Crea sito

I. NOZIONE.

Il nome di Padri è di origine orientale. Gli antichi popoli d'Oriente, infatti, onoravano con questo appellativo i maestri, considerati come autori della vita intellettuale, originata dal loro insegnamento. In tale senso i discepoli delle scuole profetiche furono denominati filii prophetarum, e il loro maestro fu detto Pater (I Reg. 10, 12; 1 Sam. 40, 35).
Nella Chiesa primitiva, con questo nome vennero designati i vescovi, i quali, appunto perché ministri dei Sacramenti e depositari del patrimonio dottrinale della Chiesa, erano ritenuti generatori di quella vìta in Cristo di cui parla S. Paolo nel testo citato (cf. Martyrium Polycarpi, 12, 2; Acta Cypriani, 3, 3). A partire dal sec. IV, quando i vescovi primitivi incominciarono a essere considerati testimoni autorevoli della tradizione e giudici nelle controversie dogmatiche, si valutò soprattutto l'autorità dottrinale, e il nome di Padri si restrinse agli assertori della fede, che avevano lasciato testimonianza scritta. Ben presto però questo titolo si estese anche ai non vescovi per opera di S. Agostino, il quale citò a testimone della dottrina cattolica circa il peccato originale il contemporaneo S. Girolamo, semplice prete (Contra Iul., 1, 34; Il, 36). Però non tutti gli scrittori ecclesiastici erano atti a testimoniare la fede della Chiesa, essendo taluni caduti in gravi errori. Perciò gli scrittori ecclesiastici antichi vennero distinti in due categorie; quelli riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della fede, e quelli che non lo erano. Il primo esempio di tale distinzione si trova nella decretale De libris recipiendis et non recipiendis del sec. VI, che va sotto il nome di papa Gelasio e che, per conseguenza, costituisce il più antico catalogo di scrittori cristiani riconosciuti come Padri della Chiesa.
Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò soggetto questo appellativo, quattro elementi entrano a formarne il concetto:
a) dottrina ortodossa : quali custodi infatti della tradizione ricevuta dai maggiori, debbono trasmetterla inalterata alle generazioni successive; tale ortodossia si intende nel senso di una fedele comunione di dottrina con la Chiesa, non già come immunità totale da errori anche materiali: per tutti vale l'esempio di S. Cipriano;
b) santità di vita : come maestri, occorre che i Padri della Chiesa presentino in grado elevato le virtù cristiane, non solo predicate, ma praticate; tale nota costituisce una garanzia e una sublimazione della ortodossia stessa;
c) approvazione della Chiesa: solo la Chiesa, come può definire il canone delle Scritture, così può determinare i testimoni autentici della Tradizione; non occorre tuttavia un'approvazione esplicita, è sufficiente l'implicita, quale potrebbe aversi, ad es., nella citazione di un Padre fatta da un concilio ecumenico;
d) antichità: su questo punto si è alquanto oscillato e, per vario tempo, vennero classificati tra i Padri della Chiesa anche scrittori medievali dell'epoca precedente alla scolastica. Poi prevalse una maggiore severità, ed ora l'evo patristico si fa comunemente concludere, in Occidente, con la morte di S. Isidoro di Siviglia (636), in Oriente con quella di S. Giovanni Damasceno (ca. 750).
Praticamente il nome di Padri si estende talvolta, in senso largo, ad alcuni scrittori della prima età che non furono santi, o che, in qualche momento della loro produzione, non furono ortodossi, come, p. es. , Tertulliano, Origene, Eusebio di Cesarea. Gli eminenti servigi resi da tali uomini, per altri motivi, spiegano le eccezioni: a costoro più propriamente si addice il titolo di "scrittori ecclesiastici". La categoria dei Padri della Chiesa si identifica solo in parte con quella dei Dottori della Chiesa, per i quali se non è necessaria la nota dell'antichità, è però richiesta una eminens eruditio e il riconoscimento esplicito da parte della Chiesa.

II. AUTORITA'.

L'importanza dei Padri della Chiesa non è soltanto di ordine letterario o storico, ma soprattutto si fonda sulla loro dottrina, desunta dalla Tradizione come fonte di fede. Ciò deriva dalla connessione strettissima che essi ebbero con il magistero infallibile della Chiesa. Furono in gran parte vescovi e la loro azione intellettuale fu come il respiro della Chiesa stessa. Ai loro tempi costituivano di fatto il magistero o almeno la parte principale di esso, in quanto tutta la Chiesa docente e discente mirava ad essi, delegava loro la propria difesa, ne accoglieva gli scritti e li circondava di approvazione e di lode. Questo complesso di circostanze li costituiva voce autorevole nella Chiesa e legava il loro operato alla responsabilità del suo magistero. Se avessero errato, l'organo stesso dell'infallibilità sarebbe stato compromesso. Da ciò si deduce che i Padri della Chiesa hanno tutti i requisiti per essere considerati testimoni garantiti e qualificati della inalterata tradizione divina.
Tale concezione, naturalmente, esula dalla dottrina dei protestanti, i quali, rigettando il concetto cattolico di Tradizione, nel campo della fede non ammettono altra guida che la S. Scrittura: non possono quindi attribuire ai Padri altra autorità che l'umana.
D'altra parte, non in tutto i Padri della Chiesa sono strumenti sicuri delle verità rivelate.
Prescindendo dalle dottrine che rientrano nel dominio della ragione, pure in ciò che riguarda la fede e la morale molte espressioni e detti loro valgono solo come punti di passaggio, non già come formulazione definitiva della dottrina. Più di una volta infatti hanno corretto se stessi, e, non di rado, solo dopo un severo esame e vivaci dispute sono giunti a una più esatta esposizione della dottrina tramandata. Occorre inoltre tenere presente che i loro talenti intellettuali sono assai diversi; che sono anelli nella trasmissione della dottrina, non il termine; che non sono ispirati ed esenti da errori; che i loro scritti sono per lo più occasionali, di circostanza e non esposizioni sistematiche delle verità di fede; che prima delle controversie parlano spesso senza precauzioni. Quindi, secondo il detto di S. Agostino, "bisogna pesare le loro voci e non contarle" (Contra Iul., 2, 35). Ciò fa distinguere in essi un duplice aspetto : quello di teste della Tradizione, su cui si estende la garanzia della Chiesa, e quello di dottore privato, che non ha quella garanzia, ma tanto è attendibile quanto sono la sua eccellenza intellettuale, la santità, e, soprattutto, le ragioni che adduce.
Per valutare convenientemente l'autorità dei Padri della Chiesa, i teologi sogliono proporre le seguenti norme:
a) nessun Padre per sé è infallibile, eccetto il caso che sia stato papa e abbia insegnato ex cathedra, o se ed in quanto i singoli passi dei suoi scritti siano stati convalidati da un concilio ecumenico; è stata perciò giustamente riprovata da Alessandro VII l'esagerazione dei giansenisti, che giunsero a preferire l'autorità di un solo Padre (in concreto, S. Agostino) al magistero vivente della Chiesa (Denz-U, 320);
b) il consenso unanime dei Padri in materia di fede e di costumi è da considerarsi autorità irrefragabile, perché equivale alla dottrina stessa della Chiesa: questo è stato l'insegnamento dei Concili Tridentino (sess. IV) e Vaticano I (sess. III, 22), che proibirono di dare alla S. Scrittura un significato contrario alla dottrina concorde dei Padri della Chiesa; tale consenso non richiede tuttavia l'unanimità numerica, è sufficiente quella morale, quale potrebbe aversi anche dalla testimonianza di pochi, purché dalle circostanze in cui fu emessa si possa arguire che essa rispecchia la fede comune della Chiesa;
c) qualora manchi tale consenso, la dottrina di uno o più Padri, specialmente se contrasta con quella di altri, non è da ammettersi come certa, non per questo però deve essere trascurata.
d) I Padri che, con l'approvazione della Chiesa, si sono distinti nel combattere speciali eresie, valgono come autorità classiche nei dogmi relativi. Così S. Cirillo Alessandrino nella cristologia e S. Agostino nella dottrina della Grazia.

III. EPOCA DEI PADRI.

E' delimitata entro i confini dell'antichità cristiana sopra stabiliti, e si suddivide in tre periodi d'ineguale estensione, ma sotto certi aspetti di eguale importanza.
1. Periodo delle origini. - Arriva fino al Concilio di Nicea (325) ed è quello che maggiormente interessa la critica moderna, la cui attenzione è rivolta in modo particolare alle origini cristiane. La lettera scritta da Clemente Romano alla comunità di Corinto in Grecia verso il 96-98 d.C., la si assume generalmente come il documento patristico più antico. Appartengono a quest'epoca i Padri Apostolici , i cui scritti, sebbene scarsi di valore letterario o filosofico, riflettono tuttavia l'eco immediata della predicazione apostolica offrendo un quadro autentico ed immediato della vita, dei sentimenti, delle aspirazioni e delle idee delle prime comunità cristiane sparse nel bacino orientale del Mediterraneo a cavallo tra il I e il II secolo della nostra era ed informano come venne intesa e realizzata fin dagli inizi la costituzione impressa da Cristo alla sua Chiesa. Tale autorità è condivisa solo in parte dai Padri apologisti del sec. II, e ancor meno dai Padri controversisti del secolo successivo; in compenso questi ultimi offrono i primi saggi di sistemazione dottrinale, che ne fanno dei veri precursori dei grandi maestri del periodo aureo.
2. Periodo aureo. - E' il più breve, in quanto termina con la morte di S. Agostino (431), ma è anche quello del massimo splendore della letteratura patristica. Crisi dottrinali profonde, come l'ariana e la pelagiana, travagliarono in questo tempo la Chiesa. I Padri di quest'epoca, impegnati nelle grandi dispute, seppero dare un contributo decisivo alla sistemazione della scienza teologica. Emergono tra essi le figure di S. Atanasio, S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Giovanni Crisostomo, considerati come i Dottori massimi della Chiesa orientale; mentre in Occidente dominano incontrastati S. Girolamo, il Dottore delle Scritture, S. Ambrogio, il Dottore dell'indipendenza della Chiesa, S. Agostino, che non è soltanto il Dottore della Grazia, ma il Dottore universale, colui che per vari secoli fu il principale, se non l'unico ispiratore del pensiero cristiano occidentale.
3. Periodo della decadenza. - Si estende dalla morte di S. Agostino fino al termine dell'evo patristico. E' un periodo di lento decadimento, causato dalle invasioni barbariche in Occidente, e dal dispotismo degli imperatori in Oriente. Le grandi opere vennero quasi del tutto a mancare, e quelle poche che si scrissero risentono la stanchezza e la mancanza di originalità. Ciò non impedisce che emergano ancora qua e là figure grandissime, come quelle di S. Giovanni Damasceno e di S. Gregorio Magno. Ma queste non sono che felici eccezioni, che non distruggono l'impressione dell'insieme. L'importanza dei Padri di quest'epoca consiste soprattutto nell'aver conservato i tesori dell'antico sapere teologico, cosicché, posti come anello di congiunzione tra il mondo antico che tramonta. e quello nuovo che s'inizia, ebbero il merito di porre i fondamenti della successiva civiltà medievale.

IV. STUDIO DEI PADRI.

Di queste figure di scrittori e pensatori si occupano due scienze importanti, che comunemente sogliono considerarsi come distinte: la patrologia, che studia il momento storico-letterario dei Padri, cioè direttamente gli scritti e, in relazione ad essi, la vita dei singoli autori; la patristica, che riguarda l'aspetto dottrinale, e si considera come l'esposizione sistematica delle prove dedotte dagli scritti patristici in dimostrazione dei dogma

V. LINGUA DEI PADRI.

Fino a quasi tutto il sec. II la lingua dei Padri fu il greco. Ciò non fa meraviglia, se si pensa che il cristianesimo reclutò i suoi primi seguaci fra elementi di origine prevalentemente orientale. Il greco inoltre era in quel tempo la lingua internazionale per eccellenza, compresa non solo in Oriente, ma ancora in tutte le regioni bagnate dal Mediterraneo, almeno per quanto riguarda il ceto colto. Era del resto la lingua che, per l'alto grado del suo sviluppo, meglio si prestava ad esprimere la ricchezza del pensiero cristiano.
Dopo il sec. III, nell'Oriente, pur restando sempre in onore il greco, vennero usati anche idiomi locali, specialmente l'armeno e il siriaco, mentre nell'Occidente, a partire dall'anno 380, incominciarono le prime manifestazioni letterarie in lingua latina; questa in seguito diventò la lingua esclusiva dei Padri occidentali.
I più antichi documenti patristici restano fuori dalla tradizione letteraria greca. Da principio, infatti, sull'esempio dei redattori della versione dei Settanta e degli agiografi neotestamentari, i Padri, per meglio adattarsi all'intelligenza del popolo, si servirono del greco volgare della coiné, quale si era sviluppato in Alessandria, sotto l'influsso dei circoli giudeo-ellenistici. Ma già negli apologisti del sec. II si riscontra un certo avvicinamento alle norme linguistiche tradizionali. Fu Clemente Alessandrino ad operare il distacco definitivo dalle forme popolari: dopo di lui, l'utilizzazione degli autori classici rientrò nella prassi comune dei Padri greci, e il sec. IV, che vide un vero fiorire di umanesimo cristiano, produsse capolavori tali del pensiero cristiano che, per la purezza della lingua, possono gareggiare con i più autentici modelli della letteratura greca.
Per quanto riguarda l'uso del latino, è già stata rilevata la sua tardiva comparsa tra i Padri occidentali, dovuta non solo alle cause sopra accennate, ma ancora all'indole stessa di questo idioma che, a differenza del greco, è poco malleabile per esprimere idee nuove e astratte. In compenso, sotto l'influenza creatrice degli scrittori cristiani, specialmente di Tertulliano e S. Cipriano, la lingua di Roma entrò in una nuova fase di sviluppo. Il suo lessico, di cui Seneca aveva già lamentato la povertà, si arricchì sostanzialmente di elementi nuovi, derivati in parte dal tesoro linguistico greco, in parte da molti idiotismi dell'epoca e da forme in uso nella tecnica giuridica, e finalmente da neologismi. Ne risultò il latino ecclesiastico, lingua freschissima, piena di vita, strumento docile del pensiero. Per lungo tempo questo latino dei Padri venne ingiustamente disprezzato dagli eruditi, quasi che la letteratura latina avesse detto la sua ultima parola verso la fine del sec. II. I più recenti studi sulla lingua di S. Cipriano, S. Ambrogio, S. Girolamo, S. Agostino e altri hanno dimostrato che i Padri non hanno scritto in maniera indegna dei migliori rappresentanti della latinità classica, pur avendo fatto uso di termini e costruzioni inedite. Per opera loro la letteratura latina, rinnovellata dall'ideale evangelico, da romana si è fatta cristiana; ad essi anzi spetta quasi esclusivamente il merito di aver conservato alto, in tempo di decadenza letteraria, il prestigio della cultura e delle lettere di Roma.

I PADRI DELLA CHIESA, NOSTRI AMICI
 

IL FASCINO DEI PADRI

La mia conoscenza dei Padri della Chiesa cominciò in modo piuttosto imprevisto, in anni giovanili. Avevo 14 anni e partecipavo ad un raduno di giovani cattolici in un grande palazzetto dello sport. Appesi alle pareti, intervallati da slogan di sapore evangelico, vidi dei grandi striscioni che riportavano nomi piuttosto esotici, Ireneo, Atanasio, Cipriano, Giustino e altri. Non avevo assolutamente idea della loro origine, pensavo fossero degli eroi o dei santi appartenuti alla gioventù cattolica, e durante il convegno non ebbi modo di soddisfare pienamente la mia curiosità. Solo qualche anno dopo, assaggiando i primi studi liceali di filosofia, appresi con una certa vaghezza che si trattava di "padri della Chiesa", effettivamente dei santi cattolici, vissuti però molti secoli fa, che quindi non potevano riferirsi direttamente all’esperienza giovanile a cui partecipavo. Archiviai quell’informazione senza ritornarci sopra per molto tempo, ma piano piano i "padri" cominciarono a insinuarsi sempre più nel mio cammino di fede e di conoscenza, fino a esplodere in tutta la loro vitalità durante gli studi seminaristici; da allora non mi hanno più lasciato, richiamandomi spesso con voce tonante ad ascoltare i tanti insegnamenti che possono dare anche nella vita di oggi, nel terzo millennio.

Si potrebbe, con semplice pedanteria scolastica, ricordare che i Padri sono quegli scrittori cristiani dei primi otto secoli del cristianesimo che con le loro opere hanno reso più accessibile e comprensibile a tutti la verità del Vangelo; che grazie al loro impegno e, spesso, al loro sacrificio, hanno sconfitto il paganesimo e fissato le regole della dottrina cristiana, che ancora oggi ripetiamo nel "Credo" della Messa domenicale; che seppero salvare il patrimonio dell’antichità classica greca e romana, custodendolo nei monasteri in cui si rinchiusero in tempi di invasioni barbariche. Messa così la loro memoria rimarrebbe degna soltanto dei manuali scolastici e delle biblioteche curiali, a disposizione di studenti e specialisti di teologia e di archeologia. In realtà la loro popolarità è aumentata enormemente negli ultimi cinquant’anni, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, presso la gran massa dei fedeli, dopo un periodo di relativa eclisse; e del resto questi uomini sono stati letti e amati da schiere innumerevoli di credenti e non credenti lungo tutto il percorso bimillenario della Chiesa di Cristo, tanto che, per fare un esempio, le "Confessioni" di sant’Agostino hanno avuto nel tempo una diffusione inferiore soltanto a quella del Nuovo Testamento. Le edizioni degli antichi testi dei Padri, riviste e ritradotte in tutte le lingue moderne, si susseguono e si esibiscono in tutte le librerie cattoliche e non, spesso con copertine sgargianti e lussuose, come i migliori best-seller, oppure in formato "pocket", in modo da poterle portare comodamente con sé anche durante un viaggio in treno.

ATTUALITÀ DEI PADRI

Non c’è da stupirsi di questo successo. I Padri hanno qualcosa in più. rispetto a tutti gli autori religiosi delle epoche loro successive: sono molto più vicini all’epoca della rivelazione di Gesù per le strade della Palestina, e vissero in un mondo che non era affatto cristiano, anzi lo diventò assai lentamente e in buona parte proprio per merito loro; ciò che li rende ancora più attuali, visto che oggi viviamo ormai in un mondo che è sempre meno cristiano, e in buona parte proprio per colpa nostra, di quelli che vanno in chiesa e dicono le preghiere, ma fanno sempre più fatica ad annunciare il Vangelo di Gesù ai propri contemporanei. Per questo a molti è venuta l’idea di rubare i segreti dell’evangelizzazione a quegli uomini antichi e gloriosi. Soltanto che i Padri sono tutt’altro che un’antologia di regole del perfetto cristiano; sono persone estremamente vivaci e passionali, che seppero gettarsi anima e corpo in dispute e controversie anche su piccole sfumature dei dogmi di fede, cercando sempre di risalire dai dettagli alle verità supreme, senza abbassarsi ai livelli del pettegolezzo e del conformismo mondano delle discussioni da bar o da salotto come avviene ai nostri giorni, quando si discute solo di contraccettivi - matrimonio dei preti - sacerdozio alle donne, come se tutto il Vangelo si esaurisse in questioni di etica matrimoniale o di parità dei sessi.

 

SANTITÀ DEI PADRI

La prima passione dei Padri fu senz’altro la partecipazione alla Passione di Nostro Signore. Infatti per circa trecento anni vissero in mezzo a persecuzioni di ogni genere, e le loro lettere o le omelie che sono giunte fino a noi ci raccontano del martirio di tanti cristiani, uomini, donne, giovani e anziani che sparsero il loro sangue così abbondantemente da garantire un raccolto fecondo nel campo di Dio per moltissimi secoli. I Padri stessi furono spesso dei martiri, e quando non riuscivano a donare la loro vita per Cristo, cercavano in ogni modo di essere degni della memoria dei loro padri e fratelli. La madre di Origene, un giovane maestro di Alessandria d’Egitto che avrebbe dato inizio allo studio sistematico della teologia e insegnò a tutti l’interpretazione della Scrittura e i metodi della preghiera, nel 202 dovette nascondere i vestiti del figlio, per impedirgli di raggiungere il padre Leonida, mandato nell’arena per essere divorato dai leoni; sempre ad Alessandria (la grande metropoli della cultura, dove si giocarono i destini del cristianesimo universale) un altro giovane, Antonio, per emulare i martiri (era cessata la persecuzione) vendette tutta l’eredità di famiglia e andò a vivere in un sepolcro, imitato presto da migliaia di contemporanei: nasceva così il monachesimo cristiano, intorno al 270. Il più famoso vescovo dei primi secoli, Ignazio di Antiochia, nel 140 dovette supplicare i cristiani di Roma di non corrompere i funzionari imperiali per evitargli il martirio: egli voleva che il suo corpo venisse frantumato "come l’Eucarestia".

PADRI E PROFEZIA

Grazie ai Padri si convertì perfino l’imperatore di Roma Costantino, dopo che persecuzioni e continue diffamazioni avevano cercato per trecento anni di fare sparire questo gruppo di "strani uomini" che con il loro messaggio metteva in crisi tutti i valori tradizionali dell’impero: la forza fisica, l’onore della battaglia, la superiorità morale. Essi parlavano invece di amore e di umiltà, e non riconoscevano altro padrone oltre a quello che sta nei cieli. Eppure avevano più coraggio dei soldati, di fronte alle prove più crudeli, e seppero fare di Roma il regno della carità e del perdono. Introdussero nel mondo la libertà e la misericordia, ma seppero combattere con le armi della predicazione e della preghiera, quando iniziarono i tentativi di piegare il Vangelo alle ideologie mondane della filosofia e della politica: nel "periodo d’oro" della patristica, il IV e V secolo, si elevarono come giganti spesso solitari contro i partiti degli eretici, dando alla fede cristiana una forma e una dignità culturale che permette ancora oggi di difendere il Vangelo da tutti i tentativi di strumentalizzazione e di emarginazione da parte dei "poteri forti" e degli intellettuali al loro servizio (oggi diremmo: dei giornali e della televisione). Ireneo di Lione, Atanasio di Alessandria, Basilio di Cesarea, Ambrogio di Milano e Agostino di Ippona: sono solo alcuni tra i tanti nomi che andrebbero ricordati non meno degli apostoli e degli evangelisti. Basti ricordare la vicenda di san Gregorio di Nazianzo, l’amico di Basilio, che lo fece ordinare prete e vescovo contro la sua volontà (dovettero riprenderlo più volte dalla fuga) per meglio combattere gli ariani, mentre egli desiderava solo di poter scrivere poesie nella quiete del monastero. Quando nel 379 lo catapultarono a Costantinopoli, la capitale dell’Impero d’Oriente, per diventarne il patriarca, tutte le 500 chiese della città erano occupate dagli eretici, tanto che per dire la Messa fu costretto a chiedere l’ospitalità di un amico facoltoso, che gli prestò il cortile della sua villa. Si mise quindi a predicare nelle piazze: con cinque discorsi riuscì a convincere la popolazione a seguirlo, e proprio quei discorsi furono poi usati per scrivere il Credo Niceno-Costantinopolitano, che ancora oggi sappiamo a memoria. Dopo aver riconquistato il mondo alla vera fede, durante il Concilio che proclamò il Credo si accorse che molti sacerdoti ricominciavano subito con gli intrighi, per ottenere piccole soddisfazioni umane, e senza neanche aspettare la fine del Concilio se ne scappò di nuovo nel deserto, dove rimase finalmente indisturbato a scrivere poesie per vent’anni.

 

MAESTRI DI VITA

La storia di Gregorio Nazianzeno ricorda peraltro quella di molti altri padri, che amavano la letteratura, la musica, le arti e la vita in tutte le sue espressioni. Erano tutt’altro che dei funzionari o dei "bacchettoni", simili ai monsignori curiali dei tempi odierni, con i loro colletti alti e le vesti filettate (per non parlare dei prelati dell’epoca barocca, che facevano la vita dei principi). Erano uomini semplici e liberi, che vivevano in mezzo ai pagani e frequentavano le loro università (la scuola cattolica apparve dopo l’anno 1000), e avevano timore della dignità del sacerdozio o dell’episcopato. Il martire Giustino (sempre ad Alessandria, ma ucciso a Roma nel 160) si metteva sulle spalle il mantello rosso dei filosofi greci, e andava per il mondo a discutere con chiunque della "vera filosofia", cioè del Vangelo. Il grande vescovo Ambrogio, che sconfisse l’arianesimo a Milano alla fine del IV secolo, non era neppure battezzato quando fu proclamato vescovo a furor di popolo (era il governatore della città), e i primi anni di episcopato, oltre al governo della Chiesa, si dedicò allo studio delle Scritture e degli altri Padri, con una dedizione tale che il giovane filosofo Agostino, ateo e libertino, vedendolo studiare la Bibbia si convinse che in quelle parole doveva esserci una verità che gli era sfuggita, e divenne il più grande teologo dell’Occidente cristiano.

Potremmo raccontare molte storie, e ricordare molte parole sublimi e geniali dei Padri, maestri di vita e di fede per tutte le generazioni successive. Ma è senz’altro meglio andarli a cercare di persona, leggendo le loro opere, spesso faticose da comprendere per noi che viviamo a tanti secoli di distanza, ma così piene di insegnamenti e di testimonianze così vere, da sembrare scritte ieri e l’altro ieri. Molti autori contemporanei si sono sforzati di diffondere il loro pensiero, aiutandoci a scoprirne tutta la bellezza e il valore, tanto che anche oggi i Padri sono accessibili a tutti, come degli amici sinceri, capaci di sostenerci nelle difficoltà e trasmetterci l’entusiasmo della fede in Gesù, il vero Amico dell’uomo.

Don Stefano Caprio

 ESCAPE='HTML'

Preghiere tratte dai Padri della Chiesa

Tutti gli esseri ti rendono omaggio, o Dio,

quelli che parlano e quelli che non parlano,

quelli che pensano e quelli che non pensano.

Il desiderio dell'universo,

il gemito di tutte le cose,

salgono verso di te.

Tutto quanto esiste, Te prega

e a Te ogni essere

che sa vedere dentro la tua creazione,

un silenzioso inno fa salire a te.

(S. Gregorio di Nazianzo "Poesie dogmatiche")

 

Non ricordare più i miei peccati;

se ho mancato,

per la debolezza della mia natura,

in parole, opere e pensieri, tu perdonami,

tu che hai il potere di rimettere i peccati.

Deponendo l'abito del corpo,

la mia anima sia trovata senza colpa.

Più ancora: degnati, o mio Dio,

di ricevere nelle tue mani l'anima mia

senza colpa e senza macchia

quale una gradita offerta.

(S. Gregorio di Nissa "Vita di S. Macrina")

 

Preghiamo che Gesù regni su di noi, che la nostra terra

sia liberata dalle guerre e dagli assalti dei desideri carnali e che allora,

quando questi saranno cessati,

ognuno riposi all'ombra della sua vite, del suo fico, del suo olivo.

Sotto la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo riposa l'anima

che ha ritrovato in sé la pace della carne e dello spirito.

A Dio eterno gloria nei secoli dei secoli.

Amen.

(Origene "Omelia XXII sul libro dei Numeri")

 

Ti ringrazio, Signore; te ringrazio, solo conoscitore dei cuori,

giusto re, pieno di misericordia.

Ti ringrazio, o senza principio, Verbo onnipotente,

tu che sei sceso sulla terra e ti sei incarnato, Dio mio,

e sei divenuto - ciò che non eri - uomo simile a me,

senza mutazione, senza venir meno, senza qualsivoglia peccato.

Al fine, tu impassibile soffrendo ingiustamente da parte di empi,

di concedere a me condannato l'impassibilità

nell'imitare i tuoi patimenti, o Cristo mio.

(S. Simeone il Nuovo Teologo "Inni e Preghiere")

 

Nostro Signore trattenne la sua potenza, ed essi lo afferrarono,

così che attraverso la sua morte vivente potesse dare vita ad Adamo.

Egli dette le sue mani per essere forate dai chiodi

per rimediare alla mano che aveva colto il frutto:

Egli fu colpito sulla guancia nella camera del giudizio

per rimediare alla bocca che aveva mangiato nell'Eden;

e mentre il piede di Adamo era libero

i suoi piedi furono trafitti;

nostro Signore fu spogliato perché noi possiamo essere vestiti;

con il fiele e l'aceto Egli addolcì

il veleno del serpente che aveva morso l'uomo.

(S. Efrem il Siro da "L'arpa dello Spirito")

 

Vieni, luce vera

Vieni, eterna vita

Vieni, mistero nascosto

Vieni, tesoro ineffabile

Vieni, realtà indicibile

Vieni, persona incomprensibile

Vieni, esultanza perenne

Vieni, verace attesa di quanti saranno salvati

Vieni, il rialzarsi di chi giace

Vieni, risurrezione dei morti

Vieni, o potente, che ogni cosa sempre compi, muti e trasformi con il solo volere

Vieni, invisibile e del tutto intangibile e impalpabile

Vieni, tu che sempre rimani immobile, e ad ogni istante tutto ti muovi e vieni a noi che giacciamo nell'Ade, tu che sei al di sopra di tutti i cieli

Vieni, nome desiderato e celebrato, ma del tutto impossibile a essere detto da parte nostra chi egli sia o a essere conosciuto quale e quanto sia

Vieni, gioia eterna

Vieni, corona immarcescibile

Vieni, porpora del grande Dio e Re nostro

Vieni, cintura cristallina e di pietre preziose

Vieni, calzare inaccessibile

Vieni, vera destra regale purpurea e sovrana

Vieni, tu che ha bramato e brama la mia misera anima

Vieni, solo a chi è solo - poiché io sono solo, come vedi

Vieni, tu che mi hai separato da tutto e mi hai reso solo sulla terra

Vieni, tu che sei divenuto in me desiderio e hai fatto che ti desiderassi, o del tutto inaccessibile

Vieni, mio respiro e mia vita

Vieni, consolazione della mia povera anima

Vieni, gioia e gloria e delizia senza fine.

(S. Simeone il Nuovo Teologo "Inni e Preghiere" - invocazione allo Spirito Santo)

 

O Figlio unico e Verbo di Dio,

pur essendo immortale,

per la nostra salvezza

volesti prendere carne dalla Santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria;

senza mutarti ti sei fatto uomo e fosti crocifisso,

o Cristo Dio,

calpestando la morte con la morte;

tu che sei una delle Persone della Santa Trinità,

glorificato insieme con il Padre e lo Spirito Santo,

salvaci.

(Inno al Verbo, tratto dalla Liturgia Bizantina)

 

Ora in noi senza indugio

discendi, o Spirito Santo,

unità sola col Padre e col Figlio:

benigno ancora nei cuori effonditi.

Bocca, lingua, intelletto, sensi e forze

cantino la tua lode.

Divampi in noi la fiamma del tuo amore,

fino ad accendere chi ci è vicino.

(S. Ambrogio di Milano, "Inni")

 

Dio onnipotente, che hai creato il cielo e la terra e tutto quello che è in essi,

vieni in mio aiuto e abbi pietà di me, perdona i miei peccati;

salvami nell'ora presente e nell'avvenire

per il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo.

Per Lui ti sia resa gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

(Preghiera su papiro, dall'Egitto.)

 

Da allora splende sulla terra

Il mirabile segno della croce,

dalla quale pendette il Cristo innocente,

il Redentore di tutti.

Quest’albero è più sublime

Dei cedri che crescono nel Libano;

non conosce pomi nocivi,

ma produce frutti di vita.

Tu, Cristo, piissimo re,

nel segno di questa croce,

in tutte le ore, in tutti i momenti,

non ricusare di proteggerci,

affinché, con voce concorde

e con cuore devotissimo,

ti possiamo, in ogni circostanza,

rendere le lodi dovute.

(Inni detti “AMBROSIANI”)

 

All’inizio di questo giorno

offro a Dio la mia destra

nella promessa di non compiere

né permettere nulla di male,

ma di dedicarti, o Signore,

questa nuova giornata,

rimanendo fermo nei propositi

e dominando le mie passioni.

Di essere ancora così mediocre,

mi rende vergognoso la mia vecchiezza

e soprattutto la mensa santificata

cui io partecipo.

Queste sono le mie intenzioni,

o mio Cristo:

e Tu guidami sulla retta via.

(S. Gregorio di Nazianzo “Poesie su se stesso”)

 

O Luce, beata Trinità

e dominatrice Unità,

già il sole infocato si allontana;

infondi splendore nei cuori.

Invochiamo Te al mattino,

Te alla sera, con un canto di lode;

la nostra supplice gloria

lodi Te per tutti i secoli.

Sia gloria a Dio Padre

e al suo Unico Figlio

con lo Spirito Paraclito,

ora e sempre.

(Inni detti “AMBROSIANI”)

 

Rendici degni di questa comunione,

Dio di verità, e fa' che i nostri corpi abbiano la castità,

e le nostre anime l'intelligenza e la conoscenza;

dacci la sapienza, Dio di misericordia,

ricevendo il corpo e il sangue.

Perché tua è la gloria e la potenza,

per il tuo Figlio unico nello Spirito Santo,

ora e in tutti i secoli dei secoli. Amen.

(Serapione, "Eucologio")

 

Ascolta, benigno Creatore,

le nostre preghiere miste a lacrime

in questo sacro

digiuno quaresimale.

Tu che scruti i cuori,

conosci le nostre debolezze;

perdona coloro che, ravveduti,

ritornano a Te.

Molto abbiamo peccato,

ma Tu perdona chi ne fa confessione;

a lode del Tuo Nome

concedi rimedio a chi langue.

Fa' che il corpo sia contrito

per mezzo dell'astinenza,

perché la mente sobria digiuni,

immune dai peccati.

Concedi, Santa Trinità,

concedi, Santa Unità,

che i fruttuosi doni del digiuno

siano i tuoi.

(Gregorio Magno, "Ai vespri per la quaresima")

 

Concedi alle mie palpebre un sonno leggero

sicché la mia lingua

non resti a lungo muta alla Tua lode.

Né il Tuo creato taccia

nel rispondere al coro degli angeli.

Ma il mio riposo sempre con Te

mediti pensieri pii,

né la notte trattenga

le colpe del giorno trascorso.

Né le follie della notte

turbino i miei sogni.

(S. Gregorio di Nazianzo “Poesie dogmatiche”)

Sono stato deluso, o mio Cristo,

per il mio troppo presumere:

dalle altezze sono caduto molto in basso.

Ma rialzami di nuovo ora,

poiché vedo che da me stesso

mi sono ingannato;

se troppo ancora confiderò in me stesso

subito cadrò

e la caduta sarà fatale.

(S. Gregorio di Nazianzo “Poesie su se stesso”)

 

Proemio

Rifletti, anima, all'esame
che il Giudice farà della tua vita.
Ricordati dei gemiti del Pubblicano, dei lamenti della peccatrice,
e grida tu in pentimento:
“Per le preghiere dei Santi,
concedi il perdono,
tu, che vuoi salvare tutti gli uomini”.

1. Molti sono stati i mortali che hanno conosciuto il tuo amore per gli uomini, che il pentimento ha reso manifesto: hai giustificato il Pubblicano che gemeva e la peccatrice che versava lacrime. Tu guardi infatti all'intenzione di ognuno ed accordi il perdono. Come a loro, dona la conversione anche a me, ricco in misericordia quale sei, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

2. L'anima mia si è macchiata e si è rivestita della tunica dei peccati. Tu stesso donami di versare dai miei occhi acque a torrente, che possano purificarla per mezzo del pentimento. Rivestimi della tunica bianca degna delle tue nozze, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

3. Il mio tempo sta per ultimarsi ed il terribile trono è già preparato. La vita passa ed il giudizio sta per sopraggiungere, minacciandomi del supplizio del fuoco e della fiamma inestinguibile. Mandami pioggia di lacrime e arrestane tu l'irruenza, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

4. Compatisci la mia voce, come a figliuol prodigo, o Padre celeste. Perché io cado avanti a te e grido come quello fece: «Padre, ho peccato». Non mi ricusare, o mio Salvatore, quantunque sia tuo figlio indegno. Concedi piuttosto che i tuoi angeli si rallegrino anche per me, o Buono, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

5. Per la grazia hai fatto di me figlio tuo ed crede. Io invece ti ho offeso, sono divenuto prigioniero e, vendendomi
al barbaro peccato mi sono fatto anche schiavo, me misero! Abbi compassione della immagine tua e richiamami , o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

6. Il cattivo, sempre all'erta, mi ha depredato vedendomi svagato nell'indolenza. Quel ladro, pessimo, ha ingannato la mia intelligenza, ha catturato il mio spirito ed ha saccheggiato il tesoro della grazia tua. Ma rialza tu quel caduto che io sono e richiamami, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

7. Ho necessità del tuo aiuto, come Pietro sbattuto di qua e di là dal moto ondoso delle acque del mare. Procedendo sull'oceano della vita sto per essere sommerso. Perciò mi affretto avanti a te. Si avvicini a me la tua mano e mi salvi, Signore. Come facesti a Pietro per il mare, estrai me dalla tempesta dei mali, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

8. Ho ascoltato la voce del Profeta che mi esorta alla salvezza. Dicendo che tu ti accosti a quanti ti invocano egli mi sollecita a gridare senza pausa verso di te  e a sollecitarti al mio soccorso. Ricorda le tue misericordie e sollevami, qual Dio che vuoi salvare tutti gli uomini.

9. Salvatore, riconosco in te il liberatore che assolve tutte le mie cattive azioni. Cancella i miei peccati, conferma il tuo perdono, tu che sai tralasciare la memoria dei mali. Strappa il mio titolo di condanna, e liberami. Tu sei infatti, Signore, il mio Re e mio Dio, che vuoi salvare tutti gli uomini.

10. O mia leggerezza! Ho paura, e, neppure pensando al gemito che farà seguito, io divengo saggio. Mi sconvolge l'idea della punizione e vado commettendo opere di punizione meritevoli. Temo di essere castigato e non mi astengo dal peccare. Presto, donami per una volta almeno il ravvedimento, o unico Salvatore, che vuoi salvare tutti gli uomini.

11. Ahimè! poco mi addoloro del peccato, illudendomi in un rimedio caduco. Questo mi appare favorevole, ma nella realtà mi accusa. Sembra consigliarmi per il mio bene, ma mi accorgo che è una insidia: ha fretta di vedermi affondare. Liberamene, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

12. Sempre mi affliggo di nascosto, perché la coscienza mi rimorde, e ho un giudice personale che mi accusa e mi impaurisce prima ancora di essere sottomesso al castigo eterno. Perciò, finché sono quaggiù, correggimi e poi, di là risparmiami, o Salvatore, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

13. È ora il tempo del pentimento per quanti vogliono rendere fruttuoso il talento . Il mercato è ancora in corso ma io non mi do da fare per avvantaggiare la mia moneta sul tempo del lavoro e sul sollievo dalla fatica. Prima che sia troppo tardi, dammi la conversione, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

14. La parola di Paolo mi sollecita a perseverare nella preghiera e ad aspettare te. Confido dunque e mi raccolgo in preghiera, perché conosco bene le tue misericordie: tu sarai il primo a venirmi incontro e a prestarmi aiuto. Se tu tardi è nel solo fine di darmi il compenso della perseveranza, tu, che vuoi salvare tutti gli uomini.

15. Dammi la capacità di cantare te e di glorificarti sempre attraverso una vita pura. Degnati di farmi armonizzare opere e parole, o Onnipotente; possa io cantare e ricevere da te quanto a te chiedo! Accordami di offrire una preghiera pura a te, unico Cristo, a te che vuoi salvare tutti gli uomini.

(Romano il Melode "Inni")


Beato mi faceva il giardino

di gioconde piante, una volta,

quando del sommo Iddio

per l'ineffabile provvidenza

ed il pari amore

questa luce vedevo, io,

plasmato dal fango terrestre

e dotato ancora di spirito;

fra la terra ed il cielo

collocato vivevo, ahimè,

del grande Dio risplendevo

dell'immagine a somiglianza.

Ma il pessimo serpente

con violenta insidia insinuandosi,

con funesti consigli

e sinistre parole

tristemente sussurrandomi,

ahi, m'ingannò

e fuori da quel luogo

di onesta voluttà mi scacciò,

dai giardini del Padre,

dei quali, ahi, mi aveva fatto abitatore,

del tutto esiliandomi.

Ed ero miseranda vista

al venerabile coro delle anime :

e poi che la mia ferita

non sopportava medico,

il creatore artefice d'ogni cosa

con ardente amore guardandomi,         

in veste di estraneo mi si avvicinò,

piamente l'umana

avendo preso, dalla inesperta di nozze

Maria, generazione.

E così (mi) salvò

strappandomi dalla crudele

mano del serpente,

e strappandomi alla morte

subì egli la sorte per me,

del divino comandamento        

stoltamente trasgressore,

per cui offrì il proprio

corpo all'amara morte ;

e insieme percosse di lui

il capo nelle acque

delle correnti del Giordano,

dei miei peccati
l'interna bruttura

tenebrosa immergendovi:

ma quello ancora la spudorata

coda dimenando,

la mia mente sconvolge

agitandosi con moti

che trascinano a l'abisso,

e tentando di darmi il gambetto

pei sentieri della mia via.

Ed impuramente assilla

la violenza degli indomiti cavalli,

che trascina ciecamente ;

bramoso di spingere in vergogne

empie il mio cuore

e verso funeste passioni,

e di abbattere il malfermo

cavaliere sforzandosi,

che regge le redini.

E un grande fuoco accende

dai dardi igniferi,

che il maligno arde contro di me ;

e scagliando l'interno

fuoco, di cui è impastato, contro di me.
Ma tu e dammi
la tua mano, salvatore di popoli,

che dalla radice estirpa

gl'inganni dell'amaro Belial ;

tu che una volta, avendo fermato la corrente,

subito ritorta

con inverso cammino,

mirabile opera compiesti;

e, inaridito del mare

l'immenso flutto,

a piedi facesti passare

il popolo tuo Israele ;

e parlasti, e tutte le cose

a la tua parola ristettero.

E tu reggi il fiammeggiante carro

del gigante veloce,

lucifero immenso ;

e mutasti, del settemplice

camino dei tre figli,

il fuoco in copiosa rugiada.
E avesti pietà del perduto ;
e della meretrice sciogliesti il nodo

di impuri amori,

la quale versava calde lacrime ;

e fermasti anche della emorroissa

col tocco del tuo orlo

il perpetuo flusso ;

e dai morti suscitasti

anche la figlia di Jaeiro

e la facesti ancora respirante;

e purificasti i lebbrosi

e ai ciechi donasti la vista e

lo spirito scacciasti

dalla fanciulla Sidonia.

Un altro sollevò il giaciglio,

lo scioglimento delle membra avendo ottenuto ;

e (tu) raddrizzi la storpia,

e scacci i dèmoni.

E della suocera di Pietro

col tatto della mano tu cessasti          

l'ardente febbre ;

e molte altre cose facesti

che non hanno numero.

Quale meraviglia, se della mia

fiamma spegnerai l'ardore,

dalla perenne fonte

la tua rugiada stillando

sopra la mia brace?

Dammela, o Salvatore,

tu, per tutta la vita,

affinché la tua bontà io celebri,

e del Padre e dello Spirito tuo.

(S. Massimo il Confessore "Inni")



Tu sei l’al di là di ogni cosa (cos’altro, infatti, è possibile dire di Te nel canto?):

come potrà inneggiarti la parola? Nessuna parola, infatti, può esprimerti.

Come ti contemplerà l’intelletto? Nessun intelletto, infatti, può percepirti.

Tu solo sei ineffabile, poiché le parole a Te devono l’origine.

Tu solo sei inconoscibile, poiché i pensieri a Te devono l’origine.

Tutte le cose cantano Te, sia quelle che han voce sia quelle che non l’hanno.

Tutte rendono a Te onore, sia quelle che hanno intelletto sia quelle che non l’hanno.

Comuni sono i desideri di tutti gli esseri, comuni i gemiti che tutt’attorno circondano Te.

Te chiama, con supplice preghiera, il tutto.

A Te si dirige un inno silente: lo pronunciano tutti gli esseri che intellettualmente contemplano ciò che Tu hai composto.

È per Te solo che tutto permane.

È per Te solo che tutto si muove dell’universale moto.

E di ogni cosa Tu sei compimento: Uno, Tutto, Nessuno, anche se non sei né unico né tutti.

A Te è ogni nome: come chiamare Te, il solo che non si può nominare?

Qual intelletto, figlio del cielo, penetrerà quei velami che si stendono al di sopra delle nubi?

Sii benigno, Tu, l’al di là di ogni cosa – cos’altro, infatti, è possibile dire di Te nel canto?

(S. Gregorio di Nazianzo “Poesie”)

 

Dal cielo è sceso come la luce,

da Maria è nato come un germe divino,

dalla croce è caduto come un frutto,

al cielo è salito come una primizia.

Benedetta sia la tua volontà!

Tu sei l'offerta del cielo e della terra,

ora immolato e ora adorato.

Sei disceso in terra per essere vittima,

sei salito come offerta unica,

sei salito portando il tuo sacrificio,

o Signore.

(Efrem il siro, "Inni vari")

 

Ti prego, Gesù Cristo, mio Signore,

non lasciarmi seguire la mia volontà;

non lasciare che il mio pensiero domini su di me;

non farmi morire nei miei peccati.

Cristo, figlio di Maria,

accogli il tuo servo nella beatitudine.

(Iscrizione funeraria, dall'Egitto.)

 

Prepariamo in noi un cuore puro

perché il Signore voglia entrare con gioia nella candida

casa del nostro cuore.

A Lui gloria e potenza nei secoli dei secoli.

(Origene, "Omelia XXIV sul libro di Giosuè".)

 

Adoriamo il Padre e il Figlio suo e il santo Spirito, la Triade santa in un’unica essenza, e con i serafini acclamiamo: Santo, santo, santo tu sei, o Signore.

Dal santo Spirito ogni anima è vivificata, con la purificazione è innalzata, in virtù della Monade trina è resa fulgente, in sacro mistero.

Tu che solo conosci  la fragile sostanza dei mortali, e nella tua compassione  ti sei a essa conformato, cingimi di potenza dall'alto perché a te io acclami:  Santo, il tempio vivente della tua gloria immacolata, o amico degli uomini.
 
O Cristo, tu che sei vita enipostatica  e hai rivestito il mio essere corrotto, perché sei Dio compassionevole, disceso nella polvere della morte, o Sovrano hai lacerato la mortalità, e risuscitando il terzo giorno, hai rivestito di incorruttibilità i morti.

Sei venuto dalla Vergine: non un messo, non un angelo, ma tu stesso, il Signore incarnato e hai salvato tutto intero me, l'uomo. Per questo a te acclamo:  Gloria alla tua potenza!

Nella tua amorosa compassione non sopportavi, o Sovrano, di vedere l'uomo tiranneggiato dalla morte. Ed ecco, sei venuto, e, fatto uomo, con il tuo proprio sangue l'hai salvato, tu che sei benedetto e più che glorioso.
(TROPARI, Inni dall'ufficio bizantino.)

 

Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno.

Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici.

Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome.

Ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. (Preghiera di San Macario)

O Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tu che hai pianto per Lazzaro versando per lui lacrime di tristezza e di misericordia, ricevi le mie lacrime e con la Tua Passione guarisci le mie passioni. Con le Tue ferite, guarisci le mie ferite. Con il Tuo sangue purifica il mio sangue e mescola nel mio corpo il profumo del Tuo corpo datore di vita. Il fiele che i Tuoi nemici Ti hanno fatto bere addolcisca il fiele che mi ha fatto bere il Nemico. Il Tuo Corpo steso sulla Croce, stenda verso di Te la mia mente trascinata in basso dai demoni. La testa che Tu hai chinata sulla Croce, alzi la mia testa schiaffeggiata dai nemici. Le Tue Santissime Mani, inchiodate dagli empi sulla Croce, mi tirino dall’abisso della perdizione , così come Tu stesso hai promesso. Il Tuo volto beffeggiato con schiaffi e sputi, riempia di splendore il mio volto macchiato dalle iniquità. Il Tuo Spirito che mentre eri crocifisso hai affidato al Padre, mi guidi verso di Te con l’aiuto della Tua grazia. Non ho un cuore addolorato per cercarti. Non ho il pentimento e l’umiltà che fanno ritornare i figli alla loro eredità. Non ho lacrime di consolazione, o Signore. La mia mente è stata offuscata da preoccupazioni mondane, e non è in grado di cercarti con sentimenti di dolore.

A causa di tante tentazioni il mio cuore si è raffreddato e non può riscaldarsi con lacrime d’amore verso di Te. Ma Tu, o Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tesoro di beni, dammi pentimento perfetto ed anima addolorata ed infranta per andare con tutto il cuore alla Tua ricerca; poiché senza di Te, diventerò estraneo ad ogni bene. Dammi dunque, o Buono, la Tua grazia!

Il Padre Tuo, dal quale sei nato prima di tutti i secoli, rinnovi in me la Tua immagine. Ti ho abbandonato, Signore; non abbandonarmi! Mi sono allontanato da Te; esci per ricercarmi. Portami al Tuo pascolo spirituale. Numerami tra le pecore del Tuo gregge eletto. Nutrimi insieme con loro alla erba dei Tuoi divini Sacramenti.

Poiché Tu dimori nelle loro anime pure e risplenda in esse la luce delle Tue rivelazioni.

Il Tuo Splendore è la consolazione ed il riposo di quanti hanno faticato per Te in tentazioni e nelle sofferenze. Di questo Splendore rendi degno, me indegno, con la grazia e l’amore per gli uomini del nostro Salvatore Gesù Cristo, nei secoli dei secoli. Amen!
(Preghiera al Signore Gesù Cristo, composta da Sant'Isacco il Siro)


Dio degli spiriti e di tutta la carne, cui nulla si può comparare e che di nulla hai bisogno, tu che hai preposto il sole al giorno e la luna e le stelle alla notte,
anche ora guarda a noi con occhi benevoli, accogli il nostro rendimento di grazie mattutino e abbi pietà di noi.
Non abbiamo teso le nostre mani a un dio straniero, perché non abbiamo un dio recente, ma Te, eterno e senza fine.
Tu che ci hai fatto esistere per opera di Cristo e per opera sua ci fai esistere nel bene,
per Sua intercessione rendici degni anche della vita eterna. Con Lui sia a Te gloria onore venerazione e allo Spirito Santo, per i secoli.
Amen.
(Costituzione degli apostoli VIII 38, Azione di grazie mattutina)