI, 9). -

La via del Cielo.

Gesù parla all'umanità con autorità di­vina, cioè con sicurezza assoluta; perciò dice: Io sono la via, la verità e la vita! (S. Giovanni XIV, 6). - ... Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce di vita! (S. Gio­vanni, VIII, 12). - Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua cro­ce e mi segua. Perché, chi vorrà salvare la sua vita, la perderà e chi sacrificherà la sua vita per amar mio, la salverà! (S. Mat­teo, XVI, 4).

- Il Regno dei Cieli si acquista con la forza e se ne impossessano i violenti! (S. Matteo, XI, 12).

- Se la tua mano o il tuo piede ti sono occasione di scandalo, tagliali e gttali lon­tano da te! È meglio per te entrare nella Vita (in Cielo) monco o zoppo, che non essere gettato con le due mani ed i due piedi nelle geenna, nel fuoco inestingui­bile. E se il tuo occhio è per te occasione di scandalo, càvalo e gèttalo via da, te! È me­glio per te entrare nella vita con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella geenna del fuoco! (S. Marco, IX, 42).

Con queste frasi Gesù insegna che per andare in Paradiso bisogna essere dispo­sti a qualunque sacrificio, anche al più gra­ve, quale sarebbe l'amputazione d'un mem­bro. La dottrina di Gesù Cristo non è ba­sata sulle esteriorità, ma più che tutto e pratica, è osservanza della legge di Dio, è compimento dei voleri divini. Gesù dun­que afferma: Non chi dice: « Signore, Si­gnore! ... » entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi avrà fatto la volontà del Padre mio che è nei Cieli, questi entrerà nel Regno dei Cieli ... Chi pertanto ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà pa­ragonato ad un uomo avveduto, che fondò la sua casa sulla roccia (S. Matteo, VII; 21). -

 

Salita faticosa.

La via del Paradiso, secondo il pensiero di Gesù, è paragonabile alla via del Calva­rio, salita faticosa. Tuttavia, benché siano molte le tribolazioni dei giusti, Dio non manca di assisterli con la sua grazia, affin­ché abbiano a perseverare. Se i seguaci del Celeste Condottiero, Gesù, devono sta­re vicino alla Croce, con la vigilanza e le rinunzie all'amor proprio ed alla sensua­lità, non di meno godono spiritualmente, perché hanno la vera pace del cuore, la pace dei figli di Dio, mentre i gaudenti del mondo ed i dissoluti hanno come re­taggio su questa terra l'amarezza ed il ri­morso.

Il Giudice Supremo. Gesù afferma esserci il Paradiso, ne insegna la via e proclama essere Lui ad assegnare agli uomini il posto dell'eterni­tà: Paradiso oppure inferno.

Parlando Egli della fine del mondo e della risurrezione dei morti, soggiunge: - Quando verrà il Figlio dell'uomo nel­la sua maestà, con tutti i suoi Angeli, sie­derà sul trono della sua gloria. E si radu­neranno dinnanzi a Lui tutte le genti e separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa gli agnelli dai capretti; e metterà gli agnelli alla sua destra ed i capretti alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio; prendete possesso del Regno, preparato per voi sin dalla costituzione del mondo! ... Ed i giusti andranno alla Vita Eterna (S. Matteo, XXV, 1).

 

II Tabor.

Accennando il Signore spesso al Para­diso, gli Apostoli ardevano del desiderio di possederlo. Con bontà più che paterna Gesù li assicurava che si sarebbero salva­ti: Rallegratevi che i vostri nomi stanno scritti in Cielo! (S. Luca, X, 20).

Volle dare un saggio del Paradiso du­rante la sua vita terrena, però soltanto a tre Apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni.

Un giorno Egli li condusse in disparte, sopra un alto monte, sul Tabor, e si tra­sfigurò alla loro presenza. Le sue vesti di­vennero sfolgoranti e candidissime come la neve, quali nessun tintore della terra sarebbe capace di fare. Apparvero Elia e Mosè a discorrere con Gesù.

I tre Apostoli, a vedere la bellezza so­vrumana del Maestro, furono presi da spa­vento; rimasero a contemplare estatici, dimentichi di tutto, disposti a rimanere sempre su quel monte. Pietro esclamò: Maestro, è bene per noi stare qui! Faccia­mo tre tende: una per te, una per Mosè ed una per Elia! - Ma non sapeva ciò che dicesse, tanto era sbigottito.

La scena si protrasse; poi si levò una nube ad avvolgerli e dalla nube uscì una voce: Questi è il mio Figlio diletto; ascolta­telo! -

Ad un tratto gli Apostoli, guardatisi attorno, videro Gesù con loro, com'era prima della trasfigurazione.

Credo ... la Vita Eterna

Gesù Cristo, Dio-uomo, assicura che do­po questa vita ce n'è un'altra, la Vita Eterna.

Taluni invece, ignoranti di Religione ed altri dediti al vizio, dicono: Non esiste la Vita Eterna!

A chi bisogna credere, a Gesù Cristo ovvero agli uomini perversi? ...

Non c'è dubbio su questa grande verità di fede, che noi professiamo nel Credo, o Simbolo Apostolico: Credo ... la Vita Eterna.

Chi nega il Paradiso o lo mette in dub­bio volontariamente, commette peccato.

Gli Angeli

Come l'inferno è provato oltre che dal­l'insegnamento diretto di Dio anche dalla esistenza dei demoni, così il Paradiso è provato pure dall'esistenza degli Angeli, i quali, dopo Maria Santissima, sono le più eccelse creature uscite dalla mente di Dio. Gli Angeli sono nel gaudio eterno sin dal­l'istante della loro creazione.

Che gli Angeli esistano e che siano ap­parsi in sembianza umana su questa terra, è fuori dubbio. Non mi dilungo sull'argo­mento; solo invito il lettore a leggere un opuscolo di mia pubblicazione a “Gli An­geli”.

 

II culto dei Santi.

Se il Paradiso non esistesse, non dovreb­be esserci sulla terra il culto della Madon­na; cessata la vita terrena della Madre di Gesù Cristo, avrebbe dovuto cessare la sua potenza d'intercessione al trono di Dio. Come spiegare allora le innumerevoli apparizioni della Vergine Santissima, i prodigi immensi che ha operato e che continua ad operare?

Neppure si dovrebbe ammettere il cul­to dei Santi; se non ci fosse il Paradiso, essi non dovrebbero più esistere. Noi in­vece sappiamo che i Santi intercedono pres­so Dio e che i miracoli si perpetuano sulla terra, mercé la loro potenza presso il Crea­tore.

Dio vuole tutti in Cielo.

Da persone poco riflessive, e spesso miopi spiritualmente, si sente dire: Il Pa­diso c'è! ... Il Paradiso sarà bello, ma non è fatto per noi! -

Si fa male a parlare così! Il Cielo è fatto per tutti; se ne privano soltanto co­loro che non vogliono andarvi. Dio vuole che tutti si salvino, perché Gesù Cristo ha dato la sua vita per tutti.

Leggiamo nel Vangelo: La volontà del Padre che mi ha mandato è questa: che io non perda nemmeno uno di quelli che mi ha dato, ma che li risusciti nell'ultimo giorno. E la volontà del Padre che mi ha mandato è che chiunque conosce il Figlio e crede in Lui, abbia la Vita Eterna! (S. Giovanni, VI, 39).

San Paolo, l'Apostolo delle Genti, ri­pieno di Spirito Santo, scriveva al Vesco­vo Timoteo: Dio vuole che tutti gli uomi­ni si salvino e giungano alla conoscenza della verità. Ora, v'è un solo Dio e un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, il quale diede se stesso in reden­zione per tutti (1° Timoteo, 11, 5).

 

Ma tutti si salvano?

Per rispondere a questo grave quesi­to, riporto una pagina del mio opuscolo « L'inferno c'è! ».

Gli Apostoli chiesero a Gesù: Maestro, sono molti quelli che si salvano? - Gesù rispose, ma in modo evasivo, non volendo che l'uomo penetrasse quest'ar­cano: Entrate per la porta stretta, perchè quella larga e spaziosa conduce alla per­dizione e molti s'incamminano per essa. Quanto stretta è invece la porta ed angu­sta la via che conduce alla Vita e pochi sono quelli che la trovano (S. Matteo, VII, 13).

Quale significato dare alle parole del Divin Maestro?

La via del bene è aspra, perché si tratta di frenare le innate passioni.

La via del male, che mena all'inferno, è comoda ed è battuta da molti.

- Dunque, dirà qualcuno, la massima parte degli uomini non andrà in Paradi­so? -

Si risponde: Non si sa!

I Santi Padri, ed in generale i Mora­listi, affermano che i più si salvano. Ecco­ne le ragioni:

Iddio dà a tutti i mezzi per raggiunge­re l'eterna felicità; chi si appiglia ad essi, facilmente si salva.

La Sacra Scrittura dice: “E’ abbondante la Redenzione presso di Lui” (Salmo 129).

Possono essere molti coloro che usu­fruiscono della Redenzione del Figlio di Dio.

Uno sguardo all'umanità: Un terzo cir­ca degli uomini suole morire prima dell'uso di ragione, cioè quando non è in grado di commettere il peccato grave. I bambi­ni battezzati vanno subito in Paradiso; i non battezzati vanno al Limbo.

I così detti «irreligiosi ... libertini... perversi» non tutti finiscono male, per­ché nella vecchiaia, diminuendo il fuoco delle passioni, facilmente ritornano a Dio. Molti cattivi si rimettono in grazia du­rante il dolore ... in un lutto di famiglia ... in un pericolo di vita ... Quanti muoiono bene negli ospedali, sui campi di batta­glia, nelle prigioni, in seno alla famiglia! Non sono di certo molti coloro che rifiuta­no i conforti religiosi in fine di vita, per­ché allora, davanti alla morte, si so­gliono aprire gli occhi e sfumano certe prevenzioni e spavalderie.

Sul letto di morte la grazia di Dio suole essere molto abbondante, mercé la pre­ghiera ed i sacrifici dei parenti e di tante persone pie, che giornalmente pregano per gli agonizzanti.

Da tutto ciò appare che, quantunque molti battano la via del male, non di meno tanti ritornano a Dio prima di entrare nell'eternità.

 

I due peccati.

Tra i peccati contro lo Spirito Santo, e quindi tra i più gravi, ce n'è due che vanno per il caso nostro.

La disperazione della salvezza eterna e la presunzione di salvarsi senza merito. Gravemente resta offeso lo Spirito San­to, Spirito di Verità e Santificatore, quando un'anima dice: Io non mi salve­rò! ... Non riuscirò ad andare in Paradi­so! ... È inutile che io faccia opere buo­ne! ... Se sono destinato a dannarmi, in­vano spero di salvarmi!... -

È pure peccato dire: Io certamente mi salverò, ancorché commetta i peccati!... Non occorre fare opere buone, pregare e resistere alle passioni! ... Dio è Padre di misericordia e non permetterà che io vada all'inferno! ... -­

Come appare, è necessario bandire dal­l'animo sia la disperazione che la presun­zione. Chi fa ciò che può, appigliandosi ai mezzi lasciati da Dio, giungerà ai gaudi eterni. Ma è proprio necessaria la coope­razione umana? Sant'Agostino, Dottore di S. Chiesa, afferma: Chi ti ha creato. senza di te, cioè senza la tua cooperazione, non ti salverà senza di te, se non fai cioè la tua parte.

La Santa Chiesa presenta ai fedeli una preghiera, che purtroppo non tutti recitano e che non sempre è abbastanza approfon­dita; è l'Atto di Speranza: Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salva­tore, la Vita Eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare. Signore, che io non resti confuso in eterno! -

 

Comollo.

Ci si chiede: Qualcuno dei mortali ha visto mai il Paradiso? È venuto alcuno dal­l'altra vita a dire: Il Paradiso c'è! ... ?

A soddisfazione dei lettori si riporta qualche fatto storico. Il primo lo rilevo dal­la vita di San Giovanni Bosco. Scrive Don Bosco: Nel Seminario di Chieri contrassi una santa amicizia col Chierico Luigi Co­mollo, da Cinzano. Nelle nostre amichevoli relazioni, seguendo ciò che avevamo letto in alcuni libri, avevamo pattuito fra di noi di pregare l'uno per l'altro e che colui, il quale per primo fosse chiamato all'eternità avrebbe portato al superstite notizie dal­l'altro mondo. Più volte noi confermammo la promessa, mettendo la condizione: Se Dio lo permetterà e se sarà di suo gradi­mento. Tale cosa allora si fece come una puerilità, senza conoscerne l'importanza; tuttavia fra di noi si ritenne sempre sul se­rio, quale sacra promessa. Nel corso della malattia del Comollo si rinnovò più volte la promessa e, quando egli venne a morire, se ne attendeva l'adempimento, non solo da me, ma anche da alcuni compagni che ne erano informati.

Era la notte del 4 aprile 1839, notte che seguiva il giorno della sua sepoltura, ed io riposavo con i Chierici del Corso Teologico in quel dormitorio, che dà nel cortile a mezzodì. Ero a letto, ma non dormivo. Sul­lo scoccare della mezzanotte, si udì un cupo rumore in fondo al corridoio, rumore che rendevasi più sensibile, più cupo e più acu­to mentre si avvicinava. Pareva il rumore di un treno. Non saprei esprimermi, se non col dire che formava un complesso di fra­gori così vibrati e violenti, da recare spa­vento e togliere la parola. Man mano che si avvicinava, lasciava dietro di sé rumoreg­gianti le pareti, la volta, il pavimento del corridoio, come se fossero costruiti di lastre di ferro, scosse da potentissima forza.

I seminaristi di quel dormitorio si sve­gliarono, ma nessuno parlava. Io ero im­pietrito dal timore.

Intanto il rumore si avanza, ma sempre più spaventoso; è presso al dormitorio; si apre da sé violentemente la porta del me­desimo; continua più veemente il fragore senza che alcuna cosa si veda, eccetto una languida luce, di vario colore, che pareva regolatrice di quel fracasso.

Ad un certo momento si fa improvviso silenzio, splende più viva quella luce e si ode distintamente risuonare la voce del Comollo: Bosco! Bosco! Bosco! Io sono salvo! -

In quel momento il dormitorio divenne più luminoso; il cessato rumore si fece sen­tire di nuovo e di gran lunga più violento, quasi tuono che sprofondasse la casa, ma tosto cessò ed ogni luce disparve.

I compagni, balzati da letto, fuggirono senza sapere dove; si raccolsero alcuni in qualche angolo del dormitorio, altri si strinsero attorno al prefetto di camerata, che era Don Giuseppe Fiorito da Rivoli; tutti passammo la notte aspettando ansio­samente il sollievo della luce del giorno.

Io soffri assai e fu tale il mio spavento, che in quell'istante avrei preferito morire. Da qui incominciò una malattia, che mi portò all'orlo della tomba e mi lasciò così male andato in salute, che non ho potuto più riacquistarla se non molti anni dopo.

Avverto che dopo molti anni da questa apparizione, sono ancora vivi alcuni te­stimoni del fatto.

Io mi contento di averlo esposto nella sua integrità, ma raccomando a tutti di non fare tali convenzioni, perché, trattan­dosi di mettere in relazione le cose natu­rali con le soprannaturali, la povera uma­nità ne soffre gravemente. -

Fin qui San Giovanni Bosco.

San Paolo


Non si può pretendere che ogni uomo, finché è in vita, vada a vedere il Paradiso e faccia, per così dire, una gita nell'al di là per assicurarsi. All'uomo deve bastare, per credere, ciò che Dio ha rivelato.

Tuttavia il Signore, per fini particolari, ha concesso a qualche mortale sì grande favore.

Saulo, giovane ardente, perseguitava i primitivi Cristiani. Mentre era sulla via di Damasco, d'improvviso una luce del cielo gli sfolgoreggiò dintorno. Cadu­to per terra dal cavallo, sentì una voce che gli disse: Saulo, Saulo, perché mi per­seguiti? - Ed egli chiese: Chi sei, Signore? - Io sono Gesù, che tu perseguiti! Dura cósa è per te ricalcitrare contro il pungo­lo! - Signore, che vuoi ch'io faccia? - Al­zati ed entra in città. Il mio discepolo Ana­nia ti dirà quello che devi fare! -

Da quel momento Saulo, ovvero Paolo, divenne il Vaso di elezione, l'Apostolo dei pagani, il banditore più zelante del Vangelo di Gesù Cristo. Più volte fu lapi­dato, battuto con verghe, cercato a morte, imprigionato ... finché gli fu troncata la testa a Roma.

Gesù volle premiare il fedele Apostolo, ammettendolo a visitare il Paradiso men­tre era ancora in vita.

Fu interrogato a narrare ciò che aves­se visto in Cielo e rispose: Son cose che l'occhio mai vide, l'orecchio mai udì, cose che mai entrarono nel cuore dell'uomo, quelle` che Dio ha preparato a coloro che lo amano! (18 Corinti, II, 9).

Queste parole dell'Apostolo manifesta­no la sublimità dei gaudi eterni e l'impo­tenza dell'uomo a riprodurre con parole le gioie soprannaturali.

L'Apocalisse.

S. Giovanni Evangelista, l'Apostolo pre­diletto, colui che posò il capo sul petto di Gesù nell'ultima cena, potè mirare delle scene di Paradiso e le descrisse nel libro dell'Apocalisse:

- Io, Giovanni, vostro fratello e com­pagno nella tribolazione, mi trovai nell'iso­la di Patmos. Fui rapito in estasi in giorno di domenica ed udì dietro a me una voce potente, come di tromba, la quale mi di­ceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e màndalo alle sette Chiese dell'Asia...

Mi voltai per vedere chi mi parlava e vidi sette candelabri d'oro ed in mezzo c'era uno simile al Figlio dell'uomo, vestito in abito talare e cinto il petto d'una fascia d'oro. Aveva il capo ed i capelli can­didi come neve; i suoi occhi erano come il fuoco fiammante. i suoi piedi simili a ra­me arroventato; la sua voce era come il rumore di molte acque; la sua faccia era come il sole, quando risplende in tutta la sua forza ... Io caddi ai suoi piedi come morto ed egli, posata sopra di me la sua destra, mi disse: Non temere! Io sono il primo e l'ulti­mo; sono il Vivente e fui morto; ed ecco io vivo nei secoli dei secoli ed ho le chiavi della morte e dell'inferno ...

Dopo guardai ed ecco una porta aperta nel Cielo e la voce che avevo udito pri­ma mi parlò di nuovo: Sali qua e ti farò vedere le cose che dovranno accadere. - E subito fui rapito in spirito; ed ecco un trono innalzato nel Cielo. Colui che vi sta­va a sedere era nell'aspetto simile alla pietra di diaspro e di sardio ed intorno al trono era un'iride simile a smeraldo. Dal trono spartivano folgori e voci e di­nanzi stavano sette lampade ardenti, che sono i sette spiriti di Dio. Ed in faccia al trono era come un mare di vetro si­mile a cristallo...

Ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Assiso dinanzi al trono, dicen­do: Degno sei, o Signore nostro Dio, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza, perché tu creasti tutte le cose e per volere tuo esse esistono! ...

Mirai ed udi intorno al trono la voce di molti Angeli, numerosi a migliaia di migliaia, che dicevano: L'Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la po­tenza, la divinità, la sapienza, la fortezza, l'onore, la gloria e la benedizione! ...

E tutte le creature che sono in cielo, le senti tutte dire: All'Assiso sul trono ed all'Agnello onore, gloria e potenza per tut­ti i secoli! ...

Dopo di questo guardai e vidi l'Agnello e con Lui centoquarantaquattro mila per­sone, che avevano scritto in fronte il suo nome e quello del Padre suo. Udì un suo­no, che era come un concerto di arpisti che suonano i loro strumenti, e si cantava un cantico nuovo dinanzi al trono, cantico che nessuno poteva imparare, se non quei centoquarantaquattro mila riscattati dalla terra, quelli cioè che si sono mante­nuti vergini. Essi seguono l'Agnello dovun­que vada...

Poi vidi un'immensa folla, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione e tribù e popolo e linguaggio. Essi stavano davanti al trono e davanti all'Agnello, in bianche vesti e con palme in mano e dicevano: La salute al nostro Dio, che siede sul trono ed all'Agnello! - Un Angelo mi disse: Scrivi: Beati oolo­ro che sono stati chiamati al banchetto nuziale dell'Agnello! - Io mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi dis­se: Guardati dal farlo! Adora soltanto Dio! ...

Un altro Angelo mi portò in spirito sopra un monte grande e sublime e mi fece vedere la Città Santa, la Celeste Ge­rusalemme. Essa aveva lo splendore di Dio e la sua luce era simile a pietra preziosa. Le mura della Città avevano dodici fon­damenti, sui quali erano i nomi dei dodici Apostoli dell'Agnello. Le mura erano di diaspro, la città era di oro puro, simile a terso vetro. I fondamenti delle mura della Città erano ornati d'ogni sorta di pietre preziose; il primo fondamento era diaspro; il secondo zaffiro; il terzo calcedonio, il quarto smeraldo; il quinto sardonice; il sesto sardio; il settimo crisolito; l'ottavo berillo; il nono topazio; il decimo criso­pràso; l'undicesimo giacinto; i1 dodicesimo ametisto. Le dodici porte sono dodici perle ed ogni porta è d'una sola perla.

In essa non vidi alcun Tempio, perché il suo Tempio è il Signore Dio onnipotente e l'Agnello. La Città non ha bisogno di sole, perché la illumina lo splendore di Dio. In essa non entrerà nulla d'impuro....

Ed udì un'altra gran voce: Ecco il Ta­bernacolo di Dio con gli uomini! Egli abi­terà con loro. Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più morte, né lutto, né grida; non vi sarà più alcun dolore! ...

E Colui che sedeva sul trono disse: L'iniquo seguiti a fare il male; l'impuro seguiti nell'immondezza; chi è giusto, di­venti ancora più giusto; e chi è santo, si faccia ancora più santo. Ecco io vengo presto e porto meco la ricompensa per darla a ciascuno secondo le sue opere. Io sono alfa ed omega, primo ed ultimo, prin­cipio e fine! Beati coloro che lavano le loro vesti nel Sangue dell'Agnello, per entrare nelle porte di questa Città! Chi sarà vinci­tore, possederà queste cose ed io gli sarò Dio ed egli mi sarà figliuolo. Ma per i pau­rosi, per gl'increduli, per gli esacrati, per gli omicidi, per gl'impuri, per i venefici, per gl'idolatri e per tutti gli amanti della menzogna il posto assegnato sarà nello stagno ardente di fuoco e zolfo, cioè avran­no la seconda morte. -

Quanti insegnamenti si trovano in que­sti brani dell'Apocalisse! Ognuno li me­diti secondo i bisogni dell'anima propria!

 

Santo Stefano

Iddio, quando crede bene, per incorag­giare i suoi seguaci sino all'eroismo o per premiare la loro virtù, fa vedere tempo­raneamente il Paradiso.

Nei primissimi tempi della Chiesa, quan­do era molto accanita la lotta tra i Giudei ed i discepoli di Gesù Cristo, sorse Stefano uno dei sette Diaconi. Questi era pieno di grazia e di fortezza e faceva grandi pro­digi in mezzo al popolo. Poiché predicava essere Gesù il Figlio di Dio, alcuni della Sinagoga l'afferrarono e lo trassero al Si­nedrio per farlo condannare.

Mentre si presentavano le false accuse, guardandolo fisso tutti quelli che sedevano nel consiglio, videro il volto suo simile a quello di un Angelo. Subito dopo Stefano parlò del Cristo e concluse: Uomini di dura cervice ed incirconcisi di cuore e di orec­chio, voi resistete allo Spirito Santo; come i padri vostri, così anche voi! Quale dei Profeti non perseguitarono i padri vostri? Uccisero persino quelli che preannunzia­vano la venuta del Messia, del quale voi siete stati i traditori e gli assassini! -

I Giudei, udendo queste cose, freme­vano e digrignavano i denti contro di lui, pronti ad ammazzarlo. Subito dopo Ste­fano doveva essere trascinato fuori della città per essere lapidato. Iddio volle pre­miare la fortezza del Diacono e gli fece vedere il Paradiso, ove fra breve sarebbe entrato.

Stefano fissò gli occhi in cielo e vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio. Inondato di gaudio, esclamò: Ecco, io vedo aperti i Cieli e vedo il Figlio del­l'uomo stare alla destra di Dio! -

Rafforzato da tale visione, Stefano af­frontò il martirio e, mentre diceva: Signore Gesù, ricevi il mio spirito e non imputare loro questo peccato! - si addormentava nel Signore.

Santa Caterina da Siena.

Una delle più grandi Sante della Chiesa Cattolica è Santa Caterina da Siena, pro­clamata già Patrona principale d'Italia. La sua vita fu un intreccio meraviglioso di so­prannaturale; chi legge la sua biografia (e se ne raccomanda la lettura) resta colpito dalla tenerezza che Gesù le dimostrava. Le disse un giorno Gesù: Ti amo tanto, che chiunque mi chiederà grazie in tuo nome, le otterrà! -

Fu stimmatizzata, ebbe la scienza infu­sa, scrutava i cuori, trascorse lunghi perio­di col solo Cibo Eucaristico e fu ammessa a fare lo Sposalizio Mistico con Gesù.

Appena morta, entrò nel Cielo. Vide la maestà di Dio, la bellezza della Corte Cele­ste, l'oceano di felicità riservata ai Beati. Spinta dalla fiamma dell'amor di Dio, de­siderosa di procurare il Paradiso a molte altre anime, supplicò Gesù che le conce­desse di ritornare sulla terra. La preghiera fu esaudita.

Il Cadavere di Santa Caterina da circa sei ore stava adagiato sul letto circondato dai numerosi familiari; all'improvviso si mosse e riprese la vita normale. Intensificò l'apostolato; uomini, donne, Ecclesiastici, letterati ... tutti ascoltavano la vergine sie­nese e la chiamavano mamma spiri­tuale.

Un giorno un grande peccatore resiste­va alla grazia di Dio; assolutamente non voleva troncare la vita di peccato.

- Figlio mio, le disse la Santa, se sa­pessi quale sacrificio io abbia fatto per te! Lasciai temporaneamente il Paradiso, ove avrei potuto godere senza misura, e sono ritornata in terra, a patire, per procurare anche a te l'eterna felicità. -

Parlò con tanto slancio del Paradiso, che il peccatore si convinse a ritornare a Dio.

Santa Geltrude.

I Santi sono coloro che praticano le virtù cristiane in grado eroico. La loro vita, ordinariamente, è un Calvario. Quante per­secuzioni, umiliazioni, assalti diabolici! Quante sofferenze fisiche e spirituali! Tutto sopportano per testimoniare il loro amore a Gesù. Il Signore non si lascia vincere in generosità e perciò concede a tanti Santi durante la vita di contemplare qualche raggio della gloria celeste. Che cosa sono le estasi o celesti visioni o rapimenti? Sono momenti di Paradiso, che possono durare minuti oppure ore.

È in circolazione un libro « L'Araldo del Divino Amore » o « Vita di Santa Geltru­de ». Lo scritto narra molte visioni e qui ne riporto qualcuna.

La Santa, giudicandosi indegna di tanti favori celesti, esclamò un giorno: Oh, mio Dio, il più grande dei tuoi miracoli è che la terra sostenga una peccatrice come sono io! - Ma Gesù le rispose: È ben giu­sto che la terra ti sorregga, poiché persino il Cielo, nella sua, magnificenza, aspetta con ansia gioiosa l'ora felice, in cui avrà l'onore di possederti! -

Scrive Santa Geltrude: Nella seconda do­menica di Quaresima l'anima mia si trovò investita da uno stupendo lampo di luce divina. Vidi, o Gesù, il tuo sacro volto vi­cino al mio. In questa bella visione i tuoi occhi, lucenti come il sole, si fissarono di­rettamente sui miei. Senti compenetrata l'anima e tutte le mie potenze da tale soa­vità che può essere nota a te solo. Desidero esprimere ciò che la mia piccolezza ha gu­stato in quella deliziosa visione, affinché, se qualcuno dei lettori ricevesse grazie consimili, sia eccitato a sentimenti di grati­tudine ed io stessa, rievocando ore di Para­diso, dissipi la nebbia delle mie negligenze ed attesti la mia perenne gratitudine a quel Sole divino, specchio di giustizia, che su me dardeggia i suoi fultidissimi raggi! Avendo tu, dunque, accostato a me il tuo sacratissimo volto, che diffonde l'ab­bondanza della beatitudine, che dai tuoi occhi divini irradiava un'incompara­bile soave luce. Essa, passando per i miei occhi e penetrando l'intimo del mio essere, produceva in tutte le membra un effetto oltremodo ammirabile, dapprima, quasi vuotando le midolle delle ossa e poi an­nientando il corpo.

Sentivo tutto il mio essere trasformato in un divino splendore, che porgeva all'ani­ma mia soavità incomparabile e serena letizia. Tutta l'eloquenza del mondo non sarebbe sufficiente ad esprimere questo mo­do sublime di contemplarti che non avrei mai creduto potesse esistere, neppure nella gloria celeste, se la tua degnazione, o mio Dio, non mi avesse indotto ad ammetterlo per mia dolcissima esperienza. Il gaudio di tale visione è così grande, che è neces­sario un aiuto speciale per sostenere la creatura terrena, giacché sarebbe impos­sibile ad una anima godere tale favore, anche per un solo istante, e restare ancora viva. Dovessi io vivere mille anni, sempre al ricordo di ciò che mi hai fatto provare, o Dio; gusterei gioie inenarrabili. -

Un altro giorno Santa Geltrude, rapita in estasi, vide Gesù circonfuso di luce. Si gettò sul suo sacro petto ma stava per mo­rire sotto l'azione divina. Subito esclamò: O Dio, la mia debolezza non può soppor­tare la vista di queste meraviglie d'amo­re! -

Il Signore attenuò allora lo splendore di quella luce e si fece vedere circondato da una moltitudine grande di Angeli, i quali lasciavano trasparire l'immensa leti­zia. Apparve pure il coro degli Apostoli, poi quello dei Martiri e dei Confessori ed infine il corodelle Vergini. Mentre Santa Geltrude si beava di tale visione, poté con­templare una luce speciale, bianchissima, che risplendeva fra Gesù ed il coro delle Vergini; questa luce sembrava unire le privilegiate creature al loro Sposo Celeste con un vincolo di dolcissima tenerezza e col gioioso incanto di una familiarità tutta divina.

(Vedi « L'Araldo del Divino Amore » Con­vento Romite Ambrosiane - S. Monte di Va­rese - Lombardia).

 

Anime privilegiate.

Se volessi passare in rassegna i Santi e le Sante che godettero in vita le dolcezze delle celesti visioni, dovrei scrivere dei grossi volumi; accenno soltanto a Santa Teresa D'Avila, a San Giovanni della Cro­ce, a S. Maria Maddalena De' Pazzi ... e a Santa Gemma Galgani; le visioni di quest'ultima sono raccolte in un volume «Autobiografia ed Estasi». Non è fuor di proposito una parola sulle anime privile­giate. Gesù, per convertire i peccatori, ri­chiede sofferenze e amore generoso. Si degna scegliere, direttamente e personalmente, delle anime, che perciò sono dette privilegiate, e con loro fa dei patti di amo­re. Richiede un cumulo di sofferenze, di ogni genere, fa dono dei dolori della sua Passione, trasporta talune di esse nel­l'oltretomba, temporaneamente, perché sof­frano nel Purgatorio ed anche nell'inferno. Tuttavia Gesù concede a tali anime gioie di Paradiso, facendo pregustare innanzi tempo la beatitudine eterna. Per compren­dere tutto ciò, converrà leggere « Invito all'amore » « Hosephax Menendez), e la biografia di Santa Margherita Alacoque, di Marta Chambon, della Serva di Dio Suor Benigna Consolata Ferrero, di Suor Con­solata Betrone, di Lucia Mangano ...

Di anime privilegiate ce n'è anche al presente, e forse più di quanto si possa pensare. D'ordinario Gesù richiede che du­rante la vita esse siano nel nascondimen­to; qualche volta ne permette la pubbli­cità, come si constatò in Teresa Neuman, la stinimatizzata di Baviera, ed in Padre Pio.

Nella sua infinita misericordia e per i suoi santi fini, Gesù ha permesso che lo scrivente sia a contatto con un'anima pri­vilegiata e la diriga.

L'anima di cui parlo e di cui non posso fare il nome, soffre in modo indicibile; è atto di carità aiutarla con la preghiera. Ma chi può dire quanto goda, allorché Gesù le lascia intravvedere il Paradiso? Riporto una scena, avvenuta in questo stesso mese, luglio 1955, mentre stendo queste pagine:

Diario: 2 luglio. Festa della Visitazione di Maria Santissima.

- Recitavo le ultime preghiere; era­no le ore 22 Mi umiliavo davanti a Dio e baciai la terra. All'improvviso la mia celletta s'illuminò ed in un bagliore di lu­ce vidi una bella Signora. Temendo fosse uno scherzo diabolico, dapprima presi l'ac­qua benedetta ed aspersi la celletta. La Signora sorrise. Trovandomi ancora nel dubbio, seguendo il suo consiglio, la invitai a pregare ed Ella pregò bene, anzi molto bene. Terminata la preghiera, la Signora continuò a sorridermi ed avvicinatasi mi disse: Hai fatto bene! Non temere, figlia mia! Sono la tua diletta Mamma Cele­ste! ... Fiorellino, caro al Cuore del mio Figlio Gesù, tu spesso piangi. Non afflig­gerti tanto e non preoccuparti del tuo av­venire! Faresti un torto al Signore. Egli ti custodisce e ti tiene sul Cuore; tutto dispone per il compimento dei suoi dise­gni divini. - La Signora s'inchinò, mi accarezzò e mi baciò in fronte, tenendomi stretta. Poi continuò: Le sofferenze e le lacrime sono le gemme preziose, che or­neranno la corona nel Regno dei Beati, ove tu, figlia mia prediletta, per dono gratuito della misericordiosa bontà del Si­gnore brillerai di gran luce. Io, tua dolcis­sima Madre, ti aiuterò sino alla fine con materno interesse e tu stimati fortunata di essere la sposa prediletta dell'Onnipo­tente mio Figlio; ma non insuperbirti per sì gran dono, anzi voglio che tu, mentre da un lato consideri la tua dignità di sposa prediletta, dall'altro le tue labbra ripetano le parole che io dissi alla mia carissima cugina Elisabetta: « Fecit mihi magna qui potens est! » - confesso la mia grandezza, ma annunzio che è tutta opera dell'On­nipotente. Ripeti ancora: Le perle che mi adornano, le ho ricevute da Colui che senza mio merito mi ha amata. Egli mi ha eletta fra mille. A Lui, a Lui solo, ogni onore e gloria! - Questo sentimento di umiltà ti è necessario, figlia mia, come alla nave sono necessarie le vele ed i remi. Guai se ti ap­propriassi quello che non è tuo o il vento della superbia cominciasse a commuoverti! Tutto è frutto dell'amore misericordioso di Gesù, mio Figlio, che potendo scegliere tante altre anime, forse migliori di te, che avrebbero corrisposto con più fedeltà, ha voluto scegliere te, perché sei la più mise­rabile; e se ne avesse un'altra più indegna di te, l'avrebbe scelta ... La tua vita è stata spinosa e ringraziane Gesù; pregalo inces­santemente di darti la forza per continuare il doloroso cammino da Lui tracciato, per potere giungere là ... guarda in quel luogo! (Padre mio, che belle cose ho visto!). Mi è sembrato di trovarmi già in Paradiso: era un'immensa distesa come il mare, di cui non si poteva vedere il limite. Quanto sfolgorio di luce, che non so descrivere! E poi, canti melodiosi e moltissime schiere di Angeli attorno a Gesù e numerose anime predilette. Una portava il nome scritto su una fascia attaccata al petto « Santa Gem­ma Galgani »; il mio Angelo Custode tene­va pure una fascia con il mio nome. Furono momenti di Paradiso, che non so descrivere. La Madonna continuò: In quel dolce riposo ti attendiamo, io e mio Figlio. La fiducia, l'amore a Gesù ed alle anime, la generosi­tà, l'ubbidienza, la sofferenza continua e l'umiltà, ti porteranno al regno dei Beati. Mi sei cara e mi sarai sempre più cara, se così sarai sempre. Ti benedico e benedico tutti quelli che ti aiutano in questo doloro­so cammino. -

Conclude il diario: Dopo questo collo­quio, per ubbidire al mio Direttore Spiri­tuale, mi sono messa a tavolino e ho scrit­to; il mio Angelo Custode, che mi stava a fianco, mi ha aiutato per non dimenticare nulla.

 

PARTE SECONDA

ESSENZA
 

La Beatitudine.

Il Paradiso, insegna il Catechismo, è il godimento di Dio, nostra felicità, ed in Lui di ogni altro bene, senza alcun male.

Il nome “Paradiso” viene dalla lingua persiana ed ebraica e significa “giardino” o luogo di delizia.

La beatitudine, dice la Teologia, è lo stato perfetto di tutti i beni; è il godimen­to completo ed assoluto. La beatitudine in Paradiso consiste essenzialmente nel vede­re Dio Creatore, faccia a faccia, come è, e nell'amarlo intensamente.

Nel mondo si ha il godimento naturale, che è parziale e passeggero; è sempre mi­sto a delle amarezze, o per la poca durata, o per la stanchezza che produce, o per i sacrifici che richiede il conseguimento del piacere.

Il godimento del Paradiso è soprannatu­rale, supera cioè le forze della natura uma­na, abbraccia tutte le gioie ed appaga com­pletamente tutte le aspirazioni.

Possiamo noi farci un'idea adeguata dei godimenti celesti? È impossibile! Possiamo solo averne una pallida idea, per analogia, facendo un misero confronto con i godi­menti terreni.

Se, per un'ipotesi strana, come dice Sant'Alfonso, si dicesse ad un cavallo del­la scuderia reale: Il re t'invita alla sua mensa! - la bestia, se ragionasse, direbbe: Chi sa alla tavola del sovrano che paglia, che erba e che crusca si porterà! - Ma come non c'è paragone tra i cibi del caval­lo e quelli del re, quantunque gli uni e­gli altri siano della stessa natura, così non si possono confrontare le gioie di questo mondo con quelle del Paradiso. Tutti i godimenti naturali, messi insieme, non sono paragonabili ad un solo godimento soprannaturale.

 

Visione e amore beatificato.

Le facoltà dell'anima sono essenzial­mente: l'intelligenza, che tende alla verità, e la volontà, che tende all'amore. Nell'ap­pagamento perfetto di queste facoltà con­siste la beatitudine del Paradiso.

L'anima in Cielo vede Dio, il Creatore dell'universo, tale quale è. Dice San Paolo: Ora vediamo Dio come in uno specchio, in modo enigmatico; ma allora lo vedremo faccia a faccia; ora conosco parzialmente; allora conoscerò come sono conosciuto (1° Corinti, XIII, 12).

Su questa terra conosciamo Dio indiret­tamente, per mezzo della fede; in Cielo cesserà la fede ed avremo la realtà. Per mezzo della ragione, attraverso il creato assurgiamo al Creatore; la bellezza della luce, del mare, dei fiori, delle creature ... ci spinge a. pensare: Se tanta bellezza c'è nell'universo, come dev'essere bello Colui che è la fonte di ogni bellezza? -

Il primo godimento, dunque, dell'anima in Paradiso è la visione beatifica e l'amore beatifico di Dio. Conosciuto infatti il Sommo Bene, spontaneamente l'anima è portata a possederlo. Dal possesso del Bene Infinito, fortemente amato, scaturisce il gaudio eterno, giocondissimo, o perfetta felicità.

Il lume di gloria.

L'intelligenza umana, naturalmente, non ha la capacità di vedere Dio direttamente; resterebbe, per così dire, oppressa ed ab­bagliata dalla luce divina, come non può resistere l'occhio davanti ad una lampada elettrica luminosissima. Iddio dà allora una virtù soprannaturale, permanente, che per­feziona l'intelligenza e la rende atta a ve­dere direttamente la Divinità. Questa vir­tù speciale si chiama « lume di gloria ».

Con questo dono l'anima può contem­plare l'Eterna Luce.

I Teologi portano un paragone. Un otre può contenere cento litri d'acqua; perché possa contenere di più, è necessario che le pareti dell'otre, si rendano elastiche; più aumenta l'elasticità e più aumenta la capa­cità. Questa elasticità misteriosa e sopran­naturale, o lume di gloria, è indispensabile all'anima nella visione beatifica di Dio.

Bellezza angelica.

Come si è detto innanzi, quando San Giovanni Evangelista si trovò davanti ad un Angelo che gli mostrava le scene della Apocalisse, rimase così colpito dalla sua. bellezza e maestà, che si prostrò per ado­rarlo. Ma l'Angelo gli disse: Non fare ciò! Adora Dio! - (Apocalisse, XIX, 10).

Se tale è la bellezza di un solo Angelo, quale godimento non apporta in Paradiso la vista di miliardi di Angeli? Sono in­numerevoli schiere di Puri Spiriti che po­polano il Cielo e sono distribuiti in nove cori: Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini e Se­rafini.

Ogni Angelo si differenzia dall'altro, come sulla terra si differenziano i fiori. Che felicità poter contemplare queste crea­ture superiori e godere in eterno della loro compagnia! Una gioia particolare apporta la conoscenza e la vicinanza dell'Angelo Custode, che è stato l'amico fedele nel pel­legrinaggio della vita.

I Beati.

La vista dei Beati è, anche sorgente di felicità. Ogni anima nel Paradiso brilla come astro nel firmamento. Chi può enu­merare i fortunati abitatori del Cielo? Il loro numero aumenta sempre di più es­sendo copioso il frutto della Redenzione. Ad ogni anima che entra in Paradiso, alla conversione di un peccatore sulla terra, segue un aumento di felicità nella Corte Celeste, come afferma Gesù: Si fa festa dinanzi agli Angeli di Dio per un pecca­tore pentito. - (S. Luca, XV, 10).

Quando sulla terra c'è una festa, la gioia cresce se sono presenti le persone più care. Che gioia a trovarsi in Paradiso con i propri cari! I genitori con i figli, gli amici con gli amici ... tutti circonfusi e compenetrati dalla luce che proviene da Dio!

 

Martiri, Dottori, Vergini.

Risplendono in Cielo di luce partico­lare i Martiri, i Dottori ed i Vergini.

I Martiri, affrontando la morte per Ge­sù Cristo, hanno vinto il mondo, perciò, come dice l'Apocalisse, stanno davanti al trono di Dio. L'Agnello, che è nel mezzo del trono, li governa e li guida alle fonti delle acque di vita. - (Apocalisse,VII, 17).

Gesù ha detto: Chi avrà confessato me davanti agli uomini, anch'io lo confesserò davanti al Padre mio. (S. Matteo, X, 32). I Martiri hanno confessato Gesù, rendendo testimonianza a Lui col massimo dei sacri­fici, che è la morte, e quindi formano una schiera eletta tra gli eletti.

I Dottori sono coloro che con l'esempio e con la parola hanno contribuito alla sal­vezza eterna di molti. Dice Dio per mezzo del Profeta Daniele: Quelli che saranno stati dotti (nella legge di Dio) rifulgeran­no come la luce del firmamento e quelli che insegnano la giustizia alla moltitudine, risplenderanno come stelle per tutta l'eter­nità. (Daniele, XII, 3).

I Vergini hanno trionfato sull'attrat­tiva della carne, lottando quotidianamente; meritano per questo una corona partico­lare, cantano in eterno un inno che soltan­to a loro è lecito cantare e seguono l'A­gnello Divino ovunque vada. (Apocalis­se, XVI, 3).

La Santa Chiesa ricorda questa prero­gativa, quando nella liturgia canta ad onore dí un'anima vergine: Vieni, o Sposa di Cristo! Ricevi la corona eterna, che il Signore ti ha preparata!

Straordinario è lo splendore del coro dei dodici Apostoli! Eletti direttamente da Gesù quali seminatori del Vangelo nel mondo, hanno in Cielo un'eminente corona, quale si addice a chi ha il potere di giudi­care con il Figlio di Dio le dodici tribù d'Israele.

 

La Regina del Paradiso.

La vista della Corte Celeste, sempre in festa, allieta senza interruzione l'anima che entra nell'eterna beatitudine. Ma come la luce del sole fa' eclissare la luce delle stelle, così in qualche modo avviene in Cielo per la presenza della Vergine Maria, Regina del Paradiso.

Tutta la bellezza degli Angeli e dei Beati, messa assieme, è di certo inferiore a quella che risplende nell'anima e nel corpo della Madonna, Madre del Reden­tore, capolavoro della Divinità. I più grandi tesori divini sono riversati a torrenti su Colei, che sulla terra fu intimamente unita al Figlio di Dio e che con Lui cooperò alla Redenzione, immolandosi misticamen­te sul Calvario.

Maria Vergine è la Porta del Paradiso “Ianua Coeli” e tutti vi entrano per l'aiuto che Ella apporta ad ogni anima. Tutti i Beati, per riconoscenza, fissano estasiati la Madre di Dio, lodandola e benedicendola.

Quando Bernadetta Souberous ed i tre fanciulli di Fatima dovettero narrare davanti alle autorità le visioni avute, non trovavano parole adatte e solo dicevano, descrivendo la Madonna: La Signora era ella ... bella ... bella! ... -.

Guardando in volto i fanciulli, tanti esclamavano: Fortunati questi occhi, che hanno mirato la Madonna! -

Quale beatitudine è il contemplare la Vergine non per pochi istanti, ma per tutta l'eternità, nel massimo del suo splendore!

DIO

I Beati, gli Angeli e la Madonna riflet­tono, in diversa misura, la luce di Dio; ma il vero Paradiso consiste nella visione di­retta del Creatore e nella contemplazione delle sue infinite perfezioni.

- Padre, diceva Gesù nell'ultima preghiera prima della Passione, Padre, questa è la Vita Eterna: che conoscano Te, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo! - (S. Giovanni, XVII, 3). La vi­sione beatifica di Dio nessun mortale può descriverla; è assolutamente impossibile; soltanto è lecito balbettare qualche parola in proposito. Il genio di Sant'Antoníno potè scrivere: Se Dio facesse vedere la sua fac­cia ai dannati, l'inferno si cambierebbe subito in un delizioso Paradiso; e se un'ani­ma uscita da questa vita dovesse scegliere o vedere Dio e stare nelle pene dell'in­ferno, oppure non vedere Dio ed essere liberata dall'inferno, sceglierebbe piutto­sto di vedere Dio e stare poi nei tormenti eterni. - (Apparecchio alla morte - S. AL­FONSO).

 

Dio è Luce.

La Santa Chiesa, pregando per i defun­ti che sono in Purgatorio, dice: « Lux per­petua luceat eis! » la Luce Eterna risplen­da ad essi, cioè: vedano lo splendore di Dio. Dio è Luce!

Diceva Gesù Cristo, mentre era su que­sta terra: Io sono la luce del mondo! (S. Giovanni, VII, 12).

San Giovanni scrive nel suo Vangelo: Gesù era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. (S. Gio­vanni, 1, 9). Lo stesso Apostolo dice nel­l'Apocalisse: La Città Eterna non ha bi­sogno di sole, perché la illumina lo splen­dore di Dio. -

Afferma ancora la Sacra Srittura: « Et in lumine tuo videbimus Lumen » cioè nella tua luce, o Dio, vedremo te, che sei la Luce. - (Salmi, XXXV).

Tra le cose più belle che Dio abbia creato nel mondo materiale, è da mettere la luce. Il sole, da che è stato creato, quanta luce ha emessa e quanta ne emetterà! Esso è una stella; ci sono stelle più grandi e più luminose del sole.

Se si mettesse assieme la luce, pas­sata, presente e futura, del sole, degli astri dell'universo ed anche quella che possono produrre le energie elettriche, tut­to questo splendore sintetizzato sarebbe un nulla a confronto della luce del Crea­tore, luce soprannaturale, divina, infinita, eterna! .

Iddio in Paradiso fa risplendere la sua luce sui Beati e questi si fissano in Lui per conoscerlo ed amarlo.

 

I Misteri Divini.

Alla luce di Dio i Beati possono contem­plare i misteri divini e le perfezioni del­l'Essere Supremo. Dio è infinito e le crea­ture sono limitate; il finito non può abbrac­ciare l'Infinito totalmente, bensì parzial­mente; perciò i Beati conoscono le divine perfezioni in quella misura di cui sono capaci.

Si può penetrare in qualche modo il mi­stero della Santissima Trinità. Dice San Pier Damiani, Dottore di Santa Chiesa: In Paradiso vedremo in che modo l'Eterno Padre generi ineffabilmente il Figlio e come lo Spirito Santo proceda dal Padre e dal Figlio. Conosceremo come Dio possa essere presente, non in parte, ma total­mente ovunque. Vedremo in che modo Dio, che regna in Cielo, possa sostenere i car­dini degli abissi, penetrare le cose più intime del mondo e circondare tutti gli esseri. (De coelesti visione).

Iddio fa conoscere il mistero dell'Incar­nazione del Verbo, cioè come ha potuto il Figlio dell'Altissimo farsi uomo, pur re­stando vero Dio; come sia uscito dal seno dell'Eterno Padre per prendere l'umana natura e contemporaneamente sia rimasto indissolubilmente unito al Padre; l'amore infinito di Gesù per l'umanità decaduta, sino a spargere tutto il suo Sangue ed a restare Prigioniero d'amore nei mille Ta­bernacoli sulla terra ...

I Beati, contemplando Dio, vedono nel­l'Eterno Padre l'amore che lo spinse alla creazione, nel Figlio vedono il Re dell'eterna gloria, il Dominatore della vita e della morte, il Redentore delle anime; nello Spirito Santo vedono l'Operatore della Santificazione, che li ha illuminati e sostenuti nelle prove della vita.

Le divine perfezioni risplendono in modo mirabile, specialmente la bontà che tutto sopporta e perdona; la provvidenza, che ha cura di ogni essere, guidandolo al proprio fine; la sapienza, che tutto dispone al maggior bene di ogni creatura; l'onnipo­tenza, l'immensità, l'amore eterno ...

In Dio sono tutti gli esseri, come nel protótipo. Vedendo il Creatore, i Beati ve­dono in Lui anche l'universo creato, per­sone e cose. Come in uno specchio noi pos­siamo contemplare le cose vicine e distanti, che stiano alle nostre spalle, così ma in mo­do perfetto, chi è in Paradiso può vedere in Dio quanto avviene nell'universo al pre­sente e quanto avverrà nel futuro, perché il futuro nostro è presente nella mente di Dio. Si richiami quanto disse Luigi Colle, apparendo a San Giovanni Bosco: In Dio si vedono tutte le cose; il passato, il presen­te e l'avvenire vi si vedono come in uno specchio. -

In Paradiso si vedono le cose create, contemplando il Figlio di Dio.

Dice San Paolo: Gesù Cristo è l'Immagi­ne dell'invisibile Dio, il Primogenito di tut­te le creature, perché in Lui sono state fatte tutte le cose in Cielo e in terra, visibili ed invisibili, siano Troni o Dominazioni o Principati o Potestà; tutto è stato creato per mezzo di Lui ed in vista di Lui. (Co­lossesi, 1, 15).

Chi entra in Paradiso, oltre a conservare la scienza acquistata sulla terra, riceve an­che la scienza infusa.

 

È nulla.

Mi sono sforzato a far comprendere co­sa sia la visione beatifica che si gode in Cielo; ma quanto ho esposto è nulla. Ho fatto come quel fanciullo che dice: Volete comprendere cosa siano i mari e gli oceani Guardate questa goccia d'acqua che pen­de dal contagocce! -

 

Dio è Amore.

Si è parlato del godimento dell'intel­ligenza nella visione di Dio e delle sue perfezioni. Accenniamo ora alla volontà, che di certo è più nobile dell'intelligenza.

La volontà tende all'amore, più che il ferro alla calamita; non può trovare riposo se non possiede l'oggetto che ama.

Sulla terra si ama poco Dio, perché poco si conosce; ma quando l'anima entra in Paradiso e conosce Dio, contemplandolo di­rettamente, in modo irresistibile è attratta ad inabissarsi nell'oceano infinito dell'a­more. Dio è il Sommo Amore, Colui che solo può saziare la creatura. L'anima allora ama in misura inconcepibile, secondo tut­ta la sua capacità, e si accorge di aver trovata la vera felicità, piena, quella feli­cità che invano cercava nel mondo.

Il Creatore è sorgente di ogni bene. Ad ogni uomo che mette all'esistenza dà una semplice scintilla d'amore, tale da far­gli raggiungere il fine per cui l'ha creato. L'amore è quanto di più prezioso, dolce e delicato si trovi nel mondo; è la leva di ogni attività ed il segreto di ogni sacrifi­cio ed eroismo.

Si metta assieme tutto l'amore della umana generazione, dei genitori verso i figli, di questi verso i genitori, quello degli sposi, degli amici... tutto cià è povera immagine dell'amore che prova uno solo dei Beati in un salo istante. L'amore del Beato è eterno, totale, soprannaturale e sgorgante da una volontà perfetta, eleva­ta dalla potenza divina ad una grande capacità di amare.

Amare fortemente Dio: ecco il Paradiso! Non poterlo amare, anzi odiarlo: ecco l'in­ferno!

Ora si può comprendere quello che dis­se un demonio a Santa Caterina da Geno­va. Costei un giorno, vedendoselo apparire, gli chiese: Tu chi sei? - Io sono quel per­fido; privato dell'amore di Dio! - ­Un'anima privilegiata, vittima ripara­trice, portata misteriosamente da mano invisibile a contemplare i dannati dell'in­ferno, (come avveniva spesso a Suor Jo­sepha Menendez), così scrive: Ho visto un'anima nell'inferno; era una donna. Così gridava: Il mio più gran tormento è di non potere amare Colui che dobbiamo odiare! La fame di amare mi consuma... ma è troppo tardi!

 

Veemenza d'amore­

Certe anime sante hanno potuto gusta­re la gioia dell'amore divino mentr'erano ancora nei legami del corpo; senza una grazia particolare non avrebbero potuto resistere un solo istante.

S. Filippo Neri, preso da questo amo­re, sentiva palpitare il cuore con tanta veemenza, da restare con due costole del petto incurvate, ed un giorno, non potendo più sostenere la fiamma dell'amore, comin­ciò a gridare: Signore, basta!... Per cari­tà... basta!... Io muoio!... -

Santa Teresa del Bambino Gesù dice nella sua « Storia di un'anima »: Mi tro­vavo davanti al Tabernacolo; Gesù mi fece sentire il fuoco del divino amore; sarei morta, se quei momenti si fossero prolun­gati.

 

Differenza di gloria.

La conoscenza diretta ed il possesso del Sommo Bene formano il perfetto gaudio dei Beati, chiamati così perché godono senza interruzione.

Quantunque tutti in Paradiso siano feli­ci, non tutti però hanno lo stesso grado di felicità. Più meriti porta l'anima nel­l'eternità, più gode nel possesso di Dio; così pure per l'inferno: chi più ha peccato, più ha da soffrire.

Dunque in Cielo non ha la stessa gloria il bambino morto nelle fasce ed il Martire che ha sparso il sangue per Gesù Cristo. Coloro che hanno praticato le virtù cristia­ne in grado eroico, quali sono i Canoniz­zati, godono più del semplice Cristiano e di colui che si è rimesso in grazia di Dio sul letto di morte. Certamente la Madonna gode più di tutti gli altri Beati.

- Nella casa del Padre mio, dice Ge­sù, ci sono molte mansioni! (San Giovan­ni, XIV, 2). Questo passo evangelico di­chiara che in Cielo ci sono molti posti ed anche molta varietà di posti.

Porto un paragone illustrativo. Di se­ra splende la luna nel firmamento. Un mio­pe la guarda e si contenta della luce lunare, senza però distinguere bene l'astro. Un altro, di buona vista, fissa la luna e gode a contemplarne la luce e le così dette mac­chie lunari. Un terzo guarda al telesco­pio e gode più dei due precedenti, perché osserva nella luna le montagne, le rocce sporgenti sui monti, i burroni, le pianu­re ... Più aumenta la potenza visiva, più cose si scorgono e più soddisfazioni si pro­vano.

Tutti i Beati vedono Dio e lo godono, ma in diversa misura.

Niente gelosia.

Data la differenza di felicità, in Cielo può esserci la gelosia tra i Beati? Non è ammissibile! La gelosia apporta dispiacere, malcontento, rabbia... ed allora il Para­díso non sarebbe più Paradiso. Tutti sono felici, pienamente felici, e non invidiano la gioia altrui; sono contenti della propria gloria.

In una famiglia si fanno indossare gli abiti nuovi a tutti i figli. Il bambino di cinque anni è contento del suo abitino e non invidia e non desidera il vestito del fratello di venti anni, perché non sarebbe adatto per lui.

Sopra un tavolo stanno diversi bic­chieri di differente capacità. Si riempiono di acqua. Il bicchiere più piccolo non può contenere l'acqua di quello più ampio. Tuttí però restano perfettamente pieni.

Questi esempi materiali dànno qualche idea dello stato di serenità dei Beati. Eternità. Per i dannati dell'inferno un pensiero tormentoso è: Queste pene non avranno mai fine! - Il peso dell'eternità gravita tutto in ogni istante sul dannato, come il peso di una grossa palla gravita tutto sopra il punto sul quale poggia.

Per i Beati il pensiero che la loro feli­cità durerà sempre, in eterno, li rende som­mamente ripieni di gaudio. Non sarebbe perfetta la felicità in Cielo, se si pensasse: Un giorno queste gioie finiranno!

Nel mondo, allorché si ha una grande gioia, passate le prime emozioni, l'entu­siasmo diminuisce; se dovesse il piacere durare a lungo, potrebbe generare l'indif­ferenza ed anche la noia. « Ab assuetis non fit passio! » così dicevano gli antichi; quando ci si abitua a qualche cosa, cessa l'entusiasmo. In Paradiso non è così. Quan­tunque le gioie siano densissime ed eter­namente durature, non apportano né indif­ferenza né noia. I Beati sono sempre sazi... sempre avidi... sempre acconten­tati dalla munificenza divina.

- Ma, dirà taluno, dopo molti secoli di Paradiso, cosa si potrà vedere o godere di nuovo? -

Si risponde che l'eternità non potrà esaurire l'infinità di Dio. La mente umana si perde a considerare ciò, perché è limi­tata e non può abbracciare l'infinito. Tut­tavia spero di chiarire il concetto.

La nostra terra, il globo, è molto estesa e popolata di tanti esseri. A volere studiare tutte le specie e tutti i singoli esseri, ani­mali, vegetali e minerali, a volere esplorare palmo a palmo le viscere della terra e la immensità degli oceani, a volere scru­tare tutte le leggi che governano la na­tura ... un semplice uomo quanti secoli dovrebbe impiegare? Dopo millenni che la terra esiste, dopo studi e ricerche fatte da sterminato numero di sapienti e scienziati, ci sono sempre nuove scoperte da fare e il vero scienziato è costretto a dire: Io so di sapere niente o molto poco! - Se poi si volessero studiare uno ad uno i microbi ed uno ad uno gli atomi che compongono il globo, sarebbe difficile enumerarne i secoli.

La terra, nei rapporti con l'universo, è come una goccia d'acqua nei rapporti col mare. Il sole è un milione e settecentomila volte più grande del nostro globo; il sole è una stella. Nella sola Via Lattea si scor­gono al telescopio più di quattro miliardi di stelle; più potente è il telescopio e più stelle si vedono. E che dire delle centinaia di galassie, formata ognuna di centinaia di sistemi solari?... A studiare tutti gli es­seri e gli atomi dell'universo, basterebbero centinaia di miliardi di millenni? ...

L'universo creato, benché immenso, è ben poca cosa, anzi un nulla davanti al­l'Infinito, che è Dio. L'Essere Supremo, il Creatore, è così grande e vario, che per tutta l'eternità i Beati lo contemplano e lo amano e mai potranno dire: Abbiamo conosciuto appieno tutte le divine per­fezioni! -

Il corpo in Cielo.

Ho parlato dei godimenti dell'anima nell'eternità. L'anima però è stata creata per stare unita al corpo; starne separata, essendo innaturale, dovrebbe apportare una certa qual pena. Non è così! L'anima in Cielo, anche senza il corpo, può godere la visione beatifica di Dio; nulla si op­pone a questo. Si riunirà al corpo nella risurrezione universale. Nel frattempo, l'anima non prova alcuna pena a stare lon­tana dal corpo, perché la sua volontà è pienamente conforme al beneplacido di­vino, che così dispone; inoltre, non spera, ma è sicura del gaudio completivo della risurrezione. Alla fine del mondo, in quel giorno che Gesù Cristo chiama « suo », i morti risorgeranno. Per divina potenza si ricomporranno i corpi e saranno informati dall'anima gloriosa.

Insegna San Paolo: In un momento, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba, i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo cambiati. Giacché bisogna che questo corpo corruttibile si rivesta dell'in­corruzione e questo corpo mortale si rive­sta dell'immortalità. (la Corinti, XV, 52).

Il corpo, appartenente all'anima glorio­sa acquisterà allora nuove perfezioni e sarà simile a Gesù risorto. L'anima riflet­terà allora nel corpo le quattro caratte­ristiche, proprie dei corpi degli eletti: la spiritualità, l'agilità, lo splendore e l'in­corruttibilità.

Il corpo è servito all'anima quale stru­mento di bene nella prova del mondo; è giusto che anch'esso vada nel gaudio eterno.

 

Piaceri soprannaturali.

Quali godimenti avrà il corpo nell'eter­nità? Non possiamo precisare nulla; è certo che andrà in Cielo per godere. I piaceri terreni del corpo sono materiali; nell'eterna beatitudine i piaceri saranno corporali, cioè propri del corpo, ma sopran­naturali. Dice infatti Gesù Cristo: Nella risurrezione, né si ammoglieranno né si mariteranno, ma saranno come Angeli di Dio in Cielo (S. Matteo, XXII, 30). Tutta­via ciascun senso sarà perfettamente appa­gato dall'oggetto corrispondente ad esso, come ad esempio: l'occhio dalle visioni ce­lesti, l'udito dalle armonie angeliche, ec­cetera....

Possiamo farci soltanto vaga idea, per analogia, di ciò che può, godere il corpo in Paradiso, riflettendo sui piaceri terreni.

Armonie celesti.

Nel 1954, in occasione dei solenni festeg­giamenti in onore di Sant'Agata, Patrona di Catania, ebbe luogo un concerto nella Villa Bellini. Le tre principali bande mu­sicali d'Italia, invitate per l'occasione, ese­guirono contemporaneamente dei pezzi scelti, sotto la direzione d'un unico mae­stro. Inappuntabile l'esecuzione! La mol­titudine degli uditori assaporava le ispirate armonie. Sembrava di ascoltare un orga­no. Intanto si esclamava da molti: È mu­sica di Paradiso! ... Che bellezza!... -

La musica è qualche cosa di divino e certamente in Cielo allieta i Beati. Ma quale differenza tra le armonie prodotte dall'uomo e quelle che scaturiscono diret­tamente da Dio!

Santa Teresa d'Avila ebbe 1'appazizione di un Cherubino; questi volle darle un sag­gio della musica celeste e le fece udire il suono d'un violino. Fu tale la dolcezza e l'emozione, che alle prime arcate la Santa svenne.

San Giovanni Bosco, nelle sue visioni, poté udire più di una volta della musica; non era proprio quella del Paradiso, ma qualche cosa di simile. Quando narrò ai giovani ed ai superiori l'apparizione avuta del Giovane Santo, Domenico Savio, disse fra l'altro: Mentre contemplavo la bellez­za di ciò che mi stava innanzi, ecco dif­fondersi una musica soavissima. Erano centomila strumenti e tutti davano un suo­no differente l'uno dall'altro; a questi si univano le armonie dei canti. -

Si può in qualche modo concepire, seb­bene lontanamente, ma non si può espri­mere, il diletto che prova l'udito in Pa­radiso ad assaporare le armonie che si sprigionano dalle Schiere Angeliche e dai Beati, armonie intensificate ed abbellite dalla potenza e dalla bontà di un Dio! Che cosa è la musica umana davanti a quella divina?... Quanto si dice dell'udito, si estenda agli altri sensi del corpo.

PARTE TERZA

CONCLUSIONI PRATICHE

 

La considerazione del Paradiso deve portare alle conclusioni pratiche. Quest'ul­tima parte è la più importante dello scrit­to. Prima non esistevamo; per sua bontà Iddio ci ha creati e si è prefisso un fine.

Nel Catechismo, tra le prime doman­de fondamentali, troviamo: Per qual fine Dio ci ha creati? - Per conoscerlo, con la ragione e più che tutto con la fede; per amarlo e servirlo, con l'osservanza della sua legge; e per andarlo a godere in Pa­radiso, come premio della fedeltà. Il tutto si compendia: Siamo in questo mondo per salvarci l'anima.

L'affare unicamente necessario e stret­tamente personale per tutti è il consegui­mento del Paradiso. Il non tendere al fine principale o perderlo spesso di vista, significa non saper fare il proprio interesse. I nostri cuori siano fissi là, ove sono i veri gaudi!

Il tempo.

Perché gli uomini possano guadagnare l'eternità beata, Iddio ha dato loro un mez­zo: il tempo.

Il tempo è un dono prezioso del Crea­tore, il quale, secondo i suoi fini provvi­denziali, lo dà in diversa misura, a chi più ed a chi meno, raccomandando di non sprecarlo. Si legge nel Libro dell'Ecclesia­stico: Figlio, custodisci il tempo! (Eccl. IV, 23).

- Viene la notte, dice Gesù Cristo, quando nessuno può operare. (S. Giovan­ni, IX, 4). - La notte indica la morte; soltanto nel giorno della vita si può ope­rare per il Paradiso. L'operaio che spreca nell'oziosità una sola ora lavorativa, non sa fare il suo interesse.

Eppure nel mondo quale uso si fa del tempo? Un terzo della vita si dedica al sonno; è una necessità e la necessità è volontà di Dio. Una parte notevole è de­dicata alla ricerca del pane quotidiano. Ma quante ore giornaliere si rendono inu­tili! Si cerca il passatempo! Non si sa cosa fare per ammazzare il tempo! ...

San Domenico Savio, morto a quindici anni, lavorava indefessamente per arric­chirsi di meriti per il Paradiso. Prima che si ammalasse gravemente, un compagno gli disse: Ma riposati! Tutto il bene que­st'anno vuoi fare? E gli altri anni cosa ti resterà a fare? - Rispose il Santo: Ope­ro il bene ora, che ne ho il tempo! -

Il tempo più utile per l'eternità è quello che s'impiega a compiere opere buone: pregare, soddisfare al proprio dovere, eser­citare la carità, lottare contro le cattive tendenze.. ..

Per i mondani il tempo migliore è quel­lo dei divertimenti. Usciva una donna dal­la Chiesa, dopo avere ascoltata la Messa. Fu fermata da una conoscente, ch'era di passaggio.

- Quanto tempo tu sprechi in questa Chiesa! Ma cosa ne guadagni? I Preti ti danno forse denaro? Cosa porti a casa? ... La mattina vai a Messa, al pomeriggio alla Benedizione ed alla sera dici il Rosa­rio! Si vede che sei sfaccendata! Almeno a questa età impara ad impiegare bene il tempo! Se comandassi io a casa tua! ... -

La pia donna lasciava dire; poi rispo­se: Comincia tu a non sprecare il tempo, col dirmi ciò che non hai diritto di dirmi e col piantarmi qui sulla strada! ... Io devo dare conto a Dio e non a te! A casa rendo certamente più di te! ... Perché non pensi al tempo che perdi quando stai allo specchio, con i continui passeggi, con l'an­dare ogni sera al cinema? ...

- Quello non è tempo perduto, perché mi diverto!

- Tu ti diverti con queste sciocchezze, io invece con cose più serie. Ricordati pe­rò che il tempo passato non ritorna più; arriverà l'ultimo giorno per me e per te. Quando entreremo nell'eternità, mi saprai dire chi di noi due ha sprecato il tempo! . . -

Il « presente ».

Spigolo dal libretto « Colloquio interio­re » qualche suggerimento, che Gesù si è degnato dare ad un'anima privilegiata, Suor Maria della Trinità:

- Mio Dio, disse la Suora, comincio oggi la mia povera vita! Ho tanto sprecato i vostri doni! Quanto tempo ho perduto! Non voglio più occuparmi che di Voi e dei doveri del mio stato.

- Sì, figlia mia, quando sprechi del tempo, mi offendi; disprezzi i miei doni, perché « il presente » è un dono che il mio amore presenta alla generosità. Però non ti agitare; chi si agita, spreca. Pensa alla Madre mia! Chi fu ricoperta di più gravi responsabilità di Lei? Eppure era sempre calma e sorridente. Io, tuo Dio, sono l'or­dine e la calma perfetta, pur essendo vita, movimento ed azione.... È perduto tutto il tempo che si occupa lontano da me. Tu sii vigilante e prega! -

Le varie biografie di S. Giovanni Bo­sco, specialmente le Memorie Biografiche, sono ricche di ammaestramenti. Molto mi ha colpito un pensiero del Santo della gioventù: Daremo conto a Dio anche di un po' di tempo che avremo sprecato per colpa nostra! - In vista di ciò Don Bosco, non solo lavorava densamente, ma utiliz­zava i così detti di ritagli di tempo »; quan­do non poteva fare altro, sollevava la men­te a Dio e pregava.

Per comprendere la stima che avevano del tempo i Santi, è bene ricordare S. Al­fonso De' Liguori. Questi fece voto, per tutta la vita, di non sprecare alcuna bri­ciola di tempo. Quanti meriti poté gua­dagnare! Non si consiglia ad alcuno tale voto, però si raccomanda di occupare san­tamente il tempo, per tesoreggiare per l'eternità.

Tutta la vita, volendo, potrebbe dive­nire una catena ininterrotta di opere buo­ne, col buon uso del tempo. Ad ognuna di esse corrisponde un merito proporzio­nato ed a questo un nuovo grado di glo­ria in Paradiso.

Dice S. Lorenzo Giustiniani: Il tempo, in qualche modo, vale quanto l'eternità beata; soltanto con l'impiegarlo in opere buone, potremmo un giorno giungere a go­dere Dio in Cielo. -

Chi si trovasse alla riva d'un rapido fiume ricco di oro, di perle, di gemme e senza curarsi di tanti tesori se ne stesse a raccogliere alghe, sassi o putrido fan­go, non sarebbe un insensato? ... Ep­pure questo avviene nel mondo! Il fiume raffigura il tempo, il quale scorre pieno di tesori inapprezzabili, che sono a no­stra disposizione, purché ne vogliamo ap­profittare. Tanti invece non se ne curano e vanno dietro a frivolezze ed a vanità, che in sostanza sono sabbia è vile fango.

Se i Beati in Cielo potessero desidera­re qualche cosa, sarebbe questa: avere un po' di tempo disponibile, per venire sulla terra a guadagnare qualche altro grado di gloria. Ciò fu rivelato ad un'anima da Santa Maria Maddalena De' Pazzi.

In pratica:

1. Compiere molte opere buone, approfittando delle occasioni, che Dio giornal­mente presenta.

2. Considerare come tempo meglio im­piegato, quello che si trascorre nella pre­ghiera e nella cura dell'anima propria.

3. Pur dando alla natura umana, che è debole, il necessario svago per sollevar­si, non si sprechi il tempo in divertimenti prolungati e snervanti e in conversazioni inutili ed interminabili ...

4. Utilizzare i ritagli di tempo: nei viaggi, nell'attendere a lungo qualche per­sona ... servendosi della corona del Rosa­rio, leggendo un buon libro o alzando spes­so la mente ed il cuore a Dio.

 

Conseguire il “proprio posto”!

Ho sentito dire a pie persone: Spero di andare in Paradiso! ... Mi contenterò anche di un cantuccio! ... Starò bene pure nell'ultimo posto!... L'essenziale è che en­tri in Cielo! - Dire questo, non piace a Dio!

Diceva Gesù a Suor Maria della Tri­nità: Molte anime si preoccupano di an­dare in Cielo e di evitare l'inferno. Si sbagliano! Vorrei che si preoccupassero meno di andare in Cielo, che di occupar­vi il posto che io ho preparato per loro, cioè di corrispondere in tutto e per tutto ai miei desideri. Vorrei che ogni anima comprendesse quanto il suo destino sia grande ed unico! -

Ecco il significato delle parole di Ge­sù: Nel corpo umano non tutti i sensi sono dello stesso valore; la vista è più nobile del tatto e dei gusto. Sulla terra gli uo­mini non hanno la stessa bellezza fisica o lo stesso grado d'intelligenza. Nel firma­mento non tutti gli astri hanno la stessa luce e la stessa grandezza. Si riscontra in tutti gli esseri una grande varietà, il che accresce la bellezza del creato. Così in Paradiso Iddio assegna ad ogni anima un posto particolare nel Regno dei Cieli e desidera che l'anima cooperi per meritar­lo. A tal fine dà ad ogni anima dei talenti, a chi uno, a chi due, a chi cinque; a chi più dà, più domanderà. Iddio è libero dei suoi doni e non fa ingiustizia ad alcuno agendo così.

Dato che in Paradiso ci sono molte mansioni, ognuno deve far di tutto per arricchirsi di molti meriti, tendendo il più possibile alla perfezione.

Preziosità dell'atto umano.

Si dice: Il Paradiso non è fatto per i poltroni! - Si dice anche: In Cielo non si va in carrozza!

Pretendere di ricevere da Dio il pre­mio eterno, ed in grado eminente, ed in­tanto trascorrere il tempo nell'inoperosi­tà, è assurdo.

Si danno ora dei suggerimenti morali ed ascetici. Iddio premia l'atto umano buo­no, che può essere: un pensiero, un desi­derio, una parola, un'azione. Di tali atti durante la vita se ne possono compiere un'infinità; occorre non sprecarli.

Non è molto, trovandomi a Palermo, ebbi l'opportunità di visitare la Mostra Atomica. Nel primo reparto, a sinistra entrando, era esposto un oggetto di forma cilindrica, di colore nero, dal volume di un pugno di bambino. Sotto era scritto: « Un chilogrammo di Uranio ».

Un profano di scienza atomica, a ve­dere quell'uranio, avrebbe detto: Che va­lore potrebbe avere quest'oggetto? Non vi spenderei dieci lire per acquistarlo!

Eppure, è stragrande la preziosità di un chilogrammo di uranio! Osservando la mostra, potei vedere i suoi effetti me­ravigliosi, attraverso le illustrazioni. Un piccolo quantitativo, un semplice chilo di uranio:

1. Può produrre un'energia uguale a due milioni e mezzo di chili di carbone.

2. Può mantenere accesa una lampadi­na per dodici mila anni.

3. Può fornire energia per illuminare e risoaldare una città di cento mila abitanti, per un mese e mezzo.

4. Può far muovere un treno per cen­todieci mila chilometri, pari a tre volte il giro del mondo.

Assai preziosa è dunque l'energia ato­mica.

Sprecare un pezzo di uranio, sarebbe da pazzi!

L'atto umano buono, sebbene di poca entità, è infinitamente più prezioso del­l'uranio, perchè i suoi effetti dureranno eternamente nell'altra vita. Lo spreco vo­lontario di un solo atto umano è una gran perdita.

Le due condizioni.

L'atto umano, perché meriti ricompen­sa in Cielo, non basta che sia buono, ma occorre farlo:

1° In grazia di Dio.

2° Con retta intenzione.

Le opere buone, che compiono coloro che sono in peccato mortale, sono perdute per l'eternità; la loro utilità è solo que­sta: muovere la misericordia di Dio a dare qualche aiuto particolare per ritornare nell'amicizia divina.

Oh, come sono insensati e da compiangere quelli che, commesso un grave pec­cato, non si danno premura di rimettersi in grazia di Dio e lasciano passare setti­mane e mesi, e forse anni, nella più asso­luta sterilità! Quanti quintali di uranio spirituale sprecano! Eppure, è tanto facile andare a confessarsi o, essendone impedi­ti, emettere un atto di dolore perfetto, col proposito di manifestare le proprie mi­serie morali al Ministro di Dio al più pre­sto possibile!

La seconda condizione essenziale per­ché un atto umano meriti davanti a Dio, è che sia fatto con rettitudine d'inten­zione, cioè, non per fini puramente uma­ni, quali sarebbero: gli interessi personali, la lode umana, la simpatia ... Gli Scribi ed i Farisei compivano molte opere buo­ne; pregavano a lungo, digiunavano con rigore, davano abbondanti elemosine ... eppure Gesù Cristo disse: Se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel Re­gno dei Cieli! Infatti essi fanno le loro ope­re per essere visti dagli uomini. In verità vi dico che hanno ricevuta la loro ricom­pensa! - (S. Matteo, VI, 1).

Quante opere buone si sprecano, non vigilando sul retto fine dell'agire! Esorto il lettore a leggere uno dei miei più importanti scritti, «La vera ricchez­za », trattato sulla retta intenzione, per conoscere a fondo il segreto di arricchir­si per il Paradiso. Vi s'insegna come utiliz­zare per l'eternità, non solo gli atti buoni, ma anche gl'indifferenti.

Non sprecare le occasioni!

Spesso Gesù nel Vangelo dice: State vigilanti! ... Beato quel servo che, venen­do il padrone, sarà trovato vigilante! (S. Matteo, XXIV, 46), Vigilante significa « fa­re attenzione » « riflettere » « tenere gli oc­chi aperti ».

Chi vuol arricchire davvero, non va avanti alla carlona, ma approfitta delle occasioni e, se non si presentano, le cerca o le suscita.

Iddio, in vista della gloria eterna, affinché le anime si arricchiscano sempre più, non fa mancare 1e occasioni, special­mente alle anime che predilige.

Disse un giorno Gesù a Suor Maria della Trinità: Io vi do le occasioni di ac­quistare le virtù e vi presento le circo­stanze, che potete utilizzare per sviluppa­re la vostra vita interiore. Se mi lasciaste agire, farei cose grandi per l'eternità! -

Leggendo le biografie dei Santi; si con­stata un fatto curioso o, per dire meglio, provvidenziale: vicino ad ognuno di loro si trova qualche persona che ha fatto da martello. San Tommaso d'Aquino ebbe dei fratelli, che misero a dura prova la sua purezza; Santa Margherita Alacoque visse con certe Consorelle, che la bistrat­tavano oltre ogni dire; San Giovanni Bo­sco ebbe nell'apostolato le continue lotte dei protestanti e la misteriosa incompren­sione del suo Arcivescovo; Santa Teresa del Bambino Gesù dovette sottostare a Ma­dre Gonzaga, superiora di forte carattere, ma spesso strana ed insopportabile.... Iddio, affinché i suoi Santi abbiano modo di tesoreggiare per l'eternità con con­tinui atti di virtù, li mette nelle occasioni di esercitare spesso l'umiltà, la pazienza, la carità....

Le anime pie non sono trattate diver­samente da Gesù. Quell'uomo, veramente cristiano, è deriso dalla moglie irreligiosa e superba; quella donna, tanto devota, de­ve sopportare per tutta la vita il marito bestemmiatore ed ubbriaco; quei buoni sposi hanno da fare con un figlio perverso; quella pia figliuola è schernita dalla sorella mondana o dai fratelli irreligiosi.... È ne­cessario stare vigilanti, tenere gli occhi aperti, per approfittare di quanto la Prov­videnza permette in noi ed attorno a noi.

 

Esempio di una Santa.

Ho accennato a Santa Teresina. Questa raggiunse un alto grado di per­fezione, seguendo il programma: tesoreg­giare per il Cielo, non lasciando sfuggire occasione alcuna.

Scrive la Santa nell'Autobiografia: La mia Superiora, Madre Gonzaga, è tanto buona e mi vuole molto bene. Ma quanti rimproveri mi dà! Quante umiliazioni mi fa subire! Mi dà un ordine, che procuro di eseguire esattamente, poi mi rimprove­ra di averlo eseguito. Poveretta, dimentica facilmente! Le sono stata grata, perché sono venuta nel monastero per santificar­mi. Che sarebbe di me, se io fossi l'idolo della Comunità? Sarò in eterno grata alla mia superiora, perché mi dà modo di ar­ricchire di gemme preziose la mia coro­na del Paradiso. Sul letto di morte, l'ulti­mo mio sorriso sarà per Madre Gonzaga. -

Quando la campana del monastero di Lisieux chiamò a raccolta le Suore attor­no al letto di Santa Teresina morente, accorse anche la Madre Gonzaga, che si pose in ginocchio. La Santa volse lo sguar­do sulla Comunità orante; fissò poi gli occhi sull'antica superiora ed atteggiò le labbra a sorriso, per dire: Grazie a te, che mi hai arricchita! -

La Santa del Carmelo di Lisieux sia di esempio a tutti, nelle grandi e nelle pic­cole occasioni.

Chiudo l'argomento con un bel pensie­ro della stessa Santa: Quando Gesù mi presenta l'opportunità di compiere un at­to di virtù, sopportare un difetto, riceve­re un rimprovero, frenare un sentimento di simpatia, faccio di tutto per non perde­re quel tesoro; mi abbasso, raccolgo la gem­ma celeste... e la presento a Gesù! -

Oh, se tutte le anime sapessero appro­fittare delle cento occasioni che si presen­tano ogni giorno, in casa e fuori, quanta gloria si acquisterebbe in Cielo! Come bi­sognerebbe essere grati a chi ci dà motivo, di compiere atti di virtù!

Le sofferenze.

Quando Gesù, dopo la risurrezione, ap­parve ai due di Emmaus, così parlò: O stolti e tardi di cuore a credere! Non dove­va forse il Cristo patire e così entrare nella sua gloria? - (S. Luca, XXIV, 25).

Per entrare nella gloria del Paradiso è dunque necessario patire.

Poiché tutti abbiamo l'istinto di evi­tare la sofferenza, Iddio misericordioso la somministra a tutti, sebbene in diverse dosi. Se si comprendesse il valore di un sacrificio nei rapporti del Cielo, si andreb­be avidamente in cerca di sofferenze. Que­sta verità si comprenderà nell'altra vita, quando si vedrà il frutto del patire:

Si legge in «Colloquio Interiore»: In Cielo avrete piena conoscenza della misericordia divina; quaggiù voi dovete soprat­tutto contemplare il mistero della cro­ce.... Quando vi mando delle croci, è per­ché voi doniate la vostra parte di fede e di generosità, necessaria alla vostra sal­vezza. Voi le potete subire passivamente o le potete anche abbracciare con amore, seguendo l'Uomo dei dolori.... La soffe­renza è il privilegio della vostra vita sul­la terra. Oh, se poteste capire!... E tu, figlia mia, (Suor Maria della Trinità), ri­corda che ben presto ti chiamerò in Cielo ed allora ti rincrescerà di non avere amato, con più amore e con più audacia, le sof­ferenze della terra! ... Per giungere al Cielo, bisogna passare per la crocifis­sione! -

La Serva di Dio, Lucia Mangano, anima privilegiata, morta a S. Giovanni La Punta (Catania) pochi anni or sono, apprese alla scuola diretta di Gesù il valore del patire. Una sua amica mi confidava: Lucia una volta mi disse: Se io dovessi augurare a persona cara quanto di meglio ci sia, vorrei augurarle croci sopra croci! .. . -

In base al fin qui detto, si raccomanda di non sprecare nessuna delle sofferenze che Dio manda.

 

Le tentazioni.

Le malattie, le indisposizioni, gli ac­ciacchi ... presto o tardi colpiscono tutti. Per avere forza a soffrire si pensi al Para­diso; non ci si ribelli alla volontà di Dio, per non privarsi di tanti gradi di gloria.

Le sofferenze morali sono più pesanti di quelle fisiche. Si utilizzino perciò le in­comprensioni e le umiliazioni.

Chi può esprimere il martirio di colui il quale si trovi nello stato di aridità di spirito? Buio, fitte tenebre nella mente, cuore desolato nel servizio di Dio! ... Oh, se si apprezzassero di più queste sofferenze, che Gesù non ha risparmiato neppure alle anime più elette, come a Santa Teresa D'Avila ed a Santa Rosa da Lima!

E le tentazioni non sono una croce quotidiana? Bisogna guardarle alla luce del Cielo, per sfruttarle come Dio desidera!

Dio non tenta alcuno, ma permette la tentazione affinché l'anima gli dia la prova d'amore e meriti così l'eterna gloria. Guai però a chi cerca la tentazione, mettendosi volontariamente nel grave pericolo! Ci si rende già colpevoli. Iddio nega ai presun­tuosi la sua assistenza ed eccoli cadere nel male!

La tentazione non voluta, ma soppor­tata, combattuta e vinta, apporta la corona di gloria.

Dice lo Spirito Santo per mezzo di San Pietro: Benedetto sia Dio, il quale nella sua grande misericordia, per la risur­rezione di Gesù Cristo da morte, ci ha fatto rinascere ad una viva speranza dell'ere­dità incorruttibile, senza macchia, inalte­rabile, riservata nei Cieli per voi. A questo pensiero voi esulterete, se ancora per poco dovete essere afflitti da varie tentazioni, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell'oro (che si prova nel fuoco), sia trovata degna di lode e di gloria e di onore, quando apparirà Gesù Cristo. (1a S. Pietro, 1,3).

Nella Lettera di San Giacomo Apostolo si legge: Beato l'uomo che soffre tenta­zioni, perché, quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, da Dio promessa a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica di essere tentato da Dio, perché Dio non può tentare a fare il male; ma ciascuno è tentato, attratto ed ade­scato dalla propria concupiscenza. (S. Gia­como l, 12).

La lotta nelle tentazioni richiedé sacrifici, cioè rinunzie e privazioni. Se diletta il pensiero del Paradiso, si sia pronti a tut­to, anche a dare la vita. Così hanno fatto i Martiri, che oggi trionfano in Cielo.

 

ll premio si deve meritare!

Al tempo dell'imperatore Adriano, in­fieriva la persecuzione contro i Cristiani. Un certo Getulio, fu barbaramente truci­dato. La moglie, Sinforosa, pensando al Pa­radiso, non ebbe rincrescimento di restare vedova. In seguito fu arrestata lei ed i suoi otto figli: o rinunciare alla fede o la morte! Sinforosa, piena d'amor di Dio e sorret­ta dalla grazia divina, disse ai figli: Pensate al Paradiso! Qualunque tormento è nulla di fronte al premio eterno che vi è pre­parato!

Arrabbiati i carnefici, le legarono un macigno al collo e la gettarono nel Tevere. I suoi figli subirono diversi tormenti: Cre­scenzio ebbe trapassata la gola da una spada; a Nemesio fu trapassato il cuore; Primitivo fu sventrato; Giustino fu sega­to membro a membro; Statteo, legato al palo, fu crivellato di frecce; Eugenio fu segato in due parti.

Ecco, per meritare il Paradiso, cosa ha sopportato Santa Sinforosa ed i suoi figli, e con loro ... milioni e milioni di Martiri!

Quanti Cristiani oggi, pur volendo an­dare in Paradiso, non sanno rinunziare ad un film pericoloso, ad una rivista poco mo­rale, ad un attacco al cuore, ad una visita, ad un divertimento poco lecito! Si pretende il Paradiso, ma senza sforzi. Si ricordi che il Cielo non è fatto per i poltroni!

Diceva Gesù a Suor Benigna Consolata: Scrivi quanto io ti dico; le anime leggeran­no e potranno approfittare e tu ne avrai merito. -

Del bene che facciamo, Dio ci compen­serà, dandoci la gloria promessa nella eter­nità; del bene che altri fanno per opera no­stra, riceveremo anche il premio.

Più anime salviamo, più risplendere­mo di gloria in Cielo. La più bella corona celeste sarà formata da coloro che si salvano per opera nostra.

Com'è facile rovinare le anime, se non si fa attenzione, così è facile salvarle con un po' di buona volontà.

Offrire preghiere e sacrifici per i pecca­tori, industriarsi perchè un moribondo riceva i Sacramenti, trattenere una per­sona da un passo pericoloso, dare un buon consiglio, far leggere un libro spirituale ... quanti si possono aiutare ad andare in Paradiso!

Una propagandista di buona stampa mi scriveva in questi giorni: Ho conosciuto una signorina, intelligente ed istruita, pe­rò atea. Ho pensato di darle a leggere un buon libro nella speranza che si conver­tisse. In realtà la luce di Dio è entrata nel suo cuore. Ha lasciato la via del male, ha cominciato a frequentare i Sacramenti ed al presente si comunica tutti i giorni. Or­mai si è data all'apostolato e porta anime a Dio. È tanto zelante! -

Un giorno la propagandista di cui par­lo, com'è da sperare, andrà in Paradiso; riceverà la corona di gloria. Ma quale au­mento di felicita le sarà riservato per l'atea convertita e per le anime da costei ritratte dal male! Iddio le dirà: Quel libro buono dato a leggere, è stato la salvezza di tanti! A te un premio eterno particolare! -

I Santi compresero tutto ciò ed erano avidi di apostolato. San Giovanni Bosco fu un vero cacciatore di anime. San Fran­cesco Saverio si diceva disposto ad andare in capo al mondo, pur di salvare un pec­catore.... Oggi in Cielo sono circondati da coloro che salvarono. Come i pianeti nel firmamento fanno corona al sole, au­mentandone la magnificenza, così in Para­diso le anime da noi salvate formeranno la nostra mistica corona di gloria. Beati coloro che si danno all'apostolato! In Cie­lo comprenderanno la preziosità della loro vita.

O voi che militate nelle file dell'Azio­ne Cattolica, e voi tutti che v'industriate di convertire i peccatori, non scoraggiatevi se non vedete sulla terra i frutti del vo­stro apostolato! Spargete ovunque il seme evangelico: in famiglia, nei laboratori, nel­le officine ... e lasciate che la Provvidenza fecondi questo seme! Un'opera di aposto­lato se non frutta oggi, potrà fruttare do­mani oppure fra anni.... Nell'ipotesi che un seme non fruttasse, il Padrone Eterno darebbe sempre la ricompensa al servo attivo; l'agricoltore merita lode anche quando non ha fatto un buon raccolto, pur­ché abbia seminato e lavorato bene le sue terre.

 

Il cuore... miniera preziosa.

Ogni mortale ha nel proprio cuore una miniera preziosissima; si tratta di sfrut­tarla con l'intelligenza e con la fatica. Chi poco comprende, poco guadagna; chi po­co si affatica, poco raccoglie; chi semina vento, raccoglie tempesta. Chi sa utiliz­zare la vita presente per il Paradiso, rag­giunge il fine della creazione. - L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore cava fuori il bene; poiché dall'abbondanza del cuore parla la sua bocca (Luca, 6, 45). -

Tante volte avevo contemplato le zone che circondano la città di Ragusa. Spesso dicevo tra me. Quanto terreno sprecato! Poca produzione! Almeno si alimentano le vacche e le pecore con il pascolo! - I proprietari, per tanti secoli, si contentava­no di un po' di utile.

Persona intelligente studiò a fondo la zona ragusana; mise in attività l'esperien­za propria e l'altrui; sondò qua e là il ter­reno; non si fermò davanti agli ostacoli; nella speranza di trovare il petrolio, impie­gò la sua ricchezza. In fine, l'esito fu felice.

Allorché quest'anno, recatomi a Ragusa volli visitare la zona storica, su cui oggi puntano gli occhi i migliori industriali del mondo, in un bivio dello stradale lessi la targa « A.B.C.D. » (cioè: Asfalto - Bitume - Catrame-Derivati). Poco distante scorsi i pozzi di petrolio. Erano in attività le mac­chine. Altri pozzi erano in lavorazione. A vedere una imponente trivella, domandai: Questo pozzo è pronto? - No! Ancora la sonda è a m. 1600 sottoterra; forse bisognerà arrivare a m. 2000; ma il petrolio è sicuro! -

Quale non fu la mia meraviglia a ve­dere il tubo di un pozzo attivo! Solo due operai assistevano, non per lavorare ma per controllare. Veniva su la materia pri­ma, a getto continuo, ancora calda e spu­meggiante, nerissima....

- Sempre così è il getto del petrolio? - Sempre, notte e giorno!

Conclusi tra me: Quanti miliardi ven­gono fuori dalle viscere della terra! Quan­to vantaggio all'umanità! ... Il tesoro qui c'è stato sempre, ma inutilizzato! È stata necessaria l'intelligenza e la fatica per tro­varlo! -

Se si sapessero sfruttare tutte le ener­gie del cuore umano, quanti tesori si tro­verebbero per l'eternità, più preziosi del petrolio di Ragusa! Ci vuole intelligenza, per approfondire le grandi verità che Dio ha rivelate; se manca questo, manca la ba­se: Non si lavora da tutti per il Paradiso, perché non si medita e si spreca il dono dell'intelligenza solo negli affari materiali!

Il cuore... miniera d'iniquità.

Il cuore è anche una miniera d'iniqui­tà, se non si tengono a freno le passioni. Dice Gesù: Dal cuore dell'uomo vengono i cattivi pensieri, gli adulteri, le fornica­zioni, gli omicidi, i furti, le avarizie, le iniquità, le frodi, la libidine, l'invidia, le bestemmie, la superbia; la stoltezza (S. Marco, VII, 21).

Mentre sto per chiudere questo scritto mi trovo sull'Etna, il primo vulcano d'Eu­ropa. Il cratere è in attività ed i continui boati giungono a me. Voglio provare l'emo­zione dell'eruzione. Mi spingo a m. 3300 d'altezza, sul ciglione del cratere centrale; un apparecchio sorvola all'intorno per fo­tografare; un rappresentante della «In­com » fa dei cortometraggi per i documen­tari cinematografici. Io contemplo, distan­te dalla bocca eruttiva un centinaio di me­tri, il terribile getto dei lapilli: Assicurato dalla direzione del getto, emozionato guar­do e medito: Miriadi di masse di fuoco, dopo l'esplosione, che produce un forte ter­remoto, escono dalle viscere della terra e si lanciano a centinaia di metri; dopo qual­che istante, si ripete l'esplosione; la lava, che pare inferocita, si riversa in torrentel­li di fuoco e scorre fuori dal cratere. Il puzzo, dello zolfo, il calore del fuoco e più che tutto la paura che mi si apra il suolo sotto i piedi, mi costringono ad allontanar­mi. Intanto penso: Dal sottosuolo di Ragu­sa viene fuori la ricchezza; da qui invece viene fuori il fuoco, che apporta il terro­re in tutta la zona e la distruzione dei vi­gneti e di qualche cittadina! ... Così il cuore umano! -

Quanti, uomini e donne, sono come cra­teri in eruzione! Mettono fuori dal loro cuore: bestemmie, calunnie, discorsi im­morali, scandali! ... Costoro seminano la distruzione in famiglia e in società. Per tale gente la vita è una terribile prepara­zione al fuoco eterno. Oh, aprissero gli oc­chi almeno un'ora prima del loro ingres­so nell'eternità!

Non c'è via di mezzo: o Paradiso o inferno! Tutti corriamo verso l'eternità; ogni giorno è un passo verso l'eterna dimora. La vita è come un viaggio in treno; chi scende prima e chi dopo. È pazzo quel viag­giatore che, vedendo una cosa bella, scen­de dal treno, dimentico del fine per cuì viaggia.

I viaggiatori sogliono portare la valigia; più vi si mette dentro e più vi si tro­va. Così per l'eternità!

Buona volontà.

San Tommaso D'Aquino con i suoi scrit­ti spingeva le anime all'eterna felicità. Una sua sorella, nella speranza di avere un con­siglio straordinario per salvarsi, gli chiese per lettera: Qual è la cosa principale per andare in Paradiso? - Il Santo le rispose con due semplici parole: “Basta volerlo!”.

Tuttavia, per assicurarci sempre più il Cielo, appigliamoci ai mezzi che la Prov­videnza ci appresta:

l. Fare bene e rinnovare le Nove Co­munioni dei Primi Venerdí.

2. Comunicarsi sempre nei Primi Saba­ti ad onore del Cuore Immacolato di Ma­ria, per avere la protezione della Regina del Cielo in vita e specialmente in punto di morte.

3. Fare ogni giorno un po' di medita­zione, anche pochi minuti, perché chi me­dita seriamente le grandi verità rivelate, difficilmente pecca e, se avesse la disgra­zia di cadere, subito si rialzerebbe.

Suggerimento di un Santo.

Il 4 febbraio, 1861, Don Bosco andò a predicare gli Esercizi Spirituali nel Semi­nario di Bergamo. Predicando, fra l'altro disse:

In una certa occasione potei domanda­re a Maria Santissima la grazia di avere presso di me in Paradiso migliaia e mi­gliaia di anime e la Madonna me ne fece promessa. Se anche voi desiderate appar­tenere a tal numero, io ne sono lieto, a patto che ogni giorno, per tutta la vostra vita, recitiate un'Ave Maria, possibilmente nel tempo che ascolterete la S. Messa, anzi nel momento della Consacrazione. -

La proposta fu accolta con gioia, per­ché già si conosceva la santità di Don Bo­sco e le relazioni che aveva col sopran­naturale.

Un certo Stefano Scaini, allora Chie­rico nel Seminario di Bergamo e poi Sa­cerdote Gesuita, non tralasciò 1'Ave Maria suggerita da Don Bosco, convinto che la stessa Madonna avesse suggerita la cosa al suo Servo. Lo Scaini il 3 gennaio, 1882, andò a trovare Don Bosco a Torino e così gli disse: Se mi permette, vorrei doman­darle schiarimento sopra una cosa, che mi sta molto a cuore. Ricorda quando lei ven­ne a predicare gli Esercizi nel Seminario di Bergamo?

- Sì!

- Ricorda di averci parlato d'una grazia domandata alla Madonna, cioè del­l'Ave Maria da recitare durante la Con­sacrazione?

- Ricordo bene!

- Io quell'Ave Maria l'ho sempre re­citata e la reciterò sempre! -

Allora Don Bosco rispose con grande sicurezza: Continui a recitare quell'Ave Maria e ci troveremo assieme in Para­diso! -

Quante anime, fiduciose nella parola di San Giovanni Bosco, recitano ogni giorno quest'Ave Maria!

Si diffonda molto questa pia pratica.